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m i l e s h e n d o n
l e v o s t r e s t o r i e

IL CONTENUTO DI QUESTA PAGINA NON E' ADATTO AD UN PUBBLICO DI MINORI DI ANNI 18. PROSEGUENDO NELLA LETTURA DICHIARI DI ESSERE MAGGIORENNE.
Le storie qui raccontate sono frutto di immaginazione; eventuali contenuti con riferimento ad atti di violenza o di sopraffazione sono chiaramente usati in chiave romanzesca. Il sito non intende incoraggiare la violenza in nessuna sua forma.


È semplice: qui si parla di bondage. Se sei nuovo del genere, puoi farti una idea più che compiuta leggendo le storie già pubblicate. Tieni presente che le storie più recenti sono quelle in cima, per cui la successione cronologica procede dal basso verso l'alto. Se vuoi raccontarci la tua storia, sei il benvenuto. Attieniti ai temi trattati, rispetta gli altri partecipanti e scoprirai di aver trovato degli amici.

Non è obbligatorio scrivere storie vere. Puoi raccontare sogni, fantasie, riflessioni, suggestioni… purché sia bondage. Se vuoi giocare con gli pseudonimi e le identità, tieni presente che i giochi belli durano poco. È comunque vietato firmare con il nome di un altro partecipante.

Miles Hendon non può effettuare un controllo preventivo sulle storie (che vengono pubblicate in modo automatico) ma può rimuoverle in caso di mancato rispetto per le regole. Miles Hendon non si assume responsabilità riguardo i contenuti delle storie.



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Una storia di: Tato

La lezione è finita

Lei era nuovamente in ascensore, questa volta stava salendo, stava tornando da lui. Era eccitata e preoccupata allo stesso tempo. Preoccupata perchè temeva che lui fosse arrabbiato per le ore di prigionia subite. Eccitata perchè, l'averlo lasciato nudo legato ad una sedia ed imbavagliato in salone, uscendosene tranquillamente con un'amica per andare in discoteca, le dava una sensazione di potere unica e inebriante che non aveva mai sperimentato prima. Nonostante la preoccupazione per cosa poteva succedergli, si era goduta in pieno la serata. Le era piaciuto infinitamente uscire con Susi lasciando il suo Tato legato ed imbavagliato a casa. Le era piaciuto mettersi in mostra con un'abbigliamento provocante e le numerose proposte rifiutate le davano un idea di quanto provocante fosse il suo abbigliamento. Ma non erano stati solo il look ed il suo fisico mozzafiato ad attirare su di lei così tante attenzioni. Era stato lo sguardo che aveva avuto tutta la sera e che tutt'ora vedeva nella sua immagine riflessa dallo specchio dell'ascensore. Uno sguardo da gatta in calore, vibrante di passione che, trasudava di sensualità trattenuta a stento e pronta ad esplodere da un momento all'altro.Ed in effetti si era sentita eccitata per tutta la sera al pensiero di lui nudo, legato a quella sedia, imbavagliato e con il soldatino sugli attenti. Il pensiero di lui e l'immagine, fissa nella sua memoria, di come lo aveva lasciato le avevano occupato la mente per tutta la serata. Adesso che, stava per rientrare in casa dal suo prigioniero, la sua eccitazione era quasi all'apice, stava quasi per bagnarsi gli slip. Non resisteva quasi più al pensiero di sedersi nuovamente sulle sue coscie imprigionate e montarselo con passione. Ma lui come avrebbe reagito, che cosa avrebbe detto? Lei sperava che queste ore da prigioniero per lui fossero state eccitanti, come le ore da carceriera assente lo erano state per lei. Era già molto innamorata di lui prima di questa serata rivelatrice, ma adesso che aveva scoperto il piacere del bondage, le sembrava che il loro rapporto fosse completo e l'amore che provava per lui era notevolmente aumentato. Sognava di ritrovarlo legato, arrapato ed adorante così come lo aveva lasciato quattro ore prima ma, temeva invece di ritrovarlo otraggiato, incazzato ed insultante, come probabilmente lo sarebbe stata la maggior parte dei maschi nella situazione in cui lei lo aveva cacciato. Il suo Tato però, così sperava, non era la maggior parte dei maschi. Spesso la aveva assillata affinchè lei lo legasse in maniera da non potere più liberarsi, ebbene questa volta era stato accontentato. In definitiva lei gli aveva fatto vivere in prima persona uno dei tanti sogni erotici ad occhi aperti che lui spesso faceva ed ogni tanto le raccontava. Mentre lo legava non aveva mosso obbiezioni, anzi si era eccitato molto, le era sembrato felice e più innamorato che mai. Così sperava e sognava di ritrovarlo ora.
L'ascensore era fermo al piano da un po' di tempo e lei non usciva, era ancora davanti allo specchio, stava rifacendosi il trucco perchè voleva essere più bella che mai per il suo Tato che, la aspettava in salone nudo, legato ad una sedia, imbavagliato ed innamorato. Non importava se il suo soldatino dopo quattro ore di attesa si era messo a riposo, ci avrebbe pensato lei a rimetterlo sull'attenti e a coccolarlo per il resto della serata.
Finito di rifarsi il trucco lei uscì dall'ascensore e, prese le chiavi dalla borsa, si avvicinò alla porta.
Lui aveva sentito l'ascensore arrivare al piano, la sua attesa era dunque finita, lei stava tornando. Ma quale sarebbe stato il suo umore entrando e sopratutto lo amava ancora ? Chissa se avrebbe tenuto fede alla promessa di "darci dentro al suo ritorno" fattagli quattro ore prima. E il loro rapporto come sarebbe continuato dopo questa sera. Il suo bigolo intanto pareva essersi accorto della vicinanza di lei perchè era eretto e attento, più sensibile che mai. Ma lei perchè non entra, perchè non esce dall'ascensore ? Stava incominciando a preoccuparsi quando sentì la porta dell'ascensore sbattere seguita da un sensuale rumore di tacchi a spillo e poco dopo la chiave che entrava nella toppa della porta di casa.
Lei stava tornando.
La porta finalmente si aprì e lei in tutto il suo splendore entrò.
I suoi lunghi capelli biondi, brillavano sullo sfondo dell'impermeabile in pelle nera che la avvolgeva.
Le sue generose e belle labbra risplendevano in un colore rosa pallido che, ne aumentava la sensualità.
Gli occhi, sapientemente enfatizzati dal trucco, sembravano brllanti laghi verdi in cui perdersi ed affondare con infinito piacere.
Era tornata, più bella e più sensuale che mai. La vide posare la borsetta, dopo averne preso sigarette ed accendino, togliersi i guanti, l'impermeabile e venire sinuosamente verso di lui. Il tutto senza togliergli gli occhi di dosso neanche per un'istante. Quegli occhi da gatta, sensuali e provocanti che gli dicevano " ti voglio e tra poco quando mi farà comodo ti avrò".
Lei passando davanti al televisore prese il telecomando e lo spense, poi andò a sedersi sulla poltrona. Accavallando sensualmente le gambe si accese una sigaretta mentre continuava a fissarlo intensamente. Come era eccitante vederlo nudo, legato a quella sedia ed imbavagliato con quello sguardo adorante ed il bigolo eretto. Non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, voleva imprimersi nella memoria questa immagine di lui e serbarla indelebilmente per i giorni, gli anni futuri.
Ma adesso era il momento di agire, di lasciare che la carica erotica che aveva accumulato nelle passate ore esplodesse in un turbine di passione.
Finita la sigaretta la spense, si alzò e, sena dire una parola, incominciò a spogliarsi lentamente, con movimenti armoniosi e sensuali, comunicandogli con i gesti e gli sguardi tutta la passione che provava per lui in quel momento.
Lui che ancora non aveva emesso un mugugno da quando era entrata se ne lasciò sfuggire uno vedendola alzarsi e spogliarsi.
Il tubino nero aderente in lycra che la aveva fasciata tutta la sera le scivolò di dosso, poi fù la volta del reggiseno ed infine il perizoma che ,inumidito dai suoi umori raggiunse il resto del suo provocante abbigliamento sul pavimento ai suoi piedi. Con indosso il reggicalze, le calze e le scarpe nere con il tacco a spillo da 12 cm andò verso il suo Tato. Si sedette a cavalcioni su di lui, inserendo il suo soldatino sugli attenti nella sua vagina umida, abbracciandolo e affondandogli il viso fra i suoi seni prorompenti incominciò a muoversi rimicamente su e giù. L'attesa fù breve per tutti e due, vennero all'unisono e mentre veniva lei gli sussurrò dolcemente all'orecchio. "Ti amo Tato, o uomo non sai quanto ti amo."
Lui rassicurato dalle sue parole ed al modo prepotente con cui se lo era scopato emise un mugugno soddisfatto e godette il calore dei suoi seni e la pressione dei capezzoli turgidi di lei sul volto.
Poi dopo che il suo cuore impazzito ebbe rallentato i battiti lei , restandogli seduta addosso, si discostò leggermente dal suo corpo legato e prendendogli il volto imbavagliato fra le mani gli chiese come prima cosa: " Va tutto bene Tato ?" Dopo che, una serie di mugugni sotto il bavaglio ed un convinto cenno di assenso con la testa da parte di lui, avevano placato le preoccupazioni che aveva per la sua salute, gli domandò ancora: " Mi ami ? ".
Ancora una volta lui assentì con il capo.
Lei adesso era al settimo cielo, che serata incredibile avevano vissuto, e non era ancora finita.
Con un sorriso biricchino gli domandò: " Ti va di giocare ancora un po' ? ".
Avuta conferma da parte sua mediante il solito cenno di assenso condito da qualche mugugno, lei si alzò da lui e mentre si allontanava si giro un'istante dicendogli: " Torno subito amore così potremmo riprendere il nostro divertimento, aspetta li e mi raccomando non te ne andare.".
Lui era estasiato e deliziato della sua compagna e di questo suo nuovo modo di fare l'amore.
Curiosamente, nonostante fosse ancora legato saldamente ad un sedia ed imbavagliato, si sentiva in grado di conquistare il mondo intero per lei o almeno di fare un dannato buon tentativo in tal senso. Se avesse potuto alzare un braccio ed allungare un dito, era certo di toccare il cielo. Del resto non capita mica tutti i giorni di vedere avverarsi un proprio sogno ed essere ben svegli per goderselo fino in fondo. Il suo amore era stata assolutamente fantastica, dolce ma autoritaria, innamorata, arrabbiata, tenera e irridente. Aveva visto scorrere queste emozioni nei suoi splendidi occhi verdi e aveva visto il suo fisico da pin-up, nudo, vestito in abiti sensuali e poi dopo un breve e meraviglioso spogliarello sexy e seminudo. Adesso legato a quella sedia sentiva il bisogno fisico del bellissimo corpo di lei. Voleva palpare i suoi magnifici seni, fare scorrere le mani sui suoi glutei sodi, di lì passare sui fianchi ed infine al monte di venere. Voleva a tutti i costi farlo ma non poteva perchè era legato a quella sedia e non poteva nemmeno comunicarglielo a voce dato che era ancora imbavagliato. Questo volere ma non potere ed il profumo di lei che, le era rimasto nelle narici tutta la sera e che adesso dopo il loro amplesso era più forte che mai, lo stava eccitando nuovamente. Quante volte in passato si era masturbato immaginandosi in una situazione così ? Anche adesso lo avrebbe fatto ma non poteva, era legato.
Lei era in bagno, stava lavandosi le parti intime ancora calde ed umide di sesso, pensando a lui legato ed imbavagliato mentre le sue dita indugiavano sul clitoride stuzzicandolo. Non le ci volle molto neppure questa volta per raggiungere l'orgasmo e dopo che lo ebbe raggiunto, finito di lavarsi, prese un pacchetto di salviette per l'igiene intima ed andò in camera da letto. Lì, dopo aver nuovamente aperto il cassetto della biancheria, prese un baby-doll in raso nero che lui adorava e lo indossò, poi andò davanti allo pecchio dove si acconciò i capelli in un coda di cavallo utilizzando un fiocco di raso nero. Controllato che il trucco fosse ancora perfetto ed aggiustato il baby-doll sul suo corpo sinuoso, andò in cucina e dopo aver preso una birra fresca tornò da lui.
Lo trovò come lo aveva lasciato, prigioniero ed innamorato. Gli occhi di lui si accesero di piacere mentre, dondolando armoniosamente sui tacchi a spillo lei gli si avvicinava, e questo la eccitò nuovamente.
" Bene, bene, bene, che cosa abbiamo quì ? " domandò lei mentre sorridendo si inginocchiava vicino a lui.
" Il tuo soldatino è tutto bagnato amore ma a parte quello mi sembra pronto per la ripresa dei combattimenti. A lui provvedo io adesso, vedrai che servizietto ti faccio."
E dopo queste parole, con le salviette che aveva portato, pulì il suo intimo amico dai residui del loro ultimo combattimento. Poi utilizzando la bocca e le mani insieme incominciò a lavorarselo con evidente piacere di lui, almeno a giudicare dagli estasiati mugugni che emetteva sotto il bavaglio. Era la serata delle rivelazioni per lei. Fino ad allora non aveva mai provato particolare piacere nel praticargli il sesso orale, preferiva che se ne occupasse lui che in questo era molto bravo, ma questa sera nel succhiarglielo mentre, legato a quella sedia lui mugugnava di piacere sotto il bavaglio, una calda vampata di eccitazione la percorse tutta, facendola vibbrare di piacere. Non appena il soldatino fù nuovamente sugli attenti lei lo cavalcò un'altra volta.
Questa volta dato, che la loro carica erotica si era in parte sfogata nel precedente amplesso, durarono più a lungo. Accompagnato dalla colonna sonora composta dai mugugni sotto il bavaglio di lui, dai gemiti estasiati di lei e dal cigolio della sedia il loro rapporto sessuale si protrasse più a lungo. Anche questa volta venirono insieme e anche questa volte lei estasiata gli comunicò il suo amore a parole, dopo che con i fatti era satata più che espilcita.
Adesso era il momento di togliergli il bavaglio, voleva baciarlo, voleva penetrargli con la lingua in bocca così come lui tutt'ora la stava penetrando con il suo intimo amico. Faticando a districare i nodi che tenevano i bandana adesi alla parte inferiore del suo volto, finalmente gli tolse il bavaglio. Lo baciò a lungo e sensualmente come aveva fatto ore prima, finendo così la lezione come la aveva cominciata.

Wednesday, February 8th 2012 - 05:02:49 PM
    
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Una storia di: Tato

La Lezione, fase due
Chiusa la porta di casa a chiave lei salì in ascensore, schiacciato il pulsante per scendere, guardò la sua immagine riflessa dallo specchio che occupava una parete della cabina. Forse si era vestita in maniera un po' troppo sensuale per una serata in discoteca fra donne ma adesso era tardi per cambiarsi, poi si piaceva vestita così e le era piaciuto molto lo sguardo adorante di lui mentre lo legava. Adesso che ci pensava le era piaciuto legarlo questa volta e le piaceva molto la sensazione che le dava, il saperlo a casa nudo legato ad una sedia ed imbavagliato. Arrivata al piano terra raggiunse rapidamente Susi che la aspettava in macchina.
" Ciao Susi pronta per una serata tra amiche ? " Disse mentre si accomodava
" Prontissima e anche attrezzata per bene, mio fratello era in vena di regali. Guarda " Rispose Susi mostrandole due spinelli.
" Proprio quello che ci vuole per cominciare la serata, dai accendiamone uno."
Disse lei mentre cercava l'accendino nella borsa.
Fumando e chiaccherando del più e del meno le due amiche raggiunsero una nota discoteca non lontana da casa di lei.
Erano in coda al guardaroba quando Susi le chiese :
" Senti, scusa se te lo chiedo, ma con lui va tutto bene ? "
" Si finale di champions league a parte andiamo alla grande, anzi ultimamente ho imparato ad apprezzare un lato del suo carattere che fino ad ora avevo trascurato. Perchè me lo chiedi? "
Rispose lei rivedendolo come lo aveva lasciato, legato come un salame, imbavagliato e con il soldatino sull'attenti.
" Ma sai te ne vai in discoteca inseme ad un'amica single, con un look in grado di indurre in tentazione un santo. Una potrebbe pensare male. Lui ha visto come eri vestita mentre uscivi ? " Disse Susi con evidente curiosità.
" Si ha visto ed apprezzato moltissimo il mio abbigliamento ma è comunque rimasto seduto sulla sedia davanti alla televisione." Disse lei "E non ha detto niente?". Aggiunse Susi
" Mugugni a parte neanche una parola." Rispose lei mentre si accomodavano al bar su due alti sgabelli. La posizione assunta e il vestito che indossava mettevano in risalto le sue generose forme da pin-up rendendola una ambita preda agli occhi della maggior parte degli avventori del locale.
" Gli uomini, non li capirò mai credo. Rinunciare a tutto questo ben di Dio per una partita. " Fu il lapidario commento di Susi.
Mentre stava sorbendosi un cuba libre lei fù folgorata da quello che aveva fatto. Era uscita di casa lasciando il suo compagno nudo, legato ad una sedia ed imbavagliato in salotto senza minimamente preoccuparsi di quello che poteva accadere. Poteva scoppiare un incendio e lui immobilizzato così non sarebbe certamente riuscito a mettersi in salvo, ne avrebbe potuto chiedere aiuto dato che si era premunita di imbavagliarlo per bene. Oppure potevano entrare dei ladri o lui poteva avere delle difficoltà a respirare. Le possibilità che la serata finisse male erano molte, ma come aveva fatto a non pensarci mentre portava avanti la sua lezione?
Certo si era arrabbiata molto quando lui la aveva fatta cadere per terra, questa era stata la causa iniziale della sua decisione ma poi mentre metteva in atto i suoi propositi la situazione le era sfuggita di mano. Si era eccitata moltissimo nel ridurlo all'impotenza, mentre lo stuzzicava e nel lasciarlo legato ed eccitato. Anche adesso era molto eccitata al pensiero di lui su quella sedia che impotente aspettava il suo ritorno. Oddio impotente proprio no, ricordava con piacere la fiera erezione con cui il suo intimo amico la salutava mentre usciva, immobilizzato se mai questo decisamente si.
Nel frattempo lui stava subendo una noiosissima dissertazione sulle prime suffragette che sul finire dell'ottocento erano state le antesigane del moderno femminismo. Le parole entravano nelle sue orecchie ma la sua mente era ferma sulle immagini di lei che: lo legava, lo stuzzicava, lo ignorava, lo irrideva, se ne andava via e lo lasciava solo davanti a quella pallosissima trasmissione. Maledizione oramai era passata più di un'ora da quando lei lo aveva sedotto, legato, imbavagliato e abbandonato. Chissà come era finita la partita ? Se era finita, magari adesso stavano tirando i rigori. Lui però non poteva saperlo perchè lei aveva cambiato il canale e aveva lasciato il telecomando in bella mostra sopra il maxi-schemo della televisione. In un posto da dove lui, nella situazione in cui era, non avrebbe mai potuto prenderlo. Scopriva adesso una sottile vena di sadismo nella sua compagna e la cosa in fin dei conti lo eccitava. Il suo bigolo intanto passava da rari momenti di letargia a lunghi e decisamente piacevoli per lui momenti di erezione. Sentiva le corde che lo avvolgevano stretto, il bavaglio fasciargli il volto e aveva la sensazione che lei, attraverso le corde ed i bandana usati per legarlo ed imbavagliarlo, continuasse a tenerlo avvinto in un sensuale abbraccio. Tutto quello che aveva fantasticato nelle sue fantasie erotiche, non era niente in confronto alle sensazioni che provava in quel momento. Era in uno stato di appagante e quasi costante eccitazione tale da fargli passare di mente la finale di champions, i rischi che quella situazione comportava e tutto il resto a parte lei. Chissà che cosa stava combinando lei? Era in discoteca, magari stava ballando, magari stava parlando con qualcuno che, folgorato dal suo splendore ci stava umanamente provando o magari stava raccontando a Susi che scherzo gli aveva fatto. Lui legato ad una sedia ed imbavagliato in salone lei in giro per la città libera, libera di camminare, di ballare, di parlare, di bere di fumare e di decidere se tornare a casa a liberarlo oppure no. Lei, sempre lei. Nella sua testa c'era spazio solo per lei.
Lei intanto nonostante la preoccupazione per lui, continuava ad essere eccitata al pensiero di come lo aveva lasciato. Mentre distrattamente evitava i tentativi di approccio che, numerosi e volenterosi ragazzi cercavano di portare a buon fine.
La sua amica si era accorta che, nonostante i suoi occhi brillassero come non mai, la sua mente era distratta. Ed era proprio quello sguardo da gatta unito al suo fisico sinuoso, messo in risalto dall'abito indossato, che attirava i maschi come falene intorno ad una lampada. Una lampada che non bruciava ma che declinava le gentili attenzioni con un secco ed insindacabile due di picche. I suoi pensieri erano costantemente rivolti a lui. Se non fosse stata preoccupata per la situazione in cui lo aveva lasciato, si sarebbe goduta appieno la serata ma era proprio l'averlo lasciato a casa legato ed imbavagliato che rendeva la serata così eletrizzante.
" Senti ci conosciamo da tanti anni orami e io questa sera ti trovo strana, quasi sconvolta, sei proprio sicura che con lui vada tutto bene ?" Disse Susi con un tono preoccupato nella voce.
" Non ti preoccupare le cose vanno benissimo, fra di noi siamo più legati che mai. Be' lui forse è un po' più legato di me in questo momento ed è per questo che ora sono in pensiero." Fù la risposta di lei.
" Non capisco, ti dispiacerebbe spiegarti ?"
"Si ma non qui ti dispiace se torniamo a casa ?" Rispose lei mentre scendeva dallo sgabello
" Va bene andiamo pure ma voglio una spiegazione." Disse Susi mentre, con gran dispiacere della maggior parte degli avventori, le due amiche uscivano dal locale.
Salite in macchina lei incominciò a dire. " Forse e meglio che ti spieghi tutto dall'inizio. Questa sera si giocava la finale di champions league e la sua squadra, dopo più di quarant'anni era in finale. "
" Ho capito visto che lui non voleva staccarsi dalla partita, tu per ripicca ti sei vestita per bene e lo hai lasciato con la champions. " Disse Susi interrompendola.
" No non è andata così, all'inizio ho provato con qualcosa di più semplice. Dopo essermi fatta una doccia, in accappatoio mi sono piazzata davanti allo schermo, poi dopo essermelo tolto sono andata a sedermi sulle sue ginocchia. Proprio mentre la sua squadra prendeva un palo, lui allora è schizzato in piedi sacramentando ed io ed il mio tentativo di seduzione siamo finiti con il culo per terra. E' stato dopo, quando ero in camera piuttosto arrabbiata, che ho capito che per una finale di champions league ci voleva qualcosa di più ed ho deciso di dargli una lezione. " Raccontò lei mentre arrivavano a casa sua.
" Be' cosa hai fatto allora, oramai siamo arrivate ma spero tu non abbia intenzione di lasciarmi senza raccontarmi come finisce questa storia. "
Lei dato che la casa non era bruciata e che le finestre che davano sulla strada non sembravano forzate, si sentiva più tranquilla ma non meno eccitata al pesiero di lui legato in salone. Decise comunque di lasciarlo ancora un po' a cuocersi nel suo brodo e di raccontare a Susi come continuava la sua lezione.
" Va bene, mentre finisco di raccontarti la storia perchè non ci fumiamo l'ultimo dei regali di tuo fratello? "
" OK io accendo e tu vai avanti con il racconto. " Fù la pronta risposta di Susi.
" Ti ho già parlato del bondage e della sua mania a riguardo. Di come ogni tanto io mi sia lasciata convincere a legarlo e di come lui si libera facilmente dei miei legami, pendendomi in giro per la mia scrsa attitudine al bondage vero ? "
" Si certo continua la faccenda si fà molto interessante. Qualcosa mi dice che questa volta per lui liberarsi dei tuoi legami non sia così tanto facile. " Disse Susi mentre le passava la canna.
" Be' in poche parole è andata così. Mi sono vestita adeguatamente, mentre lui usciva dal bagno gli sono comparsa davanti e mentre lo baciavo gli ho legato le mani dietro la schiena. Poi dopo avergli tolto le mutande che, tra l'altro erano il suo unico capo di abbigliamento, ho preso in mano il suo bigolo come se fosse un guinzaglio e lo ho portato in camera da letto, dove ho finito di legarlo e lo ho imbavagliato. Dopo di ciò lo ho portato in salone e lì lo ho legato saldamente ad una sedia posta davanti alla televisione a cui ho cambiato il canale. La trasmissione sulle donne in onda su rai3 era più adatta alla lezione cha avevo deciso di impartirgli rispetto alla partita. Mi sono seduta sulle sue gambe e gli ho fatto notare che conciato così gli era impossibile alzarsi di scatto e farmi nuovamente cadere per terra, inoltre gli ho chiesto come mai nuda non gli ero interessata un granchè, mentre vestita così lui ed il suo soldatino mi trovavano irresistibile. Tra l'altro il soldatino in questione era sull'attenti dal momento in cui mi aveva visto uscendo dal bagno. Quindi gli ho detto che sarei venuta in discoteca con te poi mi sono alzata, ti ho telefonato ed ho finito di prepararmi, quando tu sei arrivata gli ho dato un bacio sulla fronte, un carezza al pisello e sono uscita. "
" Vuoi dire che lui adesso è in salone nudo, legato ad una sedia ed imbavagliato davanti a quella noiosa trasmissione in onda su rai3. Da quanto tempo è in quelle condizioni? " Domandò Susi
" Lo ho legato circa alle dieci, ora sono quasi le due, percui sono più o meno quattro ore che è legato. Sempre che non sia riuscito a slegarsi. Del chè dubito però perchè questo volta mi sono impegnata e ho fatto proprio un bel lavoro con le corde. Devo confessarti che questa situazione, nonostante sia preoccupata per la sua incolumità, mi eccita molto. Essere qui in macchina con te a chiaccherare, andare in disco e schivare i tentativi di approccio dei soliti provoloni, mentre lui è a casa legato ed imbavagliato che mi aspetta tutto nudo in salone, scatena in me delle sensazioni particolari, difficili da spiegare ma molto piacevoli da provare." Confesso lei.
" Tesoro ti assicuro che pure a me piacerebbe tornare a casa e sapere di tovarci un bel maschietto nudo, legato ad una sedia ed imbavagliato a mia disposizione, sarebbe proprio piacevole e non credo che lo libererei tanto presto, non prima di essermi divertita un bel po'. Anzi adesso che ci penso che forse sarei rimasta a casa." Disse Susi con un tono di voce ed uno sguardo da cui traspariva tutta la sua ammirazione ed invidia per l'amica.
" Si devo confessarti che mentre ti aspettavo, mi era venuta la voglia di chiamarti e disdire il nostro appuntamento e anche io penso che il mio Tato dovrà sopportare i suoi legami ancora per un po' di tempo questa sera ed in futuro. Adesso che ne ho scoperto i vantaggi e le suggestioni, il bondage sarà parte integrante della nostra routinne di coppia ed immagino che lui non avrà nulla da obbiettare a riguardo. Anche se sono un po' preoccupata della sua reazione consierato che è rimasto legato per circa quattro ore e che non ha potuto vedere il secondo tempo della sua amata finale di champions league. Chissà che cosa mi dirà ? " Ammise lei.
"E tu non togliergli il bavaglio, prima scopatelo un po', dopo immagino che sarà più bendisposto nei tuoi confronti. " Fù il commento dell'amica.
"La tua è un'ottima idea credo che andrò a metterla in pratica. Mi dispiace che la nostra serata finisca qui Susi ma..."
" Non dire niente vai e divertiti. Vorrà dire che mi devi una serata tra amiche, in cui mi racconterai tutto ma proprio tutto quello che gli farai tra poco. Buona notte e non fare niente che non farei io. " Furono le parole di saluto di Susi.
" Va bene la prossima uscita tra amiche lo lascierò a casa legato al letto, così lui sarà più comodo e noi potremo stare insieme più a lungo. Ciao ". Disse lei uscendo dalla macchina.
Lui intanto stava godendosi la sua prigionia, il tempo era passato ma la sua eccitazione no. Anzi più scorrevano i minuti più l'eccitazione sembrava aumentare. Non era mai stato, nel mondo reale almeno, legato per così tanto tempo ne così bene. Nei suoi sogni ad occhi aperti lei lo legava anche per dei giorni interi, ma erano sogni. Questa era la realtà e realmente lei, sensualmente vestita, lo aveva legato ed imbavagliato. I nodi che aveva stretto erano irraggiungibili e reali, le corde usate su di lui erano tante e ben strette, il bavaglio perfetto e lui nonostante i suoi tentativi di evasione era realmente legato a quella sedia da circa quattro ore. Dove era lei ? Cosa stava facendo in quel momento e soprattutto lo stava pensando. Chissà se nelle ore passate qualche volta lo aveva pensato e cosa aveva intenzione di fare con lui. Chissà se aveva raccontato a Susi come lo aveva sedotto, legato, imbavagliato e abbandonato. Curiosamente la cosa non lo infastidiva, anzi lo eccitava. In quelle ore passate ad aspettarla si era accorto di amarla più di quanto avesse immaginato. Adesso, mentre attendeva il suo ritorno, si domandava che cosa avesse provato lei in queste ore, se i sentimenti che, lei provava nei suoi confronti, fossero cambiati o meno e se erano cambiati in che modo ?

Monday, February 6th 2012 - 05:08:06 PM
    
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Una storia di: Mmmmmmmmmgh

Era un’ afosa giornata d’agosto e mi ero dato appuntamento con due mie amiche di Liceo presso la casa di una di loro. Con loro avevo una grande confidenza, erano carine e spesso ci confessavamo i nostri sogni e fantasie erotiche. Mentre discutevamo del più e del meno, abbiamo fatto una scommessa, accordandoci che se l'avessi persa mi sarei fatto legare e sarei diventato loro schiavo per tre ore. Sfortuna volle che fossi io a perdere la scommessa e così mi preparai al supplizio. Mi tolsero la maglietta, le scarpe e i calzini. Loro insistettero che mi togliessi anche gli shorts. Dovetti farlo, ero loro schiavo da quel momento. Così rimasi in boxer. Subito mi cinsero una corda intorno al busto con le braccia dietro la schiena. A quanto pare erano già istruite nel fare nodi e come legare qualcuno. Poi mi hanno legato i gomiti, le mani, i piedi, le ginocchia con diversi giri di corda. Ero a terra legato come un salame con loro due in piedi davanti a me. Loro erano a piedi nudi, in mutande e reggiseno e farfugliavano tra di loro. Dato che le conoscevo e da parecchio tempo, sapevo che sarebbe finita lì e nn avrebbero esagerato, infatti continuavamo a scherzare…ma in realtà mi sbagliavo di grosso! Infatti cominciarono a deridermi, mi comandarono di leccare i loro piedi. Rifiutai ma mi minacciarono che mi avrebbero fatto fotografie e ricattato. Così cominciai a leccare i loro piedi. A dire il vero, non mi dipiaceva più di anto, ero amante dei piedi femminili e quindi lo feci senza protestare molto. Dovetti leccargli fra le dita e tutta la pianta del piede e annusarli. Erano sudati anche perchè fino a poco prima avevamo camminato per le strade del centro e faceva un caldo torrido. L'odore di piedi era fortissimo. Intanto continuavamo schernirmi. Leccai i loro piedi per circa mezz'ora, dopodichè mi fecero annusare i loro calzini sudati e mutandine del giorno prima. Il peggio non era ancora arrivato. Improvvisamente sentì che una di loro mi stava toccando i piedi mentre l'altra aveva preso un'altra corda. Unirono i miei piedi legati alla corda che mi teneva immobilizzate le spalle e poi unirono anche le mie mani ai piedi. Ero in un perfetto hogtied, con le gambe completamente piegate all’indietro e nessuna possibilità di muovermi. Subito dopo mi misero i loro calzini in bocca e me la tapparono con del nastro da pacchi nero, il tutto ricoperto con parecchi giri di benda bianca elastica aderente. A stento si sentivano i miei mugolii. Ero a terra, incaprettato e imbavagliato da due ragazze che ora erano di fronte a me con i loro piedi ad 1 cm dal mio viso. Cominciai a mugolare e a dimenarmi per slegarmi, ancora sconvolto per la velocità con cui mi avevano ridotto in quello stato. Ora ero imbarazzantissimo e mi vergognavo di essere in quella situazione, completamente sottomesso. Tuttavia ero eccitatissimo. Uno dei miei sogni erotici era proprio essere legato, imbavagliato a terra senza possibilità di muovermi… ma non da delle amiche. Ad un certo punto mi lasciarono da solo in quell'enorme salotto, a terra con i soli boxer addosso (ormai quasi bagnati) legato, imbavagliato e impacchettato. Cominciai a mugolare e a dimenarmi, ma mi avevano legato perfettamente, i nodi erano irraggiungibili e strettissimi. Mi muovevo solo di pochi centimetri. Non so per quanto tempo stetti in quella situazione, temo parecchio, dimenandomi e mugolando finchè ritornarono. Mi slegarono solo i gomiti e delle corde che mi immobilizzavano le gambe e mi lasciarono vicino una forbice con cui mi sarei dovuto arrangiare a slegarmi.

Thursday, February 2nd 2012 - 05:35:49 PM
    
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Una storia di: Roberto aka Bocca Tappata

Scrivo volentieri,perchè finalmente riesco a postare qualcosa in un luogo dove per qualche anno,un pò di anni fa,scambiavo e scrivevo le mie idee.
Di tutte le persone che avevo letto,ho ritrovato Barbara,con vero piacere.
In compenso molte delle storie(per me)nuove sono realmente interessanti ed eccitanti.
Ecco quanto mi accadde l'estate di un paio di anni or sono.

Avevo conosciuto Federico ad una cena di amici.
Chiacchiere,un bicchiere di vino e tra un discorso e l'altro,saltano fuori le passioni e le curiosità.
Sarà per questo che mi ritrovo nudo nel salotto di casa mia.
Le mani e i piedi sono immobilizzati da parecchi giri di corda elastica.
In bocca,Federico mi ha infilato una bandana blu appallottolata,poi ha sigillato con una striscia di nastro adesivo americano e sopra vi ha posto un grosso cerotto da medicazione. A conclusione mi ha ulteriormente imbavagliato con un intero rotolo di benda elastica aderente.
Il mio mugolio è impercettibile.
Federico giocherella coi miei capezzoli,dà un'occhiata alla mia svettante erezione,poi afferrando le chiavi sul tavolo,mi saluta,dandomi appuntantamento con un generico a più tardi...
Eccomi prigioniero in casa mia.
Situazione sognata e desiderata più volte fin dai primi legami e bavagli adolescenziali.
Cerco,inutilmente,di liberarmi.
Federico ha lasciato la tv accesa,ma con le mani legate dietro la schiena ed il telecomando chissà dove,non posso far molto.
Il tempo scorre lento,la calura estiva comincia a farsi sentire.
In televisione,guarda caso,c'è un thriller con una ragazza imbavagliata. Il suo bavaglio(una striscia di nastro bianco)è roba da dilettanti.
D'un tratto,sento armeggiare alla porta.
Guardo l'orologio.
Le dieci e mezza.
Strano.
Federico doveva arrivare dopo mezzanotte.
A parte Federico gli unici ad avere le chiavi di casa mia sono mia madre e Laura,la mia migliore amica.
SE è mia madre,penso che trovare il suo bel figlio trentenne nudo e legato sarebbe il colpo di grazia per tutta una serie di convinzioni e progetti. Nonostante io le abbia detto da tempo che sono gay,lei spera sempre in un "ravvedimento".
Se è Laura,mi conosce,e si farà una risata,probabilmente lasciandomi nello stato in cui mi trovo.
Invece non è così.
E' Federico ed un altro tipo che gli preme la mano sulla bocca.
Il mio amico cerca di dimenarsi ma non ci riesce.
Adrenalina.
Ho paura.
Ma nello stesso tempo sono eccitato come mai mi era capitato.
Il tipo estrae una pistola,se è un giocattolo o no non lo capisco.
Mi guarda e ride.
-Spogliati!-dice a Federico-E fai in fretta.
Il mio amico ubbidisce.
Pochi minuti dopo,sia Federico che io siamo prigionieri in camera da letto.
Il tizio sta rovistando in giro.
Il mio amico è nudo,bendato con un foulard,imbavagliato con un suo calzino(!)appallottolato in bocca e sigillato con parecchi giri di nastro adesivo nero che gli immobilizza anche polsi e caviglie.
Il tipo ritorna.
E'un biondo elegante e dall'aria strafottente.
Il tuo amico mi doveva un pò di soldi,così alla fine mi paga in natura,dice il biondo.
Poco dopo il tizio ci sta segando entrambi.
Probabilmente sono finito nella contrattazione,ma non mi dispiace nemmeno un pò...

Wednesday, February 1st 2012 - 06:59:25 PM
    
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Una storia di: legato

avevo voglia di scrivere una storia, ma la mia naturale pigrizia prendeva sempre il sopravvento. All'improvviso mi si accende una lampadina. Vado nell'armadio prendo la chiave delle manette e la butto in un bicchiere pieno d'acqua che ripongo in freezer. Esco e vado a fare una passeggiata. Al mio ritorno tiro fuori il bicchiere dal frigo, rovisto nell'armadio e tiro fuori un ballgag me lo metto stringendo in maniera tale da consentirmi con la lingua di portarlo fuori dalla bocca poi prendo della corda e mi lego le caviglie infine prendo le manette e mi lego i polsi con le mani davanti. Ora sono pronto per scrivere tanto devo aspettare che il ghiaccio si sciolga....

Sunday, January 22nd 2012 - 06:25:04 PM
    
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Una storia di: Jonny Bondage

Salve, il mio nome è Jonny, è la prima volta che scrivo le mie avventure bondage su questo sito, ho visto che è un sito serio e lo faccio.
Voglio far sapere a tutti voi le mie avventure più belle con la mia amica.
Un Venerdi di Giugno, io e la mia amica Serena (viviamo insieme), amiamo praticare bondage nei posti più strani della casa, io facevo la doccia e lei guardava la tv in cucina, quando ad un tratto uscito dalla doccia mi ritrovo lei a raccogliere qualcosa da terra in cucina, il suo corpo perfetto, vestitino mini, con quel tanga che le sta così bene, vedendola in quella posizione mi aveva provocato una reazione non poco eccitante, ma li non dissi nulla e me ne andai in stanza a vestirmi.
Mentre mi sto vestendo viene in stanza e comincia a stuzzicarmi, io le dico di smetterla ma a lei non importa e continua, come se le piacesse la mia reazione, lei già sapeva cosa sarebbe successo.
Dopo un pò se ne và, ma io ero eccitatissimo, vado in cucina la prendo da dietro e gli infilo una bella pallina rossa in bocca chiudendola dietro la nuca con i laccetti, così non può urlare, può solo farfugliare cose inconcepibili, dopodichè le chiudo le caviglie con delle manette(leg Irons), le chiudo i polsi con altre manette, intreccio le catene con le leg Irons e "clic",la chiudo in un bellissimo hogtied.
Non contento la prendo in spalla, la porto nello stanzino dove abbiamo dei vecchi scaffali dove poggiare di tutto, prendo una catena la passo tra le catene delle manette e la incateno allo scaffale chiudendo il tutto con un bel lucchetto.
Adesso sono soddisfatto, lei è li, a terra, incatenata allo scaffale, in posizione hogtied, può solo lamentarsi, ma con la pallina in bocca è molto eccitante ascoltarla.
Le dico che non doveva stuzzicarmi e le auguro la buona notte, erano le 15.00, lei già sapeva che sarebbe rimasta lì fino alla mattina seguente, spengo la luce e chiudo la porta a chiave.

Wednesday, January 11th 2012 - 05:08:11 PM
    
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Una storia di: LucaBondage

La peggiore prova per entrare nella congrega femminile di uno dei college americani più famosi era la Notte delle Campane. O almeno era quello che Margherita aveva sentito da Costanza, una ragazza conosciuta durante l'università, che aveva fatto un master in America. Le candidate, strappate una a una dai loro caldi lettini dei dormitori, venivano portate nella zona più malfamata della città. Una volta arrivate venivano denudate, imbavagliate e legate con delle manette. Venivano inoltre costrette ad indossare un collare, al quale era attaccato un piccolo campanellino. Il fine della prova era semplicissimo: tornare al campus.
Margherita fermò la macchina, e aprì il bagagliaio. Luca era lì, fermo, tranquillo e ignaro. Sciolse la corda che lo incaprettava e quella che gli legava le caviglie. Lo fece uscire e gli tolse il nastro americano dagli occhi. Osservò il fidanzato con soddisfazione mentre si guardava intorno confuso. L'idea era quella di farsi qualche giorno nella sua casa in montagna. Lei avrebbe sciato e lui se ne sarebbe stato buono buono legato in camera. E invece si trovavano nel bel mezzo di un bosco.
Lo prese per un braccio e lo fece allontanare di qualche metro dalla macchina, ignorandone i mugolii attutiti dal grande bavaglio a palla.
Segui questo percorso: tra circa 3 km troverai un incrocio, prosegui verso nord-ovest fin quando non troverai un albero morto. Segui la direzione indicata dal ramo più alto e dopo circa un kilometro e mezzo dovresti trovarti un sentiero sulla sinistra, con più avanti una specie di capanna, ma stai attento perchè se arrivi alla capanna vuol dire che hai sbagliato strada. Imbocca il sentiero e dopo circa altri due kilometri dovresti trovarti al lago, fai il giro verso est, non ovest, e dovresti arrivare al paese dove ho la casa. Spero riuscirai a ricordarti le indicazioni.
Ah un'altra cosa, faresti meglio a muoverti se vuoi arrivare prima del tramonto.
MMMMMPPPPPHHHHHH!!!

Monday, December 26th 2011 - 08:06:48 PM
    
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Una storia di: bondage20100

...24 dicembre ore 23.30, Letizia malediva il suo essere perennemente in ritardo, mentre si infilava le autoreggenti e il corpetto, il tutto rigorosamente rosso.
Rossa come la ball gag e la benda per gli occhi...rosse come le cinghie con cui si sta cingendo senza lesinare sulla scomodità caviglie, ginocchia cosce e il generoso seno.
Rosse come le polsiere di pelle e la cintura ad anelli in vita.
Rosso come l'inchiostro sul biglietto di auguri enorme...le chiavi di tutti i lucchetti nella busta....è un attimo, rumore dell'auto nel vialetto. giù la benda, chiuso il primo lucchetto tra i polsi. Chiuso il secondo lucchetto ad unire questi alle caviglie, chiuso il terzo che lega i polsi alla cintura in vita...
....rumore di chiave nella serratura...è lui...il suo regalo è eccitante, il biglietto spacca il cuore "Buon Natale Amore Mio. Tua...Letizia"

Friday, December 23rd 2011 - 06:41:57 PM
    
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Una storia di: LucaBondage

Claudia si annoiava. La domenica era sempre una rottura; la città grigia, i postumi...Da un paio d'ore vagava su facebook. Non che le interessasse, ma aveva bisogno di arrivare ad un orario decente per potersene andare a letto. Vide connessa una sua amica e le scrisse. Quando mi annoio vado su chatroulette, una chat con tanto di video e audio, completamente casuale. Ti connetti e ti si apre una finestra qualsiasi, e dentro c'è di tutto, dalla gente che suona ai ragazzi che si masturbano. Ma non preoccuparti, puoi sempre cambiare finestra eh.
Chatroulette. Perchè no? Cos'aveva da perdere? Avrebbe fatto di tutto per non annoiarsi. Andò sul sito e aprì il programma. Inizò a scorrere le varie finestre, ma la maggiorparte era occupata da ragazzini che volevano solo vedere un paio di tette. Dopo cinque minuti stava già per chiudere, ma l'ultima finestra sembrava ben più interessante.
Un uomo, nudo, era in piedi al centro dello schermo, appoggiato di spalle ad un palo posto al centro di quella che sembrava una cantina buia. Varie corde lo tenevano ben fermo, passando sul collo, sul petto, in vita, sopra e sotto le ginocchia e alle caviglie. I polsi erano dietro la schiena, probabilmente legati, e in bocca teneva una pallina rossa, tenuta in posizione grazie ad un cinturino nero. Inoltre aveva gli occhi bendati con un bel pezzo di nastro americano. Claudia andò a sbirciare nei dati personali trattenendo a stento una risata. Trovò soltanto un messaggio (Ciao! I miei amici mi hanno legato e se ne sono andati! EnjoY!) datato giovedì sera.
Non riuscì più a trattenersi e scoppiò a ridere. Si sentiva un po' stronza a dire il vero, come quella volta che al liceo lei e le sue amiche avevano rinchiuso nell'armadietto quella ragazza nuova giapponese per il fine settimana. Dopo averla legata come un salame ovviamente. Non poteva farci nulla, ma sentire piangere e mugolare quel poveretto lasciato lì, legato, nudo, allo sguardo indiscreto di tutti per più di tre giorni la faceva sbellicare.
Dopo circa venti minuti le suonò il cellulare. Rispose ridendo, senza chiudere la finestra del programma. Ciao Giulia, devo farti vedere una cosa troppo divertente. Hai presente Jenny, quella ragazza giapponese del liceo?...

Wednesday, December 21st 2011 - 06:47:45 PM
    
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Una storia di: Mario

"Quindi, fammi capire, cos'è che ti attrae esattamente di una donna legata?"
"Tutto. Amo il suo divincolarsi tra le corde, il suo mugolare sotto il bavaglio, il suo muovere gambe e piedi. Penso sia oggettivamente un'immagine attraente."
"Non so. Io sono stata legata un paio di volte, al letto di un ragazzo con cui sono stata qualche anno fa. Si, effettivamente ha il suo perché. E' strano, in quel momento ci si sente vulnerabili e protetti al tempo stesso."
"Già, immagino. E ti assicuro che come immagine ha tutto un suo enorme fascino."
"Non sei mai stato legato?"
"No. O meglio, una volta la mia ex compagna ci aveva provato. Mentre tentava di legarmi ero combattuto se farglielo fare oppure no. Sapevo che sarebbe stato eccitante, ma alla fine decisi di no. Non so esattamente perché...mi sarei vergognato troppo forse..."
"E perché?"
"Perché nella mia immaginazione e nelle mie fantasie è una donna ad essere legata, non un uomo."
"Eh ma che c'entra? La questione non era se legare un uomo o meno, la questione era se farsi legare oppure no."
"Si ma io sono un uomo, e in quanto tale mi vergognerei da morire se mi legassero, mi sentirei una donna."
"In ambito sessuale queste paranoie andrebbero lasciate da parte."
"Si lo so. Il punto però è che, bhè...se io fossi una donna probabilmente passerei il tempo a legarmi e imbavagliarmi chiusa in bagno. Diciamo che è un po' il mio sogno: risvegliarmi donna per un giorno e dare sfogo alle mie fantasie su me stessa. Sarebbe fantastico. Morale della favola, se venissi legato dovrei sforzarmi in tutti i modi di immaginarmi donna in quel momento."
"Vedi, la donna, per quanto complice del gioco e disposta a farsi legare e imbavagliare dal proprio partner, è lontana da questo tipo di paranoie e quindi è inevitabile che arrivi il giorno in cui cercherà lei di legare lui."
"Si lo so, immagino. Eh io, ti ripeto, sono sicurissimo che sarebbe eccitante. Però ho questo blocco."
"Vuoi sbloccarti?"
"Naaa...perché non ti sblocchi tu invece?"
"Ma se mi hai legata ieri sera..."
"Legata? Maddai, ti ho legato i polsi con un calzino e ti ho tappato la bocca con la mano."
"E che vuoi fare? Incatenarmi?"
"No, fare qualcosa di più...come dire, complicato."
"Tipo?"
"Facciamo così, scegli tu. Ti metto a disposizione i materiali e tu scegli."
"Ok."
"Corde, collant, nastro adesivo."
"Nastro adesivo, basta che non tocchi la pelle però."
"Sei andata ieri dall'estetista, mica può strapparti i peli."
"Che c'entra, lo strappo fa male. Dai allora facciamo corde. Però piano eh?"
"Vabene."
"Bavaglio: ball-gag, foulard, nastro adesivo."
"Hai la ball-gag? Sarebbe il bavaglio di Pulp Fiction?"
"Si, mel'aveva regalata la mia ex per farmi uno scherzo."
"Simpatica. No comunque niente ball-gag. Facciamo foulard dai."
"Vai sul classico eh? Vabene."
"Devo spogliarmi?"
"Stai benissimo così. Togliti i calzini però."
"Ieri ho notato che hai una passione per i piedi."
"Già. Una bellissima parte del corpo femminile."
"Comunque mi raccomando non stringere."

Le legai mani e piedi in pochi minuti.

"Ok, allora vediamo..."
"E' lì il bavaglio."
"Cavolo, è vero che questa cosa che ti fai legare con tutta questa disinvoltura è straordinaria, però dai non essere così complice!"
"E cosa devo fare? Urlare?"
"No, lascia perdere."
"Anche perc...MMMMmmmh!"
"Si lo so, il fazzoletto in bocca non era in programma, ma il foulard da solo non ha effetto altrimenti."
"MMmmmhpf!"
"Aspetta che ti annodo il foulard e ho fatto. Ohh, così sei ancora più bella di prima. Senti, ti faccio una richiesta: per tutto il tempo che sarai imbavagliata ti dispiacerebbe mugolare? Sai, mi eccita moltissimo."
"mmmh"
"Si esatto. Vabè che tanto scopando di mugolii ne farai a bizzeffe."
"MMMMMHF"
"Sei una professionista. Magari la prossima volta facciamo finta che ti abbia rapita."
"MMMMMMMHF"
"Si hai ragione, iniziamo."

Tuesday, December 20th 2011 - 04:36:44 PM
    
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Una storia di: Amanda

Trentacinque minuti dopo...
...sono in piedi accanto alla finestra, il cellulare con la comunicazione mai interrotta tra le mani, seminascosta dietro la tendina. Inutile dirlo, continuo a sbirciare nervosamente l'orologio. Se doveva essere una tortura per lui, mi si è decisamente ritorta contro: l'attesa è estenuante. E lui probabilmente lo sospetta, perchè sta prendendo la cosa con estrema
tranquillità...a parte qualche mugolio ed un paio di tentativi falliti di cambiare posizione, non sembra particolarmente preoccupato. In definitiva sento di odiarlo abbastanza, in questo momento. D'accordo che si fida di me, ma come fa ad essere
così calmo? Potrei essere una pazza omicida, per quel che ne sa. O, peggio, una totale irresponsabile...non che quello che stiamo facendo possa dirsi saggio, d'altronde. Potrebbe accadergli qualunque cosa, ed io non sarei in grado di soccorrerlo in tempo utile. Forse dovrei sospendere questa follia, ed andare a liberarlo...uno sguardo all'orologio mi rivela che è passato un altro quarto d'ora. Porto il cellulare all'orecchio, continuando a tenere d'occhio la sua situazione: calma piatta. Che si
sia addormentato? Mi mordo il labbro, indecisa: richiamare adesso la sua attenzione vanificherebbe quasi un'ora di tattiche ninja atte a non fargli subodorare la mia sorveglianza. Il dubbio si dissolve un attimo dopo, quando lo vedo iniziare ad agitarsi; adesso sta seriamente testando la resistenza delle corde, almeno a giudicare dall'impegno che ci sta mettendo. E inizia a lamentarsi attraverso il bavaglio, dapprima sommessamente, poi con crescente intensità. Mi chiedo se si sia accorto che la comunicazione è ancora aperta; è evidente che stia cercando di attirare la mia attenzione, quindi probabilmente
sì...oppure non ne ha idea, ma spera che sia così. O ancora: il bastardo si sta eccitando. E adesso? Forse dovrei andare a liberarlo...ma sì, dai.

Altri quaranta minuti dopo...
...sono seduta su una poltroncina che ho avvicinato alla finestra, il cellulare incollato all'orecchio, sei sigarette spente nel posacenere accanto a me, la settima tra le labbra. Alla fine era giusta la terza ipotesi, si stava eccitando; e ho buoni motivi di sospettare che abbia anche raggiunto l'orgasmo. Fino a dieci minuti fa sembrava sul punto di addormentarsi, poi deve aver deciso che ne aveva abbastanza, ed ha iniziato nuovamente a divincolarsi e a lamentarsi. Magari, finalmente, inizia ad essere un tantino preoccupato? I miei occhi ormai si sono da tempo abituati all'oscurità, e riesco a scorgere molti più dettagli: ad esempio, che il nastro adesivo che gli sigillava le labbra ha iniziato a cedere, almeno sul lato sinistro. E che il suo viso inizia ad arrossarsi per lo sforzo causato dalla sua inutile lotta contro i legami. Adesso va decisamente meglio.
Accolgo come una gratificante ricompensa i segni della sua crescente ansia, fantasticando sull'ipotesi di lasciarlo davvero in quelle condizioni fino a...stavo per dire domattina, senza rendermi conto che tecnicamente è già mattina. Mi abbandono contro lo schienale, cullata dai suoi suoni inutili e frustrati tentativi di riguadagnare la libertà, accarezzandomi
delicatamente, senza fretta. Tanto, io ho tutto il tempo del mondo.

Sei del mattino...
Non ho idea di cosa mi abbia svegliata, forse il freddo che precede l'alba...ma che ci faccio qui? Mi ci vogliono diversi secondi per ricollegare il cervello, e realizzare che, cazzo!!! Mi sono addormentata! Quanto tempo...? Il cellulare giace sul pavimento accanto a me, deve essere sciolato a terra quando ho ceduto al sonno. Sono circa le sei, la comunicazione ovviamente si è interrotta. Lui è ancora nella posizione in cui l'avevo lasciato, disteso sul fianco, il viso seminascosto
dalla massa disordinata dei capelli. Attendo in preda al panico un qualunque segno di vita da parte sua, dandomi della stronza e dell'irresponsabile in tutte le lingue del mondo...poi, dopo alcuni, interminabili secondi, mi sembra di cogliere un movimento della testa. Ok, è vivo, e cosciente. Mi odierà, e probabilmente non vorrà più saperne di me, ma sta bene. Credo sia ora di mettere fine a questa porno versione della Finestra sul cortile; vado a liberarlo.

Ho fatto le scale quasi di corsa, imponendomi con tutte le mie forze di recuperare un minimo di padronanza di me stessa. Non ho intenzione di piombare in casa sua come una pazza isterica, scusandomi disperatamente: ho intenzione di rimanere nella parte fino alla fine. Questo l'ho deciso circa tre minuti fa, mentre litigavo con le chiavi del portone di casa sua, rendendomi conto di conoscere un'insospettabile varietà di colorite imprecazioni. L'ultima rampa di scale la faccio quasi in punta di piedi, nella speranza di non aver già tradito la mia presenza...nell'infilare la chiave nella toppa della porta di casa sua, prendo un profondo respiro. Sono perfettamenta calma, mi ripeto. Alla peggio mi ucciderà, che vuoi che sia. La casa è immersa nell'oscurità, e fatico un po' prima di trovare l'interruttore della luce; sono nel suo soggiorno. E' strano camminare per casa sua, dopo averne sbirciato solo parziali scorci dalle finestre di casa mia: è un po' come aggirarsi sul set di una sit-com, ha un che di irreale. Mi dirigo verso quella che deve essere la camera da letto, poi cambio idea; meglio fare una tappa in cucina. Le forbici sono ancora sul tavolo, dove deve averle lasciate diverse ore fa. Le raccolgo, e mi fermo a recuperare anche un bicchiere d'acqua. Quando apro la porta della camera solleva la testa nella mia direzione,
simile ad un animale spaventato; il nastro adesivo ormai si è staccato quasi del tutto, e adesso riesco a notare anche i segni scarlatti lasciati dalle manette sui suoi polsi. Fatica un po' a mettermi a fuoco, accecato dalla luce troppo intensa alle mie spalle, poi tenta di mugolare qualcosa.
"Tranquillo...adesso ti libero."
Mi sorprendo della tranquillità del mio stesso tono, mentre mi avvicino al letto e mi siedo sulla sponda, accanto a lui. Istintivamente mi volto verso la finestra, cercando istintivamente di scorgere qualcosa nel buio pesto della camera che ho appena abbandonato. Strana, strana sensazione...ma non vi indugio troppo, ho qualcosa di più urgente da fare.
Innanzitutto, la corda che gli collega le caviglie alla vita. Non perdo tempo a slegarla, tanto i nodi saranno impossibili per me; meglio tagliare. Sospira di sollievo, distendendo le gambe che ancora tremano un po' per la prolungata tensione.
Quindi lo libero dei residui di nastro adesivo, e gli sfilo il bavaglio ormai zuppo di saliva.
"Ce ne hai messo di tempo..."
Mormora, incerto. Paradossalmente, non sembra infuriato...forse perchè, al momento, è troppo sollevato nel vedermi.
"Credevi davvero che ti avrei lasciato così?"
Il mio tono è più dolce di quanto avrei voluto, del tutto privo di accusa. Gli accosto il bicchiere alle labbra, aiutandolo a bere.
"Per favore...i polsi. Non ce la faccio più"
Il suo tono è quasi implorante, e mi affretto a liberarlo. Come sospettavo, ha stretto troppo anche le manette; gli massaggio delicatamente i polsi martoriati, le fitte dei sensi di colpa che si fanno più forti man mano che procedo nella sua
liberazione. Vorrei dirgli che mi spiace, e che ha tutto il diritto di odiarmi, e invece mi limito a massaggiargli le membra intorpidite, senza dire una parola.
"Sapevo che saresti venuta, alla fine."
E' lui a rompere il silenzio, dopo un tempo interminabile. Continua inspiegabilmente a non essere infuriato, anzi...il suo sguardo è quasi amorevole. Si siede con un po' di difficoltà sulla sponda del letto, accanto a me.
"Non devi sentirti in colpa."
"Io non mi sen..." inizio a replicare, ma prima che possa aggiungere altro la sua bocca incontra la mia, mettendomi a tacere con un lungo bacio...ed io lo lascio fare.

Sono quasi le cinque del pomeriggio quando infine mi decido a sgusciare fuori dal confortevole tepore del suo letto, bene attenta a non svegliarlo. Recupero la mia biancheria, sparsa un po' ovunque sul pavimento e tra lenzuola aggrovigliate, testimoni delle torbide ore di passione appena trascorse. Oddio, detta così sembra una frase presa da un Harmony...eppure non
c'è altro modo per definire quello che è appena successo: siamo finiti a letto insieme, senza spiegazioni, preamboli o altro.
A saperlo, avrei almeno messo su della biancheria più decente...infilo i jeans, indugiando un po' prima di mettermi alla ricerca della t-shirt, osservando la sua figura addormentata semisepolta dalle lenzuola. E' disteso sul fianco, i polsi
mollemente legati davanti con il foulard rosso che, un'eternità fa, aveva usato per imbavagliarsi, l'espressione distesa e rilassata. Dovrei aspettare il suo risveglio; non mi fa molto onore sgattaiolare via in questo modo, evitando l'imbarazzo del confronto...molto poco maturo, da parte mia. Mai avuto pretese in questo senso, del resto. Lascerò le sue chiavi sul tavolo della cucina, con un messaggio scribacchiato in fretta su un post-it.
"Alla prossima. La tua compagna di giochi."
A lui la prossima mossa.

Sunday, December 18th 2011 - 10:23:00 PM
    
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Una storia di: Amanda

"Ne sei assolutamente sicuro? Guarda che poi..."
"...non potrò più tirarmi indietro, lo so."
Il suo tono è esageratamente esasperato, e risulterebbe poco credibile anche se riuscisse a smettere di ridacchiare.
"Sei più preoccupata di me, o sbaglio?"
"Lo dicevo solo per te, ma dato che non apprezzi la mia premura..."
"Dai, non te la sarai mica presa?"
Forse sono stata un po' brusca, e il tono condiscendente che lui sta usando adesso sembra confermarlo. La verità è che ci ha preso in pieno: sono agitatissima e, chiaramente, incapace di dissimularlo. Il che nuoce gravemente alla mia immagine di perfida dominatrice, peraltro già assai poco credibile.
"Ma va, e per cosa?" addolcisco un po' il tono, rassicurandolo "Piuttosto, parlando di cose serie: sei pronto?"
"Pronto. E ai tuoi ordini..."
Anche se non posso vederlo, riesco a percepire il suo sorriso.
"Metti il vivavoce, e vieni alla finestra"
Lo sento armeggiare attraverso la cornetta, mentre mi avvicino alla finestra del soggiorno. Sono quasi le due di notte, e dal cortile non giunge quasi alcun segno di vita; a parte la luce che proviene dalla finestra della sua camera da letto, è immerso in un buio pressochè totale, complice anche una nebbia sottile che contribuisce a dare un aspetto quasi irreale alla scena.
"Eccomi"
Adesso mi sta salutando dalla sua finestra, i lunghi capelli scuri sciolti sulle spalle, un mezzo sorriso sulle labbra. Alle sue spalle riesco a scorgere una minima parte della stanza: un angolo del letto, il comodino, parte di uno specchio. Non riesco a trattenere un sorriso compiaciuto nel constatare che lo specchio è stato collocato in modo che io possa avere una
visuale almeno parziale del letto; è bravo ad anticipare i miei desideri, devo ammetterlo.
"Spegni la luce, ed accendi l'abat-jour."

Sono ormai tre mesi che io e il mio dirimpettaio portiamo avanti questa sorta di strana...relazione? Parola grossa, non ci siamo nemmeno mai incontrati di persona. Si tratta di qualcosa di più simile ad un gioco, una sorta di consuetudine che si è instaurata tra noi, e che nel tempo ha preso una piega abbastanza singolare.
E' tutto abbastanza semplice, in realtà: io mi diverto a dargli degli ordini, a lui piace eseguirli. E il fatto che le nostre finestre siano poste una di fronte all'altra, con pochi metri in linea d'aria a dividerci, ci offre la possibilità di mantenere un contatto visivo. Una volta lui ha scherzosamente osservato che, nell'epoca delle webcam, siamo rimasti tra i pochi guardoni anacronistici, e non ho potuto dargli torto. Del resto è questo che facciamo: ci spiamo a vicenda, evitiamo un autentico contatto, ci barrichiamo dietro il pretesto di quei pochi metri e della comodità dei cellulari per non avvicinarci
troppo l'uno all'altra. Almeno, fino a stasera.

La luce del lampadario della sua camera si spegne, sostituita da quella più soffusa e discreta dell'abat-jour. Riesco ancora a scorgere piuttosto chiaramente la sua figura, nonostante la penombra; si è seduto sulla sponda del letto, e sembra in
attesa.
"Togli la camicia e le scarpe, poi torna alla finestra."
Lo osservo mentre obbedisce, senza alcuna fretta. Ho tirato fuori dalla tasca del trench il mazzo di chiavi che mi ha lasciato stamattina nella cassetta della posta, e continuo a rigirarlo nervosamente tra le dita. Quattro chiavi in tutto:
quella lunga della porta (con annesso un biglietto che suggerisce di forzare un po'la serratura, che è leggermente difettosa), quella piccola e discreta del portone ed infine quelle minuscole delle manette. Me le ha mandate entrambe, quasi
a sottolineare la sua buona fede e la sua piena fiducia; figurarsi, io nemmeno sapevo che ne fornissero una di scorta! Magari ne ha fatta fare apposta una copia, per strafare...non dubito che ne sarebbe capace.
Lo vedo riapparire alla finestra, le mani sui fianchi, in attesa. Lo lascio aspettare un po', giusto per valutare il suo livello di impazienza; se lo conosco abbastanza, cercherà di non darlo a vedere, anche se nel profondo mi odierà abbastanza.
"Sistema tutto sul letto, in modo che io possa vedere."
Lo osservo armeggiare con il cassetto del comodino; ne estrae qualche matassina di corda, un rotolo di nastro americano, un fazzoletto, un foulard di seta rossa...quello che gli ho inviato settimana scorsa per posta. Infine, con una strana
riluttanza, le famigerate manette...dispone il tutto sul letto, in bella vista.

Non è la prima volta che gli ordino di legarsi per me, anzi...dopo le prime iniziali schermaglie, in cui ci studiavamo a vicenda, è diventato il tema portante dei nostri giochi. La comune inclinazione per questa particolare pratica, unita alla nostra morbosa fantasia, ha di fatto reso possibile il primo contatto tra noi...oltre ad una serie di improbabili eventi, che sarebbe troppo lungo raccontare, soprattutto per la mia terribile tendenza a divagare. Non è, dicevo, una novità che io gli chieda di legarsi per me. Lo è il fatto che gli chieda di mettersi completamente nelle mie mani.

"Lega le gambe...sì, usa la corda. Lascia perdere il nastro adesivo, per ora. Anzi, no; tagliane due pezzi, per dopo."
"Aspetta...le forbici sono in cucina"
Si allontana per un paio di minuti, riemergendo poi con le due strisce di nastro richieste. Le incolla ad un angolo del comodino, quindi siede nuovamente sul letto, dedicandosi alla legatura delle gambe. Noto per la prima volta quanto sia
diventato più abile con i nodi negli ultimi tempi; per sua stessa ammissione, prima di conoscermi si era sempre affidato a mani più esperte delle proprie. Segue il solito ordine: prima le caviglie, poi le ginocchia, un paio di giri di corda sopra e sotto.
"Non stringere troppo, mi raccomando."
"Va bene, signora maestra"
Replica scherzosamente, mentre assicura l'ultimo nodo. Gli ordino di collegare le manette ad una corda, e di legare quest'ultima alla vita, in modo che il nodo sia davanti, irraggiungibile dalle sue dita; quindi è la volta del bavaglio. Ho notato che è sempre stranamente riluttante quando si tratta di stringere quel fatidico nodo, quasi il privarsi di quell'estrema difesa lo mettesse particolarmente a disagio. Anche stavolta tergiversa un po', prima di infilare il fazzoletto
appallottolato in bocca, ed assicurarlo definitivamente con un paio di giri del foulard teso tra i denti. Al solito, mi sembra abbia stretto un po' troppo, anche se è difficile per me valutarlo con certezza. Infine, gli chiedo di sigillare le labbra con il nastro adesivo, facendo bene attenzione a non intrappolare i capelli.
"Lega le caviglie con l'ultima corda, voglio che le assicuri alla vita...no, non alle manette. Voglio che il nodo sia davanti."
E' costretto a stendersi sul fianco per obbedire; in effetti è la parte più complessa dell'operazione. Nota mentale: documentarsi su metodi meno macchinosi di auto-incaprettamento.
"Adesso metti le manette."
Deve aver posizionato il cellulare sul letto accanto a sè, perchè sento chiaramente lo scatto delle due serrature.
"E adesso? Cosa dovrei fare con te?"
In tutta risposta mi giunge un mugolio incompresibile, segno che il bavaglio è più che efficace. Non riesco a trattenere un sorriso compiaciuto: è completamente alla mia mercè.
"Forse dovrei dormirci su, che ne pensi? La notte porta consiglio..."
"..."
"Riposa bene, caro. A domani."
Spengo la luce, quasi a sottolineare con questo gesto il mio losco proposito di lasciarlo tutta la notte in quelle condizioni. Ovviamente non lo farei mai...ma lui, come può saperlo con certezza? Senza interrompere la comunicazione, appoggio il cellulare sul davanzale, continuando a spiarlo seminascosta dalla tenda...precauzione inutile, dato che dalla sua posizione difficilmente riuscirebbe a vedermi. E' disteso sul fianco, il viso rivolto verso lo specchio; per ora sembra
relativamente tranquillo, almeno a giudicare da quanto riesco a scorgere della sua espressione. Altro segno che, almeno per ora, non mi ha presa sul serio è la relativa calma con cui sta testando la resistenza dei legacci; non è tipo da dimenarsi a caso, e so che gli piace godersi appieno il senso di costrizione dato dalle corde. Purtroppo per lui, non è particolarmente paziente; sono abbastanza certa che tra un po' inizierà a mostrare segni di insofferenza, ed è solo questione di tempo prima che inizi ad implorare pietà. O, almeno, a provarci.
Mi dispongo ad aspettare.


Continua...

Friday, December 16th 2011 - 05:05:21 PM
    
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Una storia di: LucaBondage

Dottoressa? Ho finalmente trovato quei file che cercava...ma cosa diavolo sta succedendo qui?!
Chiara si bloccò sulla porta. Margherita, la proprietaria dello studio dentistico in cui lavorava come segretaria, era sdraiata per terra, e un uomo incappucciato la stava legando come un salame. I polsi erano legati dietro la schiena con una corda di canapa. Altre corde legavano i gomiti, le braccia al busto passando sopra e sotto i seni, le caviglie e le gambe sopra le ginocchia, mentre una grossa pallina rossa, di almeno cinque centimetri di diametro, era saldamente bloccata in bocca grazie ad un cinturino.
L'uomo le se fiondò addosso, spingendola contro il muro e tappandole la bocca con una mano. Le infilò una bandana appallottolata in bocca, poi le sigillò le labbra con vari giri di nastro adesivo argentato. La fece voltare e, sempre col nastro, le legò i gomiti, i polsi, le braccia al busto passando sopra e sotto i seni, le gambe sopra le ginocchia e infine le caviglie. La spinse per terra ignorandone i mugolii di protesta, poi prese una corda, con la quale le legò i polsi alle caviglie. Per ultimo, con dello spago, le lego gli alluci, collegandoli ad una corda che le passava attorno al collo, non prima di averle tolto le scarpe e averle tagliato i collant. Era incaprettata sul serio, obbligata a tenere alta la testa per non strozzarsi.
L'uomo sollevò Margherita e la portò nel locale di fianco. Chiara iniziò a dimenarsi, piangendo a dirotto, ma qualunque movimento facesse la faceva soffocare, per non parlare dei crampi alle dita dei piedi. Era disperata, e lo diventò ancora di più quando sentì i mugolii provenienti dalla stanza adiacente.
Poco dopo potè confermare la sua terribile previsione. Infatti l'uomo riportò Margherita nella stanza. Era ancora legata e imbavagliata, anche se aveva le gambe libere, e aveva la camicetta strappata sul davanti, con i seni in mostra, la gonna alzata e le mutandine alle caviglie. L'uomo la buttò a terra e le legò nuovamente le caviglie, le gambe sopra le ginocchia e i polsi alle caviglie. Con dello spago le legò gli alluci, tirati all'indietro e collegati ai gomiti. Con altro spago le legò i capelli, tirandone la testa all'indietro e fissandola alle caviglie. Poco dopo anche Chiara subì lo stesso trattamento. Per finire l'uomo prese due grosse striscie di nastro adesivo e le bendò entrambe.
Non preoccupatevi, dovete solo aspettare che domani arrivi la donna delle pulizie. E tu, Chiara giusto?, sono sicuro che la dottoressa Margherita ti considererà queste ore come straordinari...
MMMPPPPPFFFFHHHHH!!!!!!
MMMMPPPPGGGGFFFFFHHHHH!!!

Wednesday, December 14th 2011 - 05:11:27 PM
    
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Una storia di: Sabrina Venusiana

Ora vi racconto invece la serata di oggi...dovevo pur vendicarmi della partita vista con il suo amico mentre io ero legata, imbavagliata e "farcita"...no?
Ho atteso Romeo fuori dalla doccia, bendato e l'ho accompagnato in camera. Gli ho infilato una maglia stretch, intimo da sci. Volevo mettergli poi una sua calzamaglia ma, non trovandola, ho optato per un mio collant, va bene lo stesso!Ho preso le corde e gli ho legato le braccia dietro la schiena, imbavagliato con un foulard con grosso nodo ficcato tra i denti, legatura del busto, ginocchia e piedini. Gli ho tolto la benda e l'ho lasciato in piedi in mezzo alla camera mentre io mi sono avvicinata all'armadio per vestirmi. Slip, reggiseno, collant nero velato, minigonna nera, camicetta bianca sfiancata e sandali tacco 12 con laccetto e fibia attorno alla caviglia. Ero bellissima. Romeo mugolava eccitato, io mi sono avvicinata a lui, l'ho accarezzato, poi l'ho preso a braccetto e accompagnato saltellando verso il letto dove l'ho aiutato a sdraiarsi sulla pancia prima di bloccarlo in un hogtied molto stretto. Mi sono seduta accanto a lui qualche minuto accarezzandogli i piedini inguainati nel collant. "DIN DON! "Scusa amore, dev'essere Claudia, ci vediamo dopo!", "mmphggf mmmmmkpffffgh!". Avevo invitato una mia amica a vedere un film mangiando una pizza. Apro la porta, "WOW, sei uno schianto...! Ciao Romeo...", "Ah, non ci fa compagnia stasera, ti saluta", "Considerando la tua tenuta aggressive non mi meraviglierei di trovarlo legato e imbavagliato...", "Beh, più o meno...", "Dai, me lo fai vedere? l'hai legato?", "...MA SCHERZI? Per chi mi hai preso...sciocca!". Abbiamo mangiato la pizza gustandoci il film, ogni tanto andavo di là con una scusa stupida per controllare che Romeo stesse bene. Per sicurezza gli ho anche tolto il bavaglio però gli ho inserito un anellino vibrante sul pisellino così da stuzzicarlo un pò. Finito il fim la mia amica è andata via, io sono tornata da Romeo legato da oltre due ore, l'ho imbavagliato nuovamente e stuzzicato ovunque. Ora spengo il computer e lo slego...Buona notte.
Sabrina

Tuesday, December 13th 2011 - 11:40:39 PM
    
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Una storia di: Sabrina Venusiana

Altra domenica pomeriggio di qualche domenica fa...
Romeo mi è venuto vicino con sguardo malizioso... Mi ha bendata e spogliata,
quindi mi ha fatto indossare una catsuit nera di licra, ero fasciata dalla
punta dei piedini fino al collo. Mi ha imbavagliato con una ball gag e iniziato
a legarmi. Mi ha messo l'imbragatura da montagna (noi la usiamo solo come sicurezza durante le sospensioni), mani dietro la schiena che
afferravano i gomiti e legatura del busto. Mi ha portato nel salottino a piano
terra dove abbiamo fissato un cappio alla trave grande del soffitto. Ha legato
l'imbragatura alla trave assicurandomi, quindi mi ha legato ginocchia, cosce e
piedini. mi ha lasciato quasi un'ora in piedi legata come un salamino, lui
intanto leggeva sdraiato sulla chaise-longue. Poi mi ha sollevato le gambe e
legate bloccandomi in un hog tied molto stretto. Dopo circa altri trenta minuti
è tornato con la scala... Mugolavo perchè temevo quello che poteva avere in
testa... Ha messo sotto di me un puff molto morbido. Quindi mi ha slegato un
piede e ha cominciato ad accarezzarmi l'inguine. Attraverso l'apertura della
catsuit mi ha penetrato con le dita accendendomi completamente. Quindi ha preso
un grosso dildo, non grosso di diametro ma lungo e me lo ha infilato nel
sederino. Quindi mi ha legato nuovamente caviglie e ginocchia. Il dildo azzurro
era leggermente curvo sbucava dietro tra le cosce e, muovendole per quanto
possibile, riuscivo a stuzzicarmi. Con attenzione mi ha spinto in avanti mentre
ha cominciato a sollevarmi i piedini. Salendo sulla scala Ha raggiunto la trave
e ha legato ulteriormente i piedini, caviglie e piante in maniera da ripartire
bene il peso. A Questo punto ha slegato la legatura principale dell'imbragatura
calando di qualche centimetro. Subito ha fissato di nuovo l'imbragatura
lasciando però la corda leggermente lasca, ero appesa per i piedini...! Era la
prima volta era bellissimo! Mi ha tolto il bavaglio per chiedermi se era tutto
a posto, si è seduto un pò vicino a me per assicurarsi che stessi bene. Poi
salito un attimo, sceso poco dopo con un grando foulard con il quale mi ha
imbavagliato. Aveva appoggiato chivi e telefonino su un tavolinetto basso. Mi
ha accarezzato un pochino, poi ha preso dalla tasca un anellino vibrante che ha
infilato sul dildo, lo ha acceso mandandomi in visibilio. Velocemente ha preso
il telefono e mi ha detto: "esco un attimo in giardino!", però non aveva preso
le chiavi, io mugolavo ma lui non ci faceva attenzione finchè non si è chiuso
la porta alle spalle. Mi ha bussato alla porta finestra salutandomi, non si era
ancora accorto di essersi chiuso fuori... Io ero eccitatissima. Ero spaventata
ma tranquilla. Il bavaglio non mi dava fastidio, la vibrazione mi faceva
impazzire, ero in uno stato di incoscenza magari però ero tranquilla. Ha acceso
l'irrigazione del giardino quindi, tornando in casa si deve essere accorto di
non aver le chiavi. Io guardavo quello che potevo attraverso la porta finestra.
attraverso il vetro guradava dentro, io mugolavo, lui è sparito di nuovo per
fare il giro della casa ma tutte le finestre erano chiuse... Tornato alla porta
finestra mi ha detto: "stai tranquilla! chiamo i pompieri!" e ha cominciato a
parlare il telefono, "arrivano subito, tranquilla" sedendosi davanti alla
finestra. Oddio ho pensato, per quanto possa essere eccitante essere salvata da
un paio di pompieri non mi sentivo presentabile a chiunque a parte Romeo.
Indossavo una catsuit nera velata senza biancheria, ero legata come un
salamino, imbavagliata, appesa per i piedi e con un grosso dildo vibrante
inserito nel sedere. Mi ha lasciato in ansia dieci minuti, poi è sperito di
nuovo e ho sentito la porta aprirsi, aveva preso il mio porta chiavi e
appoggiato le sue davanti ai miei occhi solo per farmi uno scherzo. Non potevo
fare molto ma ero arrabbiatissima, mi aveva fatto speventare. Mugolavo e mi
agitavo. In realtà ero super eccitata e anche lui. Mi ha tolto il bavaglio e ho
cominciato a dirgli di tutto, stavo bene, quindi ha preso la ballgag e mi ha
imbavagliato di nuovo, mi ha accarezzato dovunque facendomi dondolare. Taglio
corto, quando ero sfinita mi ha slegato e messo di nuovo con i piedi per terra.
Ero stanchissima, mi sono fatto una doccia e sono andata a letto. Bellissimo

Tuesday, December 13th 2011 - 10:42:46 PM
    
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Una storia di: Sabrina

Vado avanti con il racconto. Piccola precisazione: io e Romeo pratichiamo il bondag, ultimamente anche tecnico ma sempre dolce, senza violenza o umiliazione. Lo stesso vale anche per il travestimento, mi diverto a vestirlo da donna, a volte partecipa anche Stefania ma il rispetto non manca mai. Ci diverte il gioco, la situazione di complicità, violenza o umiliazione non fanno per noi.
Quindi, io e Stefania eravamo legate, io appesa mentre mia sorella distesa sulla chaise longue. Sara ci ha slegato, Stefania è
andata a farsi la doccia, io nel frattempo ho tolto a Sara il corsetto e ho
cominciato a massaggiarle i piedini. Stefania è uscita in accappatoio dalla
doccia per chiederci cosa volessimo fare... L'idea era di uscire ma in effetti
eravamo stanchissime, Sara ci aveva sfinite. Ok, abbiamo deciso per una serata
casalinga, avremmo ripagato Sara con la stessa moneta :-).
Stefania è andata a vestirsi, ho invitato Sara a farsi la doccia mentre io
preparavo i funghi per un risotto. Ho aspettato sara fuori dalla doccia con una
coulotte color carne, imbottitura del seno e parrucca. Stefania era molto
carina con un collant bianco ottico coprente, un body bianco e una camicia di
romeo. Calzettoni grossi di lana, color azzurro, arricciati alle caviglie. Ho
preso le corde mentre Sara indossava un body blu sopra un collant daino e
parigine blu di cotone. Infine l'ampia felpa, sempre blu. Ogni tanto faceva
capolino Romeo che, quando mi ha chiesto di vestirlo da donna, sicuramente non
si aspettava tanto. Voleva un pò di pausa ma il fatto è che noi ci stavamo divertendo tanto, troppo per sospendere il gioco! Abbiamo
cominciato a legare Sara, legatura comoda ma efficace. Prima una legatura del
busto, quindi mani dietro la schiena che afferravano i polsi e legatura delle
braccia al busto. Mentre la legavo, stefania si occupava di un leggero trucco,
discreto. Sono andata in doccia mentre stefania applicava il rimmel e terminava
di acconciare sara raccogliendole i capelli :-). Avevo proprio bisogno di una
doccia molto calda e lunga. A un certo punto ho sentito "noi scendiamo!", non
sapevo cosa stava tramando quella strega di mia sorella! Mentre ero in doccia
lei ha portato sara nel salottino e l'ha legato alla chaise longue dove prima
era legata lei. Quindi le ha tolto una parigina dal piede, annodata al centro
e imbavagliata sara. Poi ha preso altre corde e le ha legato il busto allo
schienale, quindi le ha tolto la seconda parigina prima di legarle anche le
ginocchia e piedini. Caviglie fissate anche alla barra della chaise longue.
Tutto questo avveniva mentre io ero in doccia e l'avrei scoperto dopo. Infatti,
mentre mi stavo asciugando e vestendo stefania è tornata da me con malizia e
tanti collant vecchi e mi ha legato braccia e busto. Indossavo solo body e
collant, mi ha infilato un paio di calzettoni sulle caviglie e mi ha portato
sotto. Mi ha bendata prima di entrare nel salottino e mi ha fatto sedere sulla poltrona. Sentivo sara mugolare e avevo immaginato fosse legata sulla chaise longue. "aspettatemi qui, non muovetevi piccioncini :-)!", e dove
potremmo andare? Stefania è tornata subito depositando per terra vario
materiale, rumori strani che non capivo... Cercavo di immaginare interpretando
i mugolii di Sara che a un tratto ha cominciato a ridere fortissimamente anche
se le risate erano soffocate dalla grossa calza annodata che la imbavagliava.
Poi stefania mi ha aiutato ad alzarmi e a mettermi in ginocchio su un grosso
cuscino... Quindi mi ha legato i piedini con un collant (mai consumate tante
calze in un fine settimana!) e infine li ha anche legati alle mani, quindi ero
incaprettata e in ginocchio. Quando mi ha tolto la benda sono rimasta a bocca aperta (anche se imbavagliata): sara era legata come un salamino alla chaise longue, stefania stava togliendo la calza che la bendava ma aveva stretto
troppo il nodo e non riusciva a scioglierlo. I piedini di sara erano legati
alla traversa e, per tenerli fermi, aveva utilizzato lo spago da cucina per
legare gli alluci fissati a loro volta alla traversa, quindi erano legati e
bloccati in posizione inarcata. Con un pennello da cucina li aveva cosparsi ben
bene di miele e poi ricoperti di cereali, gocce di cioccolato (quelle per dolci), addirittura smarties! Io ero legata in ginocchio davanti ai piedini di Sara la quale, finalmente senza benda, aveva capito cosa le aspettava... :-).
"allora sabrina, ora ti libero dal bavaglio, mentre preparo il risotto tu devi
accuratamente ripulire i piedini di sara. Buon lavoro!" e ci ha lasciati soli
andando in cucina. Era bellissimo. Non riuscivo a non farle il solletico, oltretutto Sara non poteva muoverli e quindi sottrarli ai miei morsi e ai miei baci. Ho chiamato stefania perché avevo finito i cereali, lei è tornata ma
aggiunto solo tanto miele così da obbligarmi a leccare i piedi di sara o succhiarli, vipera :-)! Finalmente mi ha slegato e mi sono potuta lavare il viso, per fortuna mi aveva raccolto i capelli in una coda di cavallo. Restava però il problema dei piedini di sara pieni del miele che era passato attraverso
il nylon del collant. Non era il caso di farlo camminare per casa, quindi ho preso una bacinella di acqua calda, spugna e sapone, senza slegarle i piedi ho rotto le calze strappando la parte piena di miele. Momento di perfidia: ho
preso anche un vecchio spazzolino elettrico con una vecchia punta in disuso per pulire a fondo, soprattutto in mezzo ai ditini :-). Ho chiamato anche stefania che prima di aiutarmi ha nuovamente imbavagliato sara. È vero, siamo state
cattivelle...! Era quasi pronto, ho slegato e asciugato i piedini di sara,
slacciato il body e sostituito il collant con uno uguale ma un pò più velato e brillante :-
). L'abbiamo tenuta legata a cena (l'abbiamo imboccata noi) e dopo guardando il
film. Ci siamo accomodate sul divano e sulla poltrona. Io e sara eravamo sul
divano, sdraiate, sara era tra le mie braccia e le abbiamo legato nuovamente i
piedi. Verso mezzanotte abbiamo deciso di andare a dormire. Dovevamo preparare
sara! (vestito da donna per quasi 3 giorni e quasi sempre legato, romeo me la
farà pagare cara però abbiamo tante belle foto,anche dei suoi piedi pieni di
miele!). Quindi, siamo andate in camera, sara si è tolta la felpa (l'abbiamo
slegata), rimasta con body e collant ho cominciato a legarla mentre stefania la
struccava. Le ho infilato due gambaletti sulle braccia, legato i polsi davanti e incrociati e poi legati al busto all'altezza del petto, come le mummie dei faraoni. Sempre con vecchie calze le ho legato le caviglie e le ginocchia.
Facendolo saltellare le abbiamo fatto raggiungere il lettone (fortunatamente
grande, 2mx2m), una volta seduta le ho tolto le pantofole di spugna e abbiamo
cominciato l'imbozzolamento di Sara con i soliti collant 20 denari taglia XXL.
Prima le due gambe di Sara infilate in una gamba del collant, la seconda invece
legata attorno al busto. Quindi un secondo collant infilato in testa, prima le
abbiamo tolto la parrucca e poi calzato fino in fondo legandone la seconda gamba attorno ai fianchi. Una mummietta perfetta. Mascherina sugli occhi e un
foulard come bavaglio. L'abbiamo aiutata a sdraiarsi per bene e la guardavamo
dimenarsi e assaporare il contatto con il nylon. Ho guardato stefania e le ho
chiesto di legarmi nella stessa maniera. Mi sono tolta anche il body, preso un collant a cui ho rotto la mutandina e indossato come maglia infilando le braccia nelle gambe. Quindi Stefania mi ha legato le mani incrociate davanti e
legate poi al busto. Ero seduta sul letto, ho tirato su le gambe unite con i
piedini inarcati per invitarla a legarmeli, poi le ginocchia e infine mi ha
imbozzolato in due collant proprio come Sara. A differenza sua però non indossavo il body in microfibra quindi tutta la mia pelle era a contatto con le calze. Non riuscivo a stare ferma, mi dimenavo in estasi, Stafania mi ha
bendato e imbavagliato, mugolando e dimenandomi mi sono adagiata vicino a Sara.
Parentesi, solitamente io e Romeo dormiamo sempre vicini, abbracciati. E' stato
bellissimo cercarci, incastrarci, sfiorarci senza poterci afferrare. Anzi, il contatto attraverso le calze che ci ricoprivano era davvero emozionante, scivolavamo l'uno sull'altra e dovevamo davvero impegnarci per conservare il
contatto reciproco, dimenarci e fletterci per afferrare l'altro con il corpo.
Stefania ci ha osservato silenziosamete in questa danza fino a quando non ci siamo addormentati. Quindi ci ha tolto il bavaglio per sicurezza e si è adagiata ai nostri piedi, sempre sul lettone ma di traverso, non voleva lasciarci da
soli legati. Lei ha indossato il pigiamone che avevamo preso venerdì, è stato
simpatico vederla al risveglio domenica mattina. La domenica ve la racconto
nella prossima puntata. Baci, spero vi piaccia!

Friday, December 9th 2011 - 11:38:27 PM
    
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Una storia di: Sabrina

Ok, vediamo di andare avanti con il resoconto. Dopo lo shopping siamo andate a
prendere un aperitivo, Sara era ancora un pò in imbarazzo anche se con la folta
parrucca, il foulard al collo e gli occhialoni da diva era irriconoscibile.
Bevuto, mangiato qualcosina, abbiamo pensato di tornare a casa. Siamo passate
davanti a un negozio di cinesi e abbiamo visto un bel paio di stivali, senza
tacco, scamosciati, alti fin sopra il ginocchio e flosci. Bellissimo acquisto,
ci torneranno utili in serata. È stato divertente vedere romeo sfilarsi le
ballerine, vedere i suoi piedini e le gambe inguainate nel collant blu,
sembrava una timida ragazza adolescente alle prime armi :-). Siamo arrivate a
casa e volevamo ora essere io e stefania a essere coccolate. Scattato l'altro
piano, abbiamo invitato romeo a spogliarsi e farsi una doccia, nel frattempo
anche io e stefania ci siamo lavate e preparate. Abbiamo aspettato romeo
indossando body bianco e collant daino io, body e collant nero stefania. Nuova
vestizione di Sara: coulotte color carne, parrucca e mascherina per benda,
crema profumata. A seguire collant nero velato con riga dietro e pianta dei piedi rinforzata, body nero,
corsetto rosso ben tirato e imbottito nel seno (silicone sotto il body).
L'abbiamo fatta accomodare sulla poltroncina dove l'abbiamo legata mani e piedi
(uniti insieme, hogtied sulla sedia) e coperta completamente con il
lenzuolo. Tolta la mascherina abbiamo cominciato a truccarla, trucco molto
vistoso visto che doveva essere mistress e noi le sue damsel in trouble :-).
Mentre gli applicavo una mascherina sugli occhi, quelle nere con i buchini,
stefania si è infilata sotto il lenzuolo, ha sfilato le pantofole di spugna a
Sara solleticandole i piedini. Io nel frattempo stavo prendendo le decoltè nere
tacco 10 che doveva indossare. Stefania quindi gli ha infilato le scarpe e ha
cominciato a slegarla mentre io prendevo la macchina fotografica, dovevamo
documentare tutte le tenute del week end (avevamo fotografato anche le tenute
casalinghe e quella da notte legata :-)). Sara è quindi passata all'azione, ha
preso tutte le nostre corde e le ball gag. Per prima cosa ci ha imbavagliato,
poi mi ha messo alle spalle di stefania mentre lei era dietro di me. Ha
cominciato a legarmi il busto, jap style con nodo grande in corrispondenza
delle labbra in mezzo alle gambe. Nel frattempo io dovevo legare stefania
seguendo le operazioni che sara eseguiva su di me. Terminata questa operazione
ci ha legato le braccia dietro la schiena, in maniera comoda ma efficace con le
mani che afferravano i gomiti. Infine ci ha bloccato anche le braccia
all'altezza dei bicipiti vincolandole al busto. Perfetto, comode ma bloccate,
voleva lasciarci legate a lungo. Quindi ci ha legato con altre corde i piedini
e le ginocchia, ci ha bendate e ci ha fatto saltellare fino in camera da letto,
una alla volta ci ha adagiato a pancia in giù e bloccate in hogtied legando i piedini
alle scapole e inarcando notevolmente i nostri corpicini. Bendata ho sentito
stefania mugolare notevolmente. Ci ha maneggiate un pò per affiancarci e farci
un sacco di foto. Quindi ci ha tolto la benda e fotografato ancora. Ci ha tolto
il bavaglio, cominciava ad essere fastidioso dopo più di un'ora. Ci ha fatto
riposare un attimo senza però allentare la corda che ci teneva bloccate in
hogtied. Era davvero eccitante vedere Sara in versione mistress, con il
corsetto rosso che le faceva un vitino da vespa e il collant velato con riga
posteriore. Io e stefania eravamo
adagiate su un fianco, faccia a faccia e assolutamente inermi. Commentavamo
quanto era stretto l'hogtied, a dire il vero Sara era stata molto più cattiva
con me ma stava preparando la seconda mossa. È tornata da noi con una corda e 4
foulard. Con la corda mi ha ulteriormente messo in tensione collegando il nodo
che avevo in mezzo alle gambe con la corda che collegava i piedini alle
scapole. Poi ha capovolto stefania mettendola a pancia in giù e imbavagliandola
con un foulard, nodo ficcato tra i denti. Io invece sono stata girata sul
fianco opposto, dando le spalle alla mia sorellina, e a mia volta imbavagliata.
I lembi liberi dell'ultima corda sono stati legati alla legatura di stefania...
Quindi ci ha bendate ed è iniziata la tortura :-): prima un pò di solletico a
me, poi si è accanita con i piedini di stefania la quale, agitandosi in maniera
incontenibile, stimolava direttamente le mie labbra. ... Per fortuna che
eravamo imbavagliate! Siamo rimaste ancora bendate, imbavagliate e incaprettate
per mezz'ora esatta di orologio, quindi ci ha liberate e slegato ginocchia e
piedini. Le braccia erano comode, avere le gambe libere è stato proprio
ristoratore. Sara ci ha condotto in salotto, sempre legate, e ci ha fatto
accomodare in poltrona. L'esperienza non era finita. Dopo averci fatto bere una
tisana con cannuccia (e fotografate), ci ha nuovamente bendate e ci ha legato i
piedini e le ginocchia. Una alla volta, saltellando ci ha portato nel salottino
dove alla trave del soffitto abbiamo attrezzato un gancio per le sospensioni.
Ci ha imbavagliate (io con ball gag, stefania con foulard e nodo tra i denti)
poi, saltellando mi ha fatto spostare e con una corda in doppia mi ha
assicurato al gancio. Poi ho sentito stefania mugolare mentre sara la guidava.
L'ha fatta sdraiare sulla chaise longue dove dopo l'avrei vista legata allo
schienale. I miei piedini invece sono stati legati ad una corda e sollevati,
ero nuovamente incaprettata ma in sospensione, bassa come sospensione, ero a
circa 60 cm di altezza. Anzi le ginocchia erano più alte della testa quindi
puntavo verso il basso. Poi ho sentito nuovamente stefania mugolare divertita,
quasi da solletico. Era bendata, come me, e non potevamo vedere cosa stava
combinando la nostra mistress (che ancor stava camminando con tacco 10, ormai
quasi con femminile naturalezza ;-)). Sara, con delle piccole forbicine, stava
rompendo la punta del collant sul piede destro di Stafania tirando fuori due
dita. Poi ho sentito che spostava la chaise longue, ancora più vicina a me.
Eravamo bendate, sentivamo il rumore dei tacchi. Ho immaginato che avesse preso
una corda che stava collegando al gancio a cui ero appesa e a cui ha legato i
piedini di Stefania che d'un tratto, ho sentito sul mio viso. Li sentivo
appoggiati alla mia guancia, sentivo il profumo della microfibra, il contatto
del collant. Poi ho sentito Sara armeggiare dietro la mia nuca e liberarmi dal
bavaglio a pallina con il quale stavo cercando di solleticare i piedini della
mia sorellina. "Oh grazie Sara, quella pallina tra i denti mi stava dando
davvero fastidio". Non potevo vedere ma sentivo Sara armeggiare vicino al mio
viso con qualcosa che ricordava un foulard, "Ora poi posso dedicarmi meglio ai
piedini di Stefanimmmphff mmmmghipp!". Sara aveva fatto passare un foulard
attraverso la corda che legava i suoi piedini, quindi mi aveva messo in bocca
la punta del piede destro di Stefania e bloccato legandomi il foulard dietro la
nuca. Geniale! era eccitantissimo come bavaglio, oltretutto Stefania giocava
con le dita a bloccare la mia lingua mentre io potevo stuzzicare le sue dita
nude e, contemporaneamente, percepire il collant. Ci ha tolto la benda dagli
occhi e lasciato ammirare l'opera, eravamo bellissime. Poi ha tolto il bavaglio
a Stefania, si è accomodata su una poltrona accanto a noi, si è tolta le scarpe
e ha cominciato a massaggiarsi i piedini indolenziti conversando con la mia
sorellina. Io partecipavo come potevo, mugolavo, eventualmente esprimevo
disappunto mordicchiavo i piedini. A un certo punto Stefania ha fatto notare a
Sara che eravamo legate da ore, eravamo molto stanche. Io mugolavo ancora con
il piedino di Stafania in bocca. Dopo poco Sara si è alzata e ha cominciato a
liberaci... Dopo una doccia dovevamo preparaci per la serata e per prenderci
cura di Sara. Il racconto continua...
Sabrina

Friday, December 9th 2011 - 11:12:58 PM
    
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Una storia di: Principiante

"MMMMMMMpppppppppphhhhhhhhh"
"Lo sai che sei carino anche così impacchettato? Hai un'aria molto seria!" eslama S. placida e sorridente, ignorando candidamente le mie sentite proteste. Indossa ancora i vestiti che usa in negozio: camicia, gonna stretta al ginocchio,calze velate scure, cinturone e stivali al ginocchio in pelle nera lucida, aderentissimi e tacco 12.
E' seduta su una poltrona in pelle di fronte a me, con la gambe distese e incrociate, i piedi appoggiati sul mio inguine.
"MMMMMMMMMppppppphhhhhhhh"
"Lo so che anche tu vorresti parlarmi ma vederti imbavagliato è divertente... scusa!" mi dice con aria da complice facendomi l'occhiolino "... finalmente non devo sentire i tuoi soliti discorsi e poi... non lo so, così hai un viso, come dire... più interessante... non è che stai cercando di nuovo di fare colpo vero? Ne approfitti perchè sai che con me ti ci vuole poco!"
"In ogni modo una scommessa è una scommessa, tu mio caro hai perso e adesso stai qui buono, finalmente con la bocca chiusa!".
"MMMMMMMMpppppppphhhhhhhh" Esigo che mi liberi immediatamente, ma l'abbinamento tra il mio sguardo severo e i rabbiosi mugolii che riesco ad emettere non fanno altro che farla sorridere di soddisfazione, come se si gustasse momento per momento questa situazione.
Sono proprio cascato in pieno nel più classico dei piani di vendetta di una ex-fidanzata (per quanto il nostro rapporto sia rimasto buono), ed ora non ho proprio alcuna possibilità di uscirne!
La scommessa consisteva nel NON provarci con Mara, una delle sue migliori amiche, di professione cubista, pena una punizione decisa al momento.
Vista la mia scarsa abilità a resistere alle tentazioni, ecco com'è andata: ho preso un palo clamoroso con Mara ed ora mi ritrovo legato ad una sedia ed imbavagliato davanti alla mia ex nonchè sua amica del cuore.
All'inizio l'idea di legarmi alla sedia mi sembrava scontata ma tutto sommato divertente: "Farà finta di legarmi e dopo 5 minuti si sarà già stufata" pensai, ma sfortunatamente le cose sono andate diversamente.
Inizio ad insospettirmi quando S. afferra un grosso rotolo di morbido nastro americano grigio, spessore 8cm, che "casualmente" aveva con sè e mi lega i polsi dietro allo schienale dell'elegante sedia da salotto sulla quale mi ha fatto sedere. Quando poi, con parecchi giri di nastro, mi fissa il busto e le braccia allo schienale stesso capisco di non avere più possibilità di liberarmi da solo... I miei tentativi di dissuaderla non vengono minimamente presi in considerazione ed anzi S., sempre col suo sorrisetto soddisfatto, mi sfila scarpe e calze per poi legarmi caviglie e ginocchia alle rispettive gambe della seggiola. Completa l'opera nella mia più totale contrarietà infilandomi una mia calza arrotolata in bocca, sigillandola poi con diversi giri di nastro fin dietro la nuca.
"Adesso però buono che devo fare una chiamata, mettiti comodo perchè temo sarà abbastanza lunga..."
"MMMMMMMpppppppphhhhhhhh" sa benissimo che non ho mai sopportato le sue lunghissime e inutili telefonate con le amiche, ma a giudicare anche dal suo tono di voce canzonatorio mi sa che stavolta dovrò sorbirmela tutta invece...
"Ciao Mara come va? Devo raccontarti..."

Thursday, December 8th 2011 - 06:43:41 PM
    
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Una storia di: Sabrina

Ciao cari, vi racconto una nostra nuova vicenda, fresca di poche settimane... Soprattutto in questa prima parte il bondage non è molto presente ma comunque volevo introdurre la vicenda.
Tutto è iniziato qualche giorno prima, pensavamo a un'idea per il week end, magari una gita o un piccolo viaggio ma le previsioni non erano ottime. Romeo scherzando mi ha chiesto di organizzargli una giornata da donna, un intero giorno en femme. A volte mi diverto a vestirlo da donna e a volte il risultato è davvero gratificante. In genere è sempre stata però una mia iniziativa a cui Romeo si prestava divertito, era la priima volta che mi chiedeva di trasformarlo. WOW! Un'occasione da non perdere!Il giorno dopo ne abbiamo parlato di nuovo, gli ho chiesto se potevo invitare
anche Stafania, mia sorella, visto che Marco, il suo ragazzo, è in Cina per
lavoro. Romeo mi ha risposto che non aveva nessun problema, in fondo Stefania
lo aveva già visto en femme, a volte ci aveva anche aiutato nel trucco o
vestizione, più volte lo aveva legato o imbavagliato...non aveva motivo di
sentirsi in imbarazzo!
Ho contattato subito mia sorella e proposto un week end tra amiche... Le ho
spiegato, abbiamo pensato cosa organizzare, cosa poteva servirci e chi avrebbe
preso cosa. Quindi preso appuntamento in stazione. Eravamo eccitatissime, non
vedevamo l'ora. Romeo non immaginava cosa gli avremmo organizzato, gli ho detto
che doveva solo prendersi il lunedì di ferie, al resto avremmo pensato noi.
Volevamo coccolarlo, vestirlo, truccarlo, trattarlo come una principessa. Poi
si sarebbe dovuto lasciare legare, imbavagliare e, ogni tanto, legare anche
noi. È arrivato venerdì, aspettato Stefania in stazione, abbiamo fatto due passi in
centro, preso un caffè, ancora alcune calze e dell'intimo. Poi, meraviglia, in
un negozio di cinesi abbiamo trovato anche i pigiamoni che si usano per i
bimbi, interi con tanto di piedi, ne abbiamo comprati tre, tutti rosa, uno per
ognuna di noi (e romeo). Da intimissimi invece abbiamo preso anche una
camicia da notte e alcuni body. Quindi siamo andate ad aspettare che romeo
uscisse dall'ufficio e siamo tornate a casa insieme. Insieme abbiamo scelto il
suo nuovo nome per il week end, Sara, e gli abbiamo spiegato cosa avevamo
pensato. Per tre giorni non avrebbe toccato abiti maschili, ci saremmo noi
prese cura di lui, l'avremmo coccolata e viziata, doveva lasciare fare tutto a
noi. Arrivate a casa ci siamo fatte una doccia io e stefania, poi romeo.
All'uscita dalla doccia ha indossato una coulotte color carne in microfibra di
quelle tagliate al laser, molto discreta (ne ho fatto abbondate scorta per il
week end) ed è cominciata la trasformazione in sara. Prima di tutto la
cuffietta in licra sulla testa per fissare la parrucca. Abbiamo optato per
quella castana scura, mossa, abbastanza lunga per divertirci con le
acconciature, molto bella e reale. Quindi lo abbiamo bendato con la mascherina
da notte e abbiamo continuato la trasformazione. Abbiamo perfezionato la
depilazione, le abbiamo messo lo smalto su mani e piedini, l'abbiamo
massaggiata a lungo con una crema alla pesca per conferirle anche un profumo
femminile. Quindi reggiseno riempito con i supporti in silicone per il seno,
risultato non enorme ma molto realistico. Le ho infilato anche un perizoma, giusto
per condividere il fastidio, body bianco, collant daino 20 denari, calzettoni
grigi morbidi sulle caviglie, felpona blu con cappuccio, grande a coprire
giusto i glutei, perfetta tenuta da casa. Abbiamo seduto sara su una
poltroncina, coperta con un lenzuolo, legata con il nastro adesivo :-), tolta
la mascherina e passate alla fase trucco, molto sobrio, giusto per rendere più
femminili occhi e volto. Capelli raccolti, bellissima. Abbiamo impiegato circa
un'ora e 45 minuti ma ne è valsa la pena :-). Liberata dal nastro e dal
lenzuolo l'abbiamo portata davanti allo specchio, romeo non era riconoscibile :-
). Si era ormai fatta ora di cena, siamo andate in salotto, abbiamo fatto
accomodare sara sul divano facendole acquistare una posizione molto femminile
mentre io e stefania siamo andate a preparare la cena. Poi, proprio come tre
amiche, abbiamo portato la cena in salotto e mangiato sul divano guardando la
TV.Quindi mi è venuta un'altra idea, andiamo sul nostro lettone a vedere un
film! Ci dovevamo però preparare per la notte, Pigiama! a dire il vero pigiama
per me e stefania, caldo di flanella e calzettoni di lana. Per Sara invece il
collant daino che già indossava, il body e la camicia da notte. L'abbiamo fatta
accomodare al centro del letto ma la preparazione non era finita...;-) volevamo
infatti legarla per vedere il film, una posizione che fosse abbastanza comoda,
non un hogtied. Ho preso un bel pò di vecchi collant, quelli che usiamo
per legarci. Le abbiamo legato i polsi, davanti. Poi abbiamo legati i polsi
alle ginocchia, legato le braccia al busto, legato i piedini e infine collegato
i piedini alla legatura del busto, dietro la schiena, quindi era costretta in
una posizione quasi fetale, stretto ma comoda, quasi naturale per dormire.
Infine Stefania ha preso un foulard, annodato al centro, nodo infilato tra i
denti e legato dietro la nuca. Abbiamo spostato Sara ai piedi del lettone
adagiata sul fianco, Stefania le ha posizionato un bel cuscino sotto la testa e
si è sincerata che fosse comoda. Noi ci siamo adagiate con la schiena sulla
testiera del letto e distendendo le gambe giocavamo con i piedini sulla schiena
di Sara...Iniziata la proiezione...dopo circa un ora non sentivamo più Sara, o
meglio, i suoi mugolii ;-). Noi abbiamo finito il film, quindi Stafania le ha
tolto il bavaglio, abbiamo però deciso di lasciarla legata per la notte! Wow,
che invidia. Svegliandola parzialmente l'abbiamo spostata nel letto e infilato
la mascherina per dormire, bendata e legata. Ho invitato Stefania a dormire con
noi, c'era spazio per tutti, Sara era al centro, l'abbiamo coperta e dato un
bacio alla nostra amica, quindi bendae anche noi con la mascherina e spento le
luce, buona notte!
L'indomani ci siamo svegliate con calma, scherzato un pò prima di slegare
Sara, anzi l'abbiamo anche imbavagliata mentre preparavamo la colazione. Dopo
mangiato, rigorosamente in pigiama, piccola pausa per Romeo, doccia e,
soprattutto, barba. Non ne ha tanta però non dobbiamo rischiare di vederla.
Il programma prevedeva poi un pò di shopping e un aperitivo. Dovevamo
rassettare casa, qundi tenuta casalinga. Sara era nuovamente in body e collant,
ora blue velato, 30 den in microfibra e parigine color panna. Avevamo promesso
di coccolarla, quindi alle pulizie dovevamo pensare noi e lei...ha passato
un'ora e mezza incaprettata sul divano e imbavagliata con ball gag rossa, era
bellissima! Legatura del seno e delle braccia ai busto, mani dietro la schiena,
ginocchia e piedini appaiati e infine legati alla legatura delle mani. Quindi ci
siamo preparate e dopo l'abbiamo slegata. Trucco, camicetta bianca sfiancata con
golfino azzurro. Minigonna abbastanza larga blu e collant blu notte che già le
avevamo messo. Ballerine rosse in tinta con la borsa, foulard legato al collo e
impermeabile corto, era bellissima con i capelli sciolti alla spalle.
Siamo uscite a piedi, macelleria, fruttivendolo, panificio...Abbiamo riportato
la spesa a casa e siamo tornate fuori per un aperitivo. Passando davanti a un
negozio Calzedonia Stefania è voluta entrare per comprare delle calze a Sara.
Ovviamente le ha dovute scegliere la diretta interessata ;-), un pò impacciata
ma poi si è divertita. (continua...)

Thursday, December 8th 2011 - 12:15:29 AM
    
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Una storia di: LucaBondage

Ale vieni a vedere, un cliente!

Alessia si alzò dalla propria scrivania per curiosare nello schermo di Carlotta, la sua collega. Il lavoro era stata una sua idea. Qualche anno prima aveva capito le prospettive di guadagno delle prostitute di alto borgo, e in modo particolare di quelle che offrivano pratiche sadomasochiste. Non ne era appassionata, ma i clienti pagavano bene e il sesso non era da prendere in considerazione. Visti i lunghi anni trascorsi a teatro aveva sviluppato un discreto talento nel campo della recitazione, così aveva deciso di aprire un'agenzia che simulasse giochi di ruolo BDSM. Da sola non avrebbe potuto farcela, quindi aveva proposto a Carlotta, sua grande amica fin dai tempi del liceo, di unirsi al progetto. Carlotta aveva infatti frequentato gli Scout per molti anni, ed era la persona ideale a cui affidare il lato pratico della faccenda, come corde e nodi.
Caso strano, il cliente del giorno era una lei, Margherita. Voleva fare un regalo al proprio fidanzato, Luca, realizzandone il desiderio di essere rapito. In quanto all'oscuro di tutto non sarebbe stato consenziente, ma Margherita autorizzava le più dure restrizioni, assumendosi ogni responsabilità. I giorni previsti erano quelli del ponte di S. Ambrogio, così da non far nascere sospetti, in quanto decisamente in anticipo rispetto al compleanno di Luca. Come richiesto in allegato aveva fornito anche gli orari e i percorsi di quei giorni, in modo tale da rendere il tutto il più possibile realistico.

Carlotta tocca a te. SUl form c'è scritto bondage estremo, nessuna dimostrazione d'affetto, graditi insulti e percosse. Questi sono gli orari. Non dimenticarti i costumi di scena e tutto il necessario per immobilizzare il cliente. Divertiti, e chiamami quando hai fatto.

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Margherita era felice. Adorava sciare, ma lo stesso non si poteva dire di Luca. Quando la sua amica Ludovica le aveva proposto di andare in montagna da lei per il ponte di S.Ambrogio era letteralmente andata su di giri. Peccato che Luca non si sarebbe divertito. Aveva pensato a lungo su come fare, e quando aveva trovato su internet un sito che offriva rapimenti bondage non aveva resistito.
Ora era lì, sulla neve, e aveva appena finito la pista più difficile. Stava aspettando la sua amica quando le suonò il cellulare. Un MMS: Luca seduto su una sedia, legato come un salame. Braccia e busto fissati con corde allo schienale all'altezza del petto e della vita, gambe legate sopra e sotto le ginocchia, caviglie legate parallele tirate all'indietro, probabilmente fissate al collo, e ballgag in bocca.
Quando vide avvicinarsi Ludovica ripose il cellulare nella tasca del giaccone, e le fece un segno con la mano. Sì, era proprio felice. Ed erano solo le 16.28 di martedì.

Tuesday, December 6th 2011 - 04:37:07 PM
    
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Una storia di: LucaBondage

Vera sosrseggiava tranquilla il suo cocktails, godendosi la sua amica Martina che si allontanava con un ragazzo. Da un paio di mesi, infatti, avevano iniziato a dedicare i propri sabati sera a un'attività un po' particolare. Se qualcuno le avesse chiesto il motivo probabilmente avrebbe risposto che erano delle eroine, pronte a vendicare il sesso femminile dai vili comportamenti degli uomini.
Ovviamente Vera sapeva bene che non potevano generalizzare, per questo prima di passare all'azione facevano dei test. Condizione necessaria, ma non sufficiente, era che il ragazzo di turno fosse fidanzato, o peggio ancora sposato, e che convivesse con la sua amata. Il bello era che loro non dovevano fare praticamente nulla. Andavano in discoteca e si mettevano a ballare. In meno di un minuto si ritrovavano circondate da esseri sudaticci ed eccitati, che le fissavano. Qualcuno, sicuramente più audace, si faceva avanti, e a quel punto il gioco era fatto. Qualche chiacchiera per capire se era il caso di procedere, e poi via verso la casa del pollo.
Quella sera l'attesa fu particolarmente breve. Dopo neanche trenta minuti da quando Martina se ne era andata già la stava chiamando al cellulare.

Ciao Vera. Sì, sono nell'appartamento del ragazzo. E' già sistemato. Ho portato il ballgag grande questa volta e devo dire che gli sta proprio bene. Aspetta, ti mando una foto. Ti richiamo tra 5 minuti.

Vera guardò il cellulare. Il ragazzo era nudo, ed aveva pure una solida erezione. Poveraccio, non aveva ancora capito in che guaio si era cacciato. Inginocchiato, aveva in bocca una pallina rossa di circa cinque centimetri di diametro, tenuta al suo posto grazie alla cinghietta di cuoio allacciata dietro la nuca. Varie corde fissavano le braccia al busto. Dalla corda in vita deduceva che i polsi dovevano essere ammanettati dietro la schiena, a loro volta fissati in vita. Risuonò il cellulare.

Ahah, ciao Vera, mi sa che non ha gradito il fatto che ti abbia mandato la foto. Poco male, non può farci nulla al momento. I ragazzi farebbero di tutto per scoparci. Peccato che questa volta gli sia andata male, ahahah.
MMMMPPPGGHHHHH!!!
La frustrazione. Non c'è nulla da dire, rimane sempre il momento migliore. Che dici, dovrei lasciargli le chiavi delle manette prima di andare? Ovviamente dopo aver mandato un messaggio a sua moglie.
MMMMMMPPPPPPHHHHHHHHH????
Oh, mi sa che ti ha sentita. Ahahahahahah!!!

Tuesday, November 29th 2011 - 06:35:15 PM
    
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Una storia di: LucaBondage

Per l'ennesima volta Ludovica aveva deciso di aiutare il suo amico Luca. Un paio di mesi prima gli aveva presentato una sua cara amica, Margherita, ed ora gli avrebbe dato pure una mano con le sue fantasie sessuali.

Buon compleanno Meggy!

L'osservò attentamente mentre scartava il pacchetto. Sapeva che non si sarebbe insospettita, quell'anno si stavano regalando praticamente soltanto cose porno. A lei era toccato un vibratore, a Margherita un kit bondage, formato da manette, benda per gli occhi, collare, frustino e quel bavaglio con la pallina che aveva intravisto in qualche film.

Ahahah, che roba! E pensa che ne parlavo proprio ieri con Luca. Abbiamo trovato in sala delle manette giocattolo del fratellino e abbiamo iniziato a giochicchiarci...Chissà che faccia farà stasera quando tirerò fuori quelle vere!

---------------------

Sì? Sì, arrivo subito. Ci vediamo tra 15 minuti.

Sarà meglio che mi liberi se devi andare via.
Tranquillo, ci metto un attimo.
Senti Meggy devi liberarmi.
No, non devo.
Ma devo andare a lavorare.
Torno prima che tu debba andare a lavoro e ti accompagno io.
No ma che cosa stai facendo con il ballgag?
Shhhh....
HAHHO HEHHI HHUHHA HHOHA HOH HAHHIAHHI HUI
Aspettami qui eh? Ciaooooooooo
Hehhi HIHEHAHIIIIII!!!

---------

Allora Meggy, è piaciuto a Luca il tuo regalo di compleanno?
Cavoli! Mi sono dimenticata...Stanotte l'abbiamo usato e quando stamattina mi hai chiamata sono uscita senza liberarlo....
Ma come?! Erano le 12 quando ti ho chiamata, ora è quasi l'una!
Hai ragione...cazzo mi ammazza! Aspetta che lo chiamo.

Ciao sono Margherita, non sono in casa, lasciate un messaggio dopo il bip
Ciao amore, so che mi senti. Scusa ma mi sono dimenticata di te. Ora sono dalla Ludo a mangiare ma torno il prima possibile. Tieni duro eh.

Bene, ho risolto. Ora finisco di mangiare e poi torno a casa. Comunque sì, è stato proprio divertente. Anzi guarda.

Ludovica guardò il cellulare. Luca era sdraiato sul letto a pancia in sù, con i polsi ammanettati alle sbarre del letto. Le gambe divaricate, fissate agli angoli con dei foulard alle caviglie. Il collare al collo, il bavaglio con la pallina in bocca e la benda sugli occhi completavano l'opera...

2 ore dopo.


Ok,lo ammetto, ho sbagliato. Però ti prego amore non essere arrabbiato. Shhhh, sono qui. Ok, ok, scusa, non arrabbiarti. Sono stata via più tempo di quanto pensassi. Adesso ti tolgo questa roba, puoi non urlare? Non urlare dai. Ora ti spiego...
Sei una cazzo di stronza!!
No senti puoi ascoltarmi per favore? E non urlare! Ecco, ora suona pure il telefono. Stai buono e fammi parlare.
HEHHI!!!
Pronto? Ah ciao. Non so, tra quanto? Ah sei già qua sotto? Va bene scendo.
Amore scendo un attimo. Torno subito non preoccuparti, non voglio fati male. Amore adesso calmati, sai che non ti fare mai del male. Torno subito, hai capito? Bravo amore. Ciaoooooooo.
HEHHIIIIIIIIIIII!!

Monday, November 21st 2011 - 05:35:04 PM
    
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Una storia di: Sabrina Venusiana

La vicenda risale a qualche mese fa...Spero vi piaccia!

Ieri sono caduta nella sua trappola. Mi ha portato fuori per
un aperitivo e mi ha fatto bere un pò troppo... Tornati a casa mi ha invitato a
farmi una doccia e a tornare da lui nuda. Mi avvicino e mi lascio bendare.
Sento che mi mette dei gambaletti sule braccia, quindi un collant sulle gambe.
Ha tolto il tassello sotto e sento l'aria. Quindi mi infila un body ma senza
allacciarlo sotto l'inguine. Mi lega le mani dietro la schiena e poi me le lega
al busto. Sento che maneggia con un foulard, mi invita ad aprire la bocca e mi
infila tra i denti un grosso nodo, quindi mi lega dietro la nuca i lembi liberi
del foulard. é ben stretto, non c'è modo di farlo cedere e il grosso nodo in
bocca mi obbliga a semplici mugolii, non soffocati ma incomprensibili, quelli
che piacciono a me. Quindi sento le dita di romeo cominciare ad accarezzarmi,
davanti e dietro. Sono inerme, sono in piedi legata, bendata e imbavagliata e
ho perso l'orientamento, non so come muovermi quindi resto ferma ma mugolo
terribilmente. Sono eccitatissima, Romeo allora prendo un dildo, un butt plug
(quelli con il fondo piatto) e me lo infila dietro. E' grande e fa fatica a
entrare, lo ammetto. Poi ne prende un secondo piccolino, ricurvo, una new entry
che non aspettavo e me lo infila nella vagina. Non sto più in me... Romeo
prende con due dita l'estremità del butt plug e lo spinge in avanti per
invitarmi a camminare, in quel momento lo maledico e mugolo la mia vendetta ;-
)! Mi allaccia il body e ora sento ancora di più gli intrusi. Mi fa sedere
sulla sedia, per fortuna non sono scomodi. Sento che armeggia con una corda e
mi lega i piedini uniti e appaiati prima di legarli allo schienale della sedia
incaprettandomi. Mi lascia da sola, sono in salotto. Va in cucina, poi torna e
accende la televisione. Mugolo, mi parla e mi chiede se voglio qualcosa...
MMMMHHPGGGM! Saranno passati pochi minuti o forse mezz'ora, non so ma sono
eccitatissima quando sento suonare il campanello. MMMNNPPPGGHHH! Chiedo aiuto
ma Romeo sorride, è tranquillo. Apre il cancelletto mentre spinge la sedia
oltra la porta che separa al primo piano quella che è una sorta dii "zona
notte", mi tranquillizza e chiude la porta. Aguzzo le orecchie, è un suo amico
che aveva invitato per vedere la partita. Andrea, il suo amico, chiede di me e
sento che Romeo dice che sono fuori con amiche... Vorrei mugolare ma ho paura
di essere sentita da Andrea. Comincia la paertita, Romeo, con una scusa viene
dalla mia parte. Sono vicina alla porta che sento aprire, mi immagino di essere
vista da Andrea! Romeo aveva preparato dell'acqua, mi toglie il bavaglio zuppo
di saliva e mi aiuta a bere. Lo maledico ma mi piace un sacco la situazione.
Bevo e prometto a Romeo che l'indomani gliel'avrei fatta pagare! Romeo sorride
e mi imbavaglia di nuovo. Poi sento che mi accarezza con una mano, non capisco
salvo poi sentire all'improvviso partire una vibrazione: avevamesso un anellino
vibrante sul dildo dentro la vagina. Lo odio, mugolo MMMMPPPHHHH
JJKMMMMGGGHHHH!, lui ride, mi bacia e sento che chiude nuovamente la porta.
Perdo la cognizione del tempo, solitamente l carica dura circa 40minuti, a me è
sembrata infinita. Ovviamente sono venuta dopo un pò.Odio quella vibrazione
così eccitante. All'inizio del secondo tempo Romeo ha un'altra sorpresa: Torna
per farmi bere, lo maledico come posso prima di mordere con i denti la pallina
rossa della ball gag. Non immaginavo arrivasse a tanto ma ROmeo aveva previsto
un anellino anche sul butt plug nel mio sederino.... Lo attiva premendo il
pulsante e torna da Andrea. Tralascio i quarantacinque minuti trascorsi
convivendo con il grosso intruso vibrante... La partita finisce e Andrea torna
a casa. Romeo apre la porta e mugolo di tutto, sono sfinita. Romeo mi slega, a
fatica riesco a spogliarmi, anche degli intrusi, quindi mi faccio la doccia.
Sono ancora eccitatissima e chiedo a Romeo di farmi dormire legata, Con dei
vecchi collant mi lega i piedi e le mani davanti. Quindi con altri due mi
mummifica completamente infilandomene uno sulle game e uno (a cui aveva
tagliato il piede) sulla testainfine li unisce legango insieme e intorno al
corpo le gambe restanti. Mi sistema sul letto, mi copre e spegne la luce. Passo
la notte legata e bendata, bellissimo....
Sabrina

Sunday, November 20th 2011 - 12:48:48 PM
    
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Una storia di: Sabrina Venusiana

Ciao a tutti, è tanto che non scrivo su questo sito anche se ho sempre continuato a leggere le storie pubblicate. Io e Romeo (il mio compagno, per chi si ricorda i miei vecchi racconti)viviamo sempre insieme e continuiamo a praticare il bondage in maniera molto dolce anche se efficace. Negli anni abbiamo anche scoperto che a me piace vestire Romeo da donna e, fortunatamente, anche lui si diverte. Ultimamente poi abbiamo coinvolto nei nostri giochi anche Stafania, mia sorella. Quello che segue è proprio un'esperienza condivisa con lei, se vi piace il genere mi riprometto di raccontarmi ancora.
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Stefania è arrivata verso le 4, io l'ho aspettata in stazione, abbiamo fatto due passi poi siamo venuti a casa. Ho sistemato le sue cose mentre lei si faceva la doccia. Passeggiando l'ho coccolata un pochino ma le avevo promesso altro e implicitamente me l'aveva chiesto anche lei. Quando ci leghiamo c'è un'intimità particolare, una silenziosa unione, io mi occupo di lei e lei di me. Quando è uscita dalla doccia si è vestita comodamente, ovviamente body e collant. Io avevo anche una maglia aderente sopra. L'aspettavo, mi voleva legare e mi sono goduta il momento. Non è molto pratica con le corde e ha usato vecchie calze e collant, più un grosso foulard con un nodo centrale che mi ha infilato tra i denti imbavagliandomi in maniera molto comoda ma efficace. E' stata brava e veloce, mani dietro la schiena, gomiti, busto, poi ginocchia, piedini...ero come un salamino. Si è sdraiata al mio fianco e mi ha coccolato un pò, poi si è messa seduta appoggiando la schiena alla testiera del letto e ha cominciato a giocare con i miei piedini, li accarezzava tenendoli in grembo, li massaggiava e si raccontava, voleva essere ascoltata, io, imbavagliata, non potevo risponderle ma non era necessario in quel momento. Non so quanto tempo io sia rimasta legata ma mi è piaciuto un sacco. Le ha fatto bene parlare, raccontarsi un pò. Mi ha tolto il bavaglio, abbiamo parlato ancora, poi abbiamo cominciato a ridere e scherzare, io non ero in una posizione di vantaggio, lo riconosco, dovevo fare attenzione...mi ha imbavagliato di nuovo, girato sulla pancia e mi ha incaprettato prima di cominciare a solleticarmi ovunque. Poi mi ha liberato di nuovo dal bavaglio e l'ho convinta a slegarmi promettendole di occuparmi di lei al meglio! COme ho fatto con Romeo mercoledì le ho messo una calza in testa e sopra una mascherina sugli occhi e un altro foulard con nodo come bavaglio. Le ho infilato due gambaletti sulle braccia, legato i polsi dietro la schiena, collant legato ai polsi passato sopra la schiena, in mezzo alle gambe e di nuovo ai polsi. Secondo body allacciato sotto l'inguine e maniche legate attorno al busto. Con vecchie autoreggenti le ho legato le ginocchia e i piedini. Quindi ho preso un collant XL (ne tengo nell'armadio solo per questi momenti) e ho infilato le sue gambe dentro una gamba del collant, la seconda invece l'ho fatta passare sopra la seconda spalla e legata alla legatura del busto. Una bella mummietta! Mi sono sdraiata vicino a lei e l'ho accarezzata un pò, massaggiata, coccolata. Si era rilassata al punto da addormentarsi quasi. Le ho tolto il bavaglio, e l'ho lasciata nel dormiveglia, ho spento la luce del comodino e lasciata riposare. Ero in cucina, è tornato Romeo ed è andato in doccia. Nel frattempo Stefania si è svegliata e mi ha chiamato. Romeo è uscito in accappatoio e ha salutato mia sorella a cui nel frattempo avevo tolto la mascherina e la calza dalla testa. Stafania ha raccontato a Romeo il nostro pomeriggio, lui le ha fatto i complimenti per essere una bellissima mummia. LEi ha detto che era l'unico non ancora stato legato nel pomeriggio... Tralascio tutti i discorsi fatti in pochi minuti... Ho preso a Romeo una calzamaglia nera e una maglia aderente sempre nera, un completo intimo da sci. Imbavagliato con un foulard e ho cominciato a legarlo sul letto, mani e gomiti, braccia al busto, ginocchia e piedini e infine incaprettato. Stafania era ancora legata, era impossibile che riuscissa a slegarsi da sola. Romeo era incaprettato e aveva la testa dalla parte dei piedi di Stefania. Mia sorella mi ha chiesto di slegarla e lì ho comunicato il mio piano: Romeo avrebbe slegato Stefania non prima però che lei non avesse slegato lui. Non a caso avevo tolto il bavaglio a Stefania mentre avevo legato Romeo con tante calze, soprattutto i piedini ma i nodi erano tutti fiocchi semplici. Quindi Stefania avrebbe dovuto prima slegare I piedi di Romeo, quindi la calza che lo incaprettava. A quel punto Romeo si sarebbe potuto spostare e avvicinare i polsi ai denti di Stefania. Una volta libero l'avrebbe slegata. Entrambi si sono lamentati ma in fondo era divertente! Stafania ha cominciato a divincolarsi come un lombrico, ha raggiunto i piedini di Romeo. Apro una parentesi: con più calze avevo legato le caviglie, le punte, le piante e un'ulteriore calza sopra a tutto. Avevo fatto dei fiocchi semplici ma avevo sottovalutato quanto fosse difficile raggiungere i lembi liberi delle calze quando si è legati completamente come salami! Mi sono divertita a guardare e filmare i due: Romeo mugolava, Stefania si dimenava, dava istruzioni a Romeo, prendeva le misure...e si tuffava sui suoi piedini. Romeo nel frattempo si dimenava e mugolava a sua volta. Stefania cercava di afferrare le calze ma in reltà mordicchiava i piedi di Romeo o gli faceva il solletico. E' stata lunga ma ala fine ce l'hanno fatta! Romeo, con i piedi finalmente liberi, si è seduto e stafania gli ha liberato i polsi. Ha finito di slegarsi completamente, sbavagliato, quindi ha cominciato a liberare mia sorella... Inutile dire che poi me l'hanno fatta pagare...
Un saluto a tutti, a presto
Sabrina

Friday, November 18th 2011 - 12:14:11 AM
    
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Una storia di: LucaBondage

Che scherzo di merda. Un pomeriggio intero e 200 euro per cercare tutti gli accessori del suo vestito da strega, senza contare le due ore di macchina sola come un cane per arrivare in quella catapecchia fuori città, per poi non trovare nessuno. Certo, la location della festa era realmente inquietante, peccato che non ci fosse nessuna dannata festa!!
Erano ormai più di venti minuti che gironzolava per la casa, ma di anime vive nemmeno l'ombra. Anzi, sembrava che nessuno ci mettesse piede da più di un secolo! Alessia provò a richiamare per l'ennesima volta la sua nuova collega, Margherita, ma il cellulare non prendeva. Cristo santo, questa me la paga! Stava per perdere le staffe, risalire in macchina e mandare tutti a fanculo, quando di fianco all'ingresso notò una porticina. Si mise in ascolto, ma non sembrava ci fosse dentro nessuno. Vuoi vedere che sono lì dentro e mi stanno facendo uno scherzo del cazzo? Provò a tirare la maniglia, e in effetti la porta era aperta. Fanculo, io entro, se è uno scherzo bene, me l'hanno fatta, ma almeno non sto passando il peggiore Halloween della mia vita. Fece un respiro profondo, ed entrò.
Alessia ebbe un sussulto. La luce della sua piccola torcia illuminava un uomo, in piedi contro la parete della cantina. Era nudo, con i polsi e le caviglie legate a x con delle corde. Aveva in bocca una grande palla rossa, allacciata con un cinturino di cuoio, mentre il resto del volto era coperto da un cappuccio in latex. Uno spago sottile legava la base del pene e i testicoli, ai quali erano applicate due mollette di metallo, collegate a quello che sembrava essere il generatore della casa. Ecco perchè non funzionavano le luci.
Prima che Alessia potesse dire qualsiasi cosa l'uomo iniziò a dimenarsi e a mugolare. Ebbe un pessimo presentimento e si girò di scatto, giusto in tempo per vedere una figura apparire sulla soglia...

Diavolo, questo sì che è imbarazzante.
Mi spieghi cosa diavolo sta succedendo? E' mezzora che giro per casa come una cretina.
Hai ragione, scusami. Il fatto è che i miei amici sono sempre in ritardo. Ho detto a tutti alle 10.30, ma sapevo bene che non sarebbe arrivato nessuno prima delle 11. Purtroppo non ho pensato che c'eri anche tu, che sei sempre molto puntuale. Quello è il mio ragazzo, Luca, e ha delle passioni...diciamo un po' particolari. E' stato così gentile da prestarmi questa casa per la festa di Halloween che ho dovuto ricambiare. La cosa divertente è che ogni volta che qualcuno prova ad accendere la luce si prende una bella scossetta. guarda.
MMMMPPPGGGHHHHFFFF!!!
Uhm, però quel bavaglio va stretto. Non vorrai mica che qualcun'altro ti trovasse così conciato, vero amore?
MMMMPPPFFFHHHGG!
Ecco, così va meglio. Ora Ale andiamo di là, che inzio a presentarti gli altri. Ciao amore, ci vediamo tra qualche ora. Non scappare eh?

Monday, November 14th 2011 - 08:07:33 PM
    
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Una storia di: Mario

Una semplice esperienza di vita. Qualcuno si annoierà probabilmente (una storia del genere l'avrete sentita milioni di volte) ma, questo, è un racconto che scrivo anche per me stesso, per rivere e non dimenticare un momento bellissimo che ho vissuto ben tredici anni fa.

Ebbene si, ce l'avevo fatta. Era lì, davanti a me, immersa nella sua bellezza della quale era pienamente consapevole. Girava la voce che fosse particolarmente propensa per i preliminari con la P maiuscola, nel senso che non aveva pregiudizi su niente. Le piaceva divertirsi davvero. Era ciò che cercavo.
18 anni, una sola esperienza alle spalle, quando legai e imbavagliai quella mia amichetta all'età di 9 anni. Non era stato un episodio, come dire, "erotico", solo un gioco che avevo fortemente voluto e che lei aveva accettato. Non bastava, non bastava assolutamente. Avevo bisogno di qualcosa di nuovo, di rivivere quell'emozione, quel brivido caldo e forte che trasforma il sogno in realtà. Avevo bisogno di annodare il bavaglio, di sentire i mugolii come fossero una sinfonia classica, di vedere da vicino, e non attraverso uno schermo televisivo o cinematografico, una ragazza divincolarsi tra le corde. Non era facile. Come potevo fare? Provarci, riuscirci, portarla a letto...e poi? Legarla e imbavagliarla come fosse un rapimento? E se si fosse spaventata? Per una cosa del genere rischiavo una denuncia. Non ne valeva la pena, però ne avevo bisogno, un bisogno sacrosanto. Dovevo "rimorchiare" una ragazza che fosse, come dire, esperta. Una di quelle che al liceo si sono fatte un nome scopando a destra e manca. Una di quelle con l'appellativo di "puttana". Una di quelle che non si fanno problemi a realizzare un'innocua perversione, a darsi come disponibili a tutto. "Tutto" poi...neanche avessi il bisogno di seviziare e torturare qualcuno. Il punto cruciale era che io avevo una vita sessuale discretamente attiva, a 18 anni. Ma non avevo mai avuto il coraggio di osare. C'ero andato vicino tappando la bocca ad una ragazza che mi ero scopato, durante la penetrazione. Un po' scarno come bottino no?
Elisabetta. Era molto bella, femminile, curatissima. Aveva la mia stessa età ed era, a quanto si diceva, una ragazza abbastanza facile. Un mio amico che era stato con lei me ne aveva parlato come di una pompinara doc, e, per quanto assurdo, a me questo neanche interessava troppo. Certo, magari è particolarmente brava a succhiare il cazzo, ma così se ne trovano a milioni! Comunque, a prescindere da questo, dovevo portarmela a letto...tutto poi sarebbe successo in modo naturale.

C'ero riuscito. Con Elisabetta eravamo in tresca. La ricreazione la passavamo assieme, spesso pomiciavamo e nella seconda uscita serale, nella mia macchina appena compratami dai miei genitori, lei aveva inaugurato il nostro rapporto nascente rendendomi il pene un calippo consumato. Ci sapeva fare la ragazza.
Quando si muoveva troppo, o parlava troppo...insomma, quando avevo l'occasione tastavo il territorio, non privo di una certa emozione: "guarda che se non stai ferma ti lego". Non avevo grandi risultati il più delle volte, nel senso che la frase le entrava in un orecchio e usciva dall'altro. Una sera poi, ridendo e scherzando, le dissi: "se continui a dire cazzate prendo provvedimenti eh!". Col sorriso sulla bocca mi rispose: "ah si? e che fai? mi metti un bavaglio?". Ecco, ciò che volevo sentire. Non mi feci sfuggire il momento: "eh, potrebbe essere una soluzione efficace."
Era chiaro, lei mi aveva risposto in modo innocente. Io, però, quella frase la sentii in un altro modo: "perché allora non mi leghi e imbavagli a casa tua sul letto prima di fare sesso?". Bhé, purtroppo sapevo che la sua risposta non era stata esattamente questa...però dai, non era la tipa da impressionarsi per un sensuale bavaglio no? In fondo mica le avevo detto "se non stai zitta ti frusto fino a farti uscire il sangue".
Avevo l'abnorme fortuna di avere una seconda casa in città. Era la casa di mia nonna, morta qualche anno prima, rimasta vuota ma comunque utilizzabile. Mi sentivo un po' una merda ogni volta che portavo una ragazza lì, ma non amavo il sesso in macchina e, in fondo, non c'era niente di male. Non stavo profanando niente. Un sabato sera di quel periodo ci portai anche Elisabetta. Era scalmanata...aveva una voglia di sesso incredibile. Poco dopo essere entrati in casa iniziò a baciarmi con molto vigore. Ansimava già. E che cazzo! O le piacevo da morire oppure era una ninfomane da curare! Aveva un'energia incredibile. Spostati in camera da letto mi tolse il maglione, sbottonò i pantaloni e si piegò per dare sfogo alla sua passione per i pompini. Ora o mai più. Prima che iniziasse la feci alzare. La feci sdraiare sul letto, con me sopra e iniziai a provocarla (anche per rallentare un po' la situazione che in quel modo si sarebbe presto conclusa). Fu fin troppo facile: iniziò a parlare a rotta di collo...parlava parlava parlava. Erano per lo più prese in giro nei miei confronti, in modo scherzoso. Era il momento. Furbamente, nel pomeriggio avevo preparato il kit. Nel cassetto del comodino affianco al letto avevo piazzato foulard, calze, un rotolo di nastro da pacchi (che probabilmente non avrei usato, forse era un po' troppo rischioso). Senza preoccuparmi che mi notasse, tirai fuori dal cassetto uno dei foulard. Mi guardava dritto negl'occhi con sguardo provocante. Aveva capito qualcosa, perciò si ammutolii. Intensificò lo sguardo passionale. Afferrando il foulard con entrambe le mani, glie lo poggiai sulla bocca, spingendo piano. Prima alzò un braccio, posandomi sulle labbra due dita che leccai, poi (assurdo!!!) portò entrambe le braccia sopra la testa, incrociando i polsi, come per dire "legami, che aspetti?". Dovevo andarci piano. Mi sollevai, rimanendo in ginocchio, sollevando anche lei. Iniziammo a baciarci, questa volta in modo molto più sensuale, non nevrotico. Con quel foulard che le tenevo un attimo prima sulla bocca, con molta cautela, le portai le braccia dietro la schiena e iniziai a legarle i polsi. Porca troia, ci stava! Ero emozionatissimo, cercavo di non darlo a vedere. E li se ne uscì con una bella frase: "lo sai che non mi era mai capitato che mi legassero?". Le risposi che c'è sempre una prima volta. La legai in modo dolce. Presi dal cassetto un altro bel foulard. Fece un'altra interessante uscita "e adesso che fai? mi imbavagli anche?". Detto, fatto. Una volta annodatole il bavaglio dietro la nuca mi fermai a guardarla. Mi guardava con quell'espressione provocante. Fece uscire un mugolio eccitante. Le tolsi le scarpe, poi i pantaloni, poi i calzini. Le massaggiai i piedi, le piaceva. Poi glie li leccai un po'(per fortuna, almeno quella, non era una novità). Le abbassai le mutandine, le leccai la fica. Da quel foulard uscivano mugolii che avrei voluto registrare su cassetta e risentire all'infinito.
Decisi di cambiare la situazione. La slegai per rilegarla alla spalliera del letto. Ma che cazzo, sembrava un sogno...si faceva fare tutto!! La leccai tutta, la stimolai in ogni parte del corpo. Quando la slegai definitivamente, per fare sesso, si scatenò su di me. Le tenevo spesso la mano sulla bocca. La cosa che più mi faceva piacere, era la sua incredibile partecipazione: mugolava di piacere, non aveva alcuna vergogna.

La storia con Elisabetta finì presto...fu una di quelle storielle da scuola superiore, ma fu la mia prima VERA volta. Sono passati tanti anni eppure è un ricordo piuttosto nitido. Fu davvero bellissimo. Fondamentalmente il bondage, quella notte, durò poco...anche perchè non avrei potuto tenerla tutto il tempo legata e imbavagliata...ma fu una liberazione enorme, e quei pochi minuti mi diedero emozioni e sensazioni come se fossero state ore. Fortunatamente ho vissuto altri bei momenti del genere nella mia vita, ma questo, col fatto che è stata la prima vera volta, è ancora avvolto da un alone di magia.

Friday, November 11th 2011 - 04:37:16 PM
    
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Una storia di: Imbavagliato

Tempo fa fui invitato da Marco un amico di vecchia data a passare una giornata da lui per raccontarci i bei tempi passati in gioventù; chiacchiera più chiacchiera meno si fa ora di cena e Marco mi chiede se volevo stare li a cenare io dissi che andava bene allora iniziammo a preparare ,poi Marco disse:”prepara la tavola mentre io vado in cantina a prendere da bere” , io preparai la tavola poi vedendo che Marco tardava a venire dalla cantina decisi di chiamarlo se aveva bisogno, non rispondendo andai verso la cantina scesi le scale ma appena arrivato infondo subito una mano con un panno mi tappò la bocca e il naso, mi dimenai ma il panno era imbevuto di etere e persi i sensi.
Quando mi svegliai mi trovai con mani e piedi legati ad una sedia e un pezzo di nastro adesivo mi tappava la bocca; mi guardai un po’ intorno e vidi Marco che mi fissava, inizia a mugolare e subito Marco mi disse: “non ricordi?” subito non sapevo a cosa si riferisse poi mi venne in mente che una volta mi parlò di certi giochi con corde che faceva da giovane allora scossi la testa per far capire che avevo capito. Allora mi disse che ora invece di farli da solo aveva iniziato a farli con gli amici ai quali aveva raccontato questi fatti
Mi disse se ero d’accordo, io non gli avevo mai raccontato che avevo provato queste situazioni quindi dissi di si.
Allora iniziò a legarmi per bene: iniziò dalle caviglie che le legò assieme poi le gambe sopra e sotto le ginocchia,il busto sempre con corda alla sedia; arrivò alle braccia dietro alla spalliera me le legò sopra i gomiti e poi mi legò i polsi;prese un’altra corda e la fece passare sotto alla sedia prendendo le caviglie e la legò ai polsi così che i piedi li avevo sotto alla sedia e non mi potevo muovere per niente. Finito le legature mi guardò e mi disse :” bel pacchetto; però manca qualcosa!” quindi mi tolse il nastro dalla bocca io dissi:”cosa devi farmi ancora?” e lui:”il nastro non mi convince” detto questo tirò fuori dalla tasca un pezzo di stoffa appallottolato e me lo ficcò in bocca poi prese una bandana anche questa già preparata e me la fece passare tra le labbra così da tenere la palla di stoffa; io mugolai qualcosa ma non di più.
Così impachettato stetti li circa 30 minuti mentre Marco andò a preparare la cena, nel frattempo sentì a suonare il campanello sentì aprire e chiudere la porta poi non sentì più nulla; dopo circa 10 minuti sentì aprire la porta della cantina, mugolai un po’ ma non pensai di vedere quello che vidi: Marco era legato e imbavagliato portato a mo di sacco sulle spalle da una persona a volto coperto da una maschera di pelle tipo sadomaso Marco era anche addormentato;arrivato difronte a me disse:”come sei legato bene!” io cercai di divincolarmi e mugolai ma non c’era modo di muoversi; intanto il tipo prese una sedia e gli mise Marco dopodiche iniziò a legare lui come me;finito ,Marco intanto si era svegliato,il tipo ci mise con le sedie a spalle uno contro l’altro e disse:” Non preoccuparti sono un amico di Marco,immagino che ti abbia detto che gli piacciono queste cose ,così quando invita amici con cui ha condiviso questa passione mi chiama; state tranquilli che fra 2-3 ore vi libererò!”
Prima di andarsene mi mise un’altra bandana sulla bocca e ci bendò; poi ci legò assieme con una cordicella anche al collo così che proprio non potevamo proprio muoverci.
Ogni tanto mugolavamo; dopo 3 ore ci venne a liberare e così finì questa eccitante esperienza

Wednesday, November 9th 2011 - 09:49:00 PM
    
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Una storia di: Mario

Mi presento: mi chiamo Mario, ho quasi 31 anni e condivido con voi l'amore per il bondage. Ho scoperto questo sito da poco, navigando qua e là alla ricerca di un blog o di una pagina - in italiano - che trattasse questo tema, per leggere storie altrui, per confrontarmi con altri miei simili e, perchè no, per raccontare qualcosa anch'io. Non mi reputo esattamente un "esperto" ma in quasi 31 anni di vita qualche esperienza l'ho avuta e, bhè, per quanto riguarda i sogni, posso vantarne una discreta collezione.
Mi è capitato, soprattutto da giovane, di chiedermi per quale motivo le ragazze, o donne, che immaginavo e che sognavo mi apparissero legate e, soprattutto, con un bavaglio che le tappava la bocca. Strano? In realtà non sapevo se lo fosse o meno...sapevo solamente di avere una strana "perversione" (se così vogliamo chiamarla, utilizzando un termine da falsi benpensanti). Era però inconsueto, almeno alla mia mente, avere un erezione o semplicemente sentirmi felice di fronte ad una scena "did" in televisione. Così com'era inconsueta la sensazione di imbarazzo quando a guardare la bella attrice legata e imbavagliata dai rapitori c'era anche qualcun'altro, che fossero i miei genitori, mia sorella o chiunque altro.
Da bambino, avrò avuto 8/9 anni, una volta legai una mia amica più grande di me di tre anni. Giocavamo insieme nel cortile del palazzo e un giorno, salita su a casa mia in un solare pomeriggio d'estate, la legai alla sedia della mia scrivania. Non ricordo minimamente il contesto. E' chiaro, mi lasciò fare con tranquillità, era un gioco. A ripensarci bene non ricordo neanche con cosa la legai, immagino con calze e calzini, forse con qualche laccio con cui facevamo gli scooby-doo. Ricordo bene, però di averla imbavagliata con un calzettone che le annodai dietro la testa e ricordo che le levai scarpe e calzini. Assurdo. Dopo averla slegata mi sembrò folle ripensare all'enorme emozione che provai annodandole il bavaglio: un fortissimo brivido dietro la schiena. In realtà prima di imbavagliarla temporeggiai, come fosse un passo da gigante che non ero pronto a fare. Una volta fatto, mi sembro di volare. Ricordo solo questo. Forse ho avuto la mia prima "esperienza bondage" molto presto, sta di fatto, però, che mi sembrò assurdo.
Crescendo, durante l'adolescenza, ho capito che tutti hanno una passione in ambito sessuale e che agli occhi degli altri appare bizzarra, a volte addirittura assurda. Così iniziai a ritenermi, tutto sommato, piuttosto fortunato. Conobbi amanti della frusta e delle catene, torturatori e quant'altro. A me piaceva, e piace tutt'ora, semplicemente legare e imbavagliare la persona con cui sto e, nei sogni e nelle immaginazioni, showgirl, attrici o, più modestamente, belle ragazze che reputo inarrivabili.
Per finire la mia presentazione: a me piace il bondage in ambito sessuale, dove i partners sono consenzienti, ma mi divertono molto le storie di rapimenti o furti dove una o più donzelle finiscono con l'essere legate e imbavagliate. Ecco, l'unica prerogativa è che il ladro, o rapitore che sia, deve essere un po' un gentiluomo, un lupin o qualcosa del genere. Insomma, uno che faccia capire alla vittima di turno che non ha intenzione di farle del male. Non sono mai riuscito ad eccitarmi con una damsel in distress piangente o ferita o stuprata.

Presto, appena avrò tempo, mi piacerebbe raccontare qualcosa. Anche se ho letto poco (la pagine è ricchissima di racconti), complimenti a tutti e tutte, bellissime storie.

Monday, November 7th 2011 - 07:07:28 PM
    
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Una storia di: LucaBondage

oh, avete già finito i vostri compiti? Bene, a cosa volete giocare bambini? Calcio, Monopoli o che altro? Guardie e ladri? Uhm, ok. Io faccio la ladra? No? Ah, sono la vittima. Ok, perfetto. Come funziona? Ah, dovete legarmi? Oddio, non so se sia il caso, forse un po' troppo realistico no? Ma siete sicuri che i vostri genitori vi permettano di fare questo gioco? Uhm, ok. Iniziamo allora!

Mi avete legata proprio stretta eh? Avete fatto un bel lavoro. Non riesco a slegarmi. Sentite, adesso però slegatemi, il gioco è bello fin che dura poco. Non dovreste diventare poliziotti ora, e liberare la bella ragazza in pericolo? Anche perchè è quasi ora di cena, e avrete fame se non mi slegate. Voi non avete fame? Facciamo così, se mi liberate ora non dirò nulla ai vostri genitori. No, no, non andatevene!

Ragazzi? Ehy?UFF, DOVE SIETE FINITI? Dai, siete proprio stupidi!!

Oh eccovi. Dai ora slegatemi, devo andare in bagno, e guardate, ho le mani viola! Ragazzi? Cosa volete fare con quello? No, non azzardatevi a imbavagliarmi! Non abbiamo mai parlato di bavagli. NO, NON PROVATE NEANCHE A FICCARMI QUEL COSO IN BOCCA! ORA BASTA! RAGAZ-MMMMPPPGGGHHFHFFF!!

Era stata proprio una bella serata per Tanya. Era il suo compleanno, e aveva deciso di festeggiarlo con una cenetta romantica con Andrea, suo marito. Certo, aveva dovuto chiedere un immenso favore a Martina, la loro babysitter, ma alla fine era riuscita a farla rimanere fino a mezzanotte, nonostante il giorno dopo avesse un esame all'università.
Entrarono in casa, ma si trovarono una bella sorpresa. I bambini si erano addormentati sul divano, con la tv accesa e mezzo sacchetto di patatine sul tappeto. Di Martina nessuna traccia. Eppure era suo compito sorvegliarli e metterli a letto presto. E per di più non sembrava fosse neanche in casa. Martina? Ci sei? Si fermò a pochi passi dall'ingresso, osservando suo marito che prendeva in braccio i piccoli e li portava nella loro cameretta. Avrebbero fatto i conti domani, a colazione. Al momento dovevano trovare Martina. Ma dove diavolo si era cacciata?
Tirò fuori dalla borsa il cellulare, e la chiamò. Il telefono squillava, ma non rispondeva nessuno. Nel silenzio si accorse di un rumore dietro il divano. Andò a vedere. Era la borsa di Martina, con dentro il suo cellulare che vibrava. Perfetto. Bussò alla porta del bagno, poi entrò. Vuoto. Iniziava ad innervosirsi. Si tolse il cappotto e si avviò verso la cabina armadio, ma una volta aperta la porta ebbe un sussulto.
Martina era lì, legata e singhiozzante. Era seduta per terra, con la schiena appoggiata all'asta di metallo sul fondo della cabina. I polsi legati paralleli dietro la schiena, legati a loro volta all'asta, come i gomiti e il busto. Le gambe erano legate all'altezza delle caviglie e sopra e sotto le ginocchia, tirate su verso il petto. Vari giri di nastro adesivo argentato ricoprivano occhi e bocca fin dietro la nuca, assicurando anche la testa all'asta.

Oddio, cos'è successo?!
MMMPPPGGHHHFFFF!!
Non dirmi che hai giocato a guardia e ladri con quei due. Ma non lo sai che sono due piccoli boyscout?? Ci hanno provato anche con me una volta...
MMMPPPGGHHHFFFF!!
Però questo non va bene Marti, sei tu che dovresti avere l'autorità, non puoi farti trattare in questo modo.
MMMPPPGGHHHFFFF!! MMMPPPGGHHHFFFF!!
Senti, facciamo così. Mi sei simpatica, e ad essere sincera non ho nessuna voglia di fare colloqui per cercare un'altra babysitter.
MMMPPPGGHHHFFFF!!??
Sì, hai capito bene, dovrei licenziarti per quello che hai fatto. E se fosse scoppiato un incendio? Comunque...stasera sono buona, in fin dei conti è il mio compleanno. Facciamo così, con mio marito ci parlo io, non devi preoccuparti. Però questa notte pensa a quello che hai fatto. Domani mattina, dopo che mio marito sarà uscito per portare i bambini a scuola parleremo. Per ora...Buonanotte|
MMMPPPGGHHHFFFF!!
MMMPPPGGHHHFFFF!!

Monday, November 7th 2011 - 07:01:29 PM
    
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Una storia di: Miles Hendon


INCONVENIENTI DI UN AMORE SEGRETO

seconda parte








Restò via tutta la mattina e buona parte del pomeriggio. Nel frattempo io ricevetti una chiamata da mia madre che voleva, giustamente, sapere che fine avessi fatto: del resto la mia auto era ancora nel parcheggio di casa e di me non c’era traccia. Non poteva immaginare che fossi bloccata in una stanza a pochi metri da lei. Inventai una scusa, le dissi che comunque sarei tornata per cena e chiusi la comunicazione. Quella intrusione mi riportò di colpo alla realtà:
ero chiusa a chiave dentro la camera da letto del mio vicino di casa, di cui ero follemente e segretamente innamorata persa. E mi ero fatta beccare come una scema, con addosso nient’altro se non una sua camicia e un indecente rossore di vergogna. Lui era andato al lavoro, e mi aveva lasciata lì, senza tv e senza niente da mangiare, rinchiusa in attesa forzata del suo verdetto. Dopo la telefonata e i primi colpi inferti dalla noia di quella prigionia, la fantasia mi scappò del tutto e in breve mi sentii una perfetta idiota. Una idiota in torto, torto marcio. Cosa aveva in mente di farmi, al suo ritorno? Non che fosse molto difficile immaginare i suoi piani intorno ad una ragazza languida e seminuda rinchiusa nella sua stanza da letto. E per dirla tutta nemmeno mi dispiaceva tanto fantasticare sui suoi progetti su di me. Ero tuttavia preda di un’inquietudine che di tanto in tanto virava all’ansia e…
ma non potevo certo chiamare aiuto, tramite il cellulare, quand’anche avessi voluto. Come avrei spiegato la mia posizione?
Era la prima volta che ero costretta a trascorrere così tanto tempo in una stanza chiusa a chiave, e benché confidassi d’essere liberata di lì a poche ore, quella inattività forzata mi riusciva intollerabile.




* * *





Tornò intorno alle quattro, e dopo qualche minuto in bagno, finalmente, si decise a venirmi ad aprire la porta. Riuscii a guardarlo in faccia solo per pochissimi secondi, poi dovetti distogliere lo sguardo. Impossibile comprendere il suo stato d’animo. Avevo torto, punto e basta. Che mi dicesse subito in che modo avrei potuto espiare e mi lasciasse andare. Non mi avrebbe rivista mai più, ero disposta a giurarlo.

- Hai fame? – chiese.

Feci sì con la testa.

- Vuoi andartene? – chiese, ancora.

Era una buona domanda. Non mi mossi, limitandomi a fissargli le scarpe. Sì che volevo andarmene, volevo andarmene e lasciarmi alle spalle quella colossale figura di merda, cazzo, mi ero fatta trovare in CASA SUA, tutta nuda, intenta a strusciarmi nel suo letto come una gatta in calore. E… quel che era peggio, non mi ero poi nemmeno presa la briga di cambiarmi: tenevo ancora addosso la sua camicia, i miei abiti erano sul pavimento, in un mucchietto. Dio, come avevo potuto essere così… così…

- Vuoi andartene? – ripeté.

Mi strinsi nelle spalle. Forse “sì” sarebbe stata la risposta giusta, in fondo ero stata punita abbastanza, avevo avuto tutta la mattina per riflettere sulla gravità delle mie azioni: violare di nascosto la sua intimità domestica, una cosa da pazzi. Ma andarmene e basta…? Finire in quel modo…? E in quale altro modo, allora?

- Vuoi andartene sì o no?
- Mi stai cacciando? – dissi alla fine, con un mezzo stupidissimo sorriso. Voleva essere una battuta, indubbiamente la più fiacca e insipida battuta senza senso di tutta la mia vita.

- Ti ho solo fatto una domanda. Una domanda, per la precisione, che ti ho ripetuto tre volte.
- Posso andarmene? – chiesi, tornando seria.
- No che non puoi. Ma se VUOI… conosci la strada.
Che discorso era? “Non puoi ma se vuoi…”
- Io ti amo. – dissi. Non so perché, ad un tratto mi parve che quella dichiarazione avrebbe rimesso tutto a posto. Ed era strano, ma mi sentii salire un groppo in gola. Mi resi conto di non aver mai pronunciato quelle parole con tanta convinzione.

Lui rise, ma non come se volesse deridermi. Sembrava la risata tenera di un adulto che avesse appena sentito una ingenua sciocchezza da parte di una bambina.

- In piedi.

Obbedì, mi alzai, continuai a guardare a terra.
Lui mi prese per un braccio, con decisione ma senza farmi male, e con fermezza mi obbligò a girarmi contro il muro. Spinse con la mano tra le mie scapole fino a quando il mio corpo non aderì alla parete, la guancia contro l’intonaco freddo.
Un secondo dopo le sue mani mi stavano passando su tutto il corpo. Non mi stava palpeggiando, sembrava mi stesse perquisendo! Era un contatto così impersonale da risultarmi quasi sgradevole e... Bé… QUASI, appunto. Mi passò le mani sulla gola, sulle spalle, le braccia, portandomele in alto e puntandole sul muro; poi scese lungo le braccia, palpò il petto, provai a staccare le braccia dal muro, me le rimise in posizione senza tanti complimenti, continuò la sua perquisizione, senza soffermarsi, decisi di lasciarlo fare, continuò… Infine mi prese i polsi e me li portò dietro la schiena. Seppi subito cosa stava per succedere, e il gelo del metallo confermò i miei sospetti.

Un istante dopo ero ammanettata, ero in stato di arresto, con le chiappette all’aria e un ridicolo dolce languore nel ventre cui diedi il benvenuto chiudendo gli occhi, rapita. Lui mi girò come fossi stata una bambola di pezza. – Guardami. – Disse.

Riuscii a guardarlo. Incatenata, chissà perché, riuscivo finalmente a fronteggiare il suo sguardo. Diomìo, non avevo mai desiderato così tanto qualcuno. Sperai che mi chiedesse di inginocchiarmi, l’avrei fatto, l’avrei fatto anche se non me l’avesse chiesto, ad un tratto era quello il mio posto e mi stava benissimo, avevo atteso tutta la giornata, forse tutta la vita quell’istante, trovarmi inerme ai suoi piedi, potergli dare piacere, e subirlo, subire il suo tocco, le sue mani grandi, il mio posto nel mondo…
Invece mi baciò. Mi colse di sorpresa e dovette farsi spazio tra le labbra, ero incredula e felice, mi prese per i capelli, tirando, obbligandomi a rovesciare la testa indietro, schiacciandomi al muro, si insinuò dentro la bocca e a quel punto lo accolsi, lasciando che versasse dentro di me quel bacio profondo, il più profondo e più caldo dei baci che avessi mai ricevuto. Bevve da me, succhiò, mi fece sua con un bacio, e lo fece a lungo, prendendosi tutto il tempo del mondo. Mi sentii felice, pur inerme, e più femmina che mai.
Fu l’ultima cosa dolce che fece.
Mi portò a letto, mi costrinse a sedermi mentre ancora cercavo la sua bocca, stordita e felice. Uscì dalla stanza e rapidamente tornò con una lunga corda tra le mani. Provai paura, paura ed eccitazione insieme, paura ed eccitazione fecero un frontale dentro di me dandomi uno scossone di realtà. Provai a sottrarmi, ad un tratto intimorita dalla sua determinazione: ero una ragazza inerme, già ammanettata, e sembrava seriamente intenzionato a bloccarmi le braccia e chissà cos’altro! Provai a dire no, non volevo più, le manette bastavano, ma in tutta evidenza non bastavano a lui; legò le mie braccia al busto e non si curò di non stringere o stringere poco. Passò la corda sui seni, strizzando, poi sull’addome, in breve fui immobilizzata dalla vita in su, assolutamente scomoda, alla sua mercé. Mi girò ancora senza alcuno sforzo. Dissi no, ancora no, non volevo, ma stavo solo recitando un copione, in realtà lo volevo. Volevo lui, naturalmente, e a volevo ancora quei baci e pure le sue carezze rudi, ma non quella corda né sentirmi così impotente, così inerme, per quanto il desiderio di appartenergli mi divorasse.

- Ti prego! – dissi, e mi venne fuori un tono fin troppo allarmato. Ero allarmata. Non potevo resistergli, tantomeno così legata.

- No, piccola. – disse lui, ansimava. Mi teneva una mano sulla nuca, premendo la mia testa contro il letto. Udii il tintinnio della fibbia della sua cintura, scalciai ma senza troppa convinzione più per la consapevolezza della mia impotenza che per desiderio autentico, a quel punto.

- Tutto quello che vuoi ma non così, ti prego… - piagnucolai; lacrime da coccodrillo sul latte versato.

- Non sono stato io ad invitarti, bella… - fece lui, parlandomi all’orecchio, la voce bassa e fonda.

- Non così, così non voglio non…
- Devo tappartela, quella bocca bugiarda…? - mi chiese, parole calde nel mio orecchio rovente.
- Dio, sì …. sì – dissi. E lui mi imbavagliò.





* * *




Non fu dolce, non si curò del mio piacere, in un primo momento piansi e tentai di dargli del bastardo attraverso lo spesso bavaglio, terrorizzata all’idea che i miei, a pochi metri oltre la parete, potessero sentirmi. Era come uno stupro e nello stesso tempo non era uno stupro. Ero sua, lo volevo ma…
Puntò direttamente il mio ano, e cominciò a spingere deciso. Solo in seguito avrei riflettuto di aver ironizzato su quella eventualità giusto poche ore prima. Mi fece male, era la prima volta in vita mia che lo facevo in quel modo, che mi veniva fatto in quel modo, entrò dentro di me. D’un tratto fu dentro, mi abbandonai ad un grido roco che lui dovette ulteriormente contenere, premendo con la mano sul bavaglio di stoffa che mi riempiva la bocca. Piegata come un animale a novanta gradi sul bordo del suo letto, ero a quel punto assoggettata e dovetti smettere di opporre resistenza, mio malgrado. Mi feci forza, il dolore ad un certo punto stemperò in qualcosa che era esattamente a metà lungo la strada del piacere. Viscida di sudore, smisi di singhiozzare ma lui continuò a tenermi la bocca tappata con la mano malgrado il bavaglio e mi piaceva. Mi piaceva sentirlo dentro il mio corpo in quel modo, sentirlo impennarsi dentro di me e spingere ancora come un aratro nella terra, come volesse uscirmi dall’altra parte. Impalata dall’uomo dei miei sogni, aldilà di ogni mia romantica, sciocca, immatura, caramellosa fantasia.
Venne in getti caldissimi che furono delizia autentica, un istante che avrei voluto durasse per sempre e mai più tornare ad un vita senza quel piacere, morire in quel momento non sarebbe stato come morire, le contrazioni del suo cazzo riverberavano lungo il mio corpo, strumento perfettamente accordato a lui, a quel punto e per sempre. Venni anch’io al più breve tocco della sua mano sulla mia passerina che era un lago molle e bollente, come tutto il resto di me.





* * *





Restò ansimante qualche minuto, io ancora tutta legata adagiata acconto a lui, scomodissima e felice. Dopo pochi minuti di silenzio, mi tolse il bavaglio e prima che io potessi proferire verbo mi baciò di nuovo. Mi piaceva, ma non ne potevo più di quelle corde e di quelle fottutissime manette. Provai a dirglielo, ma mi ignorò continuando a baciarmi la bocca con invitante avidità.
Finalmente prese a trafficare coi nodi, mi liberò dalle corde ma mi lasciò le manette e il bavaglio fradicio attorno al collo. Aveva recuperato le forze, si distese, mi misi su di lui e mi impalai lentamente. Lasciai comunque che fosse lui a guidare il gioco, con le mani strette ai miei fianchi, andammo avanti così, piano.





* * *





- Me le togli, le manette? – domandai, per rompere il silenzio. Tenevo la testa sul suo petto. Lui mi stava accarezzando i capelli e la guancia, ma non parlava.

- Dopo. – disse lui.
- Sai cosa? – feci io
- Non lo voglio sapere. Mi piace il silenzio, dopo…
- Uff… perché non mi imbavagli di nuovo? – dissi io. Mi venne fuori un poco acida, c’erano mille cose che avrei voluto dirgli.
- Sì – disse lui, cogliendo il sarcasmo.
- Ho sognato questo giorno mille vo… - iniziai.

Lui, con fermezza, mi premette la mano con cui mi stava accarezzando sulla bocca. Mugolai, stranamente deliziata, mi contorsi accanto a lui. Ero già pronta a rifarlo, se lui avesse voluto, e se avessi avuto le mani libere non avrei atteso il suo consenso. L’avrei mangiato seduta stante, di baci. Non mi sfuggì la sua erezione, dabbasso.





* * *





- Tanto per chiarire – disse lui – non ho l’abitudine di sodomizzare fanciulle indifese.
- Ah, no? – dissi io. Ero raggiante, non riuscivo a smettere di sorridere. Non mi ero mai sentita così sexy come in quel momento.

L’avevamo rifatto di nuovo, stavolta senza manette: fuori nel frattempo era calato il buio e avevo dovuto telefonare a casa e cacciare altre balle per giustificare la mia assenza. Spiegai che non sarei tornata per cena. Non era certo la prima volta che succedeva.

- Pensavo che invece rapire fanciulle e scopartele fosse il tuo hobby - dissi. Era una spiritosaggine fiacca, volevo fare la brillante ma in realtà anche io trovavo inutili tutte quelle parole. - Che posso dire? Sono contenta di avere avuto l'esclusiva.
- A dirla tutta non mi capita nemmeno tanto spesso di rientrare in casa e trovarci dentro una ficcanaso con addosso i miei vestiti. Una gran bella ficcanaso, oltretutto. Ma pur sempre ficcanaso. Immagino che tu mi debba delle spiegazioni, e anche convincenti.

- Non so cosa dire… - tagliai corto io, del resto era vero.

- Mi faccio una doccia – disse.
- Vengo anche io! – proposi.

- Come ti pare… ma bada, basta per oggi, sennò mi ricoverano. Farai la brava?
- Se non ti fidi di me puoi sempre legarmi – dissi.


Lui sorrise.

Friday, November 4th 2011 - 09:06:59 PM
    
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Una storia di: Miles Hendon

INCONVENIENTI DI UN AMORE SEGRETO
prima parte






Intanto chiariamo una cosa! Che ci crediate o meno, non sono una guardona, ok? Non sono una impicciona, una di quelle vicine di casa che spiano le tue mosse e sanno tutto dei tuoi orari e delle persone che frequenti, quello che mangi, quando fai la spesa eccetera. Una che origlia le tue conversazione al telefono… niente del genere, insomma.

Sono solo una… bé, una ragazza innamorata, ok?

Sì lo so, è sciocco. A diciannove anni e con un aspetto decisamente presentabile potrei ambire a ben altro, ma non ho scelto io di prendermi una cotta per Lui, d’accordo? Il fatto è che Lui mi piace, mi piace davvero e nei pochi momenti che non trascorro a spiarlo non faccio che pensare a Lui. Quando è al lavoro, ad esempio. Gesù, odio quelle sue assenze prolungate.
Spiarlo è stato l’inizio, e se mi fossi limitata a quello… Il problema fu che di lì a poco presi l’abitudine ad intrufolarmi in casa Sua quando Lui non c’era.


* * *



Mi ero liberata completamente dei miei pochi abiti, biancheria compresa, e nuda mi ero distesa sul suo lettone, come una gattina che fa le fusa. Il letto era ancora caldo del suo sonno, pieno del suo odore intensamente virile. Se non fossi stata così cotta di Lui forse avrei potuto concludere che le lenzuola andavano cambiate, ma quella mattina ero così presa dalla situazione da trovare adorabile il contatto intimissimo della mia pelle nuda con il suo lenzuolo non proprio freschissimo.

Non era la prima volta che mi intrufolavo in casa sua: avevo già sbirciato persino nel suo guardaroba, ma era la prima volta che osavo spogliarmi e coricarmi nel suo letto disfatto. Avrei dato l’anima per potermi accoccolare contro la sua schiena, abbracciarlo nel sonno, carezzargli il petto… oh, Gesù. Lasciamo perdere, ok?

Sulla sedia accanto al letto c’era la sua camicia, quella che aveva indossato il giorno prima, quella bianca. Poteva anche essere poco attento alle lenzuola, ma non metteva mai due giorni di seguito la stessa camicia. Io lo sapevo bene, visto che lo vedevo uscire di casa ogni santo giorno.
La indossai, come in preda ad un febbre d’amore. Poi mi tirai su il piumone, strusciando il volto su sul cuscino. Mi accarezzai l’addome convincendomi che fosse la Sua mano a farlo… scesi sempre più giù, dove Lui mi avrebbe certamente accarezzata incapace di trattenere il desiderio. Mi immaginavo che mi abbracciasse da dietro, la mia schiena contro il suo petto, le sue braccia che mi circondavano tutta e mi tenevano stretta a Lui. Ed io, senza parlare, avrei strusciato delicatamente il mio sedere contro il suo inguine, come pregando senza parole.

Ero preda di un’estasi erotica deliziosa. Ero in paradiso e miagolavo parole d’amore.
Ma durò poco. Quando sentii aprirsi la porta d’ingresso, credetti di morire.


* * *



Ve la faccio breve, ho passato mesi a spiarlo. Fino a quando, un giorno, mi sono resa conto che con una banale acrobazia appena fuori dalla finestra della mia stanza in mansarda, e poi muovendomi a quattro zampe sul tetto, potevo facilmente intrufolarmi in casa sua. Ecco, l’ho detto. Messa in questi termini la cosa ha un che di criminale, lo confesso. Però è esattamente ciò che ho fatto.

La prima volta ho raggiunto la sua finestra camminando gattoni sulle tegole, terrorizzata all’idea di scivolare e spiaccicarmi sul cortile. Avevo il cuore in gola. Ho dato una occhiata dentro casa di Lui. Lui in mansarda, tiene le sue tele, i suoi dipinti. Sapevo già che era un pittore a tempo perso, l’avevo visto spesso rientrare con tele più o meno grandi; in un’indimenticabile mattina d’estate me l’ero goduto per ORE mentre dipingeva all’aperto, con addosso solo i jeans e le spalle nude scurite al sole e… oh, lasciamo perdere, ok? Per poterlo osservare, quella volta, mi ero dovuta spostare nella stanza di mio fratello, al piano di sotto. La finestra di quello sfigato pornomane di mio fratello è orientata nel modo giusto si gode una buona vista del giardino accanto. Non so cosa avrei dato per essere io, il soggetto del suo quadro, e posare senza niente addosso. Invece Lui stava dipingendo quegli stupidissimi alberi e probabilmente ignorava del tutto la mia esistenza.
Dopo la mia primissima acrobazia sul tetto, giurai a me stessa che non l’avrei fatto mai più. E invece due giorni dopo, appena Lui fu uscito, rifeci il numero di Catwoman e mi lasciai scivolare con cautela fin dentro il suo studio. Violazione di domicilio, bella e buona. C’era odore di solvente, un odore piacevole e caldo. Mi piaceva stare lì, in mezzo ai suoi dipinti. Il ragazzo aveva un debole per le belle donne coi seni al vento. E non solo.
Entrare in casa sua divenne una abitudine, praticamente in rituale. Esplorai l’appartamento da cima a fondo, finii per aprire i suoi cassetti, per sbirciare nel suo frigo. Era tutto molto morboso, ma anche irresistibile. Cosa mi aspettavo? Il mio cuore batteva sempre più forte, un po’ per la tensione ma soprattutto per l’amore, immagino. Lo amavo. Più dettagli insignificanti scoprivo sulla Sua vita, più lo amavo, più desideravo saperne di più. Il suo computer non aveva nemmeno una password.


* * *



Lui era appena rientrato! Gesù, pensai, ora mi becca. Mi accucciai come sperassi di scomparire tra le pieghe del piumone, ma c’erano i miei stupidissimi vestiti sul pavimento della Sua stanza da letto. Cosa gli avrei detto, cosa mi sarei potuta inventare? Ero in un fottutissimo guaio! Magari aveva solo dimenticato le sigarette, che necessità avrebbe avuto di tornare in camera da letto? Dio, se così fosse stato, forse l’avrei fatta franca, sarebbe uscito senza accorgersi di me ed io me la sarei data a gambe e non sarei tornata mai più! Lo giuro!

- Ma che cazzo! – esclamò Lui, sulla porta della camera da letto. Io avevo solo voglia di scoppiare in lacrime. Mi ero rifugiata sotto il Suo piumone, stupida come uno struzzo che nasconde la sua stupida testa e tiene all’aria il suo stupido grosso culo. Lo sentii avvicinarsi al letto. Provò a tirar via il piumone, e io, sempre più stupidamente, tentai di trattenerlo, di coprirmi il volto come se il problema fosse quello, quasi avessi tutto il diritto di star lì. Non volevo che mi guardasse in faccia e, quel che è peggio, se non ero completamente nuda era solo perché mi ero infilata dento la sua camicia del giorno prima. La Sua camicia, il Suo letto, Diomio! Come potevo essere stata così cretina?

- Avanti! – disse Lui, spazientito, ma anche dolce, come parlasse ad una bambina che faceva i capricci per alzarsi. Mollai la presa e il piumone venne giù. Non riuscivo a guardarlo in faccia. Era il mio vicino di casa da quanto? Otto mesi e tredici giorni, ed era la prima volta che mi parlava. E guarda che razza di situazione, nuda nel suo letto, colta in flagrante nel bel mezzo di una maniacale violazione di domicilio, con intenzioni tutt’altro che caste.
Scoppiai a piangere. Le lacrime sono una scappatoia perfetta, per noi signorine, specie quando sappiamo di essere in torto. Lui si limitò a dire Oh, Gesù!
Cosa mi aspettavo? Che mi consolasse? Come avrei reagito, IO, se avessi sorpreso LUI dentro il mio letto, con addosso la mia biancheria? Pazza, pazza, stupida pazza.

- Andiamo, smetti di piangere, sono in ritardo! – il suo tono di voce era dolce, quasi paterno. Lo trovai rassicurante. Sospirai senza riuscire a smettere di singhiozzare. Lui si sedette sul bordo del letto, dandomi dei delicati colpetti sulla spalla.

- Su, su… è tutto a posto. – diceva. Tutto a posto?
- Io… io… - provai a dire. C’era davvero qualcosa che avrei potuto dire, in quella situazione? Non so come, ma mi tirai su. Lui notò che avevo addosso la sua camicia, ma non parve prendersela a male. Mi guardava con compassione. Era la prima volta che Lo avevo così vicino. Era bellissimo, nella prima luce del mattino. Non resistetti. Mi avvicinai al suo volto, forse sperando di poter nascondere i miei occhi gonfi di lacrime nell’incavo del suo collo, o qualcosa del genere, suppongo. Avrei voluto che mi abbracciasse e mi ripetesse che andava tutto bene, che non l’avrebbe detto a mio padre eccetera. Che non era arrabbiato con me, e naturalmente gli avrei promesso di non farlo più. Mai mai più!
Lui invece si ritrasse, poi si alzò.

- Cosa dovrei fare, adesso, con te?
Guardai in basso. Non lo sapevo. Ma meritavo qualcosa, di sicuro. E dal momento che non eravamo in uno di quegli stupidi filmetti porno che mio fratello scarica da Internet, non pensavo certo che se ne sarebbe uscito con la trovata di “punirmi” scopandomi il culetto o qualcosa del genere. Anche se, lo confesso, a quel punto sarei stata disposta a tutto pur di farmi perdonare, ma non avrei voluto che la prima volta tra me e Lui avesse un… retrogusto così squallido. O no?
Ma che ne so, io! Ero confusa. Invece di parlare tiravo su col naso. Mi resi conto che gli avevo impiastricciato le maniche della camicia bianca, asciugandomi lacrime e, temo, un po’ di muco. Che disastro, dovevo essere proprio sexy, scarmigliata e moccicosa, come no.

- Sei… sei arrabbiato? – dissi, sperando che il mio sguardo fosse del tipo occhioni disperati di damigella sospirante impossibile da non perdonare. Invece:

- Certo che sì. – disse, ma a me non sembrava. – Ti sei intrufolata in casa mia, e non è nemmeno la prima volta. No, no… non negare, non provarci nemmeno. Ora ti ritrovo nel mio letto e… uh, non dico che la cosa mi dispiaccia del tutto ma… insomma, questa è casa mia, che problemi hai con le porte?

- Non…
- Zitta, per favore. Te l’ho detto, sono in ritardo, non posso star qui ad ascoltarti.

- Giuro che non lo faccio più, io…
- Sono troppo incazzato e DAVVERO TROPPO in ritardo per starti a sentire. Se non avessi scordato qua il portafoglio… ma lasciamo stare. Ne dobbiamo riparlare, ma intanto non posso permettere che la passi liscia anche stavolta.
Mi sentii sprofondare. Cosa aveva in mente?

- Se fossi un pezzo di merda ti sbatterei fuori casa a culetto nudo. Oppure ti trascinerei dai tuoi per un orecchio, invece sai cosa?
- Co… cosa?
- Ne riparliamo stasera. – disse. E detto questo Lui mi diede le spalle, ed uscii dalla stanza.
E chiuse la porta della camera.
Chiuse A CHIAVE la porta della camera, con due decise mandate. TLACK, TLACK! Il mio cuore si oscurò.
Mi ci volle qualche secondo per realizzare che ero diventata una prigioniera.
Era molto meno romantico di quanto avessi mai creduto.


* * *



Raramente chiudeva la finestra in mansarda. Non aveva paura dei ladri, forse perché in casa c’era davvero poco da rubare. Probabilmente lasciava aperto per via di quell’odore pungente di trementina. Sia come sia, quella finestrella mi divenne assai familiare nei giorni, e poi nelle settimane. Appena restavo sola in casa, salivo sul tetto di casa mia, passavo sul tetto di casa sua, poi mi calavo attraverso la finestra. Le mie permanenze duravano mezz’ora, qualche volta un ora. Tutto ciò che era suo aveva un buon sapore, ed era un sapore buono che potevo sentire persino per mezzo delle dita. Avevo fatto cose via via più morbose, cose di cui oggi mi vergogno, tipo usare il suo spazzolino, ad esempio. Oh, questo promettete di non dirglielo, ok?

Mi piaceva fantasticare su una vita insieme, avrei voluto che tutta quella intimità non fosse semplicemente un furto. Avrei voluto essere Sua, dormire con Lui, svegliarmi accanto a Lui, infilarmi insieme a Lui in quella minuscola cabina doccia, e stare lì stretta stretta con Lui, sotto l’acqua calda e in preda ai suoi baci. Erano sempre deliziosi, quei baci. Mi baciava profondamente, succhiando e bevendo da me, assaporandomi con voluttà. E io mi abbandonavo sempre, una bambola priva di forze, inerme, arresa tra le sue braccia. Vinta da Lui. Per sempre. E per sempre Sua.

Avevo letto le cose che scriveva, avevo trovato alcuni suoi disegni che teneva in una cartellina nel suo studio. Disegni pieni di donne sensuali, a volte gaudenti, altre volte legate, incatenate, zittite da bavagli strettissimi, ma sempre sensuali, donne in preda ad un estasi erotica, come se il loro piacere nascesse dalla costrizione di quei legami. Mi piaceva immaginarLo mentre disponeva le corde su quei corpi burrosi e pieni, sui seni, modulando il chiaroscuro in modo da evidenziare le corde che penetravano nelle carni dolci di quelle tenere vittime. Più volte, nella penombra della mia camera, ero tornata col pensiero a quelle illustrazioni, pensando a me come alla Sua modella ideale. Lui mi legava e mi chiedeva di posare ma poi non riusciva mai a portare a termine alcuno dei suoi disegni, non potendo resistere al fascino del mio corpo avvinto. E mi prendeva con dolcezza e determinazione, slegandomi dalle corde per poi incatenarmi tra le sue braccia.

Quelle illustrazioni furono come un colpo di grazia, la mia passione per Lui crebbe a dismisura. Se Lui sognava di amare attraverso il gioco della prigionia, io sarei stata la Sua prigioniera. Un secondo prima dell’orgasmo che mi procuravo da sola, nottetempo, nella mia stanza, immaginavo che gli avrei concesso tutto, gli avrei concesso di abusare di me e di affermare il suo possesso del mio corpo persino attraverso la crudeltà della frusta, se Lui avesse voluto. Scossa dagli spasmi del piacere, dovevo tapparmi la bocca con la mano perché in casa non mi udissero gemere, e poi mi addormentavo sognando le sue spalle, l’immensità della sua schiena, il conforto del suo petto e l’amore delle sue mani di artista.


* * *



Quando se ne fu andato, quella mattina, vissi alcuni minuti di autentico panico. Mi aveva rinchiusa nella sua camera da letto. Non si era preso nemmeno la briga di portarsi via il mio cellulare. Dapprima, quella del cellulare, fu una scoperta che feci con un vago senso di trionfo; ben presto mi resi conto che non potevo chiamare nessuno, proprio nessuno. Avrei intanto dovuto spiegare com’ero finita lì, e per quante balle avessi potuto inventare, sarebbero state balle dalle gambe assai corte. Prima o poi Lui sarebbe tornato. E non mi aveva forse rivelato di essere al corrente della frequenza delle mie visite? Per quel che ne sapevo poteva avere piazzato telecamere qua e là, dopo aver maturato i primi sospetti. Mi sentii morire, un’altra volta.
In secondo luogo, quand’anche avessi chiamato aiuto, chiunque fosse accorso avrebbe potuto fare ben poco. Se prima di andar via Lui aveva chiuso la finestra su in mansarda, allora ogni via d’accesso era stata irrimediabilmente preclusa.

No, potevo solo rassegnarmi e dispormi all’attesa, non che mi dispiacesse, e giunsi a questa conclusione con colpevole consapevolezza. In fondo me l’ero cercata. A che ora sarebbe tornato dal lavoro? Dovevo inventarmi una scusa, qualcosa da dire a mia madre o a mio padre, quando avessero telefonato per sapere dov’ero. E siccome la mia attività di spiona mi aveva istruito su quanto fossero sottili quelle pareti, tolsi la suoneria lasciando la vibrazione, perché non sentissero squillare il mio telefono praticamente della casa accanto, appena oltre la parete.

Che situazione! E sopra a tutti i miei dubbi, mi domandavo quali progetti avesse, Lui, su di me. Cosa mi avrebbe fatto quanto fosse tornato?

La domanda mi scatenava del ventre emozioni contrastanti: una dolce paura, come prima del decollo di un viaggio a lungo atteso. Mi avrebbe punita, sì. Oh, agognavo quella punizione. E non poterla immaginare ma la faceva temere, temere e desiderare nel contempo con crescente avidità.

Mi accoccolai dentro la sua ampia, profumata camicia candita. Mi tirai su la il piumone, come prima che Lui tornasse scoprendomi. E sorridendo, mi accucciai tremante d’aspettativa dentro il tepore del suo letto. E se prima di andar via, invece di limitarsi a rinchiudermi, mi avesse anche legata…. Oh, ma cosa andavo a pensare?

Tuesday, November 1st 2011 - 12:53:08 PM
    
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Una storia di: Ancora io

Non distante da noi alcuni delfini si rincorrono veloci. Cerchiamo di avvicinarci con cautela, ma la manovra non riesce. I delfini si immergono e spariscono nel blu. Il ritorno sulla barca prevede una giornata di navigazione. Sono di turno alle manovre Michele e Mari. Maia si dedicherà alla cambusa, Sergio si occupa di Giovi, io mi occupo di Serena. Infatti la mia richiesta di bondage, a seguito della mia offerta di timonare in condizioni difficili, risulta gradita. La costringo alla porta della cala vele sulla croce di S. Andrea. Le braccia allargate, bloccate ai polsi da due anelli in ferro, ai gomiti con una gomena. Le caviglie fissate ai bracci inferiori della croce, una cima in vita, una cima al seno per evidenziarlo, un’altra cima con alcuni nodi in posizione strategica. Non voglio imbavagliarla, magari ci scappa qualche bacetto. Al suo rifiuto, gentile ma deciso, la imbavaglio e con un foulard le copro gli occhi. La fotografo, la riprendo con la cinepresa. Chiamo Sergio e lo prego di legarmi all’albero di mezzana sottocoperta, rivolto verso Serena per poterla contemplare. Le braccia fissate ad un anello in alto, le caviglie con una cima strette fra loro e, tramite una cima alzate verso il soffitto. Una cima blocca il mio corpo al palo di mezzana. Vengo imbavagliato e abbandonato. Il mio sguardo corre sul corpo di Serena vincolata alla croce, Serena che si divincola nel vano tentativo di liberarsi, maggiormente eccitandomi. Poi , all’improvviso, compare Maia, mani ammanettate dietro la schiena, una corta catena le imbriglia le caviglie, bendata e imbavagliata, trascinata con una corda che le cinge il collo. Sergio apre la porta della cala vele e la incatena, distesa per terra. Per lungo tempo restiamo cosi: Maia a terra, io al palo, Serena sulla croce. Ad ogni ondeggiamento della barca la porta della cala vele si apre e si chiude. Vedo Serena di fianco e di fronte mentre finge sofferenza e desiderio di libertà. Maia ha dunque finito di cucinare e come premio viene immobilizzata. Ma allora chi potrà riuscire a mangiare? Ci pensa Sergio, iniziando a imboccare tutti noi, dopo aver tolti i bavagli a tutti. È una nuova sensazione, mai provata prima, quella di mangiare imboccati e legati. Solo Michele e Mari sono seduti a tavola, dopo aver innestato il sistema automatico di guida. Non appena rifocillati veniamo nuovamente imbavagliati e i nostri legami vengono controllati per accertare che non ci sia alcuna possibilità di fuga. Si prospetta una notte intera senza speranza di libertà. Siamo tutti rassegnati ed impazienti. Solo Giovi viene slegata dall’albero per venire immobilizzata su una brandina. La braccia larghe, fissate a 2 anelli, le caviglie strette e sospese a 45 gradi, una cima le stringe le gambe sopra e sotto le ginocchia, un’altra dalla vita scende e risale attraversando l’inguine mentre Sergio azzarda carezze sempre più intime. Per evitare la nostra curiosità, ci benda tutti, dopo aver rispediti Michele e Mari a governare la barca. Nel silenzio e nel buio, sentiamo solo più i sospiri di Giovi. Il mio desiderio cresce con l’aumentare dei sospiri. Mi agito, faccio il segno concordato per la fine della sessione di bondage- Sergio se ne accorge e mi consente di spiegare. Chiedo di poter essere legato sopra coperta per osservare le stelle. Vengo accontentato. Mi libera, mi lega le mani dietro la schiena, i gomiti accostati. Poi mi spinge su per la scaletta e mi fa stendere sulla coperta fra l’albero di maestra e l’albero di mezzana. Mi blocca le braccia a croce su un mezzo marinaio, mi lega caviglie, ginocchia e cosce. Poi con una cima tesa fra le mie caviglie e l’albero di mezzana ed una cima fra il mezzo marinaio e l’albero di maestra, esercita una decisa trazione bloccandomi quasi immobile e in leggera tensione. Finalmente davanti ai miei occhi si stende tutto il cielo stellato. La luna sorgerà solo tra alcune ore. Nel buio assoluto, lontano da luci cittadine, posso osservare un’infinità di stelle. Sulla mia destra, volgendo il capo indietro un poco, individuo la stella polare. In una linea quasi retta verso ovest individuo Mizar, la stella compagna di Alcor, nel timone dell’orsa maggiore, più a destra la Chioma d Berenice, poi le brillanti Spica e Vesta nella costellazione della Vergine, più a sinistra la Corona Boreale e Ofiuco. Ripenso ai nocchieri di una volta cui il cielo era unico riferimento per trovare la giusta rotta. Per me, uomo moderno dotato di GPS, è uno spettacolo gratuito. Nell’idea dell’immensità del cielo mi perdo. La nostra galassia, migliaia di galassie nel nostro ammasso, migliaia di ammassi di galassie. A che scopo tutta questa immensità? Intanto io, minuscolo uomo, legato sul ponte di una barca, in mezzo al mare, microscopica goccia d’acqua nell’universo, io godo dello spettacolo e della situazione. Rilassato, soddisfatto, carezzato dalla fresca brezza notturna, blandito dallo stormire del vento sulle vele, dallo sciabordio dell’acqua sull’opera morta, cullato dalle onde…mi addormento. (il racconto continua).

Tuesday, November 1st 2011 - 12:52:23 AM
    
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Una storia di: LucaBondage

Luca non era partito con Margherita e le sue amiche per il ponte dei morti, Lunedì doveva lavorare. Ma aveva deciso di godersi le vacanze comunque, in un modo o nell'altro. Molti se ne sarebbero stati sul divano a guardare la televisione, ma lui aveva ben altri programmi.
Rientrò alle 18.30 dall'ufficio, e decise di non perdere altro tempo. Margherita non sarebbe tornata prima del 1 sera, aveva più di un'intera giornata a disposizione. Aprì il cassetto dei desideri, e ne estrasse un bel po' di corde, manette e foulards. Iniziò col legarsi prima le caviglie, parallele, poi le gambe sopra e sotto le ginocchia. Prima di imbavagliarsi mise le chiavi sul cellulare, a sua volta appoggiato sul tavolo, verso il bordo. In questo modo il telefonino, vibrando, sarebbe caduto per terra, facendo cadere pure le chiavi. Adorava simulare una rapina e dover ricorrere al telefono per slegarsi. Certo, sarebbe stato molto più eccitante mugolare con qualcuno dall'altra parte, ma non poteva avere tutto. E comunque era sempre stato uno che si accontentava. Tornò in camera saltellando, e appallottolò un bel foulard, per poi ficcarselo in bocca. Ne legò un altro che passava tra i denti, e per finire ne mise un altro in modo da coprire interamente la bocca. Strinse una cintura di pelle all'altezza del petto, così da bloccare le braccia al busto, e si sdraiò a terra. Legò un'ultima corda molto corta alle caviglie, e inserì le manette nel nodo scorsoio posto all'altra estremità. Chiuse le manette ai polsi e tirò le gambe. Bene, ora era incaprettato.
Avrebbe dovuto raggiungere strisciando il telefono di casa, farlo cadere, chiamare il suo cellulare e strisciare fino alle manette. Poteva essere libero in mezzora, ma voleva godersi quello stato di impotenza fino all'ultimo. Si avviò verso la sala, e dopo neanche 2 metri raggiunse l'orgasmo. Aveva imparato a godere in quelle situazioni strusciando il pene sul pavimento. Certo, in questo modo sporcava i boxer di sperma, ma l'orgasmo così raggiunto era mille volte più intenso di quello di una normale sega. Rimase a lungo fermo, mugulando nel bavaglio, godendosi la situazione. Venne svegliato dal telefono di casa che squillava. Una chiamata, due, poi sentì un tonfo. Merda, qualcuno l'aveva cercato al cellulare. Qualcuno gli aveva rovinato il gioco.

Non risponde? Starà ancora lavorando. Comunque grazie per farmi mangiare da te stasera. Come diavolo ho fatto a dimenticarmi le chiavi di casa? Ti giuro che appena Andrea si libera me ne vado. Anzi, perchè non venite anche tu e Luca stasera? C'è una bella festa in maschera vicino SanSiro. E comunque non fartene una colpa, se quello stronzo del proprietario non ti avvisa che ha affittato la casa per tutto novembre che colpa hai tu?

Daniela accese una sigaretta e appoggiò i piedi sul cruscotto. Questo fine settimana dovevano essere giorni vissuti alla vecchia maniera, e invece erano state costrette a tornarsene a casa in fretta e furia. Poco male, avrebbero fatto altro. Giunsero infine a casa di Margherita, presero le borse e si avviarono su per le scale. Luca non le aveva richiamate, strano. Al più si sarebbero prese una pizza.
Margherita aprì la porta, accendendo la luce, e Daniela la seguì. Posarono i bagagli di fianco al tavolo, poi la sua amica corse in bagno. Daniela notò un cellulare sul pavimento, con a fianco una chiave.

Meggy c'è il cellulare di Luca in sala.
Ecco perchè non rispondeva, se lo sarà dimenticato, mettiglielo sul comodino in camera per favore.

Daniela raccolse telefonino e chiave e accese la luce del corridiorio, ma li lasciò cadere appena girato l'angolo. Luca era a terra, legato come un salame. Cacciò un urlo, poi si precipitù subito a slegarlo, iniziando ad armeggiare col nodo del foulard per togliergli il bavaglio, dato che aveva una faccia strana e mugolava da impazzire squotendo la testa.

Tutto bene Dani?! Cos'è successo?! Ti ho sentita gridare e n.... Ma che diavolo?!... Luca sei un pirla! Ma ti sembra?! Dani lascia perdere, andiamo. Ti spiego tutto in macchina. Anzi, queste sono le chiavi delle manette, vero Luca? Bene, allora le prendo io. No non preoccuparti, davvero, poi ti spiego.Andiamo a prenderci una pizza, poi chiamiamo Andrea così lo raggiungiamo, c'è la festa a SanSiro no? Dai.

Margherita la trascinò per il braccio. Cosa stava succedendo? Forse avevano beccato Luca legato come un salame perchè aveva tradito la sua amica con una qualche ragazza appassionato di sadomaso? L'unica altra opzione disponibile era una rapina, ma a pensarci bene non sembrava. E comunque Margherita diceva che le avrebbe spiegato tutto dopo. Forse la sadomaso era lei, e l'aveva legato prima di partire? Ma in questo caso non sarebbe stata così imbarazzata. Vabè, le avrebbe spiegato tutto dopo, quindi prese la borsa e uscì sul pianerottolo, mentre Margherita si chiudeva la porta alle spalle con ira.

Monday, October 31st 2011 - 10:14:54 PM
    
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Una storia di: Aldo

Mentre entro nella bottega di un salumiere, in una zona sconosciuta di Bari, noto che il giovane salumiere, biondo e alto, con gli occhi blu, muscoli in evidenza sotto la t shirt, ha un'aria sinistra. Ordino un etto e mezzo di prosciutto crudo. Mentre pago alla cassa, una mano mi tappa la bocca da dietro: scoprirò più tardi che è il fratello gemello del salumiere, perfettamente uguale. Mi portano in uno stanzino con poca luce; mi legano e imbavagliano su un divano un po' polveroso. La sorpresa: di fronte a me, su un altro divano, altri due giovani imbavagliati e legati con nastro adesivo nero, che come per me chiude una bandana infilata nel palato. Nel ripostiglio-cantina fa un po' freddo. All'inizio la cosa non mi disturba; essendo estate, il fresco fa comodo. Anche se è strano avere ristoro in una situazione tanto assurda. Tra l'altro, siamo tutti e tre legati con t shirt, pantaloni corti (uno ha i bemuda) e sandali di cuoio aperti (coincidenza). I gemelli mi dicono che se voglio essere liberato devo dirlo subito e mi lasceranno andare via con tante scuse. In caso contrario, devo accettare di rimanere in cantina tre giorni. Il tutto fa parte di un esperimento. Gli altri due giovani hanno accettato: si tratta di rimanere legati e imbavagliati, tranne quando si va in bagno o si è sfamati, per tre giorni di fila. Durante questa permanenza, verremo fatti cibare di prelibatezze regionali pugliesi, riguardo i salami, i formaggi, le mozzarelle e quant'altro. L'esperimento è condotto con un laboratorio clandestino di medicina, che prepara cure omeopatiche. Ai salumi, ai formaggi, ci verranno dati in alternativa preparati omeopatici che ci eviteranno di ingrassare. Al termine del soggiorno obbligato, verremo pesati e, se non saremo ingrassati di più di tre kg, la cura omeopatica avrà fatto effetto. Compenso: duemila euro al giorno, per un totale di 6000. Prendere o lasciare. Ci stai? mi dicono all'unisono i gemelli. Se ti va bene, mugola "sì" nel bavaglio. Sorpreso, incuriosito, allettato dall'offerta, faccio sì. Affermazione che viene trasformata in MMMphhhf. Tre giorni da favola: cibato, coccolato, con altri ragazzi catturati mentre gli altri venivano mandati via (stavano da più tempo) con qualche imbarazzo mentre, io, con le mutande abbassate, sedevo sul water closet per defecare, mentre i gemelli assistevano impassibili. Alla fine del soggiorno , pesato, non ero ingrassato che di due kg. Ricompensato di 6.ooo euro tondi tondi. Mi pago così una vacanza a Vienna e mando una cartolina ai due gemelli, con su scritto: MMMMMhhhhhppphhhh(grazie!)

Monday, October 31st 2011 - 11:39:15 AM
    
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Una storia di: Imbavagliato

Questa è una storia inventata:

Sono in casa da solo,sento suonare il campanello,vado ad aprire e mi trovo una pistola puntata in faccia, in men che non si dica mi ritrovo sul divano con due persone a viso coperto con un passamontagna che una mi legava le mani dietro la schiena e l’altro mi sta ficcando in bocca una bandana appallottolata e subito un’altra tra i denti che impedisca che esca; io inizio a mugolare e subito il capo mi dice di stare tranquillo che non mi faranno niente vogliono solo sapere dove ho la cassaforte; dopo un attimo mi calmo e sempre il capo mi dice: “ora ti cavo il bavaglio non urlare e dimmi dove la tieni” io faccio segno di si; me lo toglie e dico il posto dopodiche mi imbavagliano di nuovo; nel frattempo l’altra persona mi ha legato con una corda le caviglie. La cassaforte era al piano superiore dove si trovano anche le camere da letto,dopo che hanno trovato tutto quello che volevano tornano disotto e il capo mi dice: “sai che non ti possiamo lasciare così, ho visto che hai il letto in ferro battuto ho avuto un’idea!” io subito inizio a mugolare di nuovo ma mi prendono su nelle spalle a mo di sacco e mi portano in camera,mi mettono a sedere sul pavimento ai piedi del letto e tirano fuori altre corde da uno zaino; mi legano le gambe sopra ai ginocchi e con un’altr corda non molto lunga me la passano sul collo a mo di cappio e mi legano al letto così non mi posso muovere; poi mi dice: “ora possiamo andare!” io mugugno di nuovo allora il capo mi controlla il bavaglio e vede che si è slentato visto che la bandana appallottolata in bocca si è imbevuta di saliva, allora mi stringe la bandana che passa tra i denti e poi vedo che dallo zaino prenda fuori un’altra bandana che la piega , io mugolo ma me la mette sopra all’altra e praticamente mi copre dal naso al mento così che non posso far uscire niente. Finito mi dice:” fai il bravo e buono noi andiamo e fra 2/3 ore ti mandiamo la polizia a liberarti!” io provo a dire qualcosa ma non esce che un :”mmmmmpff!!”
Nella camera cè uno specchio e praticamente mi rifletto vedendomi non mi dispiaceva come ero sistemato difatti inizio ad eccitarmi e stando li parecchi tempo lascio a voi pensare cosa può essere capitato
Dopo 3 ore arrivò la polizia e mi slego e mi cavò il bavaglio ormai inzuppato di saliva
così finisce la mia fantasia
ciao

Thursday, October 27th 2011 - 09:43:19 PM
    
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Una storia di: Ancora io

Il giorno dopo la nostra navigazione riprende tranquilla, mentre lenzuola, coperte e vestiti bagnati vengono esposti al sole. Ho finito il mio turno al timone e sono su una cuccetta a riposarmi. Un’ abbondante colazione a base di tortine di marmellata e nutella mi ristora delle energie spese. La mente ed il fisico sono pronti per un’altra seduta di bondage. Michele si dichiara disponibile ad una seduta molto particolare. Serena mi assicura sulla sua perizia in materia e mi tranquillizza. Ok. Proviamo. La proposta è di lasciare la barca ferma, vele ammainate, ancora volante, per poter utilizzare drizze e scotte in modo non proprio ortodosso. Insieme a me Mari si offre. Ci svestiamo e siamo a disposizione. A Mari vengono legate le mani dietro la schiena mentre una cima che la cinge in vita funge anche da imbracatura. Le mani vengono bloccate al corpo da un’altra cima, le caviglie bloccate ed avvicinate alle mani in un hogtied non estremo, ma intrigante. La drizza della randa viene agganciata con un moschettone all’imbracatura e Mari viene sollevata due metri sopra il boma, una cima agganciata al patarazzo la tiene lontana dall’albero per impedirle di sbatterci contro. L’ondeggiare leggero della barca la fa dondolare da babordo a tribordo, mentre lei si dimostra tranquilla, anzi soddisfatta. Ora tocca a me. Vengo fatto coricare sul ponte. Mi vendono legate le caviglie, le ginocchia, le cosce. Una Cima mi stringe la vita e un’altra mi porta le caviglie indietro, verso la cima in vita in un hogtied estremo. Le braccia vengono fissate ad un robusto mezzo marinaio, allargate a croce. Un ball-gag mi costringe al silenzio,una benda sugli occhi mi rende cieco. Mi sento sollevare, agganciato al mezzo marinaio. Come crocifisso ma con il corpo raccolto all’indietro. Dondolo con la barca. I miei sensi sono tesi, sento il profumo del mare, lo sciabordio dell’acqua sulle fiancate della barca, i commenti dei compagni di viaggio. La sensazione è strana, nuova, un poco scomoda, ma molto intrigante. Il sole mi riscalda ma le creme solari mi proteggono dalle ustioni. Avverto come uno spostamento laterale, una rotazione. Mi sembra di essere appeso al boma. Ma allora ora sono fuori bordo, sull’acqua. Ecco, sto scendendo e l’acqua è vicinissima, ne avverto la frescura. Vengo immerso fino al collo per pochi secondi e poi risollevato. Una nuova rotazione mi riporta sul ponte. Vengo sganciato dal boma e riagganciato e sollevato, questa volta su, sempre più su. Le oscillazioni sono molto accentuate. Mi immagino all’altezza almeno delle prime crocette. Solo, stagliato contro il cielo, spettacolo per i miei compagni spettatori. Nuove sensazioni. Il tempo passa. Le membra mi si intorpidiscono. Comincio a sentire la pesantezza della situazione, quando, all’improvviso, mi sento carezzare. Carezze leggere di una mano certamente delicata e femminile. Ogni disagio svanisce. Le mani mi carezzano sul collo e, lentamente, scorrendo verso la cervice, mi liberano della benda. Il blu del mare sotto di me, la barca, splendida dall’alto, meravigliosa Serena issata con l’imbracatura di fronte a me, un bikini rosso fuoco. Sono certamente più vicino al paradiso che in qualsiasi altro momento della mia vita di bondage. Una imbarcazione compare all’orizzonte, procede nella nostra direzione. Rapidamente le cime vengono lascate, vengo depositato sul ponte e poi portato sottocoperta. Sistemato su una brandina, liberato dall’ hogtied, legato braccia e gambe aperte, supino e nuovamente occhi bendati. Maia mi si avvicina e mi accarezza. Non posso chiederle carezze più intime, impedito dal bavaglio, cerco di farmi capire. Forse si diverte a torturarmi un poco, forse non capisce. La posizione è comunque comoda, sono stanco e, rilassato, mi addormento. Al risveglio mi ritrovo libero. Nessun componente dell’equipaggio sottocoperta. Salgo sul ponte. Giovi è legata all’albero di mezzana, le braccia dietro l’albero, le caviglie fissate alla base da una cima, una scotta in vita. I capelli neri le scendono sulle spalle nascondendo parzialmente il seno prosperoso. La barca è immobile in un mare calmo, la superficie dell’acqua piatta come uno specchio, gli altri componenti dell’equipaggio nuotano tranquilli nel blu increspando leggermente la superficie del mare. Mi tuffo. Il contatto con l’acqua risulta estremamente piacevole. Dopo due capovolte per sprofondare qualche metro sotto la superficie, riemergo, non riuscendo a distogliere lo sguardo dallo spettacolo offerto da Giovi, vittima sacrificale vincolata, rassegnata. (il racconto continua).

Thursday, October 27th 2011 - 12:01:15 AM
    
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Una storia di: Imbavagliato

Salve volevo scrivere qualche mie esperienze di selfbondage,quando l’ho scoperto avrò avuto 13/14 anni,nella mia camera da letto;subito avevo iniziato ad imbavagliarmi con un fazzoletto tra i denti e legato dietro alla nuca;poi col tempo ho preso un po’ più esperienza quindi iniziavo anche a legarmi le caviglie con la cintura del pantaloni; e ad incaprettarmi con la cintura dell’accappatoio; ho cambiato anche il modo di imbavagliarmi mi mettevo o un calzettino di spugna in bocca o dei fazzoletti poi con una bandana me la passavo tra i denti così non potevano uscire quindi me ne mettevo un’altra sopra,a volte facevo finta che fossi stato rapito e mi legavo al letto con un altro fazzoletto che mi passava dal collo alla spalliera; comunque anche adesso quando son solo faccio queste cose; una volta iniziato si fa fatica a togliersi certe abitudini, non siete d’accordo?
Volevo anche dire che non mi dispiacerebbe essere “rapito” e farmi legare ,incaprettare e imbavagliare da altre persone. A dimenticavo per me il bavaglio vero è quello fatto con dei fazzoletti di stoffa come avevo scritto in un commento
ciao

Wednesday, October 26th 2011 - 09:00:28 AM
    
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Una storia di: Simona

Era tardi, l'ora di andarmene a dormire. L'indomani avrei avuto una giornataccia di lavoro. Infilai il pigiama (pigiama poi...una maglietta a maniche lunghe e un paio di pantaloni di una tuta) e le pantofole, andai in bagno a lavarmi i denti. Rimasi qualche minuto di più davanti allo specchio, accarezzandomi i capelli prima di struccarmi. Neanche il tempo di piegarmi a prendere le salviette nel mobiletto sotto il lavandino che, non appena alzata, una mano mi tappò la bocca, premendo forte. Lo vidi riflesso nello specchio. Aveva il viso coperto da un passamontagna. Sgranai gli occhi terrorizzata. Iniziai ad emettere timidi mugolii che a fatica uscivano dalla mano di quell'uomo. Avvicinò la bocca al mio orecchio.
"Ascoltami bene, se ti comporterai bene non ti farò alcun male."
Staccò piano la mano dalla mia faccia. Bisbigliai tremando:
"Cosa vuoi?"
"Svaligiare la casa. Ora mi dirai dov'è la cassaforte. So che c'è una cassaforte quì dentro."
"Ma...che pensi di trovare? Non sono ricca e..."
"Lo so. Dimmi semplicemente dov'è."
"Nell'armadio in camera da letto."
"Vieni con me."
Mi portò sul divano del salotto tenendomi per il braccio. Mi fece sedere. Tolse un rotolo di nastro da una specie di marsupio. Mi legò i polsi dietro la schiena, facendo più giri di nastro. Poi mi sollevò le gambe, portandole sopra il divano. Mi tolse le pantofole, lasciandomi i piedi nudi. Girò col nastro attorno le caviglie, poi sopra le ginocchia.
"Perchè mi leghi? Non voglio scappare."
"Precauzione. Qual'è la combinazione della cassaforte?"
"97665"
"Bene."
Dal marsupio fece uscire un fazzoletto bianco. Me lo infilò in bocca, poi staccò un altro pezzo di nastro e finì di imbavagliarmi...

continua...

Wednesday, October 26th 2011 - 12:38:12 AM
    
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Una storia di: LucaBondage

Margherita fumava, seduta nuda sulla sedia. Guardava soddisfatta il corpo di Luca sdraiato sul letto, nudo e avvolto dalle corde. Aveva fatto proprio un bel lavoro. L'aveva legato sdraiato a pancia in su, con i polsi paralleli dietro la schiena e le dita rese inutili dal nastro adesivo argentato. Le braccia, con i gomiti legati, erano fissate al busto con corde all'altezza dei capezzoli e della vita, mentre le gambe erano legate sopra e sotto le ginocchia e alle caviglie. Una maschera in Lycra gli copriva interamente la testa, lasciando liberi solo i fori del naso e la bocca, tappata con una grande ballgag rossa. Il pene, ancora in erezione, era legato alla base e ai testicoli. Per finire aveva assicurato il corpo al letto all'altezza di caviglie, ginocchia, vita, spalle e collo. Senza il suo aiuto non sarebbe andato lontano. Ottimo...
Non era propriamente un'amante del bondage, aveva semplicemente colto le grandi opportunità che una simile passione poteva concederle, e la sua pluriennale esperienza con la vela le aveva fornito la necessaria abilità con i nodi. E poi il pene di Luca diventava estremamente duro, in quelle occasioni.
Quella sera il suo ragazzo doveva andare alla festa della sua ex, ma questo Margherita non poteva sopportarlo. Doveva fare qualcosa, impedirgli di vedere quella troia. Per fortuna Dio aveva inventato il bondage...
Si alzò e iniziò a vestirsi, ignorando i deboli mugolii del compagno. Avrebbe colto due piccioni con una fava, e sarebbe uscita con Sofia, una cara amica partita per la Francia, in città solo per pochi giorni.

Luca, è stato divertente guardarti dimenare ma ora devo andare. Spero non sia un problema se ti lascio così. Sono sicura che riuscirai a scappare dalle tue amate corde prima o poi...ahahah!
Mhmhmhmfmgmhf!!!

Si mise il giubbotto, spense la luce e uscì, chiudendosi la porta di casa alle spalle.

Monday, October 24th 2011 - 06:49:26 PM
    
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Una storia di: Barbara

Ho appena letto il commento di ropelover e mi è piaciuto. Ha ragione. A me, per esempio, piacerebbe leggere anche le vostre storie, quelle vere, di quando avete scoperto il bondage, di come vi siete fatti coinvolgere, di come la cosa si è evoluta nei rapporti che avete instaurato con altre persone nella vostra vita.
Anch’io ho le mie fantasie, ma quando riesco a tradurle in qualche modo in realtà, allora la cosa val la pena di essere raccontata.
Ora che ho incontrato Carlo, dopo tanti anni, che ho scoperto quanto sia facile ritrovare con lui una confidenza che evidentemente era rimasta lì, nel profondo, su cose che ho sempre giudicato molto personali, ecco che di colpo è diventato semplice parlargli anche della mia vita privata, delle mie fantasie, della mia attrazione per certi giochi che portano all’uso di corde e bavagli.
Gli ho confidato senza vergogna quanto mi piaccia sentire la stretta dei legami che mi imprigionano, i nodi irraggiungibili che mi privano della libertà, i bavagli veri, che impediscono la parola.
Gli ho detto con serena tranquillità, così come lo sto dicendo ora a tutti voi (e lo posso fare perché per me siete perfetti sconosciuti), quanto io mi ecciti nel trovarmi sola, legata su un letto, o a una sedia, o a un palo, o a un albero, ecco appunto, sola, a cuocermi nella mia bagna (come diciamo noi in Piemonte), assaporando la mia completa impotenza, l’impossibilità di slegarmi da sola, per quanti sforzi io faccia, il suono della mia voce ridotto dal bavaglio a mugolio indistinto. E lotto con le corde che mi stringono, lotto cercando i nodi che non voglio trovare, mugolo nel bavaglio. E l’eccitazione sale, sale come una marea dentro di me.
Non so perché sia importante che io sia sola, che nessuno sia lì a osservare la mia inutile lotta. Forse perché alla situazione di impotenza si assomma la paura di essere stata abbandonata, il timore che altri per me sconosciuti possano arrivare da un momento all’altro e scoprirmi lì, indifesa, esposta senza possibilità di reazione.
E quando ho detto queste cose a Carlo, lui ha sorriso e mi ha compresa. Ecco perché gli ho rivelato una mia fantasia scrivendogli di mia cugina assalita in ascensore da uno sconosciuto. E’ chiaro che mia cugina non è mai stata assalita da uno sconosciuto in ascensore, ma ero sicura che lui avrebbe capito, e infatti la cosa ha avuto proprio il seguito che per qualche giorno ho aspettato con il cuore in gola.
Ve la racconterò, ma devo avere il tempo necessario per scriverla con calma e non voglio sprecare l’eccitazione che sicuramente proverò nel raccontarvela.
Magari gli chiederò di leggerla prima di metterla in rete, e forse lui, dopo averla letta, mi chiederà di spogliarmi tenendo solo reggiseno e slip, poi mi legherà sul letto, strettamente, con i polsi incrociati dietro la schiena, fissati da una corda attorno alla vita e un’altra che passa tra le gambe, e i gomiti legati tra di loro e uniti al busto da vari giri sopra e sotto il seno, e le caviglie incrociate, tenute tirate nel classico hogtie da un’altra corda che le unisce ai polsi e poi dai polsi ancora in su, a metà schiena, alle corde che stringono il busto, e poi ancora in su, sulla spalla destra per scenderea tra i seni ad unire i giri di corda sul davanti, e poi di nuovo in su, sulla spalla sinistra per tornare ad annodarsi definitivamente in mezzo alla schiena.
E io mi sentirò del tutto impotente e immobilizzata, e quando infine la stoffa di un vero bavaglio mi sigillerà la bocca impedendomi l’uso della parola, lui uscirà dalla stanza, e forse uscirà anche di casa per un po’ di tempo (non troppo perché non bisogna mai lasciare sola una persona legata, e soprattutto imbavagliata, ma io sono abbastanza esperta e so riconoscere se il partner ha fatto un lavoro che non mi faccia correre rischi), e quando tornerà e verrà a guardare i miei inutili contorcimenti e a sentire i miei mugolii, io sarò pronta per tutto quello che la notte vorrà portarmi.

Monday, October 24th 2011 - 05:04:36 PM
    
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Una storia di: Ancora io

Sono passati alcuni mesi dalla mia ultima seduta di bondage. Nel frattempo, fra alti e bassi, un poco da solo ed un poco con la collaborazione di mia moglie ho goduta una serie di self ed alcuni bondage in collaborazione. Ma ora mi si presenta un’occasione molto particolare. Veniamo invitati, io e Maia da Serena ad una gita in barca a vela. Sono un entusiasta del mare; su una barca a vela puoi veramente gustare la sfida del vento, lontano dai rumori e dai motori, di giorno alla luce del sole e di notte sotto uno splendido cielo stellato. Se poi l’invito viene porto da una patita di bondage, la fantasia corre. Omero racconta Ulisse legato all’albero maestro per non cedere alle lusinghe delle sirene, io fantastico legami simili o genialmente inventati da Serena. Nel porto di Sanremo, sulla tolda di uno splendido Ketch, Serena ci accoglie e ci presenta agli altri ospiti. Giovi, splendida ragazza dai capelli corvini e lunghissimi; Sergio, il marito, alto e abbronzato, sul braccio destro un’ancora tatuata; Michele e la sua ragazza Mari, una coppia all’apparenza un po’ schiva, ma che si rivelerà veramente simpatica e soprattutto collaborativa. Se la barca all’esterno si presenta con un’armatura curata e perfetta, sottocoperta è del tutto particolare. L’unico locale “normale” è la cambusa, le altre tre salette, pur sembrando ad un primo esame normalissime, hanno cuccette particolari e tanti anelli e ganci sulle pareti. L’albero di mezzana, una volta attraversata la tolda, si presenta con vari anelli. L’accesso alla cala vele è consentito da una porta sulla quale è fissata una croce di S. Andrea. A poppa, sotto la coperta, un locale attraversato da un trave orizzontale ed una serie di catene. Dopo aver illustrato le particolari caratteristiche di “La Veneziana”, Serena detta le regole per la regata. La meta sono le Baleari, l’equipaggio siamo noi. Considerato che due persone sono abbondantemente sufficienti a condurre un a barca completa di autopilota e di tutti i supporti per una tranquilla navigazione,tutti gli altri si dedicheranno, nel frattempo, ad attività ludiche. Lo scopo della navigazione è il gusto per il mare ed il gusto per il bondage. Le regole sono quelle di Villa Serena, della quale tutti noi, almeno una volta siamo stati ospiti. Allora, andiamo a far cambusa per una settimana in mare senza rientro e poi….si parte. Si stabiliscono i turni al timone e alle vele, i turni della cambusa, i turni del bondage, anche se quest’ultimo è libero e non vincolante. Maia e Sergio sono i primi due conduttori. Mi offro a Serena per una prima sessione di bondage. Sono impaziente e voglioso. Mi accompagna nel locale a poppa sotto coperta, mi invita ad indossare il solo costume da bagno e inizia a legarmi. Disteso sul trave, con le braccia vincolate a due anelli sul fianco del trave, le caviglie bloccate da due cinghie, una cima mi costringe la vita al trave. Mentre mi diletto della mia immobilità, arriva Giovi che finge interesse a carezzarmi, ma inaspettatamente mi infila in bocca un foulard, poi me lo blocca con del nastro e mi copre gli occhi con una mascherina cieca. Sono immobile, muto e cieco. Avverto il rollio della barca ed attendo le attenzioni di Serena e Giovi. Ma loro sono affaccendate a far qualcosa che non percepisco. Dopo un lasso di tempo indefinito, mi viene tolta la mascherina. Giovi, in un entusiasmante bikini nero, è incatenata alla murata a braccia e gambe larghe mentre Sergio, che ha lasciato il timone a Serena, la accarezza languidamente. Io fremo, immobile, mentre il desiderio di ricevere carezze femminili mi conturba e questa sensazione mi fa contemporaneamente soffrire e godere. Sensazioni di languore che mi pervadono mentre il tempo scorre, inavvertito. Ad un certo punto il rollio aumenta, annunciando un possibile fortunale. Serena affida il timone a Michele e viene da Sergio e me a chieder collaborazione sul ponte per terzarolare. Mentre mi slega cerco di approfittare della situazione per blandamente ricattarla chiedendole, in cambio dell’aiuto, di essere una volta lei mia “prigioniera”- Nulla promette, ma nulla esclude. Abbandoniamo una Giovi consenziente nei suoi vincoli e corriamo sul ponte. Onde alte e schiumose si abbattono lungo le murate, mente la Veneziana si inclina pericolosamente sotto vento. Abbattiamo la vela Marconi sull’albero di mezzana e ci apprestiamo a terzarolare la vela aurica dell’albero di maestra. Poi disarmiamo due dei tre fiocchi. La barca acquisisce un’andatura normale ed affronta le onde con buona sicurezza. Mi metto al timone e la conduco con sufficiente perizia. Orzo mentre altri cazza le vele. Mi piace affrontare il vento, sentirlo fischiare in fronte, dominare la barca che scavalca le onde ruggenti. Una soddisfazione che nulla ha da invidiare al bondage. La situazione si presenta davvero intrigante. Il vento, ruotato a maestrale, strappa dalle onde la bianca schiuma che si sparge nell’aria e inumidisce vestiti e visi, pungente, inarrestabile. Allasco leggermente e poggio sino ad avere il vento a tribordo per poter mantenere la rotta mentre la barca fende sicura le onde cavalcandole, accelerando nel cavo e rallentando mentre risale il muro d’acqua che le si para davanti.(E sotto il maestrale urla e biancheggia il mare.) Dopo alcune ore, il fortunale si placa quasi all’improvviso, il vento si tace, le onde rallentano la loro foga, un silenzio strano circonda la barca. (il racconto continua).

Sunday, October 23rd 2011 - 07:12:15 PM
    
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Una storia di: Barbara

Ci sono novità. Innanzi tutto Federico è andato negli USA e ci rimarrà almeno tre anni, quindi abbiamo deciso di riprenderci la nostra libertà. E tutto sommato va bene così, perche il rapporto era diventato un po’ “stanco”.
Certo la sua fantasia nei nostri giochini bondaggiosi era veramente encomiabile.
Però sembra proprio che dalla fine di qualcosa debba immediatamente (o quasi) nascere qualcos’altro di nuovo. Non era passato un mese dalla sua partenza che un bel giorno, andando in banca, mi sono imbattuta per caso in un vecchissimo amico di cui avevo praticamente perso le tracce: Carlo.
E’ un amico di quando ero ragazza, ci trovavamo d’estate in montagna, sopra Mondovì, dove andavo per le vacanze a casa dei nonni. Erano le estati della mia scuola media, e nell’anno dei miei quattordici anni, proprio giocando con lui, ed altre due ragazze e due ragazzi con cui avevamo fatto amicizia, erano successe tre cose indimenticabili della mia vita: il primo amore, il primo bacio e la prima volta in cui sono stata legata. E tutt’e tre le cose erano successe con lui. Sul primo innamoramento e sul primo bacio non mi sembra qui il caso di parlarne. Quanto alla prima volta in cui sono stata legata, dico solo che è avvenuta durante quei classici giochi tipo guardie e ladri. Eravamo divisi in due squadre e ci davamo la caccia tra i boschi di castagni e i prati intorno al paesino.
Ricordo perfettamente che la mia squadra era composta dalle tre femminucce mentre l’altra dai tre maschietti. Io fui catturata molto in fretta (forse anche perché lo desideravo) proprio da Carlo. Ero innamorata di lui e la cosa mi diede un brivido speciale di eccitazione. Secondo le regole stabilite dovevo essere portata al campo avversario e non dovevo cercare di fuggire a meno che una della mia squadra non fosse venuta a liberarmi. Nessuno aveva mai detto che chi veniva catturato dovesse anche essere legato, ma evidentemente i maschietti si erano messi d’accordo.
Avevo seguito tranquillamente Carlo alla loro base e sono caduta letteralmente dalle nuvole quando lui ha tirato fuori di tasca una corda, mi ha spinto con la schiena contro un alberello e mi ha detto di mettere le mani dietro il tronco. Non sono stata capace di dire neanche una parola mentre lui mi legava coscienziosamente i polsi. Sentivo vergogna e una fortissima eccitazione, e quando con un’altra corda mi ha legato anche le caviglie fissandole a loro volta all’alberello, ho pensato che mi sarebbe piaciuto restare così per sempre, immobilizzata dai nodi che lui aveva stretto, in suo completo potere.
Dopo una mezz’oretta la nostra squadra era stata catturata al completo, e noi femminucce eravamo tutt’e tre legate a tre alberelli, senza speranza di poter essere liberate.
Ricordo che a quel punto sostenemmo a gran voce che dovevamo essere slegate perché il gioco era ormai finito, ma i tre vincitori avevano deciso diversamente, e ci toccò restare immobilizzate per almeno un’ora mentre loro giocavano a carte sull’erba, lì davanti a noi, prendendoci in giro per la situazione in cui c’eravamo cacciate.
Quella fu la prima volta, e quell’estate ripetemmo il gioco ancora altre volte. Io nel frattempo avevo manifestato a Carlo i miei sentimenti e lui aveva corrisposto. Ogni tanto cercavamo occasione per restare soli e il nostro primo bacio fu dolcissimo. Ma io volevo che lui mi catturasse di nuovo, volevo sentire le sue mani che stringevano i nodi mentre m’imprigionava, volevo sentirmi inerme e in suo completo potere, come le eroine dei film della televisione, la cui vista mi procurava sempre una specie di fremito e di languore strano.
E così non ci volle molto che, trovandoci di nuovo in squadre contrapposte, io finissi legata da lui come la prima volta. Ma questa volta anziché portarmi al campo avversario, mi condusse, con già la mani legate dietro la schiena, in una specie di capanno che si trovava vicino al ponte sul torrente. Ricordo perfettamente lui che entra per primo, poi mi fa sedere su uno strato di foglie secche e mi lega le caviglie. Io aspetto languida e tremante, sperando vivamente che lui, una volta finito, mi baci. Lo voglio, lo desidero con tutte le mie forze perché sento che essere baciata mentre sono immobilizzata è la cosa più emozionante che potessi desiderare. Ed è successo proprio così.
Ci siamo baciati a lungo, lui sdraiato accanto a me, ed io, con le mani e i piedi legati, sentivo tutta l’eccitazione provocata sia dalla stretta dei nodi che mi imprigionavano sia dalla sua mano leggera che accarezzavano il mio piccolo seno (proprio quell’inverno avevo messo il reggiseno per la prima volta). E’ stato bellissimo, e potete capire come quell’estate sia rimasta per me veramente indimenticabile.
Con lui mi ero poi ancora vista, negli anni successivi, qualche volta a Torino. Eravamo cresciuti, frequentavamo università diverse e altri amori erano entrati nelle nostre vite. Una sola volta, prendendo insieme un aperitivo, avevamo ricordato i giorni felici di quelle estati, e lui ad un tratto, aveva detto: ricordi quando ti avevo legata? Dì la verità, ti era piaciuto, eh?
Io avevo sentito un tuffo dentro, una specie di vampata improvvisa, sono sicura di essere arrossita e avevo risposto: Beh, forse un pochino sì. Lui aveva sorriso e poi aveva quasi sussurrato: anche a me.
Forse quella avrebbe potuto essere un’occasione per riallacciare i rapporti, ma io ero impegnata in un amore abbastanza tumultuoso e la cosa era finita lì. E poi ci siamo persi di vista.
Bene, un mese fa ci siamo di nuovo incontrati, per caso, attraversando in senso inverso la strada a un semaforo. Strana la vita, no? Io tornata single da poco e lui impegnato in una relazione che va e viene. Ci siamo di nuovo seduti in un bar e, incredibilmente, ci siamo fatti un sacco di confidenze. E’ saltato fuori tutto, dai ricordi di quelle estati alla nostra vita successiva, ed io, senza neanche sapere perché, gli ho raccontato anche fatti miei privati, compresi i giochi bondaggiosi che praticavo con Federico. Gli ho detto: guarda che tu hai una responsabilità, perché tu sei stato quello che mi ha legata per primo e siccome mi è piaciuto, ho finito per divertirmi anche dopo.
Lui allora mi ha presa in contropiede e mi ha detto: Ti confesso una cosa: anche a me era piaciuto molto, ed è una cosa che mi è rimasta in mente e ho anche praticato con una che stava con me due anni fa, perché piaceva anche a lei. Poi, buttando lì la cosa come se niente fosse ha proseguito: comunque, se vuoi io sono sempre disponibile.
La faccio breve. Ci siamo messi d’accordo. Non per iniziare una nuova relazione stabile perché né io né lui ne sentiamo bisogno, ma mi ha lasciato la sua mail con la promessa che se mi fosse venuta in mente qualche voglia strana, qualche fantasia, gliela avrei scritta e lui ….
Bene, una settima dopo gli ho scritto una mail che diceva: mia cugina è stata assalita da uno sconosciuto in ascensore.
Ma questa è una storia che vi racconto la prossima volta.

Thursday, October 20th 2011 - 07:04:06 PM
    
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Una storia di: peru

Sabato pomeriggio

Non trovo le chiavi del lucchetto. Le cerco da almeno mezzora, ma niente da fare. Non sarebbe un problema, se il lucchetto non fosse quello che unisce le cavigliere che mi bloccano i piedi alla catena fissata in vita, costringendomi a tenere le ginocchia piegate. E non sarebbe un problema trovare le chiavi, se prima di incatenarmi non avessi fissato la benda che ho sugli occhi con qualche giro di nastro da pacchi. Certo, una volta trovate le chiavi il problema sarebbe riuscire a prenderle, con le mani dietro la schiena e le manette ai polsi, fissate alla catena in vita da un secondo lucchetto. Del resto, se avessi le mani libere potrei togliermi la benda e tutto sarebbe risolto. Invece sono qui da venti minuti a strisciare, nudo, sul pavimento bagnato, muovendomi di dieci centimetri per volta e sperando di finire sulle chiavi di quel benedetto lucchetto, finite chissà dove. Già, perché prima le chiavi erano intrappolate nel ghiaccio, sul fondo della bottiglia da un litro e mezzo che ho tolto dal freezer e lasciato sul pavimento subito prima di iniziare a legarmi.
Dopo un'ora abbondante in cui mi sono goduto il freddo del metallo e la totale immobilità, girandomi su un fianco a fatica ho recuperato la bottiglia, ancora freddissima. Di nuovo a pancia in giù, l'ho girata per far uscire le chiavi, rovesciandomi sulla schiena tutta l'acqua gelata. Un vero godimento, peccato che l'acqua ha trascinato via le chiavi lasciandomi qui legato, nudo e bagnato.
Solo quando le avrò trovate potrò aprire il lucchetto, distendere finalmente le gambe e provare ad alzarmi. Poi dovrò saltellare o strusciare i piedi, sempre incatenati, fino al comò, prendere le chiavi della porta della stanza, tornare verso quest'ultima e aprirla. Sempre saltellando andrei in cucina a recuperare sul tavolo le chiavi del secondo lucchetto, quello che fissa le manette al busto. Poi di nuovo in camera da letto a cercare nell'armadio le chiavi delle cavigliere, impossibili da trovare con le mani bloccate in vita. Del resto anche le caviglie sono irraggiungibili finché non sblocco le mani dal dorso. A quel punto potrei finalmente salire sulla sedia e, sempre con le mani dietro la schiena, tastare il tetto dell'armadio per trovare le ultime chiavi, quelle delle manette. Con le mani libere potrò infine togliermi finalmente la benda e il bavaglio a pallina, che forse non vi avevo ancora detto di avere. Questo era il piano, ma per adesso sono fermo al primo stadio.
Volevo approfittare dell'assenza di Francesca e della sua coinquilina e passare qualche ora del sabato pomeriggio incatenato. Non volevo liberarmi troppo facilmente e da giorni fantasticavo sulla sequenza delle operazioni e sulla disposizione delle chiavi. Non c'è che dire, il primo obiettivo l'ho raggiunto.
Non voglio nemmeno pensare che non riuscirò a liberarmi. Francesca non rientra prima di domani sera e comunque sarebbe veramente imbarazzante farmi trovare così. Sa benissimo che adoro essere legato e corde e manette non mancano quando facciamo l'amore, ma non sospetta di certo che passi i pomeriggi legandomi da solo.
Ed eccole qui! Sì, questo spuntone sul pavimento liscio sono proprio le chiavi, qui sotto la mia spalla! Ora devo girarmi e cercare di prenderle, stando attento a non spostarle mentre mi muovo, cosa che puntualmente avviene. Dopo vari tentativi in cui sembro un gatto che insegue la coda, ma molto più lento e goffo, riesco finalmente a toccarle con le dita, poi a sollevarle. Mi rigiro a pancia in giù per lavorare meglio sulla serratura, che nella foga mi sfugge sempre, e riesco a far cadere di nuovo le chiavi! Non demordo, un attimo per prendere fiato, concentrazione, le recupero, tengo saldo il lucchetto con una mano e con l'altra finalmente - clink! - lo apro! Lo sfilo dall'anello della catena e subito è una goduria cominciare a distendere le ginocchia, che scricchiolano allegramente, il sangue che circola, i muscoli che si rilassano.
Mmmm, un sollievo, una liberazione, che mi godo stando qualche minuto sdraiato a pancia in giù.

(continua...)

Thursday, October 20th 2011 - 12:20:06 PM
    
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Una storia di: Bien Astado

Una storia come tante

Erano oramai otto mesi che convivevamo. Una cosa nata come una cosa buttata lì da sua madre si era ben presto trasformata nella nostra vita quotidiana.
Suo nonno mancò un anno prima e la casa in centro era vuota, sua madre non voleva affittarla poiché era troppo grande e l’affitto sarebbe stato troppo alto per dei residenti quindi rimase vuota. Quando una sera a cena ci disse che potevamo prendere in considerazione di andarci ogni tanto a passare qualche serata, giusto per non lasciarla vuota, prendemmo la decisione di andarci a stare per un po’ e testare se eravamo in grado di convivere. Erano due anni che stavamo insieme oramai, avevamo 20 anni a testa e gli studi universitari non ci avevano attratto abbastanza, quindi eravamo rimasti in città a fare dei lavori ben più remunerativi in attesa di qualche ispirazione, quindi il fatto di vivere insieme ci faceva sentire ancora più adulti e maturi. Avevamo le stesse passioni e gli stessi interessi ed una sera scoprimmo di avere anche la stessa intesa per il bondage.
Mi ricordo ancora benissimo la sera in cui successe.
Stavamo insieme da qualche mese quando una sera parlando davanti ad una birra di alcuni film che ci avevano colpito particolarmente mi disse che una delle cose che la eccitavano maggiormente era trovarsi in una situazione come quella di film come “Basic Instinct” o “Luna di Fiele” ma che le sembravano cose così assurde da non prenderle piu di tanto in considerazione...solamente delle fantasie. Bè, passammo la serata a parlare di bondage. Le spiegai che anche a me piaceva molto e che non era una cosa strana o solo una fantasia ma anzi era una pratica sessuale molto conosciuta e praticata. Tornò a casa quella sera motivata a documentarsi per iniziare a mettere in atto le sue fantasie e la casa dove in seguito andammo a convivere fu il fulcro di ogni nostra piu disparata sperimentazione.
Avendo solo noi le chiavi di casa (nessuno aveva copie, nemmeno sua madre) potevamo prenderci ogni tipo di libertà senza paure ne timori, quindi trasformammo una delle due camere da letto del piano di sopra nella nostra personale “Camera dei giochi”. In pratica creammo una seconda camera da letto allestita di tutto punto. Alla porta installammo una apertura a molla solo con chiave per evitare che eventuali amici curiosi trovassero la nostra saletta dei divertimenti, poi mettemmo un letto matrimoniale con i due sostegni frontali e dorsali in ferro battuto intrecciato, un paio di sedie molto larghe (una con i braccioli e una senza) e un paio di appendi abiti in acciaio da innestare direttamente dentro il muro. Così facendo avevamo punti di ancoraggio per le corde praticamente per ogni posizione.
La cosa che più mi piaceva di lei era la voglia di sorprendermi sempre e la voglia di provare, di sperimentare e di non fermarsi sempre al “già provato”. Inscenava spesso giochi di ruolo in cui si immedesimava davvero e ogni tanto mi preparava delle sorprese che mi lasciavano davvero a bocca aperta. Come quando, il giorno del mio compleanno, mi infilò nel portamonete le chiavi della nostra “sala giochi” e delle chiavi per manette. Quando le vidi non capii ma quando tornai a casa la trovai nella nostra camera da letto personale ammanettata a X al letto, imbavagliata con una ballgag e con indosso solo della lingerie davvero raffinata e irresistibile e i polsini che usavamo per evitare che le legature piu lunghe o costrittive ci lasciassero segni troppo evidenti. Sul comodino mi fece trovare dei morsetti per i capezzoli, un vibratore dell’ Hitachi (che fino a quel momento pensavo fosse un esclusiva del mercato del porno) e un biglietto d’auguri.
Questo è quello che intendevo quando vi dicevo che mi sorprendeva di continuo. Aveva passato settimane a spulciare la rete per trovare quelle cose, le aveva nascoste una volta arrivate e aveva aspettato un giorno speciale per regalarmele...in una situazione ancor più speciale.
Insomma come avrete capito andava tutto a gonfie vele...tranne un piccolo evento successo qualche settimana prima.
Da qualche mese usciva con una sua collega di lavoro, niente di particolare, una ragazza come tante (che chiamerò Sonia da quì in avanti), non troppo carina e un po' pienotta ma con una tale arroganza e strafottenza da rendersi antipatica ed insopportabile alla maggior parte della gente...me compreso.
Bè una sera eravamo tutti in un pub fuori città a festeggiare il compleanno di una sua collega di lavoro. Il pub era tutto per noi in quanto questa ragazza lo aveva affittato per godersi un indimenticabile festa privata e l’alcool, inutile dirlo scorreva copioso. In uno dei miei tanti “Pit Stop” in bagno però, intravidi in un angolo un po’ più appartato del corridoio che portava ai bagni, Sonia e la mia ragazza che si baciavano e si toccavano sotto i vestiti. Uscii subito per non farmi vedere e dopo nemmeno un paio di minuti uscirono anche loro. Non sapevo cosa dirle o se dirle qualcosa, decisi che poteva essere un episodio dettato dall’alcool o da qualche estro del momento e lasciai correre facendo finta di nulla, aspettando momenti più tranquilli per chiedergli qualcosa...non ero arrabbiato. La mia era solo curiosità di sapere il perché di quell’eccitante quadretto.
Attesi il giorno del suo compleanno e gli organizzai una sorpresa pari a quella che mi aveva preparato lei qualche mese prima.
La notte prima gli infila nella borsa le chiavi della stanza e delle manette, in modo che le trovasse durante la giornata o alla peggio quando usciva da lavoro alle cinque cercando quelle di casa. Quel giorno tornai da lavoro dopo pranzo, mi presi un permesso per organizzare tutto al meglio.
Mi feci una doccia veloce e mi infilai subito nella nostra stanza privata. Iniziai a disporre i vari regali in giro per la stanza, sul comodino misi un biglietto d’auguri e la prenotazione per un weekend alle terme tutto compreso (visto che il suo compleanno cadeva a metà settimana volevo regalargli qualcosa che la facesse rilassare e svagare un po’, inoltre avrei approfittato di quei giorni per chiedergli di quella situazione con Sonia a cui avevo assistito qualche settimana prima), poi appesi di fronte al letto un completino intimo che da parecchio tempo mirava e rimirava in una vetrina in centro, infine presi una delle due sedie e ci appoggiai sopra qualche nuovo oggettino che aveva adocchiato in rete e che mi aveva fatto capire che gli sarebbe piaciuto avere (una coppia di morsetti per capezzoli regolabili, le palline cinesi e un ovetto vibrante radiocomandato a distanza) insieme all’ Hitachi e a qualche nostro giocattolo di uso comune, infine cominciai a prepararmi.
Viste le lunghe ore di detenzione che mi attendevano mi infilai i polsini a braccia e gambe per non sentire troppo male, poi presi un cappio che avevamo fatto con una stringa di una vecchia scarpa e me lo legai attorno alle palle per aumentare la mia eccitazione e la mia sensibilità, questa cosa la faceva impazzire e ogni qualvolta poteva mi legava le palle in quella maniera perché gli piacevano i miei sussulti quando mi toccava al culmine dell’eccitazione. Non strinsi troppo per evitare spiacevoli dolori in una situazione del genere ma era comunque tirato in maniera accettabile.
Per il bavaglio optai per un classico. La ballgag non mi piaceva più di tanto, mi permetteva comunque di parlare un minimo o comunque di formulare suoni ancora comprensibiliquindi scelsi un bavaglio più tradizionale. Avevamo un sacchetto in cui mettevamo tutte le calze e l’intimo in generale rotto o sgualcito da utilizzare per i nostri giochi, ne pescai un paio di culottes e me le infilai in bocca, poi presi un foglio abbastanza lungo di domopack e me lo avvolsi attorno alla nuca facendolo combaciare sulle labbra e per tenerlo definitivamente fermo misi qualche striscia di nastro americano argentato...ora non potevo produrre altro che mugolii incomprensibili. Presi dal sacchetto anche un vecchio gambaletto che mi sarebbe servito dopo. Agganciai due manette per caviglie alle due estremita della struttura del letto e poi le feci scattare alla mie caviglie in modo da avere le gambe divaricate e molto larghe...esagerai un po’ forse perché non riuscivo a muoverle per nulla. Dopo essermi infilato il gambaletto sul pene (altra cosa che a lei piaceva molto) riservai lo stesso trattamento delle caviglie ai miei polsi e mi ritrovai ammanettato a X sul letto. Non avevo preso benissimo le distanze delle manette, ero lievemente in trazione e totalmente immobile. La cosa mi eccitava e iniziava ad essere visibile, quindi presi un bel respiro ed iniziai ad aspettare che tornasse a casa. La tensione per l’attesa mi annebbiava la mente e mi riempiva di pensieri che fecero volare letteralmente il tempo fino a chè il rumore della porta che si apriva mi fece tornare rapidamente alla realtà. Iniziai ad eccitarmi pensando a quando mi avrebbe trovato...a quello che avrebbe detto e mi avrebbe fatto ma notai che qualcosa non andava. Sentii dei passi diversi...più timidi forse. Non decisi come al solito. Iniziai ad agitarmi e a pensare che fosse parte di un eventuale scenetta che si era studiata quando trovò le chiavi. La porta della stanza finalmente venne aperta...lentamente quasi come se dall’altra parte ci fosse stata una persona che stava curiosando timidamente alla ricerca di qualcosa.
Era Sonia! Con mio grande stupore, iniziai ad agitarmi sorpreso per quella intrusione...non volevo che proprio una persona come lei mi vedesse in quello stato e allo stesso tempo non capivo come fosse stata possibile quell’intrusione. Iniziai a parlare inutilmente dentro il bavaglio mentre lei mi fissava dall’uscio della porta...poi entrò. Si sedette sul bordo del letto e guardandosi intorno inizio a spiegarmi tutto:

“Bel posticino...davvero! Mi aveva spiegato com’era ma devo dire che è proprio affascinante. Penso che tu voglia qualche spiegazione in merito alla mia presenza qui...bè oggi mentre ci confidavamo in pausa pranzo io e la tua ragazza abbiamo scoperto che festeggiamo il compleanno nello stesso giorno. Così si stava premurando di chiamarti subito per dirti che saremmo usciti tutti insieme e che avreste usato il week-end per festeggiare voi due in intimità ma mentre cercava il telefono nella borsa si fermò, mi guardò e passandomi un paio di chiavi che aveva appena tirato fuori mi disse che aveva in mente un idea migliore per festeggiare il nostro compleanno.”

Non riuscivo a credere a quello che mi stava succedendo una sorpresa per la mia fidanzata si stava trasformando nell’ennesima sorpresa per me. Sonia continuava a parlarmi, spiegandomi che si era sfogata tempo addietro con la mia ragazza per il fatto che un po' per il suo aspetto fisico e un per il suo carattere non era mai riuscita ad avere un ragazzo. Mi rassicurò su quello che avevo visto un paio di settimane prima spiegandomi che la mia fidanzata le aveva insegnato a baciare decentemente un uomo e le aveva fatto provare delle sensazioni nuove.
Devo ammettere che un po’ mi faceva pena, ma rimaneva il fatto che la consideravo una stronza e non mi andava molto a genio quella situazione. Mi sentivo violato ma ero anche visibilmente eccitato.
Poi si alzò, si rimise a posto i capelli corvini e si sistemò gli occhiali.

“Mi ha detto di premurarmi che tu non possa liberarti e che se volevo potevo stuzzicarti un po’ fino a che non torna...ma mi sembra che tu non possa fare ne dire niente. Quindi...”

Mi sfiorò timidamente il pene avvolto nella calza e sussultai...mi stavo eccitando parecchio. Mi sembrava tutto così assurdo.
Si aprì la porta di casa nuovamente...era tornata la mia ragazza, magari ora avrei saputo quali erano i piani della serata, anche se non ci voleva un luminare per capirli.
Sonia uscì e le sentii parlottare di la poi finalmente arrivò da me chiudendosi la porta alle spalle.

“Ma quanti bei regalini! Che amore che sei! Anche io ti ho fatto una sorpresa hai visto?”

Iniziai a mugolare nel bavaglio sperando che me lo levasse per potergli parlare.

“Che bel lavoro che hai fatto! Non puoi proprio parlare...bravo! Comunque non penso che tu mi voglia dire qualcosa di particolare visto che sei visibilmente eccitato. Bè ora io vado di la che preparo qualcosa da mangiare per me e per Sonia, tu non ti muovere che poi ci dedicheremo a te per tutta la notte. Sai, poverina, non ha mai avuto un ragazzo e ho pensato che fosse il caso di insegnarli qualcosa. In fondo oggi è anche il suo compleanno e poi...non sei contento? Hai due donne che vogliono sperimentare ogni cosa sul tuo corpo per tutta la notte. Però mi devo premunire che tu non perda la tua eccitazione da qui a quando torniamo!”

E detto questo prese le palline cinesi e me ne infilò un paio proprio lì...bruciava dannatamente ma mi eccitava. Nessuno lo aveva mai fatto prima e mi sentivo come le prime volte che venivo legato...mi sentivo un ostaggio...ero eccitatissimo. Poi prese un pezzo di nastro adesivo e mi legò il suo nuovo vibratore ad ovetto sul pene, la calza faceva in modo che non sentissi alcun male e gli permetteva di rimanere li immobile a fissarmi pronto a farmi godere ad ogni suo ordine. Si mise il telecomando in tasca senza accenderlo e tornò di la portandosi il nuovo completino intimo che gli avevo regalato.
Stettero di la non più di una mezzora. I miei gemiti soffocati, ogni volta che la mia ragazza azionava il vibratore, accompagnarono la loro veloce cena...poi tornarono. Vestite solo di un paio di autoreggenti. Devo dire che Sonia, anche se pienotta aveva davvero un bel fisico e quella situazione iniziava a piacermi dannatamente.
La mia ragazza sfilò la calza dal mio uccello e ne strappò via il nastro con il vibratore, poi se la struscio fra le labbra della figa e me la appoggiò sopra il naso per farmi sentire che era già bagnata e per farmi venire voglia di lei. Sonia ci guardava con occhi avidi e scrutatori...penso che anche lei fosse già bagnata. Poi tirò via le palline dal mio buco e le gettò per terra ed infine lei e Sonia si sdraiarono una per gamba e cominciarono a leccarmi i piedi. Lei gli spiegava quali erano i punti più sensibili e come doveva usare e dosare la lingua. Si fermava solo per poggiarmi il suo piede sulla faccia quando i miei gemiti diventavano troppo forti.
Sonia ebbe uno slancio di iniziativa e mentre mi leccava e solleticava il piede inizio a carezzare il mio pene prima con uno e poi con tutti e due i piedi...stavo impazzendo e i miei gemiti si trasformarono ben presto in gridolini di piacere.
Orgogliosa della sua nuova allieva, la mia ragazza abbandonò il mio piede ed iniziò a toccarla e a farla godere davanti ai miei occhi per poi spostare l’attenzione sulla prima lezione di sesso orale di Sonia. Iniziarono a leccarmelo e a succhiarmelo tutte e due, Sonia imparava in fretta non c’è che dire, mentre gli unici rumori che permeavano la stanza erano il tintinnare costante delle mie manette per gli strattoni che davo e l’urlare di godimento soffocato dal bavaglio. Un paio di volte urlai persino “Basta” da tanto era forte l’eccitazione...ma non si sentì nulla di più di un ennesimo mugolio.
Ero sul punto di venire quando la mia ragazza fermo entrambe. Si alzò e dalla cassettiera prese delle corde e la nostra ballgag.

“Ora ti insegno come si lega una persona”

Disse a Sonia e passo passo la guidò fino a che non era legata agli appendiabiti a muro di fronte al letto.

“I patti li conosci Sonia. Non puoi scoparti il mio ragazzo ma a parte quello puoi fargli tutto quello che vuoi e devi riuscire a farci venire tutti e due. Se ce la fai hai superato la prova” Disse sorridendo complice all’amica.
“Ora prendi quella pallina e imbavagliami poi divertiti come meglio credi per tutto il tempo che vuoi”.

Sonia non se lo fece ripetere e imbavagliò la mia ragazza con una freddezza tale da spaventarmi. Poi prese l’Hitachi me lo poggio sul bene e lo accese e iniziò a dedicarsi a lei. Io gemevo per le vibrazioni a cui ero costretto mentre vedevo la mia ragazza godere sotto i colpi di lingua che Sonia gli stava dando nelle parti basse. Mi guardava con aria maliziosa e complice mentre la sua amica si impegnava davvero toccandosi e gemendo anche lei. Quando la mia ragazza, sbavando nel bavaglio, esplose in un orgasmo Sonia si scostò si alzo e venne da me.
Spense il vibratore e lo spostò poi mi sali a cavalcioni e mi appoggiò la sua figa sulla faccia, si chinò sul mio pene e riprese le lezioni di sesso orale guardando con occhi di gratitudine la mia ragazza. Urlai in un orgasmo liberatorio da lì a poco mentre lei ingoiava tutto con enorme sorpresa di entrambi, poi si alzò e andò a liberare la mia ragazza che a sua volta venne a liberare me.
Quella notte dormimmo tutti insieme nel letto della nostra sala dei giochi coccolandoci come se stessimo tutti e tre insieme da una vita e dalla mattina dopo le nostre vite ripresero a scorrere come sempre.
Non giocammo più in tre e con la mia ragazza finì nel giro di otto mesi per divergenze che si crearono e che non sto qua a raccontarvi...in compenso anni dopo rincontrai svariate volte Sonia e passammo delle nottate davvero incredibili che forse, un giorno, vi racconterò.

Wednesday, October 19th 2011 - 03:38:38 AM
    
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Una storia di: Bien Astado

Il Mio Amico

A 16 anni avevo un amico con il quale eravamo praticamente inseparabili. Lui era un po' più giovane di me (aveva 15 anni) ma dell'età all'epoca poco ci importava. Avevamo fumato insieme la prima sigaretta e ci eravamo presi la prima sbronza uscendo un Sabato sera, insomma tutti gli step che portano dall'infanzia all'adolescenza li stavamo vivendo insieme ma la cosa più importante era che non ci sentivamo parte della massa. Mentre da un lato ci sembrava di essere un po' più maturi di quei ragazzi che passavano i pomeriggi a dare calci ad un pallone e correre con il loro motorini nelle stradine di campagna, dall'altro ci sembrava ancora presto per abbandonare cartoni animati, videogiochi e divertimenti pomeridiani.
La certezza sulla nostra maturità aggiunta l'avevamo per il fatto che a differenza degli altri ragazzi noi ci trovavamo bene ad uscire con le ragazze della nostra scuola, a girare per negozi al pomeriggio con loro, ad avere delle amiche da far confidare e con cui confidarci e soprattutto ci sembrava una cosa davvero immatura considerarle o inutili o semplicemente degli oggetti estetici...delle conquiste. Questo ci aveva permesso di andare ben oltre il semplice "primo bacio" già da qualche tempo...avevamo scoperto i preliminari e gli orgasmi niente sesso ancora ma già così ci sentivamo più adulti...più grandi dei nostri compagni. Il rovescio della medaglia era che ovviamente fummo tagliati fuori dal circuito esclusivo dei "maschi veri" ma a noi non importava e quando non eravamo in giro con qualche nostra amica passavamo dei pomeriggi interi a casa del mio amico a giocare ai videogiochi, a guardare cartoni o film e a fare ancora i bambini simulando qualche storia dove immancabilmente ci correvamo dietro per tutta la casa inseguendoci come due bambinoni troppo cresciuti.
Per quanto riguardava me, avevo scoperto il bondage qualche anno prima, o meglio avevo dato finalmente un nome alla mia fobia del farmi legare e del legare, grazie agli albori di internet che a cavallo degli anni 90 - 2000 iniziava a presentarsi timidamente in tutte le case. Scaricavo le immagini che trovavo in alcuni siti che ancora adesso ricordo e leggevo un sacco di cose migliorando il mio inglese poco a poco e capendo un sacco di cose nuove per quanto riguardava corde bavagli e self bondage. Tutto trovava un nome e iniziavo a sentirmi un po meno solo (forse un po troppo solo in Italia o nella mia città ma non nel mondo). Passavo il tempo in ci ero solo a casa a cercare di legarmi nei modi che facevano vedere i vari siti capendo che da solo e soddisfacente ma non abbastanza, quindi un po deluso aspettavo il giorno in cui avrei avuto il coraggio di confidarmi con qualcuno di fidato (una ragazza o un amica che non mi considerasse uno psicopatico).
Mi ero comprato una decina di corde da due metri (corde che conservo ancora adesso, poiché non ne ho trovate più di così morbide e malleabili) da un ferramenta e con un sacco di vergogna andavo sporadicamente al mercato settimanale a rifornirmi di calze da ginnastica, collant e calze autoreggenti femminili per crearmi dei bavagli che davvero non mi facessero parlare quando mi imbavagliavo nella mia cameretta. Mi ero preparato una borsina nera che nascondevo sotto al letto, lontana da occhi indiscreti e che portavo con me in motorino ogni volta che uscivo di casa.
Il mio amico non sapeva niente di questa mia passione (avevo paura di essere bollato come un pazzo anche da lui a quell'età) però ogni volta che inscenavamo qualche teatrino a mo di bambini qualche corda ogni tanto spuntava fuori e blandamente il "cattivo" di turno si ritrovava legato mani e piedi mentre l'altro vittoriosamente o gli faceva il solletico o semplicemente faceva finta di dimenticarsene. Era l'unico modo che avevo per sentirmi in una maggiore situazione di costrizione rispetto al self bondage casalingo. La genialità stava nel mettere nella borsa anche un controller della Playstation, una pistola a gommini (quelle a molla che andavano di moda qualche decina di anni fa) e altre svariate carabattole per giustificarla come la "borsa dei giochi" e soprattutto nascondere in una tasca interna tutto quello che era calze o similaria utilizzate come bavaglio.
Ma torniamo a noi, un pomeriggio qualunque stavamo guardando la tv, come sempre in casa fino alle dieci di sera c'eravamo solo noi, i suoi genitori tornavano da lavoro sempre alle dieci di sera e l'unica persona che vedevamo prima era una specie di domestica che arrivava alle otto per fare da mangiare a lui (o a noi se eravamo insieme) e per sistemare la casa; bè fra un pugnetto sulle spalle, una spintarella e qualche battutina detta per noia ci trovammo a correre per la casa e come succedeva spesso mi ritrovai con le mani e i piedi legati disteso sul tappeto ma quella volta decisi di istigarlo un po' di più e vedere se riuscivo ad ottenere qualcosa di più. Come vi ho già raccontato erano legature abbastanza blande, quindi in una decina di minuti mi liberai e tornai da lui che abbastanza stupito mi chiese come avevo fatto. Colsi la palla al balzo e gli mentii dicendo che su internet avevo letto su un sito inglese come scappare da una legatura.
Come previsto per rompere la noia voleva vedere anche lui questo sito e così una volta entrati nello studio di suo padre e dopo aver acceso il computer lo indirizzai su uno dei pochi siti di bondage che avevo scoperto all'epoca (non metto il link perché non mi sembra il caso di fare pubblicità ad un sito che a distanza di più di dieci anni è ancora online). Ovviamente non c'era nessuna spiegazione su come caparre da una legatura però facendo la recita di cercare un po' in tutto il sito aprimmo un le ogni link in cui spiegavano o illustravano come legare una persona, notai che anche se non come me era comunque interessato alla cosa (forse più per la novità e per le tette delle signorine nelle foto che per il bondage in se) e la cosa mi faceva ben sperare che magari la prossima volta magari le legature sarebbero state meno blande; non era come aver svuotato il sacco ed essermi esposto ma magari qualche risultato lo avrei ottenuto.
Fummo interrotti dal telefono che squillava, era sua madre che gli diceva che la domestica non sarebbe arrivata quel giorno per un imprevisto e che inoltre i miei genitori e i suoi sarebbero andati fuori per cena per organizzare le vacanze natalizie, e che quindi avrebbero fatto tardi. Alla richiesta se volevamo andare con loro declinò per tutti e due memori dell'ultima volta che ci eravamo annoiati in un ristorante fuori città per tutta la sera e gli disse che ci saremmo aggiustati con sofficini e pizze surgelate e che li avremmo aspettati alzati. Non ci furono problemi ma appena mi raccontò tutto tentai di cogliere la palla al balzo proponendogli di mangiare da li a poco in modo da avere tutto il fine pomeriggio e la serata per dargli la rivincita poichè anche io ero curioso di vedere se davvero non si poteva scappare dalle legature mostrate su quel sito (che bugiardo...).
Mi stupii e in parte mi eccitai del fatto che accettò subito ma non lo detti a vedere e mentre lui infilava ogni sorta di schifezza surgelata nel microonde io stampavo ogni tipo di legatura che trovavo e gli insegnai a cancellare la cronologia per evitargli problemi futuri.
Dopo aver cenato (o meglio aver fatto una merenda degna del peggior stereotipo americano) prendemmo tutti i fogli e andammo di sopra in camera sua. Li riguardammo quasi tutti per scegliere quale legatura avrebbe preferito per vendicarsi ma che però allo stesso tempo andasse bene anche a me. Optammo per la sedia. Prese la sedia della sua scrivania e la mise dentro la cabina armadio in modo che se per caso qualcuno fosse arrivato anzi tempo avremmo avuto il modo di liberarmi e di camuffare dicendo che ero nel bagno della sua camera, mi sembrava una precauzione inutile considerando che erano le 6 del pomeriggio però questa cosa non faceva altro che aumentare la mia eccitazione poiché pensavo che riavrebbe voluto tenere il più a lungo possibile legato ma non gli chiesi nulla e accettai. Chiudemmo il bagno dall'esterno con la luce accesa dentro e mi sedetti sulla sedia. Notai che la cabina armadio era davvero comoda e spaziosa, aveva questa rientranza piuttosto larga e alta dove ci si poteva cambiare con un enorme specchio a figura interna su uno dei due lati e una lucina che illuminava fiocamente tutto...la mia testa cominciava a viaggiare e a pensare che a breve sarei stato prigioniero in una piccola cella con tanto di specchio per potermi vedere legato, mi fermai solo nel momento in cui sentivo che i morsi allo stomaco dell'eccitazione si stavano cominciando a trasformare in un altro tipo di eccitazione ben più visibile.
Prese le corde dalla borsa e le appoggio di fronte a me e seguendo le istruzioni passo passo chiedendomi eventuali traduzioni quando servivano mi legò i polsi separatamente alle due gambe più alte della sedia (quelle che terminano con il poggiaschiena per intenderci) fece un lavoro davvero molto simile a quello nella foto tenendo in considerazione anche dettagli come quello di farli passare sia sopra che sotto alla seduta per evitare che eventuali movimenti mi permettessero di alzare le braccia.
Prese un altra corda e si dedico al busto legandolo saldamente alla struttura della sedia per evitare che potessi sporgermi troppo in fuori con il torace...forse stava stringendo fin troppo ma mi andava bene cominciavo a non poter più controllare la mia eccitazione ma feci un ultimo sforzo per evitare che si accorgesse di eventuali rigonfiamenti, alla fine ; era un uomo che mi legava e sarebbe stato difficile spiegargli che mi eccitavano le corde e la situazione e non lui quindi iniziai a pensare ad altro mentre si dedico alle caviglie.
Mi tolse le scarpe e le calze, mi fece andare un po avanti con il sedere e mi legò le caviglie esattamente come erano nell'illustrazione, tirate un po indietro ed ancorate sia alle gambe frontali che dorsali della sedia e tenendo conto anche li di impedirmi il maggior numero di movimenti possibile.

"Ecco fatto! Ho seguito quasi tutti i passi nel dettaglio, vediamo se adesso riesci a liberarti anche da questa legatura."

"Wow!" fu l'unica risposta che riuscii a dire da tanto forti erano i morsi allo stomaco per l'eccitazione.

"Ora chiudo la porta della cabina armadio e ti lascio lì per un po' così provi a liberarti anche se mi sembra davvero impossibile che tu ce la faccia, se ti vuoi arrendere basta che urli tanto io sono di la a giocare con la play." E dopo aver detto questo chiuse la cabina armadio.

Lo sentii prendere i fogli dal pavimento e andare di la e dopo aver preso un bel respiro iniziai a dimenarmi per testare le legature rendendomi conto che stavolta erano davvero ben fatte. Mentre mi agitavo inutilmente sulla sedia il mio sguardo incrocio lo specchio e vedendomi così, legato come nelle foto che da anni riempivano le mie fantasie e i miei desideri...non riuscii più a trattenere la mia eccitazione che, aiutata dai boxer e dai pantaloni della tuta che avevo indosso, era oramai ben visibile e difficilmente giustificabile.
Sentivo, come un rumore di sottofondo, il mio amico parlare da solo di là (lo faceva sempre quando giocava con la play) ma un: “E queste cosa sono???” mi aveva momentaneamente deconcentrato dal mio torpore idilliaco dato dalle legature così come poco dopo un rumore di fogli aveva di nuovo distolto la mia attenzione da quel momento così speciale e per il momento unico. Ritornai a divincolarmi lentamente per realizzare di nuovo la mia situazione e mi immersi di nuovo nei miei pensieri cercando di controllare, senza risultato alcuno, la mia eccitazione quando all’improvviso la porta della cabina armadio si aprì e prima di poter realizzare cosa stava succedendo mi trovai la bocca piena di un materiale misto tra spugna e lycra.
Il mio amico mi stava imbavagliando con le calze che tenevo dentro la mia borsa. Cacchio le aveva trovate e adesso dopo avermi riempito la bocca continuava a legarmi attorno alla testa ogni tipo di autoreggente o di calzettone che gli passava tra le mani per evitare potessi sputare la palla di tessuto che mi aveva infilato in bocca. Strinse quei nodi davvero tanto per assicurarsi che il suo lavoro fosse efficace. Preso dal panico (e non lo nego anche un po' dall’eccitazione) iniziai a boffonchiare suoni senza senso ma notai che la sua faccia non era la stessa di prima...il suo volto era segnato dalla rabbia e non aveva l’espressione complice di chi stava scherzando o tantomeno giocando. Iniziai a dimenarmi e a cercare sempre più inutilmente di parlare e quando finì il suo lavoro l’unica cosa che disse fu:

“Sei anche eccitato! Che bastardo!”

Arrabbiato anche più di prima se ne andò lasciandomi li e dimenticando la cabina armadio aperta. Notai per terra, un pò più in lontananza i fogli che avevamo stampato prima riguardanti i bavagli e non ci volle certo un genio a capire che aveva fatto due più due e aveva capito tutto. L’eccitazione sparì immediatamente e lasciò il posto in parte al senso di colpa e in parte alla paura che volesse lasciarmi lì in quello stato fino all’arrivo dei nostri genitori in modo da potermi umiliare pubblicamente raccontando tutto.
Iniziai a dimenarmi come un forsennato cercando di liberarmi ma la scarsa concentrazione data dal panico e le legature fatte decisamente meglio del solito mi fecero perdere ben presto ogni speranza. Non passò molto tempo e lui rientrò. Aveva un aria diversa, sembrava più sereno e aveva un paio di forbici in mano che mi lasciavano ben sperare che le sue intenzioni fossero di liberarmi ed eventualmente discutere su quanto era successo. Iniziai a mugolare e ad agitarmi cercando di fargli capire cosa volevo ma ignorando totalmente i miei versi prese un puff e lo sposto davanti a me ci si sedette sopra e comincio a parlarmi:

“Voglio essere sincero con te a differenza tua, non ho alcuna intenzione di liberarti o di toglierti quel bavaglio ma non temere sarai libero prima che tornino a casa tutti. Non ti nascondo che quando ho scoperto tutto, e non negare perché sappiamo tutti e due che è così, ero davvero deluso. Mi sono sentito tradito. Ti ho imbavagliato preso dalla rabbia. E’ stato un modo per accontentarti ancora una volta e per accertarmi che le mie teorie non fossero solo delle teorie. E’ da quando mi hai iniziato a mostrare i siti internet e a fare il finto sorpreso guardando le legature che sospettavo che volessi farti legare. Le calze trovate nella tasca della borsa e la tua eccitazione presente da quando sono entrato e , solamente aumentata mentre ti imbavagliavo, mi hanno semplicemente dato la conferma. Una volta capito che ti piace farti legare e imbavagliare però mi sono anche reso conto che non è proprio una cosa facile da spiegare e che può effettivamente essere vista come una cosa distorta e malata. Quindi mi sono calmato e sono tornato qui per parlarti.”

Lo ascoltai e fui sollevato dal fatto che aveva compreso la mia posizione. In quel momento mi sentii davvero come un bambino che deve arrivare a organizzare sotterfugi davvero infantili e palesi per ottenere ciò che vuole. Mi sentivo in colpa...nulla di piu.

“Ora ti chiederai perché non ho intenzione di liberarti! Bè visto che siamo in via di confidenze anche io sono un po' di settimane che ho un pallino fisso...tu!”

Mugolai incuriosito da questa affermazione.

“Te lo dico subito non sono gay, le donne mi piacciono...e anche tanto, lo sai anche tu. Però stare sempre insieme a te quasi tutti i giorni ed essere così in sintonia, mi ha fatto iniziare a pensare che potessi provare piacere anche insieme a te. Solo che parlarti di questa cosa mi ha sempre impaurito, mi sentivo un pervertito e...vabbè se tu mi hai tenuto nascosta una cosa come la tua direi che sai già come ci si sente con questi pensieri strani che vagano per la testa. E’ una cosa di cui non sono certo nemmeno io quindi non mi sono mai azzardato a parlartene ma vista la situazione perché non dirti anche io quello che penso...consideralo uno scambio di confidenze.”

Non ci potevo credere! Il mio migliore amico mi stava dicendo che era attratto da me. Cioè io gli nascondevo una cosa davvero irrisoria in confronto alla sua e la cosa che mi faceva sentire male era che lui me la stava dicendo a cuor leggero mentre io mi ero nascosto dietro a mille bugie per non dirgli nulla.
Si alzò e si avvicinò a me, prese il cavallo della tuta da ginnastica e dopo averlo tirato verso di lui lo tagliò di netto con le forbici che aveva in mano. Poi si sposto per appoggiare tutto per terra e avvicinare il puff ancora un po’ a me lasciandomi con un buco enorme nei pantaloni dal quale si vedeva chiaramente l’azzurro dei boxer che avevo indosso. Ero spaventato...non provavo nulla se non ansia. Non mi mossi nemmeno in quel momento, non dissi (o meglio mugolassi) nulla. Per un attimo provai solo un enorme paura.

“Per ottenere quello che volevi sei stato scorretto con me. Quindi ora per ottenere ciò che voglio sarò altrettanto scorretto con te. Da quando il cancello del giardino si apre, facendo un gran baccano, a quando una macchina arriva qua sotto passano tranquillamente una decina di minuti. Ho tutto il tempo quindi per liberarti e farti indossare i pantaloni della mia tuta che tra l’altro è identica alla tua, quindi non temere nessuno si accorgerà di nulla.”

E detto questo mi scosto i boxer lateralmente facendo uscire il mio pene che in quel momento tutto era tranne che eccitato.
Iniziai a strattonare i legacci con tutta la forza che avevo e ad urlare dentro al bavaglio ma mi resi conto che ogni tentativo era inutile ero in mano sua e fino a che aveva voglia di divertirsi con me poteva farlo liberamente.

“Ma come?!? Non sei più eccitato??? Così mi rendi le cose difficili”

E inizio a succhiarmelo e a leccarmelo, prima timidamente poi con più foga fino a che non torno anche più duro di prima. Devo ammetterlo la situazione che prima mi spaventava ora mi stava eccitando ma non riuscivo a godermi il momento e continuavo a urlare dentro al bavaglio provocando solo mugolii inutili e rumorosi.

“Ma chi vuoi che ti senta scusa??? Siamo solo tu e io isolati da tutto e da tutti quindi rilassati e goditi questi momenti. Avrai tutto il tempo di urlare quello che vuoi più tardi.”

Detto questo si alzò e andò a prendere la mia borsa di la. Ne tirò fuori un gambaletto di nylon e un calzettone nero di quelli lunghi da ginnastica, penso le ultime cose rimaste li dentro a parte qualche corda. Giro alle mie spalle e mi bendo con il calzettone nero. Ora ero davvero spaesato la paura non mi colse più ma in compenso l’eccitazione aumentò, non capivo il perché, non volevo assolutamente che continuasse ad usarmi come gli andava ma allo stesso tempo mi eccitava la situazione in cui mi trovavo. Mi sentivo prigioniero e libero allo stesso tempo.

“Vediamo se riesco a trasformare questi urli in gemiti”

E riprese a leccarmelo e a succhiarmelo. Iniziai a gemere da lì a poco e a divincolarmi oramai senza alcuna motivazione, ma più mi agitavo più lui insisteva con il torturarmi. Passava la lingua dappertutto e quando sentiva che mugolavo di piacere si soffermava un po di più.
Stavo per venire, per cedere a quella tortura meravigliosa quando si fermò e prendendo il gambaletto mi disse:

“Non così in fretta...vediamo cosa succede se giochiamo un po con questo...”

Prese il gambaletto con due mani e dopo averlo tirato per estenderlo inizio a strusciarmelo sulla punta e sulla cappella. Iniziai ad urlare dentro il bavaglio per il godimento. Era troppo sembrava una tortura continuavo ad avere lo stimolo di venire ma non venivo; il mio pene era diventato sensibilissimo e ogni strusciata seppur lieve mi faceva saltare letteralmente...e questo a lui piaceva. Dopo una decina di minuti di questo altalenante supplizio girò il gambaletto attorno al mio pene e ricominciò a succhiarmelo fino a ché non venni nella sua bocca. Non ingoiò nulla, anzi appena finii sputo subito tutto sul pavimento, però non contento continuò a masturbarmi anche dopo l’orgasmo fino a lasciarmi lì, appagato e soddisfatto ma ancora legato.
Era stato bellissimo e mi resi conto che la repulsione che avevo all’inizio era totalmente immotivata. Io che dovevo battermi per far capire alla gente che le mie fantasie non sono deviazioni ero pronto a non capire e a rifiutare a priori le fantasie del mio più caro amico. Mi aveva aperto un mondo mi aveva fatto capire che non cera niente di male nell’essere bisessuali anzi che era una cosa bella e da persone aperte di mente.
Senza saperlo mi aveva impartito una importantissima lezione.

Mi slegò poco dopo e non mi arrabbiai, anzi lo ringraziai per tutto. Da quel momento si creò un rapporto ancor più profondo fra di noi.
Ovviamente ogni qualvolta ne avevamo occasione giocavamo e ci divertivamo fino a che la vita non ci ha portato su strade differenti e con interessi differenti. Siamo rimasti tutt’ora ottimi amici e abbiamo ancora qualche piccolo segreto che teniamo per noi e per quei pomeriggi oramai rarissimi in cui ci rincontriamo e torniamo i ragazzini di un tempo.

Tuesday, October 18th 2011 - 07:16:58 AM
    
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Una storia di: LucaBondage

Dopo i primi stipendi stabili Luca aveva deciso di andare via di casa. Non che non sopportasse più i suoi genitori, ma aveva voglia di autonomia. Quando scoprì che un'amica di un'amica cercava un coinquilino colse la palla al balzo.
Da anni aveva un chiodo fisso: L'ascensore del castigo, un racconto di N.A. Eymerich pubblicato su drfatso.org. Per lungo tempo, masturbandosi, ci aveva fantasticato sopra. Era caduto così in basso che aveva iniziato a farlo leggere a delle sue amiche spacciandolo come il suo primo racconto, dopo averne smussato abilmente i lati più propriamente bondage. Chiedeva consigli e pareri per renderlo più realistico, spronava le sue amiche a immedesimarsi nel protagonista, o negli altri personaggi. Lo scopo era convincerle a metterlo in pratica, ma si era sempre dovuto accontentare di fantasticare sulle loro opinioni.
A Marcella non aveva mai parlato della sua passione segreta. Non erano amanti, ma semplici conviventi, ognuno con la propria stanza. Ma quel racconto continuava a perseguitarlo.
Un bel giorno si decise. Dato che aveva ormai da tempo perso le speranze di convincere qualcuno ad attuare la sua folle idea, pensò che avrebbe potuto ricreare da solo quella situazione. Sarebbe stato anche più sicuro, per quanto umiliante.
Prese un foglio, sul quale scrisse il fatidico messaggio che da dieci anni era scolpito nella sua mente. Poi prese il nastro adesivo argentato, le manette e si legò da solo. Ora si trattava solo di aspettare....

Marcella aveva avuto una giornata pesante. Ai bambini del nido si erano aggiunti anche i colloqui con i genitori. Parcheggiò la macchina che erano quasi le sette, dopo più di venti minuti che girava come una cretina. Era stanca e stressata, aveva solo voglia di farsi una doccia e uscire. Ma sulla porta di casa c'era un foglietto. Cosa c'era scritto?

Non preoccuparti, è solo una scommessa tra amici. Se mi sleghi perdo.

Che cazzo vuol dire? E per di più la porta era aperta... Entrò e accese la luce. La casa le sembrava al solito. Luca? Ci sei? Nessuna risposta. Chissà che c'ha in mente quello, ogni tanto è proprio strano. Chiuse la porta, si tolse il cappotto e si avviò in camera. It's shower time! Ma passando in corridoio sentì uno strano rumore. Si fermò trattenendo il fiato. Era una specie di mugolio: mmmpppfffhhh, e veniva dalla camera di Luca. si avvicinò e appoggiò l'orecchio alla porta. Sì, aveva ragione, i mugolii venivano da là dentro. Il quadro si stava facendo più chiaro. Ma poteva essere così scemo? Bussò. Nessuna risposta, o meglio nessuna comprendibile. Decise di entrare.
Sì, il suo coinquilino era decisamente scemo. Era seduto su una sedia, di spalle alla porta. I polsi erano ammanettati dietro la schiena, con la catenella incastrata tra le sbarre di legno che componevano lo schienale. Le caviglie erano legate alle gambe della sedia con vari giri di nastro adesivo argentato, che in grande quantità sigillavano anche la bocca, passando fin dietro alla nuca. La guardava e mugolava.
Marcella non riuscì a trattenersi e scoppiò a ridere. Ma tu sei tutto matto! Mi spieghi perchè diavolo ti sei ficcato in una situazione del genere? Ma soprattutto che cazzo di scommessa è? Se non vuoi non ti slego, mica voglio farti perdere. Che poi non saprei neanche come, dato che non ho le chiavi delle manette.Come dici? Perchè guardi il tavolo? C'è solo lo scotch sul tavolo Luca. O dio santo non capisco!
si avvicinò al tavolo. In effetti dietro il rotolo di nastro c'era una chiave. Sono le chiavi delle manette? Ah ok. Non preoccuparti, non ti slego. Anzi le rimetto lì ok?
Uscì dalla camera ignorando i mugolii, e si fece la doccia. A che gioco stava giocando Luca? Però quella situazione era divertente. Le sue amiche si sarebbero sbellicate dalle risate. Forse doveva fare delle foto però. Anzi, già che c'era le avrebbe messe su Facebook. Non era giusto che un evento così divertente rimanesse conosciuto a poche persone.
Sì asciugò i capelli e si vestì. Prese l'I-phone ed entrò in camera del coinquilino. Sorridi. Falsh. Flash. Dai non dimenarti, le faccio solo vedere a qualcuno. Tipo i 658 amici che ho su Facebook. Flash. Flash. Perfetto.
Tornò in camera sua e mise le foto su internet. A dire il vero tutta la faccenda iniziava a farle un po' pena. Doveva forse intervenire?
Luca io ora esco. Facciamo così, le chiavi te le do, così puoi slegarti da solo ok? Però stasera devi dirmi tutto. E non preoccuparti, puoi sempre guardare su Facebook cosa ne pensano gli altri. Ora vado, divertiti! Ahahah.
Ma non aveva fatto in tempo a uscire dalla stanza che sentì un rumore metallico. Si voltò e vide che le chiavi erano cadute a terra. Sei proprio imbranato lo sai? Scusa ma sono in ritardo, mi aspettano a cena. Non uscire stasera così poi parliamo ok? Ciaooooooo.
Si chiuse la porta alle spalle e iniziò a scendere le scale, guardando le foto che aveva scattato.

Monday, October 17th 2011 - 07:03:45 PM
    
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Una storia di: Dreamer69

Che bello l'Autunno!!
Che bello!!!
E' finalmente tornato a farci visita l'Autunno.
Ed insieme ai suoi splendidi tramonti ed ai suoi colori struggenti...
... E' tornato il freddo!!!
E' tornata la stagione perfetta per fare tanto, ma tanto, ma davvero taaaaantoooo ...
... bel bondage coccolone e romanticone.
Proprio come piace a me!!
Comodo comodo, lento ed affettuoso, come un abbraccio, ...
... tra i cuscini, sul tappetone davanti al caminetto acceso...
... o magari in camera da letto, sdraiati sul fouton ad ammirare il sole che scende dietro alle colline ed inonda tutto di un arancione indescrivibilmente suggestivo.
... Una bondagetta dolce, allegra ed appassionata, che adori abbandonarsi alle attenzioni del suo compagno e lasciarsi cullare da quelle emozioni che solo i legacci e l'immobilità sanno donare.
Un dono prezioso oltre ogni misura.
Un essere delicato e sensibile che mi si affida per essere custodito, curato e coccolato come la cosa più preziosa al mondo.
Un bel focolare, un tempo che invita a "fare il nido", indossando abiti caldi e confortevoli, un paio di belle tazzone di the fumante da assaporare senza fretta e ...
... tante, ma tante belle corde di cotone ... e foulards... morbidi collant di cotone/lana, striscie di stoffa, nastri colorati, lunghe sciarpe, cinture da judo ...
...e sopprattutto tanta fantasia e tanta voglia di tornare ragazzini e ragazzine e lasciarsi trasportare dall'immaginazione.
... pochi, semplici elementi per indimenticabili momenti di relax, passione e divertimento!!

Buon bondage-coccolone e romantico a tutti!!

Wednesday, October 12th 2011 - 07:41:09 PM
    
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Una storia di: LucaBondage

E per ultimo il balcone della camera da letto, e quella specie di stanzino che vedete lì è il ripostiglio.

Era venuta veramente bene la casa. Margherita aveva appena finito di mostrare la sua nuova abitazione alle sue amiche, che ne erano rimaste entusiaste. Chiara aveva sempre pensato che la sua amica avesse buon gusto, ma un risultato così eccezionale non se lo sarebbe mai aspettato.

Ma Luca dov'è? L'hai già cacciato?
No no, è semplicemente uscito a festeggiare anche lui. In fin dei conti la casa l'ho comprata io, mi sembrava giusto che spettasse a me la prima festa. Avremmo potuto farla insieme, ma come ben sapete i suoi amici non mi sono mai piaciuti, così abbiamo deciso di evitare di litigare la prima notte di coabitazione.

Non aveva tutti i torti. E poi in questo modo potevano finalmente farsi una serata donne come si deve. Era passato troppo tempo dall'ultima volta.
Si sedettero a tavola, e presto arrivò il vino. Chiara non era mai stata una grande bevitrice, ma quella sera aveva deciso di non porsi troppi limiti. Non aveva voglia di pensare al mutuo o al contratto di lavoro che veniva posticipato ormai da mesi. Per una volta voleva divertirsi.
Tra fumo e racconti le ore passarono in fretta. Quando il cellulare di Chiara iniziò a squillare si ricordò del suo ragazzo. Prese il bicchiere di vino e si alzò da tavola, intenzionata a prendere un po' d'aria.

Dammi solo un secondo e arrivo.

Si mise la giacca e uscì sul terrazzo della camera della sua amica; non voleva che origliassero. Appoggiò il bicchiere sul davanzale e rispose al telefono.

Eccomi amore. Come va la serata? Sì penso farò un po' tardi, non aspettarmi alzata. Ti amo anche io, Un bacio.

Un brivido di freddo le salì dalla schiena. Doveva proprio decidersi a mettere la camicetta dentro i pantaloni. Un secondo dopo sentì un rumore. Capì subito cos'aveva combinato. Guardò ai suoi piedi e vide il bicchiere in frantumi per terra. Cazzo, questa non ci voleva. Margherita mi ammazza, ha appena finito di ristrutturarla qusta casa! Non poteva confessarle il danno. Ma certo, lo stanzino! Di sicuro lì avrebbe trovato una scopa. Avrebbe potuto riordinare tutto, per poi tornare dalle sue amiche. L'avrebbe fatta franca, e non avrebbe fatto calare l'euforia alle altre. Aprì la porta, ma quello che vide non era di certo quello che si era aspettata.

Un uomo, nudo, era legato a novanta su un tavolo posto al centro della stanza. Corde di canapa ruvida avvolgevano strettamente i suoi polsi dietro la schiena, fissati in vita con altre corde. Le braccia erano saldamente legate al busto, a sua volta fissato al tavolo. Le gambe erano divaricate e mantenute tali grazie alle caviglie legate alle gambe del tavolo. Un foulard era legato sopra la bocca, ma dalla smorfia del viso era facile intuire che la bocca doveva essere spalancata, probabilmente piena di stoffa che il foulard impediva di sputare. Un'altra bandana era posizionata sugli occhi, e legata ad un'estremità di una corda legata ai polsi, costringendo il poveretto e tenere la testa alzata. Chiara capì subito che lo stanzino non era uno sgabuzzino, o meglio, non uno del tipo che si aspettava. Sulle pareti erano infatti appese innumerevoli matesse di corde, manette, fruste e quei bavagli con la pallina rossa che aveva visto in Hostel e in Pulp Fiction, mentre per terra c'erano vari rotoli di nastro adesivo argentato.
Si tappò la bocca di scatto, stava per urlare e non voleva che sapesse della sua presenza. Per sbaglio urtò il nastro adesivo per terra. L'uomo subito inizò a mugolare e a dimenarsi. Si abbassò per sistemare il tutto com'era prima, non voleva che Margherita sapesse che qualcuna aveva scoperto il suo piccolo segreto. Ma quel che vide era davvero troppo. Il pene e i testicoli dell'uomo erano legati con dello spago sottile, ed erano decisamente più rossi della norma.
Doveva calmarsi. Ma come? Calma, ragiona. Guardò l'orologio, erano ormai le due passate. Oddio, erano arrivate per le otto, questo voleva dire che quel poverino era lì legato da più di sei ore! Decise di avvicinarsi. Gli avrebbe tolto il bavaglio e gli avrebbe chiesto cosa cazzo stava succedendo. A pochi centimetri si accorse che era Luca, il ragazzo di Margherita. Fu un flash. Le vennero in mente tutte le battute che quei due avevano fatto negli ultimi cinque anni. Questo era il loro gioco segreto, e doveva rimanere tale. Gli uomini sono proprio idioti, farsi legare in quel modo...
Fece dietro front, e tornò dalle sue amiche. Non era stata via a lungo, prese un nuovo bicchiere facendo finta di nulla e riprese a bere, a ridere e a fumare. Notò che Margherita ogni tanto si assentava per qualche minuto, probabilmente per assicurarsi che il suo prigioniero non potesse interrompere la loro seratina. Bevve un sorso di vino, e pensò che finalmente avrebbero potuto riprendere a vedersi tutti insieme con regolarità.


Tuesday, October 11th 2011 - 07:58:45 PM
    
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Una storia di: cristina

Era sera tardi quando Cristina tornò a casa da lavoro.
Entrando nell'appartamento pensava solo ad una doccia calda.
Chiuse la porta, appese il cappotto chiaro sull'attaccapanni e si incamminò nel salone, gettando le scarpe e la sua borsa sul divano. Si fermò, il suo respiro le si bloccò in gola. Il suo salone era un disordine, le sue video-cassette e i DVD erano sparsi per terra. Cristina allora senti un rumore e capi che in casa c'era qualcuno. Ancora un rumore e fu presa dal panico, allora si girò velocemente per uscire. Fece soltanto un passo e qualcuno l'afferrò e la strinse! Una mano guantata le fù premuta sulla bocca.
“HHLLMMPH!!! ” fu l'unico suono che riusci ad emettere.
“STATE FERMA,„ una profonda voce maschile le disse. Qualcosa nel tono di quella voce la fece fermare e Cristina smise immediatamente di gridare e divenne completamente silenziosa.
“Vivete qui?„
Cristina sussultò. C'era un altro uomo in casa!
"Oh dio" pensò, "cosa mi faranno?!"
“Allora?” le gridò l'uomo. “..ci aiuterai ad uscire da qui!”
Cristina sentite quelle parole iniziò a contorcersi per uscire dalla sua stretta! Ma quello che la teneva rise mentre la sua presa si faceva più forte. Cristina provò ancora, ma niente da fare era troppo forte. In un momento l'altro uomo prese un borsone appoggiato al muro e si avvicinò a lei, mentre l'altro stringeva il suo braccio intorno al suo corpo e la mano sopra la sua bocca. Poteva sentire la sua eccitazione premere dai suoi jeans.
“Lei è un po' troppo agitata!” disse mentre le appoggiava la mano sopra il petto, prendendo il suo seno sinistro e comprimendolo malgrado le lotte di Cristina per evitarlo.
“NNNNMMMMPH!!!” era l'unico suono che si udiva sopra la mano che le chiudeva la bocca.
“Sai, penso che le piaccia” disse al suo complice.
Si avvicinò per baciare la sua guancia. Gli occhi di Cristina lo guardarono con rabbia e gridò un “NMMMPH HMMMMMFPH!!” tentando ancora una volta di uscire dalla presa del complice. Lo senti ridere prima che le riuscisse a dare un bacio molto piccolo.
“Vedi?” le disse “Non sono un ragazzo cattivo.” e l'ha baciò ancora, questo volta sul naso, ignorando gli scatti inutili della sua testa per evitarlo.
“Penso sia abbastanza!” la afferrò per i capelli e li tirò. Cristina prese fiato mentre il complice dietro lei le liberava la bocca e strillò, il capo dei due l'ha guardò e la baciò sulla bocca, forzando la sua lingua all'interno, cercando la sua e succhiandola mentre teneva stretta la testa per non farla scappare. Baciandola si appoggiò contro di lei. Ora sentiva la sua eccitazione, come quella del complice dietro di lei. Poi la lasciò e Cristina riprese fiato.
“Ascoltate,” riusci a dire provando a mantenere il controllo.“Prendete qualsiasi cosa volete....”
“Oh, certo, bambola,"disse il capo. “Certo.”
Cristina annui col capo, poi di scatto provò ancora una volta a liberarsi dalla presa.
“Voi.. dovreste pensare a quello che fate.” disse il capo facendole un sorriso.
“Per favore,” sussurrò. “Prendete qualunque cosa volete, ma lasciatemi stare, vi prego. Le lacrime iniziarono ad uscirle dagli occhi scivolando giù sulle guance. Il complice abbassò le braccia. L'ha osservò per bene. Era veramente splendida. La sua camicetta era abbastanza stretta da mostrare i suoi seni premere in fuori, i suoi piedi infilati in un paio di decoltee nere, la gonna corta e i collant lucidi. Splendida.
“Per favore.”
Sorrise mentre prendeva un fazzoletto dalla sua tasca e lo avvolgeva.
“Penso che parliate un po' troppo.” disse spostando il panno verso la sua bocca. “Aprite,” le disse.
Cristina strinse la bocca!
“Aprite fatelo per me, dolcezza,” ripetè. “non vorrete che il mio amico qui possa farvi del male, vero?”
Il pensiero di quello che questi due uomini potevano farle la spaventò. Apri la bocca per permettere che le spingesse il fazzoletto profondamente dentro, schiacchiando la sua lingua verso il basso.
“Sicuro di volerla imbavagliare? ” disse il complice dietro a Cristina. “forse può dirci dove tiene tutto.”
"Certo!" disse mentre si incamminò verso il borsone e tirò fuori della corda ed una sciarpa. “non è molto brava a nascondere le cose. I suoi gioielli e i contanti erano praticamente all'aperto.”
Il complice prese un pezzo di corda e tirandole indietro le braccia le legò i polsi insieme mentre il capo ripiegò la sciarpa in un rettangolo lungo e la infilò fra i suoi denti annodandola dietro la nuca, soffiando al suo orecchio quando Cristina si lamentò nel suo bavaglio. Cristina lo guardò con rabbia. Mugolò nel suo bavaglio mentre ancora una volta le prendeva per i capelli e la baciava ancora sopra il bavaglio. Provò ad agitare la testa ma non ci riusci. Quando fini di baciarla e si girò, lei prese una respiro profondo per riprendere fiato, ma strillò ancora quando il suo primo rapitore strinse con un'altra corda anche i gomiti poi la mise a sedere per terra.
“HHLLMMMMPH!!!” gridò per il dolore.
"Non abbiate paura, non vi accadrà nulla." le sussurrò il complice e mentre parlava avvolgeva della corda sopra e sotto le sue ginocchia. Cristina senti le spalle spinte indietro.
“Ho detto di non avere paura,” le bisbigliò nell'orecchio. “Si distenda.”
Cristina era terrorizzata! Osservò ancora le sue cose sul pavimento, ricordandole che era nel mezzo di un furto con scasso, sperando che avessero finito e se ne andassero da li.
"Presto sarà sola, legata ad una delle sue sedie in cucina e fra un ora chiameremo la polizia per venire a liberarla" disse mentre finiva il suo lavoro legandole anche le caviglie.
cristina poteva vedere il rigonfiamento nei suoi pantaloni.
“Mmmmmm ……. ” il complice stava godendo al tatto. Respirò profondamente. “Sento un buon odore,” disse a Cristina.
“NMPH!” Cristina provò a dire. Ma il suono spari nel bavaglio.
Ora il complice stava accarezzando la sua vagina sopra le mutandine, massaggiandola delicatamente.
Cristina gridò “NMMMPH! Nmmm dfmnf hrmph MMPHH!” e cercò di allontanarsi istintivamente. “MmmmmmMMMMMPH!” sentendo le sue mutandine tirate dall'uomo. Fremendo, Cristina agitò la testa ed lanciò fuori un “HHHHHHHHLLLLPPPPPPPHHHH MMMMMMMMFFFFF!!!!!!!”
La alzarono insieme e la portarono sul pavimento del salone. Si dibattè e lottò ancora; l'uomo che l'aveva tenuta stretta si sedette sui suoi piedi tenendola ferma. L'altro le prese la sua camicetta azzurra e la strappò via. Ora fissava i suoi seni pieni che si levano dritti, a mala pena trattenuti dal suo reggiseno. poi anche quello le fù strappato e i suoi seni furono scoperti!
Cristina prese un altro profondo respiro attraverso il naso e gridò! “HHHHHHHHHHLLLLLLLLLLLFFFFFPH!!!”
A queso punto il complice, mentre l'altro la teneva bloccata a terra le strappò le mutandine nere.
"… Hlllmph“ era tutto ciò che potè dire. Cristina arrossi furiosa, ora era nuda. Amava essere legata nelle sue fantasie profonde ma quello che stava accadendo non era programmato!
Il complice la guardò e bisbigliando dentro al suo orecchio le disse "Questo ti piace vero bambina?”
Cristina cominciò ad agitarsi. Non l'avrebbe mai ammesso! Cristina si lamentò nel suo bavaglio e continuò ad agitare la testa. Stava arrivando vicina ad un'orgasmo e si è fermò. Era ancora consapevole di essere prigioniera a casa sua. Il suo corpo era esausto ed dai suoi occhi uscivano lacrime mentre lui si alzava. Quindi presero insieme la povera Cristina e la posarono sopra una poltrona. Allora i due malviventi liberarono i suoi piedi legandoli però a quelli della poltrona, quindi le sciolsero il nodo al bavaglio per tirarlo più stretto, spingendo il fazzoletto impregnato di saliva più profondamente nella sua bocca e lo annodarono di nuovo. Cristina inoltre sentiva aumentare il suo orgasmo negato, bollendo ancora all'interno della sua pancia, raggiungere ogni muscolo del suo corpo. Ancora lottò, ma adesso non era sicura che fossero lotte per ottenere la libertà o lotte per ottenere il piacere. Legata strettamente alla poltrona come era, lanciò un “MMMF NMFFF!” quando l'uomo le prese i capelli e li tirò indietro. Gridò di dolore e di piacere ancora nel suo bavaglio perdendi i sensi.
La luce dalla luna piena illuminò il salone di Cristina. Era calma. Mugolava sul pavimento mentre i suoi occhi si aprivano lentamente. Capi di avere le mani ora legate alle gambe strettamente, il nodo era fuori dalla portata delle sue dita. Poteva muoversi a mala pena; i suoi piedi erano stati legati molto strettamente ed era legata anche sopra e sotto le ginocchia. Era stata legata in un hogtied molto stretto. Si accorse che avévano aggiunto un'altra sciarpa a quella fra i suoi denti ed era stata legata sopra la sua bocca; cosi non poteva emettere alcun suono. Si guardò intorno nella luce della luna e vide i resti dei suoi vestiti. Una lampada rotta era sul pavimento. Anche il suo telefono era sul pavimento sganciato dal muro. Girando il suo corpo, vide il contenuto della sua borsa sparso per terra. Vicino, il suo telefono cellulare fracassato.
"Se il salone è ridotto cosi chissa come sarà il resto dell'appartamento!"
Infine Cristina, iniziò a domandarsi quanto tempo sarebbe passato prima che qualcuno venisse a salvarla.

Monday, October 10th 2011 - 07:44:19 AM
    
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Una storia di: Simona

Esperienza più recente.
Inizio Giugno. Avevamo fatto una scommessa su un attore televisivo. Io sostenevo avesse recitato in un film, il mio ragazzo sosteneva che la persona alla quale mi stavo riferendo somigliasse all'attore preso in considerazione, ma non fosse lui. Bhè, aveva ragione. Quando perdevo finivo come un salame. Non che non mi piacesse, ma, secondo le nostre stupidissime regole, doveva legarmi nei momenti meno appropriati.
La mattina dopo andai a correre, come ogni domenica. Mi vestii con una maglietta grigia a tinta unita, un paio di pantaloncini neri aderenti, come pantacollant fino al ginocchio, e scarpe da ginnastica. Quel giorno faceva un caldo pazzesco. Dopo un'ora tornai a casa tutta sudata. Lo trovai sveglio, davanti al pc. Tolsi subito la fascia per i capelli, lasciandoli sciolti.
"Uff, che fatica con questo caldo. Tu che fai?"
"Aspettavo tornassi."
"Per fare che?"
"Ieri hai perso una scommessa, mi sembra."
"Dai Luca, sono tutta suda..mmmh!"
"Le scommesse sono scommesse."
Mi tappò la bocca da dietro. Mi portò su una sedia e iniziò a legarmi.
"no, stavolta non ci sto. voglio farmi la doccia, sono sudatissima non ce la faccio più."
Senza neanche rispondermi legò le mani dietro la schiena con un foulard. Poi, riuscì, evitando i miei calci, a slacciare e togliere la scarpa dal piede destro e il calzino che, ovviamente, mi ficcò in bocca. Senza perdere tempo afferrò il solito fazzolettone bianco, che già aveva pronto sul tavolo, e mi imbavaglio, facendolo passare aderente sopra la bocca e annodandolo dietro la nuca. Iniziai a mugolare, ormai dovevo starci. Mi prese il piede che aveva spogliato e iniziò ad annusarlo. Avevo corso per un ora, e con quel caldo era sudatissimo e doveva avere quell'odore che a Luca tanto piaceva.
Insomma, rimase per un po' ad annusarmi i piedi durante il mio solito "show". Poi li legò e rimase a guardarmi per qualche minuto, iniziando dopo a leccarli. Il gioco finì quando finì la saliva.
Chissà...un giorno magari mi stuferò di questa storia.

Saturday, October 1st 2011 - 12:18:22 AM
    
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Una storia di: Simona

Qualche anno fa.
Ore 2:00 del mattino, post-uscita serale. Divano.
"stasera ho proprio voglia di te."
"ah si? e cosa hai voglia di fare con me?"
"prima di tutto di darti un bacio, poi di rapirti e portarti via."
"via dove?"
"non è importante..."
Iniziò a baciarmi dolcemente, poi con entrambe le mani mi bloccò i polsi, stringendo forte.
"ora ho bisogno di alcune funi. Poi ti lego e ti rapisco."
"uh, e qui cos'ho? è proprio un bel foulard. cosa devi farci con le funi se hai un foulard?"
"hai ragione."
Ormai andavamo a gonfie vele. D'altra parte, le mie intenzioni gli erano chiare, quindi, perchè stare a fare tanti giochi di parole.
Si alzò dal divano, venendo dietro di me, appoggiata al bracciolo. Prima ancora che lo facesse lui, portai le mani dietro la schiena. Strinse bene il foulard attorno ai polsi, poi tornò davanti. Iniziò ad accarezzarmi le gambe e pian piano tolse il collant autoreggente dalla gamba sinistra. Diede un bacio al piede nudo, poi si avvicinò. Me lo mise sotto il naso, ci giocò un po'.
"bhè? lo so che odore hanno i miei piedi. e poi scusa, cosa stai aspettando?"
"ah già, mi scorso sempre che tu vuoi anche essere imbavagliata, vero?"
Neanche il tempo di annuire e me lo infilò in bocca, tappandomela poi con la mano. Continuai a guardarlo in modo provocante. Si alzò nuovamente, andò in camera a prendere un altro foulard. Ormai conoscevo bene i suoi movimenti. Prese il solito fazzolettone bianco con il quale finì di imbavagliarmi. Tolse l'altra calza autoreggente, legò le caviglie e iniziò a leccarmi i piedi.
"non me lo fai lo show?"
lo show, come lo chiamava lui, era una sorta di recita. Nel senso, tra qualche mugolio pacato, dovevo muovermi come per cercare di liberarmi, ma in modo leggero, delicato. Al tempo stesso, dovevo muovere le gambe ed accarezzarmi il piede con l'altro piede oppure muovere piano le dita, come per provocarlo insomma.
Dopo lo "show" finimmo ovviamente per fare sesso. Nell'atto sessuale spesso il bavaglio entrava ed usciva dalla mia bocca. Ogni tanto aveva voglia di baciarmi, così lo toglieva, facendolo scivolare sul collo, per poi rimetterlo non appena finito di baciarmi. Ormai era parecchio che non facevo sesso senza qualcosa sulla mia bocca. Quando gli andava, mi legava e imbavagliava (a volte anche senza legature, solo col bavaglio), altre volte si limitava a premermi sulla bocca per tutto l'atto sessuale. A me continuava ad eccitare da morire.

Saturday, October 1st 2011 - 12:04:02 AM
    
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Una storia di: LucaBondage

Ludovica aveva proprio bisogno di staccare. Tra la crisi e il ragazzo l'unico suo desiderio era uscire con le amiche e prendersi una sbronza colossale parlando di minchiate. L'ultima volta era toccato a lei essere la guidatrice designata e portare a casa le altre tre, ma questa volta sarebbe stata lei quella che veniva infilata nel letto con i capelli ancora sporchi di vomito.
La sua amica, Margherita, era arrivata. Un ultima ravvivata ai capelli davanti allo specchio, poi chiuse la porta dietro di sè. La serata era già iniziata bene. Il semplice ridere e scherzare in macchina la stava rimettendo in sesto. Ad un tratto un colpo. Non ci fece troppo caso, ma poi i colpi diventarono, due, poi tre. Tutti dal retro della macchina, dal bagagliaio.

Meggy hai sentito?
Cosa?
I colpi. Da dietro. Dal bagagliaio tipo.
Hum. Dici? Sei sicura? Io non sento nulla...
Come no?! Ecco hai sentito ora? Dai accosta, non voglio ritrovarmi a dover pagare un taxi stasera.

L'aveva convinta. Accostarono in una viuzzina, poi Margherita scese dell'auto. Tirò fuori il cellulare, doveva avvisare le altre che avrebbero tardato.

Ludo?
Eh...
Senti Puoi farmi un piacere? Davanti a te nel cruscotto dovrebbe esserci dello scotch, me lo puoi portare?
Sì, sì, arrivo.

Prese il grosso rotolo di nastro adesivo argentato. A cosa le serviva? Nel frattempo Chiara aveva risposto al telefono.

Ciao Chiara, senti, siamo un po' in ritardo che ci siamo fermate un attimo per controllare la macchina. No non so cosa sia, abbiamo sentito degli strani rumori. Sì non preoccuparti dacci altri dieci minu - Ma che cazzzo...?

Aveva fatto il giro della macchina, ma quello che aveva trovato non se lo sarebbe mai aspettato. Luca, il ragazzo di Margherita, era sdraiato nel bagagliaio, legato come un salame. I polsi, dietro la schiena, erano legati paralleli con una corda di canapa ruvida. Altre corde dello stesso tipo bloccavano i gomiti, le braccia al busto, le gambe alle caviglie, sopra e sotto le ginocchia, e a metà coscia. Inoltre vari giri di nastro adesivo argentato coprivano occhi e bocca.

Allora Ludo mi dai il nastro?
Sì scusami..tieni...

Margherita iniziò a fasciare le mani di Luca col nastro, poi, una volta finito, legò le caviglie ai polsi, talmente stretti che quasi si toccavano.

Sì Chiara ci sono. Abbiamo risolto, cinqui minuti e siamo lì. No nulla di grave, poi vedrai. A tra poco. Bacio.

Ok, possiamo andare, disse Margherita mentre chiudeva il bagagliaio. Risalirono in macchina e ripartirono.

Mi sa che abbiamo risolto il problema del guidatore designato, pensò Ludovica sorridendo.

Friday, September 30th 2011 - 10:28:03 PM
    
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Una storia di: Sandro

Salve a tutti del dreambook di Miles Hendon. E’ da diverso tempo che vi seguo, che leggo le vostre storie e alla fine mi sono deciso a scrivervi. Mi chiamo Sandro, sono un giovane bamboccione che cerca di laurearsi e che ha sempre avuto un devole per corde e bavagli. Come ho letto x molti di voi ho sempre avuto un debole per i film dove c’erano delle scene di gente legata e con internet ho capito che non era una semplice debolezza ma che era una forma di feticismo chiamata bondage, e non mi sono sentito più solo. Fino a un anno fa però mi ero sempre limitato a un ruolo passivo, leggevo, collezionavo foto e video e basta. Da un anno ho cominciato a legarmi e imbavagliarmi prima e a cercare compagni di gioco. Adesso posso dire di essere diventato un buon bondagetto. Grazie a ebay ho comprato ballgag e manette e grazie a questo dreambook ho trovato dei contatti, ho lasciato perdere la mia timidezza e da un paio di mesi sono sotto addestramento da parte di un legatore esperto gentile e comprensivo. E sono migliorato molto, mi ha anche insegnato come legarmi da solo per bene. Volevo ringraziarvi per quello che avete fatto per me, per avermi aiutato e insegnato. Non ho grandi avventure da scrivere ma solo piccole legature quotidiane, piccole cose, ma se vi fa piacere posso postarle qui.

Sandro

Monday, September 26th 2011 - 07:52:13 PM
    
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Una storia di: stefano

Non ho controllato la punteggiatura. qui c'e un temporale e se va via la luce non riuscivo a postare.
Scusate, Buona serata

Sunday, September 18th 2011 - 06:57:03 PM
    
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Una storia di: Stefano

Ciao a tutti.
Non è la prima volta che leggo, nemmeno quella dove lascio un commento.
Ma è la prima volta che inizio a scrivere delle mie esperienze bondagesche.
Inquadro l'ambito che più mi attira nel bondage, e che la prima delle esperienze che vissi segnò in modo totale. Come un marchio.
Adoro il concetto della damsel in distress, cattuare, dominare (dolcemente) adoro quasi...proteggere, una ragazza legata, che si offre a te, ti dice "guida tu"... lo trovo di una dolcezza Unica.
Ed ho un particolare interesse per il tickling (solletico) e pure per la simbologia del piedino femminile in bondage, ovviamente come soggetto passivo, per intenderci.
Il fatto che cambiò le cose e me le fece conoscere e percepire fu il classico "incidente" che accade di solito nella preadolescenza.
Nella tenuta dei miei nonni, ci si trovava con amici ed amiche del vicinato e si giocava alle varie situazioni classiche di quell'età, tra le quali guardie e ladri, spia contro spia, ecc.
Era già accaduto che in giochi di ruolo simili avessi "sentito" qualcosa pervadermi, qualcosa di incapibile, bellissimo e che non potevo ignorare.
E, la crepa che fece crollare il muro sei significati su questa cosa avvenne così.
Era l'estate ..
Avevamo giocato tutto il pomeriggio, cn qualche cattura di amiche da parte degli "evil maschietti" di cui facevo parte.
Qualche legatina blanda, qualche occhiata ai polsi, caviglie, piedini legati ed indifesi, gli "mmpphh" delle nostre eroine.
La ragazza che catturai e legai io si chiamava (anche adesso..) Anna.
La classica ragazza timida, dolce, molto fine ma che ti "provoca" forse perchè in fondo si aspetta qualcosa in più da te e vuole scoprire qualcosa in più..
Nella velocità del gioco le legature erano poco resistenti e alcune ragazze riuscivano a liberarsi, ed a prendere in giro i legatori che quindi non facevano una figura da maschietti dominanti, in questo modo.
Anna, quel pomeriggio si liberò. Con un po di fatica ma ci riuscii.
Ed alla fine del gioco, mentre tutti iniziavano a prendere la strada di casa, chi in bici chi aspettando i genitori, lei mi venne vicino e con il suo pallore dolcissimo mi disse:
"hai visto mi sono liberata alla fine, una non dovrebbe liberarsi se la lega un maschio !"
però eh?
fu un attimo, forse colsi l'attimo fuggente, non lo sò, ma risposi velocemente e con aria di sfida
"è solo perchè non c'è mai il tempo di legarvi come si deve, altrimenti non scappavi da nessuna parte e te ne stavi buonina buonina"
lei, fantastica, ribatte..
" non ci credo, dovremmo fare una sfida allora, così non avrai più scuse"
Oh my god.
Tenete presente che noi due ci si piaceva...empatia (anche tutt'ora perchè ci vediamo ogni tanto) quindi i giochi di sguardi, sfida e il piacere "dell'ignoto" forse colse entrambi.
Allora concordammo che con i nostri genitori d'accordo nel portarla(che abitava non vicinissmo per venire sola) ed approfittando degli immeensi locali del luogo, avremmo fatto la sfida.
Ovviamente non dicendo loro che era per una sfida privata di quel tipo, capite no come vanno queste cose...
Era settembre quando la cosa si verificò.
I genitori dovevano andare a Bologna e via telefono si concordò che Anna avrebbe passato il pomeriggio da me, come era già successo in passato.
Arriva. Vestitino rosa, di maglia, intero, gonnellina corta, pelle bianca come un lenzuolo.
Ciabattine infradito rosa, capelli e occhi castani che ti fanno crollare a solo vederla.
I miei genitori in giro per impegni, i suoi anche, i miei nonni materni in giro per la proprietà, e noi solo con l'imbarazzo della scelta, che cadde su una ntica e suggestiva cascina.
Era tutto ok, tutti rilassati, ma si capiva una cosa: che avevamo una voglia folle di farlo
Ci portammo nei locali scelti, dove c'era un vecchio divano, un tappeto ed una sedia di quelle enormi, antiche.
Qualche convenevolo, un po di sguardi molto eloquenti (la sensazione che stavamo per fare qualcosa che era "da grandi")
Io scelsi le cinture da accappatoio perchè sono morbide..lei scelse che si sarebbe fatta legare sul tappeto.
Un silenzio incredibile. Ci sorridiamo, lei mi ricorda che da quel mmento la mia reputazione di ragazzo con le "p" me la giocavo, io le rammento che l'avrei slegata quando mi pareva ed avesse supplicato.
Prima i polsi, dietro la schiena, essendo magra e le braccia mobilissime i polsi erano molto avvicinabili, come i gomiti (oggetto di bondage più evoluto e che avremmo fatto in un'altra occasione e spero di raccontarvi, ovviamente).
Polsi sottilissimi, morbidi, una sensazione sublime poterli dirigere, e rendere inoffensivi, e con la sua volontà e permesso.
E poi...e poi con lei che si toglie lanciandole nel paviento circostante le ciabatte e rimane a piedi nudi sul tappeto orientale (enorme, portato dalla Tunisia da mio padre che era stato la per lavoro, in ambito ceramico), inizio legarle le cavilgie, avvicinandomi ai piedini, stupendi come i suoi occhi ed il suo sorriso.
Poi le ginocchia.
Poi inizia a barcollare, ridiamo entrambi e prendendola per i fianchi da dietro (la prima volta che lo facevo con una ragazza..........) l'aiuto a stendersi nel tappeto.
Le conversaziono furono queste, grosso modo:
le dissi "e adesso vediamo come ti liberi"
lei risponde pronta " ma stavolta mi hai legato sul serio non valeeeee!!!! "
Ma sorrideva divertita.
Passano i minuti, ridiamo come due scemi, lei si divincola, suda, io la prendo in giro e osservo i suoi polsi, le braccia esili da Principessina, i piedini perfetti divincolarsi senza risultati...
Si arrende, sembra, ma prende solo fiato.
"non voglio che vinci te, Stefano"
"invece vincerò io Anna"
Le tocco un piedino, un grattino...
"no daiiiiii!!"
"lo so che soffri il solletico Anna"
"no, non era nel patto eh?!!!!"
rispondo "allora facciamo una cosa: se nonti liberi e sei tu ad avere voluto la sfida"
"si ma non sono pronta al solletico! "
(però ne era come invogliata, dallo sguardo, di sentirsi inerme e indifesa)
"facciamo una cosa: se non ti liberi la prossima volta lo facciamo di nuovo, ti lego ma ti torturo con il solletico....prendere o lasciare, oppure telo faccio subito"
lei rimane in silenzio, sbarra gli occhi e poi...
"va bene, accetto la sfida"
ed inizia a dimenarsi come una pazza.
Ma non servirà a nulla.
Con io che la pungolavo psicologicamente ricordandole che l'avrei legata ancora piu indifesa e l'avrei solleticata in particolare ai piedi e lei che capiva che era persa...si arrese.
Era passata secondo me più di un'ora dall'inizipo del gioco.
A quel punto accade una cosa molto bella.
Nel silenzio inizio a slegarla...nessuno dice nulla.
Slegata si massaggia, non tanto per i segni, in quanto la spugna della cinta non è che lasciasse chissàa cosa ma l'indolenzimento, io l'aiuto, "lisciandole" gli avambracci, e con lei a sedere nel tappeto, anche un altro grattino al piede destro.
Lei sorride, ma siamo "nervosi"
Cia alziamo, rimettiamo tutto a posto.
Prima di uscire dal locale ci fermiamo, siamo rossi, un po....sudati entrambi.
"io mi sono divertita cmq......" con un sorriso che faceva capire che avrebbe gradito uan continuazione della cosa, anche solleticosa, quindi.
Io non sapevo cosa dire, anche se annui, ma ricordo le ultime parole: " è stato magico, spero lo rifacciamo..anche se hai perso la scommessa se non vuoi non lo facciamo più"
Lei mi guarda, un po seria un po con quell'aria da ragazza dolce che ha scoperto un mondo nuovo:
"no no, lo rifacciamo a me piace, mi sono divertita, anche il solletico, voglio provare...."
Ci sorridiamo.
Scendiamo e diamo alla rimanente giornata una parvenza di normalità che però, capite, non c'era più, era accaduto qualcosa.
All'arrivo del genitori eravamo nella mega cucina al piano terra, soli.
Prima di uscire, parlando e ridacchiando, si ferma prima della soglia e in un microsecondo mi bacia in una guancia.
Io non reagisco, non sono riuscito, ho "subito" e basta.
Poi esce saluto i genitori, i miei nonni erano fuori nel cortile, e c'era anche mia madre.
Ci risalutiamo con gli occhi e lei va a casa.
Da quella sera tutto è cambiato.
E se avrò la possibilità cercherò di raccontare quello che è seguito, con la stessa Anna, nel corso del tempo.
Questo è il motivo dell'interesse che divido con Voi.
Grazie per avermi letto
Stefano

Sunday, September 18th 2011 - 06:49:31 PM
    
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Una storia di: armbinder

Adoro il caldo, l'estate. Finalmente il caldo. Basta nebbie, umidità, inverno, gelo. Il caldo, sia benedetto, anche nelle giornate afose di agosto. quando l'aria è ferma.
anche quando sei legato e imbavagliato in giardino alle tre. legato e imbavagliato a un palo dietro la casa, circondato da siepi e lontano da sguardi indiscreti. per fortuna sono all'ombra altrimenti il sole mi avrebbe già cotto dato che sono qui da più di un ora e non so quanto ancora ci starò. liberarmi è impossibile, metri di corde mi tengono stretto al palo contro la mia schiena, riesco a malapena a muovere le dita che si agitano inutili nell'aria, inutilmente perchè i nodi sono tutti fuori portata, ma che muovo lo stesso per cercare di mantenere un minimo di circolazione. per il resto posso solo muovere e girare la testa. la bocca e tappata da due foulard cacciati in bocca e tenuti fermi da una altro foulard legato tra i denti e da una altro ancora più grande legato sopra la bocca che mi copre da sotto al naso fin sotto al mento. qualche mugolio e basta, nessuno che riesca a sentirmi a distanza di 10 metri penso.
la mia legatrice sa il fatto suo: è già la seconda volta che si alza pigra come una gatta dalla stradio su cui sta riposando per spruzzarmi addoso un po' d'acqua dalla canna per innaffiare il giardino, il solievo è breve poi la sua vestaglia che ho addosso mi asciuga e aderisce alla mia pelle e ricomincia il calore, la vestaglia è nera e io sotto sono nudo, fate voi quanto sto sudando.
però che bella l'estate ..se almeno però fossi legato in un altro modo.. mi piace stare al palo ma col caldo così preferirei starmene legato per terra anche in hog tied mi godo di più il caldo e il sudore, pazienza tanto speranza di essere slegato a breve non se ne parla, se la signora mi slegherà so già che sarà per legarmi ancor meglio e in modo più scomodo per cui non provo nenache a fiatare meglio non attirare l'attenzione, l'ultima volta che l'ho fatto mi ha slegato dal palo, rilegato e avvolto in un sacco a pelo e lì si che mi sono goduto il caldo, una vera sauna ,, alla fine ero sfinito

buona estate a tutti

Wednesday, August 31st 2011 - 08:01:40 PM
    
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Una storia di: peru

Disteso sul letto a pancia in giù, nudo. E legato, naturalmente. Le mani dietro la schiena, fissate anche al busto da diversi giri di corda, i piedi legati e uniti alla corda che blocca le braccia. Sono bendato, ma sento vicinissime le sue gambe aperte, e aspetto solo che mi tolga il bavaglio per potergliela leccare. E infatti poco dopo slaccia la cinghia di cuoio e mi toglie dalla bocca la pallina di gomma. Poi mi preme la testa tra le gambe e io inizio a lavorare con la lingua. Non passano due minuti e suona il citofono, lei corre verso la porta: Un attimo e scendo!
Torna da me, mi toglie la benda e mi spiega che deve restituire un libro a Claudia, un attimo e sarà di nuovo tutta per me, poi mi guarda con malizia, mi rimette il bavaglio e corre via.
- Mmmmpgh... - riesco a dire io. Vabbè, aspetterò. Dopotutto mi eccita aspettare legato, legato proprio bene direi, e pensare che lei sta parlando con Claudia. Claudia, bella topina anche lei, quando è stata qui a cena non riuscivo a evitare di guardarle le gambe, chissà, magari la fa salire, lei per sbaglio entra in camera, si mettono a giocare tutte e due, mmmm...
- Cazzo!! - la voce di Francesca dietro la porta mi riporta alla realtà.
- Cazzo! Cazzo! Cazzo!! Ho lasciato le chiavi dentro!
- Mmmmprrgh!! - urlo io. Urlo per modo di dire: mugugno. Le chiavi dentro? D'istinto do uno strattone alle corde e inizio ad agitare le mani. Niente, l'effetto che ottengo è far stringere di più i cappi che tengono insieme caviglie, braccia e busto.
- Sono nella porta, o forse sul mobiletto nell'ingresso, non c'è speranza che tu riesca a prenderle e aprire, vero?
Prendere le chiavi e aprire? Qui rischio di farmi male solo per scendere dal letto, e anche ammesso di riuscirci dovrei strisciare fino all'ingresso, e poi? Come cazzo faccio a tirarmi su per prendere le chiavi e aprire?
Naturalmente lo sa benissimo anche lei.
- Amore, oddio, come facciamo? Potrei raggiungere Giovanna al corso di tango e farmi dare le sue, anzi sì, è l'unica...
Il corso di tango è dall'altra parte della città, ci vuole mezz'ora tra pullman e tutto, più il ritorno...
- MMMMMPRGHZZ!! - Urlo di nuovo, sempre per modo di dire: anche il bavaglio è strettissimo. Colpa mia che le chiedo sempre di stringere, ha imparato proprio bene.
- Dai, faccio prima che posso!
Sento che corre via per le scale. Rassegnato, lascio andare la testa e mi accorgo che stavo continuando a divincolarmi e cominciando a sudare per gli sforzi inutili.
Sono stretto in un perfetto hogtie, per dirla all'americana. Francesca ha fatto un lavoro meraviglioso: nessun nodo raggiungibile, tutti i giri di corda fatti in modo che tentando di allentare da una parte si stringe di più dall'altra, doppia legatura per i polsi e fascetta di plastica a stringere. La fascetta: mi viene in mente il momento in cui l'ha chiusa e mi rendo conto che non ho nessuna speranza di liberarmi. Uso le fascette anche quando mi lego da solo, non danno scampo, servono le forbici per tagliare la plastica.
Ora che mi sono calmato comincio a muovere piano - per quel che riesco a muovere - i polsi, le braccia, le caviglie. Mi godo tutti i legami e il dolce attrito delle corde sulla pelle. Il bavaglio mi fa perdere saliva dalla bocca aperta, socchiudo gli occhi e sento che mi sta venendo duro. Lo strofino sul letto e premo col peso del corpo. Cazzo, ma perché mi piace così tanto essere legato e imbavagliato? Certo, mi immaginavo una serata diversa, e ho ancora sulla lingua il sapore della sua topa, mmmm...se ci penso mi viene ancora più duro e mi viene rabbia perché vorrei continuare a leccargliela, e ricomincio ad agitarmi e a divincolarmi e a sudare. Poi mi calmo di nuovo. Mi prende un po' di stanchezza, cerco di girarmi su un fianco. Quanto tempo sarà passato? Neanche venti minuti, penso. E' lunga, ancora. Mi sembra di addormentarmi, anzi sì, mi risveglio e fuori è decisamente buio. Quando Francesca ha iniziato a legarmi filtrava ancora la luce del tramonto.
Passa un'ora, forse due, finalmente sento un rumore per le scale. La chiave che gira e la porta dell'ingresso che si apre. Finalmente. I passi verso la cucina, la porta del bagno. Perché non viene subito da me? Questi passi non mi sono famigliari. Anzi sì, o meglio mi è tutto chiaro quando sento lo sciacquone, la porta del bagno che si chiude e quella della stanza di Giovanna che si apre. E poi si chiude. Poi un po' di radio, a basso volume.
Cazzo, non si sono incontrate. La conferma: la voce di Giovanna che bisbiglia al cellulare e poi la luce della sua camera che si spegne. E adesso?

Wednesday, August 17th 2011 - 02:14:48 PM
    
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Una storia di: Barbara

Ed ecco l’altra avventura che vi voglio raccontare relative sempre a queste ultime vacanze in Istria.
Una sera, dopo cena, salendo per i vicoletti del vecchio paese di Vrsar, arriviamo a uno spiazzo che si affaccia in alto verso il porto. Un posticino molto bello e romantico, con una grande pianta e due o tre panchine. C’era anche un bar con i tavolini fuori e un tizio che faceva musica contando e accompagnandosi con una tastiera da cui ricavava la completa base musicale.
Era proprio bravo e ci siamo seduti su una panchina ad ascoltarlo. Dopo un po’ una coppia sulla trentina è venuta a sedersi accanto a noi, sulla stessa panchina, dato che le altre erano tutte già occupate.
Il tizio che suonava, a un certo punto si mette a cantare un pezzo che mi piace da matti, sicuramente tra i miei preferiti: Eric Clapton – Wonderful Tonight.
Lo cantava proprio bene ed io ho detto a Federico che quella musica quasi mi faceva sciogliere.
Sentendomi parlare in Italiano l’altra coppia ha attaccato discorso. Finalmente degli Italiani tra tutti quei tedeschi, olandesi ecc. ecc.
In breve, ci siamo messi a chiacchierare, erano simpatici e abbiamo fatto facilmente amicizia (i loro nomi veri non penso vi interessino, li chiamerò Carlo e Roberta). E’ venuto fuori che stavano su una barca a vela ancorata nel porto ed erano venuti fin lì da Trieste. Più tardi ci siamo lasciati con la promessa che il giorno dopo saremmo andati a raggiungerli al porto e ci avrebbero portati a fare la giornata in navigazione sulla loro sulla barca.
Il giro è stato proprio bello, su un mare stupendo, tra isolette con bellissime insenature. Nel pomeriggio siamo poi andati a gettare l’ancora in una bella baia dall’altra parte dell’isola che sta proprio davanti al camping. Dopo tutto il giorno insieme eravamo ormai in piene confidenza, come vecchi amici, tranquilli e rilassati.
A un certo punto Carlo ha lanciato l’idea di fare una nuotata lì, intorno alla barca. E’ molto semplice scendere in acqua perché a poppa, c’è come una piccola piattaforma a pochi centimetri dal mare, con una scaletta di due soli gradini per scendere e salire dall’acqua.
Al che Federico fa:
- Ma non rimane nessuno sulla barca?
L’altro ci assicura che non c’è nessuna necessità che qualcuno resti, tanto la barca è ancorata.
Ma Federico insiste:
- OK, però il bagno lo facciamo solo noi tre; Barbara rimarrà a bordo.
- Perché? – dice lui, e (un po’ stupita) dico anch’io.
- Perché Barbara deve fare una penitenza – e mentre lo dice mi strizza l’occhio.
Con Federico sono abituata alle sue improvvisazioni e sono sempre pronta a seguirlo. Così ho fatto anche questa volta, curiosa di vedere dove voleva parare. Lui ha continuato:
- Vero Barbara che devi ancora fare la penitenza che non hai fatto ieri sera?
- Beh, ecco, veramente, magari …si potrebbe rimandare …
- Ma voi fate ancora i giochi come i ragazzini? – ha detto Carlo – E che penitenza dovrebbe fare?
- Proprio quella dei ragazzini, non la conosci? Dire, fare, legare, lettera, testamento. Lei ieri sera ha perso a carte e ha scelto uno di questi.
- Scusa, ma non era dire, fare, baciare, lettera, testamento?
- Beh, noi abbiamo introdotto una piccola variante. Quindi adesso Barbara non potrà fare il bagno perché ha scelgo legare.
- Ah, bella penitenza! E cosa dovrebbe legare?
- Lei niente. Sono io che devo legare lei, se no che penitenza sarebbe?
Roberta ci guardava stupita e direi anche interdetta. Poi è intervenuta:
- Scusa, com’è questa penitenza? Me la spieghi? Non mi dirai che la vuoi legare.
- Eh si, la devo proprio legare, anche perché la penitenza è sacra e bisogna sempre farla il primo possibile. E ieri sera era troppo tardi, così abbiamo rimandato a oggi, vero Barbara?
Federico non finirà mai di stupirmi. Stava recitando la sua parte con la massima indifferenza, e adesso chiedeva a me di recitare la mia, e sapevo già che sarebbe finita con me in qualche modo legata davanti a questi amici di un giorno. La cosa era troppo stuzzicante, e come sempre la curiosità su come sarebbe andata a finire incominciava a mescolarsi con una punta di eccitazione. Ho risposto anch’io con la massima naturalezza:
- Beh, se loro sono d’accordo, visto che siamo a casa loro … - e poi, rivolta ai nuovi amici, sempre più interdetti, ho continuato – Non vi preoccupate eh, è solo un gioco, tanto poi il bagno lo faccio più tardi.
A quel punto Federico ha detto che gli servivano delle corde. Se c’è una cosa che su una barca non manca mai sono proprio delle corde, anche se le chiamano tutte in gergo con nomi strani. I due ne hanno tirate fuori dalla cabine due o tre e gliele hanno date, e stavano a guardarci sempre più stupiti, mentre Federico mi metteva con le spalle contro l’albero e mi legava i polsi incrociati dietro di esso. Poi mi ha legato le caviglie unite e le ha fissate a loro volta alla base dell’albero.
Io ero abbastanza imbarazzata, ma il gioco ormai era nel suo pieno svolgimento e avevo una gran voglia di contorcermi, come sempre faccio quando mi trovo in una simile situazione, cercando di forzare i legami che mi avvincono, ma mi trattenevo per far capire agli amici che ero consenziente, che non pensassero a una qualche forma di violenza. Federico ha poi pensato bene di completare l’opera avvolgendo un’ultima corda attorno al busto, sopra e sotto al seno, in modo che stesse saldamente legato contro l’albero.
Carlo e Roberta erano rimasti a guardare senza parole, e mi sembrava che Roberta in particolare fosse quasi affascinata dalla vista di me, immobilizzata a quel modo. Allora è stato un attimo, come un guizzo nel mio cervello, un pensiero improvviso, e mi sono detta che sarebbe stato fantastico se fossimo riusciti a convincere anche lei a farsi legare.
Già, mica facile. Cercavo qualcosa da dire per indirizzare anche Federico verso quello che mi era venuto in mente. Forse, in due, avremmo potuto trovare la strada giusta per arrivarci.
Figurarsi. Ci aveva pensato anche lui, e l’ho capito da quel che ha detto a Carlo:
- Ecco fatto, i pirati hanno rapito la principessa e adesso potranno chiedere un bel riscatto. Non ti senti un pirata?
- Beh, manca la bandiera nera con il teschio, ma la principessa rapita c’è. Mi pare di essere tornato ragazzo, quando giocavo agli indiani e cowboy. E adesso che si fa? La lasciamo lì mentre ci facciamo una nuotata?
- Certo, tanto lei non scappa di sicuro – ha detto rivolto a me – Vero che non scappi?
Ora toccava a me:
- Ehi, mica mi lascerete qui legata da sola, eh? E se viene qualche altra barca qui vicino? Certamente mi metterò a urlare per farmi liberare.
- Hai sentito? Si metterà a urlare. Senti Carlo, cosa facevate voi, da ragazzi, quando catturavate la squaw Pelle di Luna perché non potesse gridare?
A quel punto è intervenuta Roberta (e quando l’ho sentita non ci avrei mai creduto):
- A me mi imbavagliavano.
- Ma guarda – ha detto Carlo – anche tu facevi quei giochi?
- Beh, qualche volta…
E’ ripartito Federico, che non voleva lasciar passare il momento favorevole:
- Giusto, quindi bisognerà anche imbavagliarla.
L’occorrente è uscito dalla cabina, portato dalla stessa Roberta che ormai mi pareva ben disinibita prendendoci pure gusto. Carlo è venuto anche lui accanto a me per osservare da vicino Federico mentre mi imbavagliava con due grossi fazzoletti, uno spinto in bocca appallottolato e l’altro ben tirato e annodato dietro la nuca.
Io a quel punto facevo la scena contorcendomi per quanto me lo permettevano le corde e gemendo a più non posso nel bavaglio. Evidentemente la scena doveva fare un certo effetto sui nostri amici che mi guardavano con certi occhi che non vi dico. Io fissavo Roberta, e Carlo fissava me. Federico allora si è lanciato dicendo a Carlo:
- Secondo me, dalla principessa catturata potremo ricavare un bel riscatto, ma sei sicuro che non fossero due le principesse? Si potrebbe raddoppiare il riscatto, non trovi?
Non c’è niente da fare: le donne ci arrivano sempre prima. Mentre Carlo sembrava interdetto, senza sapere cosa rispondere, è sbottata Roberta:
- Non penserete a me, eh?
- Vedi qualche altra principessa? - ha detto Carlo che finalmente aveva capito.
- No, eh? Non vi azzardate …
Ma ormai il gioco era avviato. I due ometti le si sono avvicinati con aria fintamente minacciosa, lei ha fatto la giusta resistenza, si è difesa (senza troppa convinzione, direi), ma alla fine è stata sopraffatta (si è lasciata sopraffare, direi), sono spuntate altre corde e in breve anche lei era legata, seduta sul ponte della barca, con la schiena contro l’albero, dalla parte opposta rispetto a me, con i polsi legati davanti alle mie caviglie. I due credo che si divertissero abbastanza. Le hanno legato anche le gambe, sia le caviglie che le ginocchia, e per buona misura, prendendo esempio da come ero legata io, hanno fissato anche il suo busto all’albero con la corda fatta passare sopra e sotto al seno. Ma certamente piaceva anche a lei perché non ha mai smesso di imprecare, finché non è stata anche lei imbavagliata per benino.
I due poi si sono tuffati facendosi una bella nuotata e, quando sono risaliti a bordo, se ne sono tranquillamente fregati di noi e della nostra situazione. Così siamo rimaste lì, in bichini, principesse prigioniere dei pirati, legate e imbavagliate come nei migliori film, eccitandoci a vicenda con i nostri gemiti soffocati.
Per fortuna nessuna barca è spuntata nelle vicinanze ma lo spettacolo di noi due, strettamente immobilizzate, credo che sarebbe stato certamente straordinario.
Infine siamo state slegate, e non vi dico le risate che i maschietti si sono fatti alle nostre (poco convinte, direi) rimostranze.
Secondo me, quella sera, quei due, in barca, l’amore l’hanno fatto in un modo un po’ diverso dal solito, un modo che alcuni giudicano …strano, ma che per me di certo non lo è.

Monday, August 15th 2011 - 04:18:39 PM
    
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Una storia di: Roper

"Ricatto"

Accettare un compromesso “particolare” per poter estinguere un debito abbastanza ingente può essere una soluzione estrema, ma se non si ha alternativa si valutano tutte le possibilità… La persona alla quale devo circa 16.000 euro mi propone di prestarmi ad essere una sorta di “schiavo” sadomaso per un intero fine settimana, a disposizione di 4 suoi amici gay… 48 ore nelle loro mani e il debito sarebbe stato estinto: mi dice chiaramente che sarei stato legato, imbavagliato e seviziato nei modi che più aggradavano i quattro, per 2 giorni continuati e senza possibilità di interrompere o ripensarci.
Ci penso un po’ ma alla fine non ho alternative e decido di accettare: chiamo la persona e gli comunico la mia disponibilità all’accordo…
- Bene, vedrai che questa è la soluzione migliore per tutti –
- Che devo fare? –
- Venerdì sera, alle 20 nel parcheggio posteriore del mio residence, chiudi la macchina e siediti sulla panchina… aspetta lì che arrivi una BMW X5, il resto lo faranno loro… -
- Dove mi porteranno? –
- Fuori Roma, ma non preoccuparti, alle 20 di domenica sera ti riporteranno lì e il tuo debito potrà considerarsi estinto –
- Cosa vogliono farmi? –
- Te l’ho detto, vogliono divertirsi, sarai legato, imbavagliato, seviziato… rapito e sottomesso in schiavitù per 48 ore… Non conosco i dettagli, ma puoi stare certo che non sarai in pericolo… magari ti piace anche, chissà… -
- Certo, come no… -
- Puoi ancora rinunciare, ma devi trovare i 16.000 euro per venerdì alle 20… decidi tu… -
- Ok, ok… venerdì sera ci sarò… -
Il tempo corre veloce e arriva il fatidico venerdì… faccio una doccia, mi vesto ed esco… sono le 19… salgo in macchina e devo dire che la preoccupazione si fa sempre più strada nel mio respiro.
40 minuti di macchina e arrivo nel posto concordato, parcheggio nell’area posteriore del residence, zona poco illuminata ma con una sorta di parco attrezzato, nel quale intravedo subito la panchina dell’appuntamento… Non c’è nessuno in giro, il posto ideale per essere “prelevati”…
Arrivano le 20… ormai ci siamo, il mio weekend da schiavo stà per avere inizio: intravedo la luce dei fari di una grossa auto… si avvicina… la luce mi impedisce di vedere bene, ma capisco che si ferma poco distante dalla panchina, sulla stradina interna… Si spengono i fari, è una X5… sono loro…
La BMW resta con il motore acceso ma a fari spenti, scendono 3 persone, due di corporatura media, uno più basso e tarchiato che viene verso di me… gli altri due si fermano dietro la macchina e aprono il vano bagagli, immagino che quello sarà il mio posto per il viaggio…
- Sei 16.000 euro bellezza? –
E’ quello basso che mi apostrofa in questo modo, squadrandomi dalla testa ai piedi…
- Si… sono io… -
- Bene, io sono Aldo, il nome è finto ma almeno sai come rivolgerti a me, gli altri due sono Bruno e Carmine, quello in macchina è Dario… ABCD, viva la fantasia ma tanto non è importante… -
- Sei pronto? –
- Diciamo di sì… -
- Bene, allora andiamo… il viaggio non è lungo ma ci vuole almeno 1 ora, qundi muoviamoci… -
- Ok… -
- Bruno e Carmine ora ti legheranno mani e piedi, ti imbavaglieranno e ti sdraieranno nel bagagliaio, sarai bendato perché non è il caso che tu veda dove stiamo andando, ok? –
- Devo essere legato per forza? –
Aldo sorride…
- Amore, sarai legato e imbavagliato per 48 ore, quindi prima ti abitui meglio sarà… -
La risposta è chiara… mi avvio verso la macchina con Aldo che cammina dietro di me… Una volta davanti al bagagliaio Bruno mi fa voltare e mi prende i polsi tirandoli dietro la schiena, per poi iniziare a legarli con del nastro adesivo grigio telato…
- Siediti e apri bene la bocca… -
Non appena obbedisco Carmine mi infila una palla di stoffa in bocca e la pressa bene fino a riempire ogni spazio e bloccare la lingua, poi mi fascia la bocca con molti giri di nastro adesivo e me la sigilla in modo da non poter emettere il minimo suono…
- Ok, legagli i piedi e le ginocchia, bendalo bene e poi incaprettalo dentro il bagagliaio… -
Capisco che è Aldo a comandare il gioco… Mi legano le caviglie sempre con il nastro adesivo e poi le ginocchia, molto strettamente… mi bendano gli occhi con un pezzo di stoffa e poi sopra ancora nastro adesivo, non vedo più nulla… Mi rannicchiano dentro il bagagliaio che comunque è molto grande, mi girano su un fianco poi sento di nuovo la voce di Aldo che ribadisce:
- Incaprettalo… -
Mi tirano le caviglie all’indietro, verso i polsi, e poi mi bloccano con altro nastro passato all’interno dei polsi, incaprettandomi in hog-tied…
- Bene, ora andiamo a divertirci… te li ricorderai questi due giorni tesoro… -
Sento chiudere prima il bagagliaio e poi gli sportelli… dopodichè la macchina si muove… l’avventura inizia…
Sono legato e imbavagliato molto stretto, non posso quasi emettere neanche mugolii a causa della stoffa che mi riempe la bocca… spero che mi sleghino presto da questa posizione…
- Chi se lo fa per primo? –
- Il boss è Aldo stasera, tocca a lui… -
- Eh si… voglio seviziarlo per bene… e riempirgli la bocca di sborra fino ad affogarlo… Ma avremo tempo di fargli tante cose… -
- Io glielo metterei in bocca anche adesso, legato in quella posizione… -
- Non facciamo stronzate, va bene che è consenziente, ma se ci fermano mentre tu te lo scopi in bocca incaprettato non sarà molto facile spiegare il nostro accordo, che dici? –
- Scherzavo –
Sento benissimo i loro discorsi, anche se nel bagagliaio enorme della BMW, le voci si sentono benissimo. Passa almeno mezz’ora senza novità, poi sento chiaramente la macchina curvare come in uscita da una autostrada, forse siamo verso il mare, ma è solo una idea…
- Apri il cancello… -
- Vado in garage? –
- Certo,lo scarichiamo direttamente da lì… -
- Andiamo di sopra o di sotto? –
- Non c’è nessuno intorno, possiamo anche tenerlo di sopra… -
La macchina fa una piccola discesa, si ferma per un momento poi riparte fa qualche altro metro e si ferma definitivamente… Si comincia…
Aprono il bagagliaio…
- Slegagli solo piedi e ginocchia… -
- Vieni tesoro, ora si gioca… -
Tagliano il nastro che mi incapretta e poi mi liberano le caviglie e le ginocchia… mi voltano e mi fanno uscire dal bagagliaio… Mentre mi alzo in piadi sento una mano tra le gambe che mi tocca il pene, come per sentire se inizio a reagire o meno… in effetti per la posizione costrittiva dentro il bagagliaio è abbastanza duro…
- Credo che ci divertiremo con il tuo cazzo tesoro, lo sento abbastanza allegro e ancora non ti abbiamo legato le palle… -
- Non svelargli tutto, dai… lasciamogli godere la sorpresa… -
- Portatelo su al primo piano, nella camera con il letto di ottone, li possiamo legarlo bene… -
Saliamo due rampe di scale, ci fermiamo e poi un’altra rampa… pochi passi e mi fanno entrare in una camera, sono ancora bendato quindi immagino soltanto… sento un odore di incenso…
- Ok, slegatelo e toglietegli il bavaglio… Chiudi le tende e poi toglietegli la benda dagli occhi… facciamolo respirare un po’…
- Tesoro, ora ti slego e ti libero la bocca… poi tu ti spogli nudo, vai in bagno e ti fai una bella doccia, ti metti la crema che troverai sul mobile, un tubetto azzurro, spalmatela per tutto il corpo, soprattutto gambe e piedi e poi torni qui… Fai il bravo e non obbligarci a farti lavare legato ok? –
- Non credo di avere scelta… Che ore sono? –
- Non ormai non ce l’hai… L’ora non è importante, tranquillo, domani alle 20 sarai di ritorno dove ti abbiamo prelevato… Ora spogliati e vai in bagno… -
Faccio come mi dicono… Mi spoglio, camicia, scarpe, pantaloni, calzini, boxer… sono completamente nudo e i miei piedi sentono il contatto con la moquette rossa della camera… C’è un grande letto in ottone con lenzuola nere… le tende sono chiuse e comunque ormai è notte, saranno almeno le 21.30… Vado verso il bagno camminando nudo sotto gli sguardi dei quattro carcerieri… Passo davanti a Dario che allunga una mano tra le mie gambe e mi prende il pene…
- Hmmmm… sei bagnato sulla punta tesoro… ma non è che per caso ti piace questa situazione? Non mi stupirei… -
Mi strizza i testicoli infilando poi un dito sotto lo scroto fino a raggiungere l’interno dei glutei…
- Lascialo andare in bagno… avrai tempo dopo di giocare con le sue palle… -
Dario mi lascia e io proseguo verso il bagno… entro e mi richiudo la porta dietro, che comunque non ha chiave… Il bagno non ha finestre ma è molto grande, ci sono in terra un paio di pantofole in spugna blu da doccia e un accappatoio dello stesso blu… vedo il tubetto di crema che mi hanno detto di usare… tutto organizzato nei particolari…
Dopo la doccia che mi ha aiutato a distendermi un pò, indosso l’accappatoio per asciugarmi, poi prendo la crema e inizio a spalmarla e stenderla come mi hanno ordinato, fino ai piedi… Ha un ottimo profumo ed effettivamente ammorbidisce molto, i piedi sembrano quasi vellutati, così come le gambe…
Esco dal bagno con indosso l’accappatoio e le pantofole in spugna… Noto subito che il letto è ora ben attrezzato per tenermi legato, con corde che pendono ai quattro angoli e sul centrale, probabilmente per legarmi a croce sul letto stesso…
Aldo è davanti a me e scostando l’accappatoio mi prende in mano il pene strizzandolo, mentre con l’altra mano mi stringe le palle…
- Hai un bel cazzo tesoro… non vedo l’ora di legartelo stretto insieme alle palle e farlo scoppiare… -
- Ha anche un bel culo… che dici? –
Sento la mano di Carmine che si infila da dietro tra le mie natiche e un dito entrare quasi diretto nel buco… fermandosi prima di penetrarmi…
- Toglietegli l’accappatoio e le ciabatte e legatelo mani e piedi, incaprettatelo sul letto, ben stretto… -
- Lo imbavaglio? –
- No, voglio metterglielo in bocca… lo imbavaglieremo dopo. –
Mi tolgono l’accappatoio e subito Bruno mi prende i polsi e li lega con una corda nera morbida dietro la schiena, poi mi stringono le braccia sopra i gomiti con un'altra corda nera, tirandomi le braccia all’indietro, molto strette… Mi spingono verso il letto e mi fanno sedere, Dario mi sfila le pantofole e si sofferma sui piedi, accarezzandoli e leccandoli…
- Cazzo che piedi… sembrano quelli di una donna… niente peli, morbidi… -
- Smetti di leccarli e legali bene, avrai tutto il tempo… -
Mi lega i piedi ben stretti, passando poi alle ginocchia e alle gambe… Mi sdraiano sul letto e mi girano sulla pancia… sento il pene a contatto delle lenzuola che reagisce in maniera inaspettata… si indurisce…
Mi inarcano le gambe dietro la schiena e con una corda collegano le caviglie ai polsi, inarcandomi molto strettamente ma non basta: mi infilano un cappio di corda intorno al collo e lo collegano alla corda che mi stringe le braccia, che a sua volta è tirata verso i polsi e i piedi… Praticamente mi costringono a tenere la testa e i piedi rialzati, altrimenti rischio di strangolarmi… un incaprettamento in piena regola…
Finito di legarmi in quel modo animalesco e molto costrittivo si fermano per qualche istante a contemplarmi…
- Ho il cazzo duro come una pietra – Dice Bruno…
- Io non vedo l’ora di incularmelo – Dice Carmine…
- Ora uscite, voglio divertirmi un po’… -
L’ultima era la voce di Aldo… non posso muovermi ma con la coda dell’occhio vedo gli altri tre uscire e chiudersi dietro la porta della camera…
- Faccio una doccia tesoro… posso lasciarti senza bavaglio? Sei legato molto stretto, quindi eviterei ma se provi a fiatare ti garantisco che ti imbavaglio in un modo che te ne pentiresti… -
- No, non fiaterò… puoi lasciarmi senza bavaglio…
- Scherzavo tesoro… non posso lasciarti senza bavaglio… -
Prima che postessi replicare sento una grossa palla di gomma entrarmi nella bocca, spalancandomela a dismisura, che viene poi subito serrata con una cinta di pelle dietro la nuca, molto stretta.
- Ecco ora va meglio… non muoverti, non provare a parlare e vedrai che resisterai fino al mio ritorno… Stai già sbavando, mi eccita… -
Mi lascia così e se ne và in bagno…
Il tempo sembra passare interminabile, il modo in cui sono legato e imbavagliato è veramente animalesco anche se sento il mio pene sempre più duro strofinando sulle lenzuola… Il bavaglio mi fa sbavare copiosamente e mi fa sentire completamente impotente…
Dopo credo almeno venti minuti la porta del bagno si apre e ne esce Aldo, lo vedo arrivare con la coda dell’occhio, ora è completamente nudo e vedo che il suo pene è già eccitato e turgido…
Mi tocca i piedi legati, le gambe, la schiena… infila due dita tra le natiche a cercare il buco… lo accarezza… Poi sale sul letto e si mette di fronte al mio viso… vedo il suo pene eccitato e di dimensioni notevoli…
- Ora ti tolgo il bavaglio e poi lo sai cosa ti farò… ti scoperò in bocca, te lo spingerò fino alla gola e ti verrò dentro… dovrai inghiottire tutto senza ribellarti, anche perché il modo in cui sei legato è niente in confronto a come potrei legarti se mi fai incazzare… è chiaro? Sai qual è il tuo compito in questi due giorni, giusto? –
Annuisco rassegnato…

Monday, August 15th 2011 - 09:55:24 AM
    
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Una storia di: Simona

Ultimo anno di liceo, poco prima della maturità. Avevo 19 anni, è stata la mia prima esperienza bondage.
Sarà stato inizio maggio, iniziava a fare caldo, e gli esami di maturità si avvicinavano giorno dopo giorno. Al tempo avevo un'amica con la quale spartivo tutto. Eravamo sempre insieme. Laura. Aveva i capelli castani tendenti al nero, un viso non perfetto ma molto provocante. Magra ma abbastanza formosa. Insomma, era una delle ragazze più carine del liceo, di quelle sempre corteggiate da tutti. Io anche, rivedendo le foto, non potevo lamentarmi.
L'amicizia era talmente forte che, ogni tanto, ci permettevamo una pomiciata...così, per gioco. Si sa, in quel periodo pur piacendoci i ragazzi e pur avendo una vita sessuale piuttosto attiva, ci si lascia trasportare dai sentimenti di affetto, cadendo in quel gioco fantastico che è l'ambiguità giovanile...soprattutto da parte delle ragazze.
Spesso, quando ci andava, studiavamo assieme, io a casa sua e/o viceversa.
Ero già pienamente consapevole delle mie "perversioni" (o meglio, per utilizzare una parola meno forte, preferenze) in ambito sessuale. Ero affascinata dal bondage (che, se non sbaglio, al tempo neanche sapevo si chiamasse così). Sognavo di essere legata a letto. Non ero ancora mai riuscita a praticare niente del genere. Non avevo il coraggio di proporlo al ragazzo di turno, o al mio fidanzato di allora, e ogni mio tentativo di farlo capire durante i preliminari era stato vano. Provavo ogni tanto a portare la mano del mio ragazzo sulla mia bocca, o a spostare le braccia dietro il corpo, coma a fingere di essere legata. Ma nessuno sambrava mai capire le mie intenzioni.

Quel pomeriggio andai a casa di Laura per studiare. Era sola, i genitori spesso la lasciavano solo a casa nel pomeriggio, tornando per cena. Ricordo ancora com'era vestita. Aveva una maglietta a mezze maniche un po' sbrindellata, da casa; una minigonna di stoffa; le gambe erano coperte da pantacollant neri lunghi fino alla caviglia; un paio di pedalini ai piedi.
Dopo qualche chiacchiera nella sua stanza, senza combinare niente per scuola, mi scattò una scintilla. Iniziai a baciarla. Come già detto, ogni tanto capitava, per gioco. Faceva parte della normalità. Capii che il sogno "bondage" avrei dovuto provarlo con lei, prima di trovare il coraggio di dichiararmi ad un ragazzo. Poi, si sa, a scuola si parla molto, e una cosa del genere sarebbe stata sicuramente scoperta da tutti.
Tra vari giochi di parole le proposi di legarla. Iniziai a guardarmi attorno senza destare sospetti, controllando che ci fosse qualcosa per legare nella stanza. Su un cavalletto erano poggiati dei foulard e un paio di sciarpe di seta.
Ne presi una. Lei era seduta su una sedia, di fronte alla scrivania dove i libri aperti iniziavano ad impolverarsi. Iniziai a legarle i polsi dietro la schiena.
-Ahahah, ma che fai?
-Dai di lego...mai giocato a guardia e ladri?
-Ahah, ma sei impazzita?
Rideva, non sapeva bene le mie intenzioni.
Le legai i polsi nella apertura tra lo schienale e il piano orizzontale dov'era seduta. Era meravigliata, ma divertita, anche se inconsapevole di tutto.
-Ecco, così stai meglio...ahahah, ma manca ancora qualcosa.
Presi una sciarpa di seta, con la quale, inginocchiata, le legai le caviglie. Lei accennava segni di ribellione. Cercai di stringere abbastanza, senza farle male ovviamente. D'altra parte non era esattamente consenziente, dato che ignara di tutto. Ridacchiava. Io era già abbastanza eccitata. Prima di rialzarmi le tolsi i pedalini, lasciandola a piedi nudi. Erano piedi molto graziosi, piuttosto piccoli, con lo smalto rosso scuro. Laura, divertita, continuava a chiedersi cosa mi fosse preso. Ero leggermente imbarazzata, ma era tutto troppo eccitante per fermarmi sul più bello. Così, tra qualche lamentela, appollottolai un suo calzino senza farmi vedere, e da dietro glie lo ficcai in bocca.
-MMMMh!
Tra i mugolii, riuscii a capire "ma che cazzo fai?". Fortunatamente continuava a ridacchiare. Così, presi un foulard bianco e la imbavagliai definitivamente, coprendole la bocca da sotto il naso sino poco sopra il mento, e annodandoglielo stretto dietro la nuca.
-Ecco, così non parli.
-MMMMh!!
Era una visione paradisiaca. Quello che volevo essere fatto su di me, l'avevo fatto io sulla mia migliore amica, che, essendo una femmina, era come se legata e imbavagliata su quella sedia ci fossi stata io. Ma, conoscendola, sapevo quel che sarebbe successo. Una volta slegata, avrebbe fatto la stessa cosa su di me. E io glie l'avrei concessa.
Le sollevai le gambe e le poggiai sulla scrivania, incrociandole i piedi. Mi guardava, affogata in un mare di mugolii.

Un'altra passioncina per me erano (e sono ovviamente) i piedi. Mi eccitava farmeli massaggiare, baciare, leccare. Essendo questa una passione molto diffusa, ero già riuscita a "giocare" con qualche ragazzo, spesso senza neanche doverlo chiedere, o far capire.
Fortunatamente, questa cosa ci accomunava con Laura...su questo ci eravamo confidate. Per lei non era una fissa come per me, ma non le dispiaceva affatto.

Le iniziai molto delicatamente a massaggiare i piedi, fino, poi, a leccarglieli. Avevano un odore molto leggero e davvero molto piacevole di chiuso. Lei era sempre più stranita, ma ci stava. Questo era l'importante. La cosa durò ancora per pochi minuti, poi riuscì a slegarsi i polsi. Una volta liberatasi le mani, si sfilò il bavaglio, portandoselo al collo. Sputò il calzino che aveva in bocca, e con una faccia simpaticamente vendicativa mi trascinò sul letto, dove, dopo poco e senza impedimenti, mi ritrovai, FINALMENTE, legata e imbavagliata.
Purtroppo, non essendo lei un'appassionata di bondage, mi legò in modo molto blando e poco efficace. Mi levò una sola scarpa, sfilando subito via il calzino che, ovviamente (ricopiandomi), mi infilò nella bocca. Per un po' rimasi così, con lei che con le unghie della mano mi solleticava quell'unico piede nudo. Poi dopo un po', una volta cadutomi il calzino dalla bocca, prese un rotolo di nastro adesivo che aveva in un cassetto della scrivania, riinfilò il calzino nella bocca e mi imbavagliò facendovici sopra una X col nastro adesivo. Era un bavaglio pressoché inutile, ma, ovviamente, non provai neanche a toglierlo.
Dopo un po' anche lei, ridendo a crepapelle, iniziò a leccarmi il piede.
Dopo qualche minuto il gioco finì, e tra chiacchiere, confidenze e risatine riprovammo a "studiare", senza riuscirci.
Dopo quel pomeriggio fantastico che fortunatamente ancora ricordo nei minimi dettagli, o quasi, mi confidai definitivamente con Laura delle mie "strane" fantasie. La frase con cui mi rispose fu:
"però dai non è stato male."

Non capitò più di legarci e imbavagliarci a vicenda, ma andò di moda tra di noi l'uso di tapparci la bocca ogni tanto quando ci si prendeva in giro o si parlava troppo.
Dopo l'estate della maturità non vidi più Laura che si trasferì a Londra.
Solo qualche giorno fa mi ha contattato su facebook dopo anni. Da lì, il ricordo di questa storia per me indimenticabile che ho deciso di raccontare su questa pagina.

Un saluto a tutte/i.

Wednesday, August 10th 2011 - 03:51:45 PM
    
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Una storia di: Dreamer

Una notte movimentata

Terza ed ultima parte

I tuoni si fanno più vicini.
Una goccia, due tre, la pioggia inizia a cadere e la sento greve e fredda sulle braccia e sulle gambe nude. …
… Un vento gelido soffia sempre più insistente ed io, malamente coperta solo da una succinta tunichetta di cotone, sono pervasa da un brivido di freddo che, partendo dalla punta dei piedi, risale lungo la schiena ed attraversa tutto il mio corpo come una scarica elettrica.

Ma cosa ci fa la mia miciona qui, nel bel mezzo del bosco, lontano da casa e sotto la pioggia incombente?
E perché mi si avvicina alla testa? …
... noooo!!!
Non fare così!
Non farmi il solletico strusciandoti con la tua coda sul mio viso!!!?? …

… un lampo fortissimo rischiara per un istante di una luce abbagliante tutto quello che mi circonda, seguito, subito dopo, dal rombo cupo di un tuono fortissimo ...

… Gli occhi spalancati.
Il cuore che mi batte all’impazzata nel petto ed il fiato corto, sdraiata a pancia in giù sul mio grosso letto, non riesco ancora a distinguere bene dove finisca il sogno ed inizi la realtà.

Dalla finestra sulla mia destra, quella che da verso la montagna, proviene un vento gelido ed impetuoso che, prima di uscirsene dalla grossa porta finestra che, protetta dall’alto porticato dell’ex fienile, si apre sulla vallata, agita le tende fino a farmele svolazzare addosso.
Scrosci di grosse gocciolone di pioggia entrano sempre più insistenti, bagnandomi e risvegliandomi completamente.

Sfilo velocemente i polsi che avevo infilato in un paio di blandi anelli di foulard che prima di dormire avevo annodato ai due lati della testiera del letto, giratami su me stessa, faccio lo stesso con le caviglie e poggiato i piedi sulle pianelle bagnate del pavimento, mi alzo sbrigandomi a chiudere le persiane della finestra.
Fuori il temporale cresce di intensità e sento il rumore degli scrosci di pioggia contro il muro ed il vento che sibila tra i castagni.

Seduta sul mio letto, abbracciando le ginocchia rannicchiate contro il petto, assaporo il piacevole brivido di freddo provocato dal passaggio della corrente d’aria sul cotone umido che mi riveste e sulla pelle ancora bagnata.

Bello… però non ho più vent’anni… se resto così mezza nuda e bagnata mi prendo un malanno!
Un po’ rattristata dal richiamo alla cruda realtà quotidiana, allungo la mano, accendo l’abat-jour, mi alzo ed estraggo dal comò un paio di calzini di cotone ed un vecchio e comodo maglione di cotone oversize che infilo direttamente sopra alla camiciona da uomo di Dreamer che adoro indossare quando vado a letto.
E’ ancora umida di pioggia e sono ancora mezza bagnata ma non mi importa più di tanto, non voglio interrompere l’incanto del gustare certe sensazioni selvatiche ed un po’ infantili che un temporalone estivo mi riesce a trasmettere.

Detto questo, disfo i nodi di un paio dei foulard con cui mi ero blandamente legata mani e piedi agli angoli del letto prima di dormire e mentre con uno di questi mi lego comodamente le caviglie affiancate, con l’altro faccio altrettanto con i polsi.

Con le mani unite sul davanti, mi sdraio sul letto, la testa sprofondata sul cuscino, posata sul mio fianco, mi ricopro sommariamente con la mia adorata coperta di cotone lavorata grezzamente a maglia pachwork
Il mio sguardo si perde nella pioggia che vela la vista sulla vallata sottostante, la scarsa luce fredda dell’aurora incombente inizia a rischiarare fiocamente i contorni delle montagne.

Ed io, abbandonatami all’effetto ipnotico della pioggia, mi rannicchio su me stessa e pregustando il momento in cui tutta la compagnia degli amici sarebbe ritornata nel weekend qui all’agriturismo a trovarmi, i mille giochi, gli scherzi ed i dolci momenti che avrei passato insieme a Dreamer, lascio che le mie mani, morbidamente unite tra loro, si insinuino sotto alla coperta e cullata dai rumori della natura, mi abbandono ad un sonno carico di altri mille sogni.
Sereni, buffi, divertenti e, perché no, anche sorprendenti ed emozionanti.

Buon riposo a tutti voi …
… e sogni d’oro.

Cristina.

Thursday, August 4th 2011 - 07:00:28 PM
    
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Una storia di: Dreamer

Una notte Movimentata.

Seguito.

L’immagine di Elena al mio fianco si fa sempre più fioca, sento le palpebre sempre più pesanti, una irresistibile sensazione di stanchezza si fa largo dentro di me e senza neppure che me ne renda conto ho perso i sensi.
Un istante prima di perdere i sensi, solo allora, realizzo di essere stata anestetizzata con qualche sostanza.

Ho gli occhi ancora impastati quando, la testa ancora pesante, sento una specie di mano velata che mi accarezza il viso.
Vorrei scostarla ma non ci riesco!!
Mi sento tutta intorpidita. Distesa bocconi lunga lunga ma come se non avessi più ne braccia ne mani. La testa appoggiata mollemente su di un cuscino morbido e profumato che mi culla con un ritmico saliscendi.
Mi sembra di essere adagiata su di una barchetta morbidamente imbottita ed abbandonata in un placido laghetto.

Ancora quella morbida carezza sulla guancia.
Ma insomma!!! Ma perché mi dai dei pugni sul nasoooo!!!
E cos’è questo rumore sordo… quasi come un motore.
E cosa sono tutti questi mugoliii che si fanno sempre più reali nelle mie orecchie e perché non riesco a parlare e mi sento come se avessi la bocca piena ma non riesco a deglutire???

Son sveglia!
Gli occhi spalancati a cercare di afferrare nella fioca luce i contorni delle forme che mi circondano.
Il cervello che gira a mille.
Tutti i sensi del mio corpo si sono acuiti al massimo e solo ora mi rendo conto che mi ritrovo ancora legata.
Stretta ma comoda. Mani dietro alla schiena, braccia ben fissate al busto. Le gambe ora sono distese, le caviglie unite tra loro, non riesco ad allargare le ginocchia.
Sento come un qualcosa che mi tiene premuta su quello che sembra essere uno strano materassino, come da un qualcosa di pesante ma che si muove e si agita, come anche l’imbottitura sui sono adagiata.
Solo ora inizio a realizzare che sono adagiata su di un corpo femminile le mie gambe nude sulle sue ed il mio viso che preme maldestramente sul suo seno.
Sento la ragazza sotto di me che mugola fiocamente e realizzo che la cosa che mi premeva sulla guancia sinistra non è una “mano velata” ma, bensì, un paio di piedini velati che si agitano cercando di allentare i legacci che li tengono prigionieri.
Appartengono ad un'altra ragazza che, distesa su di me, mi intralcia nei miei tentativi levarmi di dosso dalla poverina che sto schiacciando.

Siamo in una sorta di grosso furgone. Lo sento dalle scosse dalle buche e dal rumore del motore. Siamo in tante, almeno una decina di persone, presumo tutte giovani donne e siamo tutte ben impacchettate ed impilate come tanti sacchi di mangime.
Evidentemente i due delinquenti hanno rapito tutte le ragazze dell’intero agriturismo e ci stanno portando in un nuovo covo, o magari, ci stanno portando verso Livorno o La Spezia per imbarcarci su di una nave diretta nei ricchi e viziosi Paesi del Golfo Persico.

Quand’ecco che sento uno sparo!
Un altro!!
E poco dopo che il furgone si è arrestato… Un'altra esplosione fortissima!!
I carabinieri!!
Hanno fatto un blitz!!
Siamo salve!!
Quando il portellone laterale viene aperto una luce mi acceca …

… e mi ritrovo legata ad x sulla fresca e morbida erbetta di una piccola radura di un boschetto di castagni.

Cavolo!!!

Mi ero addormentata!!!

Ecco cosa succede a passare una delle tue rare e preziosissime giornate libere insieme al tuo gruppo di amici storici !!

Loro sono tutti patitissimi di rievocazioni storiche e giochi di ruolo ...
... e sanno benissimo che anche a te la cosa non dispiace!!
Il fatto è che, essendo i tuoi migliori amici, da sempre, sanno altrettanto bene che tu ed il tuo ragazzo/amico storico, quel disgraziato che si fa chiamare Dreamer su internet, amate giocare con corde, bavagli e tutte ‘ste cose qua! …
... ovviamente, la cosa, specie dopo che l’hanno provata per colpa tua (vostra)…
... adesso piace anche a loro!!

E PARECCHIO !!

In breve …
... oggi io, all’interno di una partita più complessa dove, lo ammetto, mi sono anche divertita un sacco a legare “crudelmente” alcune mie amiche, mi sono ritrovata a diventare la povera principessa catturata dalle creature oscure ed ora …
... eccomi qua, vestita solo di una corta tunichetta di cotone senza maniche e sapientemente slacciata sul davanti, privata delle mie ricche vesti ricamate e dei miei comodi calzari, una striscia di stoffa tra i denti a soffocare (si fa per dire) le mie invocazioni d’aiuto, legata a quattro solidi paletti conficcati nel terreno, lasciata in una piccola radura che si apre nel bosco che ricopre le pendici a monte del mio agriturismo… ridotta ad esca e preda degli esseri malefici, ad aspettare che quel suonato di Dreamer, vestito da "cavaliere azzurro" venga, accompagnato dagli amici "Elfi da strapazzo" e dopo avere abbattuto i "cattivoni" mi liberi.

Ecco cosa succede a giocare a sti passatempi idioti per bambini mai mai cresciuti !! :P))
Va a finire che, alla fine, arrivandoci dopo giorni e giorni di lavori e troppo stanche ...
... ci si addormenta, così , legate, da sole, nel bel mezzo di un bosco!!

A proposito di starsene bloccate a terra in solitudine …
... ma quanto ho dormito!!?? :o !!
E che ore sono??
Dalla luce bassa ed arancione che si staglia sulle cime degli alberi …
... direi che è già abbastanza tardi!!
Ed in lontananza sento il loro vociare allegro che sale dall’agriturismo!!

Cavolo!!
Che scherzo scemo!!!
Mi hanno lasciata qui da sola!!
Cavolo!!!
Non ci credo che mi hanno dimenticata!!
L’hanno fatto apposta!!
Dev’essere stata tutta un’idea di quella scema della Katia!!
Ecco perchè era così contanta quando mi ha catturata e perchè sorrideva sotto i baffi mentre mi legava ai paletti!!
Quando la becco!!!
Gliela faccio pagare!!
Giuro che la faccio morire!!
Visto che non le piace la cera bollente e che, ovviamente, lascio che a sculacciarla sia il suo ragazzo, la lego ben benino e le faccio il solletico finché non implorerà pietà con le lacrime agli occhi ed il respiro mozzato!!

Cavolo!! Noooo!!!
Cos’è questo un tuono??!!
Nooooo!!!
Un vento improvvisamente freddo mi mette i brividi.
Il cielo si fa grigio e vedo arrivare dei bei nuvoloni neri che scendono, carichi di pioggia giù dalla montagna!

Noooooooooooooo!!!
SCEMIIIIIII!!!!!!
La stoffa tra i denti, urlo a più non posso.

I tuoni si fanno più vicini.
Una gocciolona, due tre, ...
... la pioggia inizia a cadere.
La sento greve e fredda sulle braccia e sulle gambe nude e non posso fare nulla per sfuggirle se non tirare invano sui paletti conficcati nel prato.

Continua.

Vi sta piacendo?? ;)

Sunday, July 31st 2011 - 06:57:12 PM
    
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Una storia di: TS

La punizione (rielaborato)
"Adesso basta! Questa me la deve pagare!"
Eri tutta incazzata per l’ennesimo stupido scherzo di tua sorella e avevi deciso che era giunto il momento per lei di pagare, ma pagare sul serio! Avrebbe pagato tutte quelle volte che ti aveva fatto morire dal solletico ...e l'avresti ripagata della sua stessa moneta!
A fine mese i tuoi se ne sarebbero andati via per due settimane lasciandovi sole a casa: avresti potuto mettere in pratica il tuo piano senza che nessuno potesse interromperlo o mandarlo a monte!
Avevi chiesto a quei ragazzi che andavano con lei in palestra (e che sapevi ben desiderosi di metterle le mani addosso) di darti una mano: come potevano rifiutare? L'idea non era solo allettante, ma esplosiva!!!

Il piano era geniale e mostruoso allo stesso tempo:
appena tornata dal lavoro lei sarebbe entrata in casa e ti avrebbe vista legata mani e piedi a un letto (del divano-letto del soggiorno) circondata da una decina di ragazzi muscolosi, in mutande e soprattutto “inkazzati”! Subito sarebbe stata assalita da 4~5 di loro, immobilizzata e portata a forza in camera al piano di sopra; lì l'avrebbero spogliata (lasciandola soltanto in mutandine) e legata mani e piedi al suo letto. Nel frattempo al piano di sotto tu saresti stata slegata e con i ragazzi rimasti giù avresti inscenato una sequenza da arancia meccanica: tu, urlando dalla disperazione (chiedendo aiuto, implorando pietà ecc...) e loro, fingendo di stuprarti fra cori e incitamenti selvaggi. Lei avrebbe sentito tutto e sarebbe stata presa dal panico, anche perchè quelli in camera avrebbero finto di volerla violentare!
Poi, dopo averla fatta morire di paura, tutti insieme sareste entrati in camera e sarebbe finita in una gran risata generale, ma avevi anche previsto un finale terribile: li avevi infatti incitati a farle il solletico per minuti interi, addirittura ben venti minuti di solletico folle, spietato e senza alcuna interruzione!!! Ciò che lei non avrebbe potuto sopportare nemmeno per mezzo secondo, WOW!!!
Finalmente avrebbe pagato e tu avevi deciso di farle pagare un prezzo terribilmente alto!
Dopo qualche timore iniziale e un lungo lavoro di contatti segreti, i ragazzi della palestra si erano gettati con entusiasmo all’idea del piano, tanto che avevano già comprato le corde e li vedevi partecipare con crescente eccitazione all’organizzazione e al suggerimento dei dettagli; la tua idea del solletico poi l’avevano trovata davvero esplosiva ed erano tutti stranamente elettrizzati!
Ormai avevi dato il via a una macchina infernale e la data era già stata decisa: sabato 20!

~

Finalmente è giunto il grande giorno!
Sei tutta eccitata al pensiero di cosa farai subire a tua sorella, ma anche al pensiero di essere legata da quegli uomini muscolosi, pur se soltanto per pochi minuti: è sempre stata una tua fantasia segreta ma certamente non hai mai pensato neanche lontanamente di realizzarla, anche se solo in parte e solo per scherzo!
L’occasione è praticamente unica e per farti aumentare l'adrenalina hai pensato bene di metterti in accappatoio ed indossare solo quel tuo provocantissimo paio di slip: l'idea di essere legata seminuda con quelle mutandine di pizzo ti eccita da morire! Tanto soltanto tu avresti saputo cosa avresti avuto sotto l'accappatoio e tenendolo chiuso non ci sono pericoli: loro non si possono accorgere assolutamente di niente e poi l’obiettivo su cui sono concentrati è tua sorella!
È il grande giorno della tua grande vendetta e li hai caricati a dovere, WOW!

Eccoli, sono arrivati!
I ragazzi che fai entrare in casa sono ben quindici!!!
WOW, quindici strafighi tutti pieni di muscoli e visibilmente eccitati che le avrebbero finalmente messo le mani addosso...eppoi come!!! WOW!
Non vedi l’ora e non sei la sola! L'idea di prenderla con la forza era bastata da sola a convincerli tutti e a renderli davvero determinati: l'avrebbero presa brutalmente, legata a viva forza e solleticata senza starci tanto a pensare!
-OK ragazzi, cominciamo!- Impartisci tu più eccitata e impaziente che mai -Sarà qui a momenti!-
Subito tre aprono il divano-letto della sala, ti ci sdrai subito sopra e, ancor prima di aprire gambe e braccia, in sei ti saltano addosso afferrandoti per i polsi, le caviglie, braccia, gambe e collo! WOW!!!
-Ehi! Ma che fate! È lei che dovete assaltare non me!-
Fai tu un po' risentita ma anche terribilmente eccitata;
e loro:
-Tranquilla, facciamo le prove per dopo!-
-Sì, dopo vedrai come la prendiamo!-
-È come se non ti avessimo nemmeno sfiorato!-

Si, nemmeno sfiorato, ma intanto ti tengono ferma sul serio e stringendoti davvero per immobilizzarti a forza come se fossi tu a voler scappare e a ribellarti, ma tu a ribellarti non ci pensi nemmeno, e anzi la cosa ti piace eccome! Le loro fortissime prese ti fanno sentire completamente bloccata e nelle loro mani; provi un folle brivido di eccitazione immaginando cosa diavolo potrebbe succedere se solo aprissero l’accappatoio, WOW!!!
Intanto vedi un altro che tira fuori da uno zainetto un'infinità di corde
-Sono di juta- fa quello – apposta per il kinbaku, il bondage giapponese! Sono corde speciali, non lisce e comode come quelle nautiche per chi ha la pelle delicata: queste sono belle ruvide, fatte apposta per essere sentite!-
-WOW!- Pensi tu
immediatamente altri quattro ti si avvicinano per legarti al letto, metri e metri di corde ti avvolgono polsi e caviglie, poi tutti a tirare e a stringere per davvero
-OHH!!! Fate piano! Così mi fate male!-
-Stai tranquilla pupa, così la cosa sembrerà più vera! Non volevi che sembrasse vera? Eccoti accontentata!-
E al finir della frase altra tirata di corde
-AHIII!-
E uno di loro:
-Senti male piccola?-
E un altro con voce dura e sprezzante:
-E sai quanto ce ne frega!-

Quel tono di voce proprio non ti va giù
-Senti scemo, dopo vedi quanto me ne frega a me!-

Ma lo scemo non gradisce e d'improvviso ti monta addosso mettendoti una mano sulla bocca
-Senti stronzetta, non ci fare incazzare sennò non ti sleghiamo più!-

Un brivido ti raggela subito la schiena: non puoi parlare, non sei più nelle condizioni di poter reagire!!!
Solo ora capisci che hai dato il via a una macchina potenzialmente infernale per davvero, una macchina che non solo non puoi più controllare ma che soprattutto ora non puoi più fermare! Ma è solo effetto dell’adrenalina e della tensione: tu che ti ritrovi legata con quindici uomini, loro che devono correre per finire in tempo prima che arrivi tua sorella, ma in fondo è tutto come hai concordato da più di un mese!
Eppure quella mano premuta a forza che ti tappa la bocca e che quasi ti impedisce di respirare trasmette un’energia particolare, una volontà di dominazione VERA!
-OK?- lo scemo ti guarda fisso negli occhi prima di togliere la mano
-OK, OK!- annuisci docilmente…

-WOW!!! Li ho caricati ben bene!- realizzi ripensando a tutti gli incontri segreti
Li avevi eccitati troppo contro tua sorella: cosa le avrebbero fatto? Avrebbero esagerato oltre ogni limite?

Quasi cominci a pentirti di aver organizzato uno scherzo così pesante, ma un'altra preoccupazione cresce sotto forma di ansia, eccitazione e panico: e se qualcuno avesse l'idea di aprirti l'accappatoio?? MMMHMM... la fantasia ti fa sentire vere e proprie vampate di calore, anche perché intanto gli altri ragazzi nella stanza si sono spogliati rimanendo con i loro slip attillati che mostrano “tutto”! Quei palestrati pieni di muscoli poi si danno il cambio avvicinandosi con altre corde per legarti ancora!
-Ehi ma quante ne avete portate?- fai tu con uno stupore che tradisce un po’ di nervosismo
-Dai poche storie! Ce lo hai chiesto tu che sembrasse tutto vero, vedrai che capolavoro! Vero ragazzi?-
-Già! Vedrai! AH AH AH!- gli fanno in coro tutti gli altri!
Da come stringono forte i nodi e dalle loro espressioni decise, senti che tutti quanti sono eccitati e ben determinati, come se si sentissero davvero fortemente coinvolti e volessero fargliela pagare anche loro! Questa sensazione proprio non l'avevi prevista, ma il tuo odio per lei ti fa eccitare per l’atmosfera che si sta creando!
"WOW! Questi la fanno scoppiare! WOWWW!!! Siii!”
Sei eccitatissima, le ruvidissime corde di juta si sentono eccome!
Così strette ai polsi e alle caviglie ti tengono tutto il corpo in tirare e l’accappatoio sfiora i capezzoli sempre più turgidi! Ora che si sta realizzando il mostruoso piano di vendetta sei contenta di averlo organizzato con quei ragazzi così forti e muscolosi: sono perfetti per farla sprofondare nel panico più assoluto! Se tu stessa che hai organizzato tutto e sai che è tutto solo uno scherzo ti senti in ansia, figuriamoci come si sentirà lei che crederà tutto tragicamente vero! “WOW!”

Anche se sai che quelle corde rimarranno strette solo per pochi minuti senti battere forte il cuore e un nodo alla gola, “WOW! WOW! WOWW!“, non hai mai vissuto un’esperienza così!
Sentirti legata a un letto mani e piedi ti fa letteralmente mancare l’aria!
Specie se a legarti sono una quindicina di strafighi muscolosi, liberi di far tutto quel che vogliono senza che nessuno li possa sentire, vedere …o fermare!

Ripensi di colpo che la casa è isolata e non verrà nessuno per giorni: “…questi possono far tutto ciò che gli pare e piace e io gli consegno mia sorella!”
Spira un clima pesante, i tuoi pensieri si lasciano prendere la mano
“Stai a vedere che la violentano!"
L’odio sa essere feroce…
"WOWW! Siii, bastarda! Che la stuprino pure! Anzi siii, quasi glielo dico, stupratela, violentatela! Lo so che vi piacerebbe farlo!!!"
Ma anche loro a stringerti i nodi sembra si carichino sempre di più e nel tenerti ferma in tre per una caviglia uno di loro prova a sfiorarti la pianta dei piedi
-AHAHA!! AHH!!!!-
La tua reazione al solletico non può che essere istantanea e inconsulta!
Ah, e così lo soffri anche tu il SOLLETICO eh???-

Quella parola detta ad alta voce sembra un segnale dato a tutti gli altri...e tragicamente tutti gli altri si buttano su di te per farti il SOLLETICO!!!!!
-AHH! NOOOO! NOO! AHHAHHH! NOOO!-
Quelle mille dita impazzite sul tuo corpo ti scatenano tutti i nervi e tutti i muscoli, cominci a guizzare a più non posso e questo li spinge a solleticarti di più di più e ancor di più e tu guizzi, ti dimeni, salti
-AHHH! NOO! NON LO SOPPORTO! NOOO! PIETAAAA!-
Ma le tue implorazioni non fanno altro che eccitarli ed eccitarli ed eccitarli ancora!

Il solletico non diminuisce affatto anzi aumenta d'intensità e tutti fanno a gara a fartelo dove lo soffri di più, sotto i piedi, sotto le ascelle, lungo i fianchi, lungo le gambe, e tu guizzi dimenandoti come una pazza scatenata sempre di più sempre di più fin quando...
L'ACCAPPATOIO SI APRE!
Tutti si fermano di colpo
-WOW!!!
-Guardate qui che roba!-

In aria si sentono due fischi di approvazione, l'accappatoio si è aperto e tu sei legata in balia di quei quindici uomini vestita solo con un provocantissimo slip di pizzo nero che invoca di essere strappato da quelle loro luride manacce
-Che figa!- Fa uno
-Come sua sorella!- commenta un altro
-Con la differenza che questa si è fatta legare volontariamente...-
-Già! È vero! Lei VOLEVA essere legata!-
-…e quanto ha insistito! Ricordate?-
-WOW! Ma se lo sapeva perché si è fatta legare seminuda?-
-FORSE PERCHÈ ERA QUESTO CHE VOLEVA IN REALTÀ: GUARDATE LE ZINNE!!!-
A queste parole senti il cuore fermarsi di colpo
-NO dai ragazzi, non fate gli scemi!-
Ma lo scemo di prima fa decisamente precipitare la situazione
-Dai, diamole quel che vuole!-
-SI DAI! CAMBIO PROGRAMMA!-
-SI Forza! Diamole una lezione!-
-SIII! FACCIAMO FELICE LA STRONZETTA!-
-FACCIAMOLA GUIZZARE BEN BENE!!!-

All’improvviso la atmosfera diventa pericolosa! Vorresti scappar via ma quelle corde ti immobilizzano senza pietà e non puoi nemmeno dimenarti, annaspi terrorizzata e confusa:
-NO RAGAZZI! NO CHE FATE, DAI! BASTA MI FATE PAURA! SMETTETELA!-
-Ma che cazzo vuoi stronzetta! Se non abbiamo nemmeno cominciato!-
-NOOOO!!! AIUTOOOO!!! AIUTOO!!!-
Gridi con tutto il fiato che hai, cadi in preda al panico, ma non fai a tempo a gridare che lo scemo ti monta addosso afferrandoti per il collo ordinando agli altri
-FORZA! TAPPATELE LA BOCCA!-

Prontamente ti senti appallottolare un fazzoletto in bocca e in due ti ci premono sopra le mani per spingertelo fin quasi in gola
-MMMMMMPFHH!!! MMMPFHHHH!!-
La pressione è spaventosa, ti manca l’aria, un altro ti lega subito una stretta fascia di cuoio che tiene fermo il bavaglio, ormai non sei più a tempo per chiedere aiuto, è la fine!
D'un tratto si apre la porta:
È TUA SORELLA!!!!

-Ehi, ma che succede qui? Che diavolo state facendo???-
Ma non fa a tempo a dir altro; in otto le sono subito addosso, l'afferrano con forza bruta, le tappano la bocca, la sollevano da terra, lei grida, si dimena come una furia ma quelli sono più forti di lei!
-DAI! AIUTAMI! PRENDILA PER LE GAMBE!-
-MMMPFHHH!!!-
-TIENILA FERMA!-
Sono attimi frenetici, i ragazzi sono velocissimi! Quelli che hai intorno ti lasciano per gettarsi su di lei ma lo scemo si gira:
-Dopo tocca a te stronzetta!-

La vedi portare a forza su per le scale mentre si contorce e si divincola tra tutti quei muscoli, vanno in camera! Senti le sue grida soffocate, poi un rumore infernale dal piano di sopra: stanno spaccando tutto, ma non era previsto!!! La situazione è totalmente fuori controllo, non riesci a muoverti e quel “dopo tocca a te” ti ha gelato il sangue!
In un barlume di follia ti senti prendere dall'eccitazione pura all'idea dello stupro di tua sorella, ma poi ti rendi conto che quelli prima o poi torneranno giù! Quindici uomini eccitati che si accaniscono su di te non è certo ciò che avevi programmato!

-MMMMMMMFHH!!-
Gridi, cerchi aiuto, ma con quel bavaglio ficcato in bocca non ti può sentire nessuno! Quei nodi strettissimi ti tengono ferma con una forza inaudita e con un’efficacia spietata: più cerchi di slegarti, più quelle maledette corde stringono a sangue!
Intanto su quei teppisti hanno acceso anche lo stereo a tutto volume, musica hard rock e metallica per coprire le disperate grida di tua sorella e i loro deliri
-DAI FOTTIAMOLA!-
-EHI STRONZA! È TUA SORELLA CHE CI HA DETTO DI SCOPARTI A SANGUE!!-
-SII! COSI' LA PIANTI DI PROVOCARCI TUTTI IN PALESTRA!!-
-MMMMMMMMPFHHHHH!!!!!!!!-
-EHI STRONZA! TI PIACE EH?-
-SI SI, LE PIACE! LE PIACE!-
-FORZA! SCOPIAMOLA A SANGUE!-
-SI DAI! STU-PRO! STU-PRO! STU-PRO!-
E tutti in coro
-STU-PRO!! STU-PRO!! STU-PRO!-
E lei
-MMMMMMMMPFHHHHHHH!!!!-
Cerca di urlare a squarciagola ma hanno tappato la bocca anche a lei!

“Qui siamo nei guai tutte e due!” temi di capire solo ora le loro vere intenzioni originarie.
D’altronde il piano prevedeva che ti slegassero subito e le loro reazioni nel vederti seminuda non promettono nulla di buono!
Anche senza bavaglio, con tutto quel rock nessuno potrebbe sentirvi e poi i vicini delle case accanto sono abituati a sentire la musica a tutto volume del sabato sera!
Siete in trappola.

-FORZA! FACCIAMOLE IL SOLLETICO!-
Senti avvicinarsi per lei l'inferno più atroce ed è tutta colpa tua, ma sai benissimo che pagherai tremendamente anche tu, è soltanto questione di minuti...e non ci puoi far niente
-MMMMMMMPFH! MMPFH!!! MMMPFH!!!-

“ODDIO! LA STANNO FACENDO MORIRE!” pensi disperata

-SOLLETICO E STUPRO!!!- Ordina il “capo"
-SI! TORTURA E STUPRO! STUPRO E TORTURAAA!!!-
Gridano gli altri tutti in coro incitandosi a vicenda!
Tu intanto ti stai segando i polsi nel tentativo di liberarti, ma quelle corde te le hanno legate fin troppo bene!
Soltanto adesso ti rendi conto in che razza di trappola infernale ti sei messa!!

D'un tratto si fa tutto silenzio...
Scendono tutti, entrano in sala: c'è anche lei, tua sorella!
È vestita, è insieme a loro!
È con loro!
Era tutta una trappola PER TE!

-Si stronzetta! La trappola è per te!- tua sorella intercetta il tuo sguardo e capisce lo stupore
-Cosa credevi di poter convincere i miei amici?-
Ti senti percorrere da un brivido di terrore, non capisci più che sta succedendo
-Mi volevi far torturare con il solletico eh? Mi volevi far morire di paura, mi volevi far legare come un salame... sei proprio una stronza!-

-MMMMFHH!!- Vorresti esser liberata, il suo tono non ti piace...

-Ma sai che ti dico? Che sei anche troia! Basta guardare come ti sei vestita..
Li volevi tutti per te? Ma certo troietta, certo che te li lascio!-
“NO, DAI! VA BENE, HAI VINTO, MA ORA SLEGAMI! QUESTI MI FANNO PAURA!” vorresti riuscire a parlare, ma il bavaglio è terribilmente efficace:
–MMMPFH! MMMMMPFHH! MMMPFH MMPF MMMMMMPFHH!-

E lei, indifferente, rivolta a loro:
-Forza ragazzi datele una bella lezione, FATELA SCOPPIARE!!!
-YUHUUU!!!!- il coro stavolta è vero e diretto a te
E ancora:
-Divertiti stronzetta! Io vado fuori a cena e tornerò tardi, molto tardi! AH! AH! AH!-

Tu vorresti urlare "NOOO!! PIETA! LIBERAMI! NON TE NE ANDAR VIA! NON MI LASCIAR SOLA CON LORO!!! PERDONOOO! FARO’ TUTTO QUELLO CHE VUOI!!!”
...ma non escono che misere urla soffocate
-MMMMMFH!!! MMMFH!! MMMMMFHH!!!! MMMMMMMFHH!!-

Lei ti guarda, sorride divertita...
Non ti toglie lo sguardo dagli occhi, vuole godersi la tua paura mentre dice agli altri
-Mi raccomando ragazzi, dateci sotto alla grande!!!-

Alle sue spalle vedi i ragazzi scambiarsi furtivi cenni d'intesa!
Senza farsene accorgere da lei mimano tra loro come per dirsi
“appena lei esce ci facciamo la sorellina ok?” “OK!” “OK!”
-MMMMMPFHHHH!!!- sgrani gli occhi, vorresti dirglielo, ma lei continua a fissarti con aria soddisfatta!
-MMMMPFHHHH!!!- “GIRATIIII!!!”
I ragazzi capiscono il tuo tentativo e scoppiano in una fragorosa risata!
E tua sorella con un ghigno
-Strilla, strilla pure sorellina! Vedi? Così è più divertente!-
Poi ancora a loro:
-L’ultimo chiuda luce e porta e ricordatevi l’accordo: non slegatela e lasciatela imbavagliata! Quando rientro mi devo divertire anch’io per qualche ora!-

tua sorella esce,
la porta si chiude dietro di lei…

Per te inizia ora il vero INFERNO!
Che finirà tardi, ...molto tardi.

Sunday, July 31st 2011 - 02:53:29 PM
    
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Una storia di: Dreamer69

Una Nottata Movimentata

E’ tardi, tutti gli avventori del mio agriturismo, o se ne sono già andati da un pezzo o, dopo essersi intrattenuti sui divanetti del salotto che chiude e separa la grossa sala da pranzo ricavata nella vecchia stalla, si sono ritirati nelle loro stanze a godersi il fresco di questa notte di fine agosto.

Ed io invece, povera, si fa per dire, e felice, parecchio!!, proprietaria di questo vecchio casale dell’Appennino Emiliano, nonché cuoca provetta, me ne sto in cucina a finire di riordinare le ultime cose prima di andare in camera mia. Di la, nel salone, la mia carissima amica Elena, dopo avermi aiutato per tutta sera a servire ai tavoli, dopo avere riordinato, ora, cercando di fare meno rumore possibile, sta finendo di preparare le tavole per le prime colazioni.

La notte qui è splendidamente tranquilla e penso proprio che non riuscirei mai più a vivere in una grande città.

Quand’ecco che, dal cortile retrostante il rumore metallico di un secchio rovesciato rompe il silenzio.
Stupido cane!! O magari sono quegli scemi dei gatti in calore che si stanno rincorrendo!! Senza pensarci più di tanto, giro il vecchio interruttore che accende la lampadina sotto al portichetto, apro la porta di servizio della cucina ed esco. Ecco!! Come immaginavo un paio di secchi e di scope sono rovesciati a terra. Mentre mi chino per risistemarli, la fredda brezza notturna, accarezza le mie gambe e complice il fatto che quando sono accanto ai fornelli, specie d’estate, indosso solo un leggero scamiciato di cotone, sento un improvviso brivido di freddo che, risalendomi la schiena mi si irradia in tutto il corpo.
Cavolo che vento freddo! Mi sa che il tempo sta per cambiare.

Due possenti mani guantate mi afferrano da dietro. Una mi preme il viso e coprendomi completamente la bocca, mi impedisce di emettere ogni suono.
Non riesco a capire cosa stia succedendo, non mi sono ancora capacitata della situazione che già mi ritrovo trascinata dentro alla cucina. Sento il peso di un grosso corpo maschile che mi schiaccia sul pavimento mentre, ancor’prima che me ne renda conto, quello che sembra essere un calzino strettamente arrotolato mi viene ficcato a forza in bocca.
Non ho tempo di reagire quand’ecco che altre due meni, più piccole ed agili, hanno già avvolto in pochi decisi giri di corda i miei polsi.
Legati dietro alla mia schiena e fissati alla vita con un paio di giri di corda, un’altro legaccio mi stringe i gomiti tra loro costringendoli in una scomoda posizione e nel mentre una striscia di stoffa e parecchi giri di nastro adesivo bloccano il bavaglio e impediscono che possa emettere qualsiasi efficace richiesta d’aiuto.

Il capo ancora schiacciato dalla mano del malvivente sul pavimento della cucina, con la coda dell’occhio vedo il bandito più agile dirigersi di scatto verso la porta che da nell’ex stalla. Cavolo!! Solo ora realizzo che in casa c’è anche Elena!!! Speriamo che si sia accorta della loro presenza e sia riuscita a correre a chiedere aiuto.
Non faccio in tempo a finire preoccuparmi per la mia amica che mi sento sollevare di peso e mi ritrovo bendata e con una corda che mi blocca la schiena contro la robusta gamba della vecchio e massiccio tavolaccio che troneggia nel mezzo della mia cucina.
Sento alcuni rumori provenire da oltre l’uscio. Un mugolio soffocato un paio di tonfi e poc’altro.
Mi agito come una pazza, cerco di urlare, scalciare a più non posso, cerco di muovere il massiccio pezzo di mobilio a cui sono fissata, non ottengo nulla se non un grosso senso di frustrazione e parecchi brividi gelati che scuotono il mio corpo coperto di sudore freddo.

Rumore di passi.
La corda che mi imprigiona in torso viene allentata e dopo essere stata adagiata di schiena sul pavimento, sento le solite mani possenti che mi afferrano per i piedi. Come se fossi stata grosso sacco di patate vengo trascinata sul pavimento fino al salone.
Una mano mi toglie la benda dagli occhi ed una voce femminile mi dice di stare tranquilla e di non fare sciocchezze.
Non appena riesco a riacquistare il senso della vista, mi rendo conto di essere adagiata sul grosso tappeto persiano del salotto. Alcuni cuscini provenienti dai divanetti sono sparsi tutt’attorno e regna un certo disordine.
Alla luce arancio-ovattata di un paio di abatjour da tavolo finalmente riesco a scorgere Elena. Giace sul pavimento accanto al grosso camino ad un paio di metri da me. E’ posata sul suo fianco destro.
Bendata, legata ed imbavagliata.
La camicetta bianca abbondantemente sbottonatasi nella colluttazione mette in mostra il suo petto che, spinto in avanti dai legacci che le bloccano le braccia al corpo, è a malapena contenuto da un delicato reggiseno di pizzo bianco.
La mini nera le è risalita abbondantemente sulle cosce ma, fortunatamente per lei, i collant coprenti che sta indossando le permettono di proteggere un minimo di intimità da sguardi troppo indiscreti.
La malvivente, si accovaccia alle sue spalle e le sfila la benda. La mia amica, alla mia vista, sgrana i suoi occhioni marroni con un’espressione più stupita che spaventata e non sembra accorgersi della donna che, dopo essersi portata vicino ai suoi piedi, dopo averle sovrapposte, le ha legato saldamente le caviglie per poi passare a bloccarle le gambe sopra alle ginocchia. Neppure io mi rendo conto più di tanto che nel frattempo l’uomo mi ha rivoltata sulla pancia e mi ritrovo le caviglie fissate affiancate.
Una sorta di lazo mi viene fatto passare dietro alla nuca e sotto alle ascelle ed in men che non si dica mi ritrovo le gambe ripiegate dietro alla schiena.
Le palme delle mani quasi a sfiorare le piante dei piedi.
Incaprettata saldamente.
Elena invece agita vanamente in aria le punte dei sui piedi. E’ stata posata sulla schiena ed ora i capi di lunga corda le vengono annodati sotto alle ginocchia che tirate verso il suo seno la costringono in una sorta di posizione rannicchiata-fetale.
Una profonda voce maschile, con un tono tra il divertito ed il canzonatorio ci dice di rilassarci e di goderci un po’ di riposo forzato dopo tutto il lavoro che facciamo tutti i giorni.

Detto questo i due malintenzionati, così come se n’erano arrivati, apparentemente, se ne andarono, lasciandoci li, sole e completamente immobilizzate ed ammutolite.
Ad attendere l’arrivo dei nostri ospiti che, all’indomani, recandosi a fare colazione, ci avrebbero trovate ancora qui in questo stato così imbarazzante, mezze nude, scompigliate, arruffate e conciate come delle tacchine ripiene.
Che vergogna!!

E che imbarazzo!!! …

Ma la cosa strana era che io, non so Elena, stretta da tutti questi legacci, così stretti e così sorprendentemente comodi, mi stavo davvero rilassando.
Mi sentivo come abbracciata da una serie di forti mani maschili.
Indifesa e coccolata.
E cosa ancora più imbarazzante, mi rendevo conto che la vista di Elena, li, vicino a me, così legata e così indifesa mi smuoveva qualcosa dentro!!!
Sentire i suoi mugolii, vederla contorcersi lentamente, osservare le espressioni dei suoi splendidi occhi.
La vista delle sue mani, con le lunghe dita che cercavano di raggiungere i nodi e l’inconfondibile fruscio dei collant sfregati tra di loro. …
Insomma, nonostante non sia mai stata una “amante delle persone del mio stesso sesso”, in breve e senza che me ne rendessi conto, mi ritrovai a strusciarmi sul morbido tappeto persiano.

Eccitatissima.

… segue!!

Saturday, July 30th 2011 - 06:12:47 PM
    
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Una storia di: Tato

" La Lezione "
Era un marzo particolarmente caldo quell'anno e per un incredibile coincidenza la finale di champions league era stata anticipata all'otto di quel mese.
La sua squadra, dopo più di quarant'anni di assenza era in finale.
Aveva, precedentmente e con largo anticipo, avvertito la sua compagna che per quell'anno la festa della donna la avrebbero festeggiata il nove.
Ora era lì stravaccato in mutande sulla poltrona con una moretti da 66 cl ghiacciata mezza vuota in mano e ventidue minuti di emozionante partita nelle coronarie.
In tutta europa c'era bel tempo tranne nella città che ospitava la finale. Li pioveva a dirotto, la partita si giocava praticamente in un pantano ma ciò non ne condizionava la spettacolarità, anche se il risultato era inchiodato sullo 0 a 0.
Lei era piuttosto seccata per questa sua sfrenata passione per il calcio e decise quindi di fare qualcosa a riguardo.
Dopo aver fatto una doccia, si andò a piazzare davanti allo schermo e dopo essersi tolta l'accappatoio disse:
" Non trovi che sia un po' dimagrita Tato."
Aveva un fisico da pin-up seni prosperosi, vita snella e fianchi generosi. Un insieme di curve, tutte al posto giusto che ricordavano una strada di montagna. Su questo contava per vincere la sua sfida contro il calcio.
Purtroppo era la finale di champions, la sua risposta fù:
"Si amore sei decisamente dimagrita ma adesso ti dispiace spostarti e lasciarmi vedere la partita."
"Spostarmi dove? Qui"
Disse lei andando a sedersi sulle sue ginocchia ed abbracciandolo voluttuosamente.
" Palo cacchio palo, ha preso un palo, porca miseria cinque milioni di euro all'anno guadagna, è solo davanti alla porta e ti va a prendere un palo esterno."
Urlò alzandosi di scatto dalla poltrona facendola cadere.
" Scusa tesoro ma questa finale mi sta facendo impazzire, forse potremmo riparlarne più tardi?"
Disse poi con un tono di voce distratto e con lo sguardo incollato allo schermo.
" Si sempre che la partita non finisca ai rigori."
Fù la sua risposta mentre si alzava ed infilato l'accappatoio, dissimulando bene la rabbia che provava, andò in camera da letto.
Era seduta sul letto mogia e sconsolata, aveva perso la sua partita. Quando i suoi splendidi occhi verdi si posarono sul fondo dell'armadio che al momento era aperto. Li lui nascondeva una discreta collezione di fumetti bondage, riviste sconcie e, in un sacchetto, un bel po' di corda di cotone bianca e dei bandana colorati.
Lui era un fanatico del bondage, spesso e volentieri la assillava affinchè lo legasse per bene. Lei ogni tanto assecondava questo suo desiderio ma senza impegnarsi molto. Lo legava approssimativamente e poi dopo poco tempo si addormentava. Lui godeva della situazione ma dopo un po' si stufava e regolarmente si liberava da solo senza svegliarla. Spesso la prendeva in giro per la sua scarsa attitudine al bondage e per il fatto che lui fosse sempre in grado di sciolgliersi dai suoi nodi.
Un sorriso diabolico comparve sulle sue labbra sensuali.
Aveva sbagliato tattica, per una finale di champions league, i normali sistemi non bastavano, ci voleva qualcosa di speciale e adesso sapeva cosa.
Forse era il caso di dargli una lezione che avrebbe ricordato a lungo e magari anche apprezzato.
Aperto il cassetto della biancheria ne estrasse un completino intimo estremamente sexi in pizzo nero: reggiseno push up, di cui non aveva affatto bisogno ma che rendeva il suo decoltè assolutamente superbo, perizoma e reggicalze. Un paio di calze nere velatissime impreziosivano il tutto. Come vestito scelse un tubino nero fasciante e tanto corto al punto che spesso si intravvedeva il reggicalze che portava sotto. Infine un paio di scarpe di pelle nera con il tacco a spillo di 12 cm che lui trovava irresistibili.
Dopo essersi truccata come una star e docciata di profumo, prese una copia di "male in love bondage" dove era spiegato per filo e per segno un bondage a prova di evasione. Lo studiò bene e preso un pezzo di corda abbastanza lungo uscì dalla stanza.
Era ora di impartire una certa lezione.
Al fischio dell'intervallo lui era schizzato in bagno a scaricare la vescica. Stava tornando in salone quando ne percepì il profumo, si girò e come sempre quando lei si vestiva e truccava in un certo modo ne rimase abbagliato.
Con l'espressione di un goloso davanti ad una torta le disse:
"Tu non ti dai mai per vinta vero?"
"Mai!"
Disse lei e nel farlo gli portò i polsi dietro la schiena incrociandoli tra loro e mentre lo baciava li legò strettamente.
"Adesso sei mio prigioniero"
Disse mentre lo aiutava a liberarsi delle mutande.
"Vieni"
Dopo averlo preso per il pene eretto a mo' di guinzaglio lo portò in camera da letto.
"Ora ti legherò come un salame sarai il mio Tato tutto legato."
Preso un lunghissimo pezzo di corda gli legò per bene le braccia al torace con più giri di corda.
Poi prese altra corda e fatta passare, la sua parte centrale, sulla parte posteriore del collo di lui ne portò in avanti i due capi e li fece scorrere parallelamente alla colonna vertebrale verso il basso fino alla parte inferiore della legatura che gli serrava le braccia al torace. Portati i due capi della fune all'indietro li fece risalire fino alla parte superiore della legatura precedente, qui li riportò in avanti passando sotto le ascelle ed in basso per poi riportarli all'indietro e li annodarli su se stessi. Avanzava ancora parecchia corda che venne utilizzata per legare saldamente i gomiti fra di loro ma senza fissarli al tronco. Dopo si occupò coscenziosamente delle gambe, legando bene le ginocchia tra di loro e poi le caviglie.
Lui ora era legato come un salame, percepiva qualcosa di strano nel suo atteggiamento soddisfatto ogni volta che stringeva con cura i nodi che lo stavano immobilizzando. Non ebbe tempo di esprimere questa sua percezione, in quanto lei gli si paro davanti e abbracciatolo stretto lo baciò a lungo. Poi mostrandogli due bandana che aveva precedentemente preparato disse:
" Bavaglino? ".
Uno dei due bandana aveva arrotolato al suo interno un limone e gli venne cacciato in bocca prima che potesse rispondere, una volta annodati strettamente i capi della bandana dietro la nuca, utilizzo l'altro bandana, accuratamente piegato, mettendolo sulla bocca, coprendola totalmente, ed annodando anche questo strettamente dietro la nuca.
Una volta finito di imbavagliarlo, si allontanò di un passo da lui e messe le mani sui fianchi si mise a contemplare la sua opera con aria trionfante. Aveva fatto proprio un buon lavoro questa volta, ora era in suo completo potere e la situazione incominciava ad eccitarla.
La lezione non era ancora finita però.
" Wow! Mi sei venuto mica male come pacchetto. Non credi?"
Disse mentre un sorriso da gatta compariva sulle sue incantevoli labbra.
" Senti mi è venuta voglia di fumare una sigaretta. Sù dai andiamo in salotto."
"MMppHH, MMppHH"
Fù la sua unica risposta possibile dato che il bavaglio era perfetto.
" Si certo , tu imbavagliato così non puoi fumare un gran chè ma mi puoi tenere compagnia, inoltre non ho ancora finito di legarti. Dai tu saltelli ed io ti tengo in modo da impedirti di cadere." Disse mentre lo prendeva per un braccio. Lui, visto che non poteva fare altro, cominciò a saltellare verso il salotto a piedi uniti dato che erano legati e con la lancia in resta dato che il suo intimo amico non aveva intenzione di afflosciarsi.
Una volta arrivati lì lei lo lasciò in piedi nel bel mezzo del salotto allontanandosi dicendo:
" Vado un'attimo a prendere altre corde ed un comoda sedia per tè. Tu aspetta qui da bravo e non andare in giro mi raccomando."
Passando davanti alla poltrona prese il telecomando e disse: " Senti tesoro vorrei dare un attimo un'occhiata al programma in onda su rai3, è una piacevolissima trasmissione dedicata alle donne che andrà avanti fino a tardi."
"MMppHH, MMppHH" Fù ancora un volta la sua risposta ma questa volta si poteva percepire una certa disperazione nel tono dei suoi mugugni sotto il bavaglio.
" Come si dice chi tace acconsente ed io che credevo che tu volessi vedere la partita."
Disse mentre cambiava il canale.
Con altre corde tornò in salotto, prese una sedia e lo fece accomodare. Poi legò saldamente il busto allo schienale, le coscie al sedile e le caviglie ad un una robusta sbarra di legno che univa tra di loro le gambe anteriori della sedia.
Dopo di ciò andò a sedersi in poltrona, avendo cura di accavallare bene le gambe e di tirare leggermente in sù il bordo del vestito in modo da lasciargli intravvedere il reggicalze. Prese una sigaretta ed incominciò a fumarsela con evidente piacere.
Lui incominciava a capire in che guaio la sua passione per il bondage lo aveva cacciato. Ora era lì saldamente legato ad una sedia, imbavagliato, nudo ed estremamente eccitato. Davanti a lui c'era la sua compagna, bella e provocante che lo aveva ridotto in quelle condizioni per un motivo diverso da quello che lui aveva immaginato. Mentre pensva a ciò, cercava timidamente di liberarsi dai legami che lo trattenevano ma era un'impresa persa in partenza, questa volta, per qualche motivo suo particolare, lei lo aveva legato troppo bene, sarebbe tornato libero solo quando lei lo avesse slegato.
Lei intanto aveva finito di fumare e dopo essersi alzata sinuosamente gli si avvicinò dicendo:
" Ma che bravo il mio Tato tutto legato, imbavagliato e arrapato."
"MMppHH, MMppHH"
Per l'ennesima volta fù la sua risposta, mentre lei dopo essersi tirata sù il bordo del vesitito si sedeva a cavalcioni sulle sue gambe legate alla sedia.
Dopo essersi strusciata sul suo corpo avvinto dai legami facendo le fusa disse:
" Bene sono nuovamente seduta sulle tue ginocchia ma adesso non puoi più alzarti di scatto e farmi cascare per terra come prima. Un giorno forse mi spiegherai come mai nuda non ti interessavo un gran chè, mentre invece vestita e truccata per una sera in discoteca sembra che tu e sopratutto il tuo intimo amico mi troviate irresistibile."
Lui era molto vicino all'eiaculazione e ciò non faceva che confermare le affermazioni di lei. Il suo tono di voce stava cambiando, da morbido e sensuale ad acuto. In genere questo e lui lo sapeva bene, significava che si stava arrabbiando.
"Già la discoteca, quando è stata l'ultima volta che mi ci hai portata? Oggi è la festa della donna potevamo andarci ma nò c'è la partita, impossibile staccarti dal televisore. Bè sai che ti dico ci vado con Susi in discoteca questa sera. Ora la chiamo."
Disse mentre si alzava e dopo essersi aggiustata il vestito andò a prendere il telefono.
Susi era la sua più cara amica tanto intima al punto che lui sospettava ci fosse o ci fosse stato qualcosa di più tra di loro.
"Pronto Susi ciao come stai? Anche io bene grazie. Senti visto che lui è bloccato davanti alla televisione, perchè io e te non andiamo a festeggiare l'otto marzo in disco come ai vecchi tempi. Tra venti minuti passi a prendermi? perfetto ci vediamo sotto ciao a presto."
Voleva davvero andarsene in discoteca con Susi lasciandolo legato alla sedia ed imbavagliato oppure indendeva liberarlo? Questa era la domanda che si stava ponendo quando lei tornò in salotto, si sedette sulla poltrona davanti a lui e incominciò a mettersi lo smalto sulle unghie delle mani. Finito di stendere lo smalto si mise a soffiare sulle unghie per farlo asciugare prima. Le sue belle labbra assumevano un'ateggiamento particolarmente provocante nel farlo e lui si lasciò sfuggire un gemito sotto il bavaglio.
"MMppHH, MMppHH"
" No Tato adesso non posso slegarti mi sono appena messa lo smalto, liberati da solo per favore, tanto quando ti lego riesci sempre a sciogliere i miei nodi."
Disse mentre si alzava per allontanarsi dal salotto.
A quanto pare non intendeva liberarlo ma se non lo faceva lui, rischiava di restaci tutta la notte su quella sedia. Avrebbe voluto chiederle di slegarlo prima di uscire ma come faceva era anche imbavagliato e pure bene, poteva solo mugugnare. Ed è quello che fece mentre lei finiva di preperarsi.
Stava ancora mugugnando quando lei tornò in salotto, aveva indossato un impermeabile di pelle nera che le stava benissimo e aveva la borsetta in mano. Andò a sedersi in poltrona e presa una sigaretta la accese e si mise a guardare la trasmissione su rai3 senza degnarlo di uno sguardo.
Le piaceva, era una bellissima sensazione. Vederlo lì legato a quella sedia, sentire i suoi mugugni sempre più disperati mentre era di là a prepararsi la avevano eccitata molto. Tanto che era tentata di chiamare Susi per disdire il loro appuntamento e passare il resto della serata a scoparselo su quella sedia ma che lezione gli avrebbe impartito così?
No sarebbe andata in disco con Susi, magari non facendo troppo tardi e una volta tornata a casa si sarebbe tolta tutte le voglie.
Spenta la sigaretta tirò fuori dalla borsetta il necessaire per il trucco e si ripassò il rossetto sulle labbra, aveva appena finito quanto squillò il citofono, si alzò ed andò a rispondere.
" Ciao Susi scendo subito."
Tornata in salotto mise le sigarette a l'accendino nella boresetta e nè tirò fuori un paio di guanti in pelle nera che indossò mentre si avvicinava a lui.
Lui aveva smesso di mugugnare dato che si era oramai rassegnato all'astinenza ed a non vedere il secondo tempo della finale di champions league. Chi non si era affatto rassegnato era il suo bigolo che continuava a restare sull'attenti pronto, caso mai lei avesse un ripensamento.
Guardandolo con un'affettuoso sorriso stampato sulle labbra lei disse:
"Anche tu non ti dai mai per vinto a quanto pare, il nostro soldatino è pronto a fare il suo dovere mi sembra."
"MMppHH, MMppHH."
Mugugnò lui mentre, cotraendo i muscoli inguinali, faceva muovere avanti ed indietro il soldatino in questione.
Una risata cristallina uscì dalle labbra di lei, vederlo tutto legato con il bigolo eretto che muvendosi sembrava annuisse alle sue parole, non solo era eccitante ma anche divertente. Non era più arrabbiata con lui, al suo ritorno avrebbe finito la sua lezione con una piacevole ricreazione.
"Bè sai che ti dico Tato. Se il ragazzo lì sotto è ancora allegro quando torno ci daremo dentro. Adesso però devo proprio andare, non ho tempo di liberarti confido nella tua rinomata abilità di evasionista e nella mia scarsa attitudine al bondage come dici sempre tu. In poche parole arrangiati e liberati da solo se ci riesci e che questo ti sia di lezione.Ciao."
Disse queste parole chinandosi su di lui e mentre lo baciava sulla fronte, dato che le labbra erano coperte dal bavaglio, con la mano guantata gli carezzò fugacemente il pene.
Si girò e guardando l'impronta che il rossetto gli aveva lasciato sulla fronte disse:
" Lo sai Tato il rosa pallido è un colore che ti stà davvero bene. Ci vediamo più tardi."
Aprì la porta ed uscì nella notte.
Lui provo a slegarsi con più impegno di prima ma questa volta lei lo aveva legato in modo magistrale. Normalmente riusciva facilmente a raggiungere i nodi con le dita e a scioglierli, adesso i nodi erano irraggiungibili. Disperato provò allora ad allentare la tensione delle corde facendo pressione con ogni singolo muscolo contro di esse, alla fine provò a spezzarle con la forza ma ovviamente non ci riuscì. Sarebbe rimasto legato a quella sedia almeno fino al ritorno di lei.
Nei suoi sogni erotici ad occhi aperti aveva spesso fantasticato su di una situazione del genere e adesso che la stava vivendo l'eccitazione era di molto superiore a quello che aveva immaginato. Un vero peccato che lei fosse uscita. Adesso non gli restava che aspettare il suo ritorno guardandosi la trasmissione sulle donne in onda su rai3, dato che la sua compagna uscendo, si era ben guardata dal rimettere il canale della partita.
Così incomincio la attesa, sua e del suo bigolo che di tanto in tanto tornava ad erirgersi speranzoso in un solerte ritorno di lei.

Friday, July 22nd 2011 - 06:36:42 PM
    
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Una storia di: Barbara

Vacanze in Istria.
Due avventure carine che vi voglio raccontare. Per ora la prima.
C’è un mito che mi ha da sempre affascinata. Quello della bella donzella offerta in sacrificio al mostro. I precedenti sono illustri; per esempio, nella mitologia, Andromeda, incatenata a una roccia e liberata da Perseo. Nell’Orlando Furioso troviamo addirittura due esempi: Angelica e Olimpia, ambedue legate in riva al mare e offerte in pasto al mostro marino. Poi c’è anche la bella ragazza del cinema offerta in sacrificio allo scimmione King Kong e via dicendo, gli esempi sono innumerevoli.
Avevo già impersonato questa mitica donzella, alcuni anni fa, in Sardegna. E quella volta il fatto aveva avuto risvolti inaspettati che magari una vola o l’altra vi racconterò.
Ma vengo a queste ultime vacanze, in Istria, ed esattamente in camping a Vrsar (in italiano Orsera).
Il campeggio è quasi attaccato al paese; in mezzo c’è soltanto un bel promontorio boscoso con vari sentieri che lo attraversano. Uno in particolare segue la costa a pochi metri di distanza dal mare, tutto tra gli alberi. La costa è rocciosa, con qualche minuscola spiaggetta di ciottoli.
Tutto inizia il giorno in cui Federico mi dice:
- Lo sai che questo paese è in pericolo?
- Perché?
- C’è un mostro marino che da tempi immemorabili, ogni 500 anni, vuole una donzella in sacrificio.
A quel punto mi si è accesa una lampadina nel cervello.
- E allora?
- Il fatto è che dall’ultima volta sono passati giusto 500 anni e questi qua non se lo ricordano più. Quindi il mostro, la notte di luna piena arriva, non trova la donzella e s’incazza come tutti i mostri quando si incazzano. Va al paese e fa un casino.
- Ah! E che ci possiamo fare?
- Dobbiamo salvare noi sto paese che in fondo è così carino e ospitale.
Naturalmente ho subito capito dove il discorso andava a parare, e sentivo già un brividino di eccitazione, però ho fatto la finta tonta.
- Giusto! Dovremo combattere noi il mostro e farlo fuori una volta per tutte.
- Eh, sembra facile. Pare che il mostro sia assolutamente invincibile.
- Allora facciamo su le nostre cose e andiamocene prima che quello venga a distruggere anche il camping.
- No. Noi salveremo il paese!
- Non mi dirai che …io …la donzella ecc. ecc.
- E invece si. Tu verrai sacrificata per salvare il paese.
Come vi ho detto una simile rappresentazione era già stata messa in atto da me in Sardegna. Ripeterla non mi dispiaceva affatto e così abbiamo organizzato la cosa. Mancavano tre notti a quella di luna piena. Per prima cosa abbiamo fatto una ricognizione per individuare il posto idoneo, e non è stato difficile. Una piccola spiaggetta di sassi, con alle spalle il bosco abbastanza fitto e cespugli vari. In quel punto il sentiero passa a una trentina di metri dal mare, più in su, in mezzo agli alberi.
Siamo tornati a vedere il posto di sera e, anche con la luna quasi piena, l’ombra delle piante e i cespugli nascondevano a sufficienza il posto. Inoltre il percorso per arrivarci, scendendo dal sentiero, non era del tutto agevole.
Venerdì 15 era la notte di luna piena. Verso mezzanotte abbiamo preso tutto l’occorrente e siamo andati sul posto. Casualmente quella sera in paese c’era la festa dei pescatori (roba per turisti) con musiche e tavolate di pesce lungo il porto. Siamo arrivati al luogo prescelto e Federico mi ha detto che il mostro, la donzella la vuole nuda. Ti pareva che no? Mentre mi svestivo lui ha avvolto un telo di spugna blu intorno all’albero che avevamo scelto, per salvaguardare la pelle della mia schiena, dopodiché mi ci sono appoggiata contro e lui mi ha legata per bene.
Polsi incrociati e legati dietro il piccolo tronco. Poi varie corde a legare stretto il busto, le caviglie e le ginocchia, a loro volta unite all’alberello. Mi ha guardato per studiare l’insieme ed ha approvato.
- OK, direi che il mostro sarà più che soddisfatto.
- Mamma mia, ho già i brividi.
In effetti mi stavo già immedesimando, e sentirmi lì così esposta, nuda, immobilizzata e completamente indifesa mi faceva sentire un fondo di paura accompagnata però da una certa eccitazione.
- Io, se fossi il mostro, però, non ti mangerei subito. Penso che prima qualche libertà me la prenderei, visto che tanto non è che tu possa scappare.
E ha incominciato ad accarezzarmi e titillarmi nei punti giusti. Le sue mani e la sua lingua non erano per niente quelle di un mostro e così ho incominciato a contorcermi mentre l’eccitazione …saliva ..saliva …saliva, come una marea.
A un certo punto stavo già mugolando di piacere quando abbiamo sentito qualcuno che passava chiacchierando sul sentiero, a una trentina di metri da noi. Lui si è bloccato e mi ha appoggiato con forza la mano sulla bocca, poi, quando quelli si sono allontanati, ha deciso che non poteva rischiare che io mi mettessi a gridare quando il mostro fosse uscito dal mare. Ha preso le mutandine del mio costume da bagno e me le ha ficcate in bocca appallottolate, poi ci ha avvolto sopra per tre volte un mio foulard, ben tirato e annodato strettamente dietro alla nuca, infine ha ancora fatto girare sopra una corda per tre o quattro volte, annodata stretta anche lei, in modo che tenesse il tutto ben spinto tra i denti.
Sentivo quella massa di stoffa tra lingua e palato e non c’è che dire: i miei gemiti erano ben soffocati. Non avevamo concordato quanto tempo sarei dovuta restare lì, una volta legata, e io pensavo che lui non ci avrebbe messo molto a farmi venire, dopodiché ce ne saremmo tornati al campeggio. Invece lui mi ha detto che i mostri non gradiscono la presenza di estranei, mi ha fatto ciao ciao con la mano e se n’è andato. Ho sentito i suoi passi allontanarsi e poi …più nulla.
La luna era abbastanza alta nel cielo, ma nascosta dai rami degli alberi sopra di me. Il mare produceva un’onda piccola che si frangeva con rumore costante. Non potevo muovermi e sentivo perfettamente la costrizione delle corde e dei nodi. Il bavaglio si andava inzuppando di saliva e tirava sugli angoli delle labbra: ne avvertivo la presenza ingombrante a impedirmi la parola. Il tempo scorreva lentamente ed io incominciavo ad aver paura che veramente da lì a poco un mostro sarebbe uscito dal mare per venire fino a me e …cosa fanno i mostri alle povere donzelle immobilizzate e imbavagliate?
La fantasia galoppava, mi contorcevo pur sapendo che mai sarei riuscita a liberarmi, gemevo piano nel bavaglio e …mi eccitavo sempre di più.
Poi ho sentito arrivare altre persone lungo il sentiero alle mie spalle. Potevano vedermi? Non lo sapevo. E se avessero voluto scendere fino alla spiaggia? Sentivo in me la paura di essere scoperta e nello stesso tempo un’eccitazione pazzesca che montava fin dal profondo delle mie viscere. Volevo stare ferma immobile e non ci riuscivo. Volevo stare in perfetto silenzio per non farmi scoprire ma sentivo il mio respiro entrare e uscire affannoso dalle narici mentre mordevo il bavaglio con forza per non fare uscire neanche il più piccolo gemito.
Quelli camminavano tranquilli, chiacchierando e ogni pochi passi si fermavano. Quando sono stati alla mia altezza, hanno fatto dei commenti sulla bellezza del posto, sul mare illuminato dalla luna, e stavano lì a parlare e discutere e …non si allontanavano. Uno ha anche preso una pigna che probabilmente stava sul sentiero e l’ha lanciata verso il mare. E’ arrivata a pochi passi da me. Ho dovuto quasi strozzarmi per evitare un grido di paura procurato da quel rumore improvviso. Per fortuna il bavaglio ha fatto il suo dovere e quel che ne è uscito si è confuso con gli altri rumori della notte.
Quando se ne sono andati, ero distrutta, ma eccitata come non mai. Alla fine Federico è tornato a liberarmi e mi ha detto che lui non era mai andato via veramente, si era seduto poco più in là, dietro un cespuglio, e mi aveva tenuta d’occhio.
- Peccato che il drago non sia venuto, saresti stata proprio un bel bocconcino.
Ero ancora imbavagliata e non ho potuto rispondergli, ma sono certa che ha capito la mia eccitazione. Mi ha liberata dalle corde che mi tenevano attaccata all’albero, ha steso a terra il telo di spugna che fino a lì mi aveva salvato la schiena, mi ci ha adagiata sopra, a pancia in giù, con le ginocchia piegate e il culo per aria, e mi ha preso da dietro, ancora imbavagliata e con le mani legate dietro la schiena.
Finalmente così sono venuta, sciogliendo in un orgasmo spaziale tutta la tensione e l’eccitazione accumulata. Il suo commento, quando infine mi ha liberata dalle corde e dal bavaglio, è stato:
- Però non so se un vero drago avrebbe saputo farti godere così.
- Hai ragione, probabilmente anche i mostri marini di oggi non sono più come quelli di una volta. Meriti un premio
E il premio gliel’ho dato in roulotte, dove l’ho fatto venire con la bocca, ma solo dopo averlo a mia volta legato e imbavagliato come un salame.

Thursday, July 21st 2011 - 04:41:01 PM
    
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Una storia di: Blek Macigno

Il più classico dei compleanni delle scuole elementari.

Presso la villa con ampio giardino di una mia compagna ricca di famiglia da fare schifo, in un pomeriggio d’estate pieno di sole, cielo azzurro e profumo di fiori.

Tutta la classe viene invitata.

Quando hai quell’età lì sei piccino picciò, giovane davvero, e per te le “femmine” sono necessariamente qualcosa di antitetico e naturalmente contrapposto ai “maschi”…… un nemico, quasi, e toglierei il quasi…. e la cosa, manco a dirlo, è reciproca…..loro vivono nel proprio personalissimo mondo, e tu, in quanto maschio, nel tuo, e non pensi manco per scherzo, a quell’età, che quei 2 mondi tanto diversi e tanto lontani, possano minimamente entrare in contatto fra loro.

Impensabile…loro sono femmine, tu sei maschio…siete troppo diversi.

I giochi tipici della fanciullezza vengono consumati ognuno per i fatti propri…loro fanno le cose da femmina, tu le cose da maschio, ed è tutto….

Le rare, rarissime volte in cui accetti di partecipare ad un gioco che coinvolge entrambe le categorie, sono in realtà un compromesso che nasconde uno scopo ultimo ben preciso…una competizione feroce, una voglia di far primeggiare il tuo mondo su quello dell’altro, una rivalità accesa che ben presto degenera in guerra aperta.

Come quella volta.

Il gioco era semplice quanto complesso: diciamo, un nascondino un po’ più evoluto…. le femmine avevano una loro base segreta, in cui conservavano la propria bandiera, in una zona dell’enorme giardino della villa. Allo stesso modo, i maschi avevano la loro base, con relativa bandiera, in tutt’altra zona di detto giardino. Scopo del gioco: Trovare dove la squadra nemica aveva collocato la propria base, introdursi dentro la stessa, rubare la bandiera e portarla come trofeo di guerra presso la propria, naturalmente senza essere visto dai nemici, né toccato da loro, perché essere toccato significava di colpo diventare prigioniero della fazione avversa.

Cominciò dunque, quella sorta di war game in salsa fanciullesca.

Stabilite le basi segretissime, maschi da una parte e femmine dall’altra si sparpagliarono in ogni dove, per il gigantesco giardino, in cerca del nascondiglio nemico, i più in gruppetti di 3-4 elementi.

Molti meno in solitaria.

Tra questi ultimi Io, maschio animato da orgoglio virile sia pur in età assolutamente non virile (10 anni scarsi), che si era messo in testa di fare il John rambo della situazione…l’eroe che parte alla carica e salva la situazione da solo, raccogliendo il plauso e l’ovazione dei suoi compagni e guadagnandosi di colpo millemila punti popolarità nella classe tutta.

Girai in lungo e largo quel giardino dannato, battendolo a tappeto come un provetto segugio, eludendo come un gatto la sorveglianza delle femmine, sciabattando fra l’erba alta e gli alberi da frutto dietro i quali mi nascondevo guardingo, mimetizzandomi perfettamente dato il verde dei miei calzoncini e della mia maglietta, finchè, al culmine di una lunga e solitaria ricerca, non la trovai:

la base segreta delle femmine (qualche stecco piantato a terra, in circolo, con in mezzo la loro bandiera….) era dinanzi a me, assolutamente non sorvegliata….I membri del mio team e di quello nemico erano altrove, dispersi per il giardino, che era davvero molto grande, e la vittoria era quindi lì, a pochi passi da me, senza che nessuno potesse sottrarmela…

Sorridendo felice, in preda all’eccitazione massima, mi mossi dunque verso il vessillo delle femmine ma, appena allungai una mano tremante di gioia verso di esso, venni travolto e gettato a terra da un’onda umana che mi colse completamente di sorpresa……erano le femmine, che si erano nascoste nel fitto della vegetazione retrostante quel che rappresentava la loro base, in attesa paziente e silenziosa di un incauto nemico che sconfinasse nel loro territorio.

Io ero un maschio, ma loro erano in troppe, davvero in troppe, e, dopo avermi travolto, ora mi trattenevano al suolo con il loro peso, forti del numero, mentre invano scalciavo e mi dibattevo nel tentativo di liberarmi, cosa che ebbe l’unico risultato di farmi perdere le ciabatte, che schizzarono via, lontano da me, lasciandomi scalzo ed in preda di un branco di piccole assatanate.

Alla fine rinunciai a lottare, ma loro non si spostavano di un millimetro….3 si erano sedute sul mio torso, manco fosse un divano, tenendomi pigiato a terra, mentre ad un capo 2 mi tenevano saldamente le braccia, protese sopra la testa e, all’altro, altre 2 mi serravano le caviglie.
In quella stretta, non potevo né alzarmi né muovermi.

Il mio sciocco proposito di agire da solo per far mia tutta la gloria mi aveva portato al risultato completamente opposto….ero caduto prigioniero delle femmine….una umiliazione terribile.

Ma non era ancora finita.

Quanto accadde dopo, che ci crediate o no, rimane tutt’oggi tra i miei ricordi d’infanzia più belli ed eccitanti, Tant’è che sento anche adesso, mentre ne scrivo, una lontana eco del segreto, inatteso ma sincero ed esplosivo piacere che provai all’epoca, sia pure in una situazione che al tempo era per me di grande vergogna e foriera di sconfitta.

Le femmine avevano recuperato chissà dove alcune corde e, mentre quelle che mi tenevano bloccato a terra continuavano a farlo, le altre cominciarono, con mia somma sorpresa e costernazione, a legarmi le caviglie e le gambe, con mani inesperte ma assicurandosi di stringere bene e di non lasciarmi possibilità di movimento.

All’inizio, in preda alla vergogna ed alla rabbia, protestai e mi agitai come un ossesso, ma altre funi erano comparse nelle mani delle mie catturatici, pronte ad avvolgermi strettamente le braccia, il busto e le mani, che mi furono legate davanti, incrociate una sull’altra.

A quel punto, finalmente, le ragazzine che sedevano sul mio corpo si sollevarono, a mostrare al mondo che bel pacchettino ero diventato.

Mi contorsi e mi dimenai, arrossendo rumorosamente per la vergogna mentre loro deridevano i miei sforzi con voci squillanti da ragazzine quali erano, ma niente da fare….. non riuscivo a liberarmi.

Ora, di colpo, da eroe solitario senza macchia e senza paura mi sentivo un autentico coglione…sarei passato alla storia della mia classe e della mia fazione, i maschi, come l’unico idiotonto che si era fatto catturare…. dalle femmine, per di più!

Questa consapevolezza acuì la mia rabbia e il mio senso di frustrazione, e mi contorsi ancora più selvaggiamente, ottenendo, come unico risultato concreto, che quelle prendessero altre corde (ne avevano un vero rifornimento, cazzuola! evidentemente era il proposito che avevano fin dall’inizio, quello di legare come un salame il primo scemo che fosse capitato a tiro della loro base).

Dicevo: l’unico risultato che ottenni fu che le femmine prendessero altre corde e mi legassero e rilegassero ancora più strettamente, aggiungendole a quelle che già mi tenevano prigioniero.

Ora ero assolutamente impossibilitato a muovermi, e mi accasciai, stanco e sconfitto, avvolto dal bozzolo di funi che mi racchiudeva.

Dopo qualche minuto, ripresi ad imprecare e a minacciare, e fu il tocco finale…..la festeggiata estrasse di tasca un fazzoletto e me lo cacciò in bocca, stringendomelo dietro al nuca con un nodo ben saldo…ora ero pure imbavagliato, e la mia umiliazione raggiunse limiti inauditi, salendo ulteriormente di un’ ottava quando sul posto, dopo mille peregrinaggi infruttuosi per il giardino, giunsero anche i miei colleghi maschi, che mi videro, disteso a terra, legato come una provola ed imbavagliato, con le femmine al gran completo che troneggiavano sopra di me.

Il gioco era ufficialmente finito, dato che, vista la situazione, pure i miei compagni di squadra, unendosi in questo alle femmine, cominciarono a deridermi e a prendermi in giro, alcuni arrivando anche a tirarmi i capelli o a solleticarmi le piante dei piedi nudi approfittando della mia immobilità….nessuno si curava più della conquista della bandiera rivale….il gioco “tortura l’ostaggio” aveva preso il sopravvento su quello di partenza, e sembrava dannatamente più divertente.

Sopportai ogni umiliazione in silenzio, silenzio forzato dal bavaglio che, sia pur artigianale, era efficace e zittiva le mie esternazioni rabbiose…..finchè una voce adulta, la madre della festeggiata, non chiamò quest’ultima ed i suoi piccoli invitati a presentarsi per il rituale della torta con relativo spegnimento di candeline.

Beh, pensate forse che a quel punto i miei carcerieri mi abbiano liberato?

Certo che no! Quel branco di bastardi corse via, alla torta, lasciandomi lì, in una zona isolata del grande giardino….solo, legato ed imbavagliato……Tanto, su una ventina e passa di bambini, chi si sarebbe mai accorto che ne mancava uno all’appello??? E chi poteva immaginare che si trovasse nella condizione in cui mi trovavo???

……Ma, rimasto solo, ebbi finalmente modo di apprezzare appieno il sentimento che si faceva strada di prepotenza fra la rabbia, la vergogna e l’umiliazione….un sentimento che aveva già preso a farsi strada in me quando le femmine mi avevano costretto a terra, ed era esploso in tutta la sua potenza quando mi avevano legato…..era piacere….piacere puro e semplice, senza fronzoli e chiacchiere, Piacere con la P maiuscola…..non astratto e lontano, ma presente e più che mai tangibile, visto che, da sotto la corde che mi legavano, sentivo premere, per la primissima volta in vita mia, il missilino che avevo fra le gambe, aumentato di calibro e consistenza con mia grande sorpresa e meraviglia…….E che altro potevo fare, visto che ero legato, non riuscivo a liberarmi (e manco ci provavo più, ormai, visto che quello stato di costrizione mi garbava parecchio) e da lì non potevo andarmene, se non abbandonarmi al piacere?

Così lo feci, e quel piacere mi aiutò a passare in beatitudine pure il resto di quel pomeriggio indimenticabile, che trascorsi ben legato, sopportando pure il ritorno dei miei compagni e compagne di classe, che ripresero indefessi a torturarmi in mille modi, finchè, a fine giornata, l’arrivo, fra le altre, pure di mia madre che tornava a prendermi, non li costrinse, loro malgrado, a slegarmi.

Non raccontai nulla ai miei genitori di quanto mi era successo, e per mesi e mesi diventai la barzelletta della classe intera, ma avevo scoperto il piacere, e da quel giorno non ho mai smesso di cercarlo e di goderlo, ovviamente ben legato ed imbavagliato….

Questa storia, storia vera, la racconto a mia maniera.

Ciao a tutti.

Thursday, July 14th 2011 - 11:37:31 AM
    
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Una storia di: bondage_spy

Ciao a tutti.
Volevo lasciare un commento, non avendo in questo momento il tempo di raccontare una storia, ma la pagina dei soli commenti non mi si apre, così..
E' da molto tempo che vi seguo, e fino a 3, 4 anni orsono, ho scritto ogni tanto, anche solo per commenti e "filosofia", ma avevo un nick diverso.
Anche io ho i vostri sogni, aspirazioni, visioni, e qualche "vissuto"....
In particolare adoro il tema della "Damsel in Distress", inteso come eroina catturata, legata, resa fragile, indifesa.
Ma al tempo stesso, resa come la "Cosa" più preziosa, quindi da proteggere, che un "Villain" può desiderare.
Mi auguro nel fututo prossimo o anche prima, di riuscire, nel caotico momento che la vita ti impone di affrontare, di raccontare cose che mi sono accadute e, come voi, hanno lasciato "segni" indelebili.
E bellissimi.
In più ho una piacevole attrazione per il barefoot bondage, ovviamente associato, fuso insieme al concetto della Damsel, che è la spina dorsale di questa passione.
Quindi, desidero fare, oltre che a tutta la comunità ed alle damsel in genere, un caloroso saluto ad un recente post di Simona, che tratta lo stesso tema, visto dall'altra parte della barricata, cioè di (barefoot) damsel in peril.
A parte il tempo di contribuire a scrivere anche io, pongo la mia mail su chi, extrasito, desidererà parlare di questi temi anche in quella forma.
Per ora, buon pomeriggio a tutti e Grazie per avermi letto, un saluto a chi lega ed a chi è legata. Scalza, ovvio
Ciao, è un piacere .

Monday, July 11th 2011 - 02:10:33 PM
    
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Una storia di: giovanni (2 di 2)

Inizia così la mia lunga permanenza nelle mani dei miei rapitori che provvedono ogni giorno regolarmente a darmi da mangiare e a portarmi in bagno, quando necessario. Sempre comunque bendato per non riconoscere nessuno. Un giorno, però accade uno spiacevole episodio. Il maniaco che ci aveva già provato una volta ritorna alla carica. Questa volta più convinto e determinato, approfittando di un momento in cui siamo soli nella stanza, essendo stato affidato a lui quel giorno l’incarico di mio carceriere. All’improvviso, di punto in bianco, salta sul letto e si mette a cavalcioni su di me. Poi sicuro e baldanzoso esclama “questa volta signorino non mi scappi, non c’è nessuno in questa stanza a parte me e te, nessuno che possa venire in tuo aiuto”. Un terrore improvviso mi assale, comincio a divincolarmi come un matto urlando più che posso tra il bavaglio in cerca d’aiuto. Ma lui con violenza mi afferra per i capelli, mi tira indietro il capo e mi punta un coltello al collo dicendo “ora farai il bravo e non tenterai di ribellarti, se non vuoi che ti taglio la gola”. Mi blocco di colpo in preda al terrore più nero, singhiozzando un pò mi lascio andare e torno a distendermi buono buono. Il mio corpo trema mentre sento le sue mani scendere lungo i miei fianchi e raggiungere la cintura dei pantaloni. Mi spoglia con prepotenza e abbassandomi i pantaloni comincia a palpeggiarmi il culo cercando di penetrarmi con le dita. Mi irrigidisco tutto e mugolando attraverso il bavaglio cerco di implorare pietà, ma invece di ottenere compassione così facendo lo eccito ancora di più. Ora mi palpeggia da tutte le parti, fino a prendere in mano anche il mio pene. Ormai disperato mi rassegno al peggio e continuo silenziosamente a singhiozzare mentre il maniaco si approfitta di me. Ma quando tutto sembra perduto, sento entrare qualcuno che incazzato come una biscia escalma “ma ti sei rinconglionito un’altra volta! Lo sai che se ti becca il capo sei finito! Questa è merce che scotta e non va rovinata per niente al mondo. Sparisci e vedi di non farti più trovare accanto a lui in mia assenza se non vuoi finire male una volta per tutte”. Cala il silenzio, il maniaco se ne è andato, il nuovo arrivato si avvicina. Io sono ancora in preda al tremore per lo schok di quello che stava per accadere, ma una mano leggera mi tocca le spalle, mi accarezza la testa, e una voce mi dice “stai tranquillo, è tutto finito, non ti accadrà nulla, da adesso in poi mi prenderò cura io di te, non ti preoccupare, rilassati”. Così bendato non vedo nulla, non posso dire chi sia questa persona, come sia fatta, ma avverto da subito un senso di liberazione e di fiducia in questa specie di salvatore travestito da bandito. Mi volto verso di lui, mi accuccio cercando riparo tra le sue braccia immaginandolo nella mia mente come una persona affettuosa. Lui ricambia la mia fiducia e per un pò mi tiene tra le braccia finchè il tremore non è sparito del tutto.
Da quel giorno, da quando è diventato lui il mio unico carceriere, un nuovo rapporto si insinua tra noi due, un rapporto invisibile (io sono sempre bendato, oltre che legato), fatto di piccole attenzioni nei miei confronti, sia quando mi dà da mangiare che quando mi porta in bagno, a cui cerco di ricambiare per quanto possibile, data la mia condizione. Col tempo le sue maniere si fanno sempre più tenere, soprattutto quando non c’è nessuno intorno in grado di accorgersene, fino a quando una mattina che siamo rimasti da soli, dopo avermi dato da bere e prima di imbavagliarmi di nuovo, si abbassa e mi bacia teneramente sulla bocca. Sulle prime ho un sussulto, una specie di reazione all’idea che sia un uomo a baciarmi, ma poi immaginandomi qualcosa di diverso (non potendo vedere nulla, può essere chiunque, anche una donna!) mi abbandono e lascio che la sua lingua si infili nella mia bocca, mentre un brivido mi corre lungo tutta la schiena.
Una volta terminato mi lascio imbavagliare e distendere sul letto, e penso ‘ma cosa mi sta succedendo?’. Mi viene subito in mente la storia della sindrome di Stoccolma, quando cioè il prigioniero si invaghisce del suo carceriere, e capisco che sta succedendo anche a me, ma non avrei mai detto con un uomo ... anche se questo bandito è veramente diverso dagli altri ... il modo con cui si prende cura di me, come mi difende e mi protegge ... è quel senso di sicurezza che, nel mio essere prigioniero in balia di altri, mi rende così arrendevole nei suoi confronti. Poi i miei pensieri si fanno più blandi e finisco per addormentarmi.
Da quel momento in poi la storia si fa di giorno in giorno più seria e, pur rimanendo segreta, passa dal primo bacio a momenti di maggiore intimità dove in diverse occasioni vengo portato all’orgasmo tra strusciamenti e mugolii vari. Un giorno mi dice “oggi sono andati tutti all’appuntamento finale, quello decisivo in cui raccoglieranno il riscatto richiesto. Questo significa che a breve ti rilasceremo e potrai tornare a casa. Ma se vuoi abbiamo tempo abbastanza perchè io possa lasciarti un ricordo indelebile della nostra storia. Cosa ne pensi?”. Non so bene a cosa si riferisca, ma l’attrazione che provo è troppo forte e l’idea che tutto questo stia per finire mi rattrista un po’ invece di rendermi completamente felice. Con il capo faccio cenno di sì che ci stò.
Allora piano piano si stende su di me e come tante altre volte comincia a baciarmi teneramente dietro il collo. Vengo subito colto da piccoli brividi di piacere ed inarco un pò il corpo mugolando piano tra il bavaglio. Lui allora comincia a strofinarsi su di me. Anchio mi strofino sul letto seguendo i suoi movimenti, soprattutto il mio pene, che nel frattempo si è fatto duro, in questo modo viene massaggiato contro il materasso provocandomi un piacere sempre più intenso. E mentre mi gira il volto all’indietro baciandomi attraverso il bavaglio, vengo in un primo orgasmo mugolando intensamente, quasi a voler ricambiare il suo bacio. Allora si rialza, si mette sulle ginocchia a cavalcioni su di me, mi sfila i pantaloni e le mutande e raccoglie con le dita il mio sperma ancora caldo. Con questo poi mi unge tutto intorno all’ano per rendere il mio buchino più morbido. Accompagno il movimento delle sue sue mani ancheggiando come posso e gli faccio capire che sto apprezzando queste cure da parte sua. Allora lui si abbassa su di me e mi bacia un’altra volta sul collo e dietro alle orecchie. Il brivido che mi attraversa questa volta è fortissimo e mi fa mugolare con un piacere ancora più intenso. Al buio mi rigiro col capo verso di lui e gli offro la bocca imbavagliata. Allora mi stringe con le sue braccia avvinghiandomi a sè e baciandomi sulla stoffa che mi copre la bocca. Nel buio che mi circonda posso solo immaginare la scena e accettare questo rapporto passivo quale quello di una giovane tra le braccia del suo amante. Mi abbandono completamente e mi lascio fare rispondendo con qualche mugolio qua e là. L’eccitazione è forte e il mio cazzo è tornato in tiro. Anche lui se ne accorge e la sua mano riprende ad accarezzarlo con dolcezza. Non resisto a lungo e gli vengo in mano in un orgasmo ancora più potente del primo. Allora mi rimette di pancia e con il nuovo sperma appena uscito riprende a massaggiare il mio ano entrando e uscendo senza difficoltà con le sue dita. Il mio corpo freme tutto per l’eccitazione, non sento alcun dolore, ma provo un inconsueto desiderio di essere penetrato. Glielo faccio capire in maniera chiara agitando il mio culo e mugolando intensamente. Allora lui si distende di nuovo su di me e mi sussurra all’orecchio “stai buono, ho capito cosa vuoi, adesso vengo dentro di te e ti faccio salire fino in paradiso”. “Uuhhmm, uuhhmmmm” gli rispondo, e vorrei dirgli se potessi ‘ti prego non ce la faccio più ad aspettare, vieni, prendimi”. Finalmente la punta del suo cazzo raggiunge il mio buchino ormai completamente bagnato, e senza particolari sforzi mi entra dentro pian piano facendomi trasalire. Sono in completa balia di questo nuovo piacere, il mio corpo e la mente completamente fuori controllo, mi muovo tra i lacci, mugolando tra il bavaglio inzuppatissimo di saliva, al ritmo con cui il mio rapitore mi sta scopando. Lo sento ansimare, capisco che anche lui è completamente preso da questo amplesso. Mi sento un gran calore addosso, lo sento dentro mentre mi penetra ad un ritmo sempre più veloce, con brividi continui che attraversono tutto il mio corpo. All’improvviso sento il suo orgasmo che arriva ed esplode dentro di me. Come un fiume in piena, il fiotto caldo del suo sperma mi invade tutte le viscere. Il mio urlo finale soffocato dal bavaglio tradisce un’emozione mai provata prima, così forte che senza rendermene conto svengo sprofondando con la testa nel cuscino.
Quando riprendo i sensi mi accorgo di non avere più il bavaglio. “Te l’ho tolto perchè potessi respirare meglio” mi dice. Poi aiutandomi con una mano mi fa bere dell’acqua, e continua “E’ stato molto bello, anche per me. Se lo viene a sapere il mio capo mi ammazza, ma ho dovuto rischiare ... non potevo lasciarti andar via per sempre senza averti dato prima questo regalo”. Sto in silenzio per un momento, ho sempre la mascherina sugli occhi che mi impedisce di vedere il mio interlocutore. Poi dico “Mi piacerebbe rincontrarti ancora ... poterlo rifare, anche senza vederti, come in questi giorni. Ma come faremo quando sarò di nuovo a casa? Non posso mica farmi rapire un’altra volta!”. “E perchè no?” risponde lui “Magari questa volta solo da me, e solo per qualche ora d’amore”. Rimango zitto, e fantastico su quest’ultima frase in attesa del seguito. “Se ti farai trovare dalle parti di (e nomina un bosco in collina vicino a casa mia) da una certa ora in poi di sera, io farò in modo di essere là, nascosto tra gli alberi, pronto a sorprenderti. Userò sempre un cappuccio per non farmi riconoscere così non ci sarà bisogno di bendarti, ma ti scoperò sempre legato e imbavagliato, perchè così sei molto più eccitato ed eccitante”. “D’altronde sei sempre il mio rapitore, no?”, rispondo io abbozzando un sorriso. “Va bene, però adesso ti devo sistemare di nuovo prima che tornino gli altri”. Mi bacia per l’ultima volta accarrezzandomi la testa, mi infila un fazzoletto pulito in bocca, mi imbavglia, e mi rimette disteso sul letto. Di lì a poco sento il rumore di una macchina, è il resto della banda che ritorna. Sono tutti su di giri, probabilmente hanno ottenuto quello che volevano. Lo capisco anche perchè dopo alcuni minuti il mio carceriere viene da me e mi dice “E’ tutto finito, ora ti libereremo e potrai tornare dalla tua famiglia. Ti devo addormentare con il cloroformio, ma non aver paura non ti farò del male. Quando ti sveglierai ci sarà sicuramente qualcuno pronto a liberarti”. Con il capo faccio cenno che ho capito, e mi lascio narcotizzare respirando bene e a fondo fino a sprofondare in un buio totale. Una volta sveglio, con la testa che mi gira ancora un pò, mi accorgo di essere nel baule di una macchina legato e imbavagliato, ma senza la mascherina che mi chiudeva gli occhi. Avverto delle voci fuori poco distante, e allora decido di farmi sentire. Mi metto a mugolare più forte che posso e a scalciare con i piedi contro le pareti del baule. All’improvviso una luce accecante mi investe, chiudo gli occhi per reazione e quando li riapro vedo due poliziotti davanti a me che urlano agli altri “l’abbiamo trovato! E’ qui”. Poi mi tirano fuori con delicatezza e prendendomi in braccio mi portano sul lettino di un’ambulanza che era lì accanto. Qui vengo finalmente liberato dalle corde e dal bavaglio, un’infermiera mi sistema sul lettino coprendomi con delle coperte (in quel momento tremo dal freddo, dev’essere mattina presto). Poi mi appoggia una mascherina sul naso e sulla bocca. Ho come una reazione istintiva ‘oddio mi narcotizzano di nuovo!’ e muovo di scatto la testa. Ma l’infermiera mi dice “stai calmo, non aver paura, ti sediamo un pochino per aiutarti a rilassarti”. “E’ tutto finito ormai, ti stiamo riportando a casa” aggiunge anche il poliziotto che era lì vicino. L’ambulanza parte, io mi rilasso e mi addormento.

Wednesday, July 6th 2011 - 07:04:37 PM
    
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Una storia di: bondager48

TERZA PARTE

Ad un certo punto, compresi che anche a Claudia sarebbe piaciuto provare quelle esperienze che, evidentemente le ragazze le raccontavano nei dettagli, risvegliando la sua sensualità e la sua curiosità. Sapevo che lei concedeva le sue prestazioni solo di rado e solo a clienti fidati, a caro prezzo, perché, oltre ad essere ancora una bella donna, sembrava che fosse una vera virago, a sentire le sue storie. Aveva quarantatre anni dichiarati ma se li portava bene, quando si attrezzava e si truccava ne dimostrava di meno e poteva pure essere attraente ma io ne avevo ventidue, ventitre e lei era stata la migliore amica di mia madre, non potevo, non volevo. Non era vero, ero intrigato dall’idea di fare l’amore con una donna esperta, vecchia per la mia età ma non avevo il coraggio di ammetterlo con me stesso. Allora entrò in scena l’altro Giorgio, il giocherellone, che si mise d’accordo con due delle ragazze, le quali, in un pomeriggio noioso proposero alla vecchia baldracca di provare lei stessa la piacevole sensazione di essere legata che loro avevano quando erano con me. Claudia accettò, sicura di trovarsi sola con le ragazze, quello che non sapeva era che, appena fu bella incaprettata, imbavagliata e bendata seminuda sul solito lettone, una delle ragazze venne ad aprirmi la porta dell’appartamento, dietro la quale io avevo atteso lo svolgimento dell’azione.
Sulle prime la donna non capì di chi erano le mani che la carezzavano e le bocche che la baciavano, era sicura che si trattasse delle ragazze e, non essendo sicuramente lesbica, mugolava e si contorceva cercando di sottrarsi alle loro avances. Si immobilizzò all’istante quando le mie mani si posarono su di lei, capì subito, rise sotto il bavaglio e andò tutto come doveva andare.
Alla fine la lasciai sudata e scarmigliata, ancora con le mani legate e bendata e me andai in salotto a bere un bicchiere d’acqua. Dopo un secondo lei arrivò, sbattendo contro la porta ed inveendo contro di noi ordinò di liberarla, cosa che facemmo un po’ intimoriti dalla sua furia, furia che però si calmò appena fu sciolta e sbendata. Mi si avvicinò e mi abbracciò, ringraziandomi:”E’ incredibile che a quarantenni tu mi abbia fatto provare sensazioni nuove e così…meravigliose….grazie, Massimo, vorrei che tu mi collaudassi ogni ragazza nuova che arriva, così me le invogli a fare bene il loro lavoro e vorrei……farmi trovare legata come oggi, ogni tanto, ti va?.” E cosi fu.
La follia che mi aveva assalito alla morte di mia madre non si placò e mi trovai ancora invischiato in manifestazioni, fui fermato parecchie volte dalla polizia ma ne uscii sempre pulito, sia perché, in effetti, la mia era solo una ribellione teorica e non commisi mai atti veramente terroristici. Un paio d’anni dopo andai in vacanza in Grecia, in un isola chiamata nisito oniron, l’isola dei sogni….e lì cambiò la mia vita, lì capii che potevo realizzare i miei sogni di “figlio del vento”, come mi chiamava la mia povera mamma. La mia vita cambiò quando conobbi un animatore francese, di nome Pierre qualcosa, che approfittò della mia propensione per le lingue e mi elesse a suo traduttore, nelle serate della discoteca dell’isola. Facemmo amicizia, si dichiarò figlio del proprietario del Club Mediterraneè e mi offrì di lavorare per il padre, il quale padre mi prese in simpatia e così cominciai a girare il mondo, villaggio per villaggio, continente per continente, fino a diventare quello che sono oggi.
In quel periodo, a Roma furono commessi degli omicidi ai danni di tre ragazze che avevano frequentato la casa di Claudia. Erano state uccise mentre si trovavano in alberghi del centro e quindi fuori dalle regole della maitresse; io stesso qualche volta, come ho detto, ne convinsi qualcuna a vedermi al di fuori, era una regola spesso violata per guadagnare di più…..il fatto che mi coinvolse emotivamente e praticamente fu che erano state uccise soffocandole con un cappio mentre erano incaprettate alla maniera della mafia. Claudia fu interrogata molte volte dalla polizia ma non fece mai cenno a me, almeno così mi disse, anche perché sapeva che io non avrei mai commesso atrocità del genere, poi, però, qualcuna delle ragazze raccontò dei miei giochini e di quelli di altri clienti ed allora chi conduceva le indagini si accanì contro Claudia.
Capii allora l’importanza dei nomi in codice e dell’assoluta anonimità che vigeva nella casa: Claudia, comunque, mi ordinò di non andare da lei per qualche tempo e la cosa coincise con la vacanza in Grecia.
La sera prima di partire accompagnai a Fiumicino la mia ultima fiamma, una meravigliosa svedesina di nome Gunilla, biondissima e con gli occhi blu come la notte. Di ritorno passai ad Ostia ed andai a salutarla, sotto la sua casa: Claudia pianse, pianse lacrime sincere, di affetto per quel giovane uomo e di dispiacere per la sua partenza, si augurò che la vita mi riportasse a Roma presto e mi fece promettere che la prima cosa che avrei fatto, una volta tornato, sarebbe stata quella di andare da lei. Nessuno di noi due poteva immaginare che ci saremmo rivisti solo venticinque anni dopo.
Ero ad Ostia, come ho detto, ed Angela abitava ad Ostia. Lei era informata e già avevamo litigato, non voleva che me ne andassi, inutilmente avevo tentato di convincerla che era per il mio bene, che dovevo andare per tanti motivi e mi scappò una frase:”ed il motivo principale sei tu, capocchia, e tu lo sai bene quanto me…..ma Enrico non se lo merita……e ti ama….forse più di me.”. Ricordo come fosse ora il suo viso congestionato e la sua voce rotta che mi mandava a quel paese ordinandomi di non farmi più vedere.
Non potevo partire con quell’immagine e quelle parole, così le telefonai a casa, rispose lei stessa. Con voce volutamente noncurante le dissi:”Ah, sei tu….pensavo fossi uscita con Enrico…telefonavo per salutare tua madre ed i piccoli……me li puoi passare?”. Dopo un momento di silenzio, mi rispose, anche lei con voce noncurante:”No, caro, per stasera lo stronzo l’ho accannato e forse non solo per stasera………e no, mamma e i pupi non ci sono….sono andati da mia zia che non si sentiva bene e dormiranno lì, sai è brutto rientrare di notte da Anzio…..ma se vuoi, i saluti glieli trasmetto io….e alla tua papocchia non la vuoi salutare, te ne vuoi andare così, senza un abbraccio?” la voce che le si ruppe ed il tono delle ultime parole mi fecero capire quanto veramente stesse soffrendo ed anche il mio cuore si strinse……ma non ho mai amato i melodrammi e così cercai di sembrare allegro e rincuorato e la inviati ad una passeggiata.
”L’ultima sigaretta al condannato a morte?” mi chiese tirando su col naso e poi riprese, scherzando anche lei:”ma sì, che stasera ti mando fallito, così avrai da pensare a me per come ti ho rovinato la tua ultima sera a Roma….passami a prendere…subito!”
Venti minuti dopo suonavo il campanello della sua villetta prefabbricata, nella pineta di Ostia levante, avevo in mano un mazzo di rose rosse e, quando sentii scattare la serratura, entrai senza indugio e mi richiusi la porta alle spalle e dissi ad alta voce:”Sono io, ho un regalo per te….per questo sono entrato…..”.
“Hai fatto bene, anch’io ho un regalo per te…..ma te lo devi venire a prendere…….è pesante…….in camera da letto….vieni.” mi rispose con la vocina da bambina che usava quando organizzava qualche scherzo. Stupito ma contento di quel cambiamento di umore, mi preparai a ricevere qualcosa in testa ed aprii piano piano la porta della camera da letto e fu come se avessi ricevuto un pugno nello stomaco……Angela era stesa sul letto, bocconi, nuda……e legata! Legata come lei sapeva che a me piaceva, incaprettata….o quasi….perchè i due capi della corda che le stringeva i polsi erano sciolti……Ammutolito, con il mazzo di rose in mano, la vidi girare la testa dalla mia parte, sorridermi e dirmi:”Meglio di così non ho saputo preparare il…..pacco regalo…….spero che Sua Maestà possa e voglia aiutarmi a finire l’opera…..” e scosse i polsi a farmi capire cosa dovevo fare………
L’istinto mi portò ad accostarmi al letto, a poggiare le rose, ad allungare le mani verso i capi della corda, a farli passare anche in senso verticale attorno ai suoi polsi ed a stringere il nodo…..solo allora, accorgendomi che mi guardava di sottecchi, dissi:”E’ un meraviglioso regalo….papocchia mia…..ma sei impazzita o che? Adesso ti sciolgo…” ma non lo avrei mai fatto….
“Ma come, prima mi stringi da morire e poi mi dici che mi sciogli…….ma va là….” E così dicendo si girò o cercò di girarsi per mettersi supina…..la aiutai e sentii la sua pelle caldissima sotto le mie mani……non l’avevo mai vista nuda…..era bellissima….e si era passata una corda anche attorno ai suoi grandi seni, a croce…….ma i suoi occhi lucidi ed eccitati mi chiamarono ed io ripetei senza parlare la domanda….perchè…….
“Perché ti amo, ti ho sempre amato e ti amerò sempre…….e non volevo che tu partissi senza saperlo……..adesso te ne puoi anche andare, se vuoi……..ma se lo fai…….ti uccido!”
“Ti amo anch’io, papocchia…….da sempre e per sempre……l’ho capito da tanto tempo ma…..qualcuno ti ama più di me……ed ha tanto da darti…più di me….ed io devo….voglio partire…….cerca di capirlo………”, mentre parlavo la mia mano prese a carezzarla piano partendo dalla spalla e scendendo sulla vita, sulla pancia morbida, sulle gambe vellutate…….
“Uhmm……lo sapevo che anche tu mi amavi……ma lo capisco….lo devo capire…….tu sei un figlio del vento……e poi lo stronzo non è male…hai ragione….è ricco sfondato……e poi tu tornerai…..o di tua volontà o perché io ti seguirò sempre e ti farò rapire……quando…..uhnnnnn”, la mia mano si era appoggiata sul seno e le aveva stretto leggermente il capezzolo…..”ma stasera siamo io e te…..”
“Io e te……ma stai parlando troppo…..e posso fare di te quello che voglio……..o no?” le chiesi sottovoce e mi chinai a baciarla sulle labbra, dolcemente. Angela rispose al mio bacio con una passione che non le conoscevo e farfugliò qualcosa…….tipo:”non è giusto……io sono legata……no……non mi slegare…….spogliati anche tu……che aspetti…..”.
Il tempo si fermò, quella sera. Dopo la prima volta, che si svolse secondo le mie regole e durante la quale lei provò per la prima volta il sapore dello sperma, dichiarando che glielo avevo descritto perfettamente e che non faceva schifo per niente….., dopo la prima volta, dicevo, la sciolsi e facemmo l’amore ancora ed ancora ed ancora……e ci risvegliammo affamati….con mia grande sorpresa, constatai che erano soltanto le dieci di sera ed allora ci rivestimmo ed andammo a mangiare in un ristorante sulla spiaggia. Eravamo felici e fuori dal mondo...

(continua)

Monday, July 4th 2011 - 04:25:55 PM
    
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Una storia di: bondager48

SECONDA PARTE

La mattina dopo, mentre andavamo a scuola, Angela mi confessò che anche lei non aveva dormito, quella notte, ma con estrema naturalezza aggiunse che era rimasta sveglia non perché fosse rimasta scioccata da quello che aveva subito ma perché continuava a chiedersi perché le era piaciuto! A questa affermazione la mia cara 500L sbandò sulla Cristoforo Colombo, lei mi diede un colpetto affettuoso sulla mano, mi disse di non emozionarmi troppo che sempre un pervertito ero ma che ne avremmo parlato quel pomeriggio.
Angela l’anno dopo si voleva iscrivere al corso di laurea in psicologia e già si appassionava nella lettura di Freud e di vari testi della materia, tra cui mi disse di aver letto anche il rapporto Kinsey, credo si chiamasse così, un trattato statistico sul comportamento sessuale degli uomini e delle donne, in cui si diceva che un comportamento simile era molto diffuso tra le coppie. Stava cominciando a parlarne quando arrivai davanti al liceo e dovemmo chiudere lì la nostra interessantissima conversazione perché il caro Enrico si tuffò a pesce sulla sua ragazza e me la rapì. Li guardai andare verso il bar mano nella mano e mi augurai che Angela si tenesse per sé il mio segreto.
Il pomeriggio Angela mi telefonò per dirmi che Enrico non la mollava e che non poteva venire da me, per il momento, ma che avrebbe fatto di tutto per farlo prima di sera. Faceva freddo, il cielo era gonfio di nuvole nere, il tempo ideale per il mio introverso io leopardiano così ne approfittai per passare un paio d’ore seduto sulla sabbia bagnata, in riva al mare, immerso nei miei sogni. Dai quali fui svegliato bruscamente dall’arrivo stile cavalleria di Angela:”Lo sapevo che ti avrei trovato qui! Finalmente libera. Sai che non lo sopporto più, il tuo amico?”
“Credo proprio che devo cominciare a mettermi da parte i soldi per il mio regalo di matrimonio” fu la mia risposta sarcastica.
“Ma quando mai!” fu la sua laconica risposta. Poi, mi prese il viso tra le mani, lo girò verso di lei e, seria seria, mi chiese:”Sei pronto per la prima seduta di analisi introspettiva della tua vita? Ho delle domande da farti.”
Guardai quel suo viso rotondo, arrossato dal vento, le sue labbra bianche e tremanti, mi ricordai di quanto soffrisse il freddo e mi alzai, aiutai lei a rialzarsi dalla sabbia, la presi per mano e risposi”Ok, sorellina, ma forse è meglio che le domande me la fai al calduccio, andiamo da Sisto e ne parliamo davanti ad un cioccolato caldo.”
“Con panna?” disse spalancando gli occhi.
“Con panna, doppio, pago io.” risposi incamminandomi verso piazza Anco Marzio.
Quando fummo seduti ad un tavolo appartato, tirò fuori dalla borsetta un foglio tutto spiegazzato, lo lisciò, mi disse che aveva estratto le domanda dal rapporto Kinsey, mi chiese se ero pronto e cominciò:”Dato per scontato che tutto è cominciato con quei maledetti giochini di quei maledetti che ti abitavano sopra, credo che la prima, essenziale domanda, sia se ricordi la cosa con dolore, con disgusto, con paura o che altro.”
“Niente di tutto questo. Mi divertivo e ogni giorno non vedevo l’ora di salire da loro ed ero io a portare lo spago necessario per legarmi. Nessuna paura, dolore o altro” poi, sottovoce e vergognandomi un po’ per l’argomento, continuai:”solo un ricordo spiacevole del sapore del suo…. coso…… in bocca, non so se mi capisci….”
“No, non ti capisco, non l’ho mai fatto, anche se al tuo amico piacerebbe tanto, a me fa schifo solo l’idea….ma che sapore ha, te lo ricordi?” chiese timidamente curiosa.
“Acidulo….invece lo sperma è salatino, non male” scherzai per sdrammatizzare e per confermare che non avevo subito nessuno choc.
Ci pensò sopra qualche secondo poi scosse la testa come per scacciare un’idea fastidiosa e mi pose la seconda domanda:”Andiamo avanti. Cosa ti eccita di più, l’idea di essere legato o quella di legare e, nel caso, preferisci legare le donne o gli uomini, ti senti etero oppure credi di avere delle tendenze da omosessuale?”
“Angela, ti ho raccontato la mia storia ieri e credo che sia tutto quello che so. Anch’io mi sono fatto tante domande quando ho cominciato a capire che i miei gusti non erano uguali a quelli degli altri, anche se ho sempre cercato di tenere separata e nascosta ai più questa mia chiamiamola deviazione. Anch’io ho letto Freud e Kinsey, che ti credi, e posso assicurarti che un caso come il mio non è contemplato. Se vuoi ti spiego perché, così non perdiamo tempo.”
“E va bene, sei il solito capoccione, dai, fammi capire se ti piacciono le donne o gli uomini.” Così dicendo si appoggiò con i gomiti al tavolino e si protese verso di me, che avevo la sua stessa posizione, avvicinando provocatoriamente il suo viso al mio e mimando un bacio con le labbra tremanti. Labbra che catturai al volo con le mie. Sapevano di cioccolata, erano dolci, morbide. Mi staccai e non potei fare a meno di scherzare:”Ma siamo sicuri che io e te dobbiamo essere solo amici?”
“No, non ne sono sicura per niente, specialmente dopo ieri pomeriggio.” Rispose lei serissima, carezzandosi le labbra con un dito.
Non raccolsi e partii nel resoconto delle mie conclusioni:”Dunque, il problema è questo, proprio questo. Quello che mi è successo da piccolo avrebbe dovuto portarmi verso una chiara omosessualità ed un ancor più chiaro masochismo. Invece, con il tempo, si è sviluppata dentro di me una tendenza opposta. Sì, da bambino cercavo di legare i miei compagni o di farmi legare da loro ma da quando ho avuto i primi contatti con il genere femminile, i maschi sono spariti dai miei desideri, così come piano piano è sparita la voglia di essere legato ed è rimasta solo quella di legare qualunque donna si presentasse all’orizzonte.
Si chiama sadismo ma io non mi sento sadico, io non provo il desiderio di fare male, di far soffrire, anzi, il contrario, com’è successo con Carla. Sapevo, so che non è normale ed è per questo che la butto sul gioco e la cosa mi basta perché le mani legate mi danno un piacere più psicologico che fisico. Fisicamente mi eccito anche se chi ho vicino non è legata….anche se non sono riuscito a fare l’amore con Carla, quel giorno, se non dopo averla legata.”
“Che palle ‘sta Carla. Ma non hai provato con un’altra?” mi chiese lei interrompendomi.
“No, lo sai che non è facile arrivare fino a quel punto con le donne, almeno per me. Ancora non mi si è presentata l’occasione.” Poi, ripensandoci, feci:”solo ieri, con te, mi si è accesa la lampadina…”
“E daje….bè….a me invece si sono accesi gli speciali….grazie per esserti fermato. Però è strano, ad un certo punto mi è sembrato di perdere il controllo. Mi sentivo così….legata, imbavagliata, impotente, scomodissima….non c’era nessuna ragione pratica per…….eppure mi sono eccitata come una gatta in calore……no, non ti avrei fermato, sai.” Mi diede un buffetto sul naso e:”Pensa che occasione ti sei perso…ahahhaha” concludendo il tutto con una bella risata, alla quale io ribattei con uno sconsolato allargamento delle mani.
Dominando il riso che le faceva ballare il seno robusto, continuò la sia analisi:”Dunque, siamo arrivati al nocciolo della questione. Non sai trattenerti dal legare le donne e ti piace da morire fare l’amore quando sono ancora legate ma vorresti provare a farlo normalmente. Giusto?”
“Più o meno.” Risposi asciutto ben sapendo che non era solo quello il problema ma in quel momento stavo immaginando i suoi seni legati stretti ed ero distratto.
“E allora, dobbiamo trovare una cavia per te……..ed una per me.”
“Per te? E perché? Tu sei normale…” feci io sorpreso ed interessato.
“Sì, sono normale, credo, ma ieri mi piaceva proprio, quella sensazione, vorrei provarla veramente……”
“Enrico?” feci io. “Mmmm, non lo so, forse, devo trovare il momento giusto….ma è a te che dobbiamo pensare, ora. Vediamo, tu stai uscendo con Carmen, vero?” Al mio cenno affermativo continuò:”E non sei andato fino in fondo?” Al mio cenno negativo, scrollò le spalle e disse ironica:”Che cretino. In ordine, negli ultimi mesi, se la sono fatta Stefano, Vittorio e Nando. Perché tu no?” La notizia mi era nuova, credevo che Carmen, alta, bionda, bellissima, ballerina classica, fosse ancora vergine ed avevo paura a proporle di andare avanti. Quando glielo dissi, Angela scoppiò a ridere di nuovo:”Sempre più cretino. Abbiamo un pseudo maniaco sessuale cretino…….almeno l’hai legata?” volle sapere. “Una volta, per scherzo, in pineta, le mani, mentre ci baciavamo e le ho detto che così non poteva fuggire se io….”.”E lei? Ha provato a fuggire?” domandò Angela.
“Macchè, anzi……che stronzo….” Me ne uscii capendo all’improvviso che avevo perso un’occasione ma, a quell’epoca, ero ancora veramente un cretino.
“Stabilito questo, cioè quanto sei cretino e stabilito che la piccola avrebbe fatto l’amore con te pure tutta legata, ora te la devi portare a letto e scopartela. Però senza legarla. O almeno ci devi provare.”
Detto fatto, il giorno dopo Carmen accettò con entusiasmo di venire a casa mia, che era sempre vuota perché i miei lavoravano tutti e due fino a tardi. Dopo i soliti convenevoli d’uso, ci lanciammo in un petting sfrenato, durante il quale, ormai senza remore, me la trovai nuda, vogliosa ed eccitata, come e più di me. Il mio coso, però, non era molto d’accordo, si mostrava barzottello ma non si decideva a crescere del tutto. Carmen se ne accorse ma fu bravissima, era veramente esperta, la maledetta: mi fece stendere supino e, lunga e magra com’era, mi si mise a cavalcioni sulle caviglie e prese a baciarmi punto punto fino ad arrivare a lui e ad ingoiarlo tutto, facendolo veramente diventare durissimo. Quando ne fu certa, si rialzò e si impalò su di me. Ce l’avevo fatta. Avevo fatto l’amore in maniera normale. Non ero del tutto un maniaco sessuale.

Da quel momento in poi, dimostrato a me stesso di essere in grado di fare l’amore in maniera normale, cominciai ad esaminare razionalmente i miei comportamenti, naturalmente con il valido aiuto di Angela. La nostra amicizia si cementava ma doveva districarsi tra molti problemi, il più grande dei quali era il buon Enrico, innamorato come un pazzo della suddetta e gelosissimo. Enrico capiva benissimo che la nostra era solo amicizia, così come sapeva benissimo che io ero anche il suo migliore amico, la nostra confidenza era ottimale, non facevamo niente senza che gli altri non lo sapessero; Angela gli voleva bene, credo, ma non l’amava di certo, anche se ufficialmente erano una coppia. Oggi credo di poter dire che il vero amore era quello che univa me ed Angela ma tutti e due avevamo il terrore di rompere un legame più forte, quello dell’amicizia, se ci fossimo lasciati andare e, inoltre, nessuno dei due voleva fare del male ad Enrico.
Dicevo, comunque, che con l’aiuto di Angela e con una acuta introspezione, ero riuscito ad organizzare un modus operandi, nel rapporto con l’altro sesso che, grazie a mille compromessi, mi garantiva il godimento di tutti i miei desideri.
Esaudivo il desiderio di vedere le ragazze legate organizzando innocenti giochi in ogni frangente questo mi era possibile, soddisfacevo le mie esigenze fisiche comportandomi con le mie fidanzatine nella maniera più normale possibile, finchè non si arrivava a quel livello di confidenza o di amore, che mi consentiva di applicare i miei giochi, con la ragazza di turno, anche nella sfera sessuale. Sempre con e per il suo piacere, senza la minima violenza ma con la sua partecipazione. Come dirò e spiegherò più avanti, fu in quel periodo che cominciai a capire che questi giochini piacevano alle ragazze, al punto che, dopo la prima volta, la maggior parte di loro li richiedeva spesso, durante i nostri trastulli.
Un paio d’anni dopo, alla soglia dei ventuno anni, purtroppo persi mia madre per una cancro maledetto e con lei persi l’orientamento, dimenticai completamente i miei giochini, il sesso ed il divertimento, lasciandomi andare ad una vita spericolata, nella quale entrò la politica e la ribellione al sistema, le manifestazioni, le botte, le bande armate.
Ancora una volta Angela mi era vicina, era la mia valvola di sfogo ma anche lei non riusciva a tenermi, per il mio bene faceva la spia al mio povero papà su tutti i miei movimenti, per il mio bene arrivò a propormi una seduta di legatura a suo danno, per ricordare i bei tempi ed io le risposi malissimo, invitandola a farsi legare da Enrico e di lasciarmi in pace.
Poi un giorno, mentre correvo cercando di sottrarmi ad una carica della polizia su per via Veneto, verso Villa Borghese, mi accorsi che i questurini avevano chiuso l’uscita dagli archi ed allora svoltai a destra, per via Sardegna. Fatti un centinaio di metri, mi voltai e vidi che nessuno mi inseguiva, così, ringraziando Dio, mi fermai per riprendere fiato, appoggiando le spalle ad un portone chiuso che, come succede nei film, si aprì dietro di me; cercando di mantenermi in equilibrio, mi girai e mi trovai di fronte la migliore amica di mia madre, che io conoscevo come una bella signora di una certa età, sui quaranta, quarantacinque, sempre vestita a modo e dai comportamenti esemplari di buona moglie, mamma e donna di chiesa che, per arrotondare i magri guadagni del marito operaio, faceva l’assicuratrice di automobili e che, qualche volta, era entrata nei miei sogni.
Quel pomeriggio, invece, avevo davanti tutta un’altra donna, vestita in modo provocante, quasi volgare, truccatissima, sembrava una……la riconobbi perché la conoscevo bene ma, mentre anche lei mi guardava sorpresa e quasi impaurita, mi dissi che doveva essere una somiglianza, magari era la sorella. Fu il:”Giorgio! Che ci fai qui?” che mi confermò che era proprio quella che sembrava, Claudia Proietti, la migliore amica di mia madre.
Le sirene delle auto della polizia che suonavano impazzite risposero per me. Indicai verso via Veneto e feci un cenno a dire che stavo scappando.
“Che hai combinato, stavolta? Vieni, entra, stavo andando via ma è meglio che aspettiamo un po’…dai, entra.”, detto questo mi spinse dentro il portone che si richiuse dietro le spalle e mi guidò verso l’ascensore, dove entrammo e vidi che lei spingeva il bottone del quarto piano.
Durante la salita ebbi modo di vedere e capire che mi trovavo all’interno di un palazzo di lusso, perfettamente consono alla zona in cui si trovava. La cosa che continuavo a non capire era cosa ci facesse la moglie di un operaio in quel contesto, oltretutto vestita così.
Quando Claudia aprì la porta di un appartamento, usciti dall’ascensore, mi trovai davanti due ragazze bellissime e seminude e cominciai a capire. Mi voltai verso la donna che mi fece segno di tacere e mi condusse in quella che doveva essere stata la cucina ed ora fungeva da salotto. Mi fece cenno di sedere, prese fiato a cominciò a parlare:”Allora, Giorgino caro, il destino ha voluto che tu scoprissi il mio piccolo segreto, quello che mi permette da molto tempo di condurre una vita agiata e senza problemi…..”
“Beh, questo non mi sembra proprio l’ufficio di una assicurazione…” feci io e mi rilassai sulla sedia.
“No, questa è una casa di appuntamenti, la mia casa di appuntamenti, quella cosa che una volta chiamavano bordelli ma, contrariamente a quelli, qui non trovi puttane da strapazzo, qui trovi solo impiegate, studentesse, madri di famiglia che, diciamo così, arrotondano le loro magre entrate, come me.” Il suo tono era secco e sbrigativo, sembrava mi stesse descrivendo una polizza auto.
“E tu? Che ruolo hai qui, anche tu…arrotondi?” chiesi.
“Ti ho detto che è la mia casa, qui comando io, io scelgo le ragazze, io le provo e le pago, io trovo i clienti, naturalmente tutti facoltosi, quasi tutti di fuori Roma, per evitare brutti incontri come il nostro ma….” dopo un attimo di esitazione riprese “in fondo sono contenta, ho sempre avuto un debole per te, con quella tua aria da falso intellettuale……devi essere un vero porco……lo sai che tua madre credeva che tu avessi dei problemi col sesso?”
“Mamma? Mamma sapeva quello che, sapeva di questo?” non potei esimermi dal chiederle
“Macchè, bacchettona com’era sai che du’ palle che m’avrebbe fatto…..no, stai tranquillo, lei era una santa….ed io il diavolo…ahahha…e dai, fatti una risata…” Prese un’aria da cospiratrice e mi chiese sottovoce:”Dimmi un po’, ma tu lo saprai tenere il segreto, adesso? E……ma tu l’hai mai fatto veramente?”
La guardai sorridendo, ormai a mio agio. Avevo perfettamente capito quello che intendeva e la soluzione che mi porgeva su un piatto d’argento….. e, dimenticata all’istante la ribellione armata, pensai che, forse, in quel posto, con quelle bellissime ragazze…avrei potuto sfogare i miei più bassi istinti, avrei potuto liberamente proporre e fare i miei giochi………e ne approfittai:”Quante volte mi avete preso in giro, tu e la mamma, quando mi dicevate che ero muto come un pesce? Come tengo i segreti io non li tiene nessuno ma………..sì, l’ho fatto veramente….qualche volta….perchè?” domandai da falso ingenuo.
Claudia rise di nuovo e mi rispose:”Stronzo! Che stronzo che sei! Bene, da oggi in poi avrai libero accesso nella mia casa e potrai divertirti con le mie ragazze che, almeno, qualche volta godranno delle prestazioni di un giovane ventenne e non di vecchi pelati e con la pancia…naturalmente quando e se avranno del tempo libero Confido sulla tua discrezione e pazienza….una telefonata e un mio si o un mio no, senza offesa…..vuoi cominciare oggi? Io stavo andando via e devo andare via ma Rossella e Mirella saranno contente di aver compagnia, per un po’”
“Ti ringrazio ma……….” presi coraggio e la sparai:”ma se a me piacesse fare dei giochi un po’….strani….l’invito varrebbe lo stesso?”
“Giochi strani? Questo è il regno dei giochi strani, amore mio……..tutto è permesso meno che la violenza pura. Le ragazze la sera devono tornare a casa e non possono portare segni…..tu sei violento?” mi chiese seria
“Non nel senso letterale della parola……mi piace, mi piacerebbe fare l’amore con una ragazza………..” non trovavo la forza di pronunciare la parola “diciamo….un po’ sottomessa…”
“Ti piace legare le donne? E credi di essere l’unico? Guarda qui” così dicendo Claudia aprì lo sportello dell’armadio dove, appese alla sbarra orizzontale poggia abiti, facevano bella mostra di sé una serie di corde di tutte le dimensioni. Probabilmente vide la mia sorpresa, mi sorrise e chiamò le due ragazze che entrarono silenziose e si misero fianco a fianco davanti a me.
“Ragazze, questo è un mio figlioccio, lo chiameremo Massimo.” poi si rivolse a me “qui nessuno usa il vero nome, solo io….Massimo è libero di fare quello che vuole, con voi e per voi, nel vostro tempo libero….ed oggi ne avete di tempo libero con quel maledetto corteo che ha bloccato tutto….” Mi guardò, mi fece l’occhietto e:”io me ne vado, quando avrete finito con lui chiudete tutto e ci vediamo domani.” Detto questo mi diede un bacio su una guancia, si girò e prima di uscire, si rivolse di nuovo alle ragazze indicando l’armadio dicendo:”Ho detto tutto, è il padrone, chiaro?” e se ne andò.
Rimasti soli, guardai le due ragazze. Erano veramente belle e si vedeva chiaramente che erano due giovani studentesse come tante. Avranno avuto, al massimo, una ventina d’anni, Mirella era mora, un viso ovale illuminato da due splendidi occhi blù, non molto alta ma con un corpo perfetto, Rossella invece aveva i capelli di un biondo rossiccio, era alta e slanciata ed il suo viso duro, dalla mascella volitiva e dal naso un po’ pronunciato, era addolcito da due occhi verdi come smeraldi.
Anche loro guardavano me e sembrava che gli piacesse quello che vedevano, un robusto ventenne o poco più, con i capelli castano chiari più lunghi del normale, un viso rotondo con due occhi castano verde chiaro, due baffoni alla mongola, la fossetta sul mento, un sorriso tra il timido e lo sfrontato.
Fu Rossella a prendere l’iniziativa ed il comando delle operazioni, si girò verso l’armadio, prese un mucchio di corde a caso e ci fece strada verso una camera da letto dove faceva bella mostra di sé un gigantesco letto a tre piazze, in un secondo si spogliò gettando a terra il minuscolo babydoll che la ricopriva, fece segno di fare la stessa cosa a Mirella e mi chiese:”Claudia ha detto che sei il padrone, comanda e noi ti ubbidiremo” il tono era chiaramente ironico, sarcastico, non mi piacque per niente, ricacciai indietro l’imbarazzo che mi riempiva davanti a quelle due belle ragazze nude, presi fiato e parlai:”Non mi piace questo tono, ma sono qui per divertirmi e, se volete, per farvi divertire….non sono e non mi sento il vostro padrone….mi piace solo giocare…..agli indiani e cowboy…….quindi adesso io vi rapirò e……” Anticipando qualunque domanda, dissi a Mirella:”E visto che la nostra cara Rossella vuole fare l’ironica e la donna saputa, adesso tu la legherai per bene, avanti! Stenditi sul letto a faccia in giù.” ordinai rivolto a Rossella.
Mirella prese una corda e fece, quasi timida:”E’ sempre stato il mio sogno quello di potermi divertire con questa….con questa…..stronza….ma come devo fare, non ho mai legato nessuno”
“Ti dirò io come fare, non ti preoccupare, comincia con l’incrociarle i polsi dietro la schiena e fai fare due o tre giri attorno alla corda, stringendo, naturalmente.”
Mirella eseguì con impegno, stringendo anche troppo, da strappare un gemito alla ragazza, poi proseguì, eseguendo alla lettera le mie istruzioni: incrociò la corda e avvolse i polsi anche in senso verticale, legò le caviglie, ripiegò le gambe e con un terzo pezzo di corda unì le mani e le caviglie. Non contenta, si guardò intorno e prese un foulard nero che usò per bendarla.
“Ben fatto?” chiese con aria soddisfatta mentre Rossella pronunciava a bassa voce parole non comprensibili.
Era la prima volta che vedevo legare una donna da un’altra donna ed ero eccitatissimo ma volevo prolungare il gioco il più a lungo possibile:”Che ne dici di un bel bavaglio, visto che ci disturba?” dissi. “Giusto!” fece lei e arrotolò un altro foulard passandolo tra i denti della ragazza e annodandolo stretto dietro la testa. Fatto questo, si rialzò e si mise sull’attenti di fronte a me, così, nuda e disponibile.
“Brava, meriti un premio” le dissi, le presi le mani e l’attirai verso di me, abbracciandola e baciandola. Mirella ricambiò il bacio e prese l’iniziativa iniziando a spogliarmi e dicendomi sottovoce:”Sono tutta bagnata, mi piacciono questi giochi…..” Allungai la mano tra le sue gambe e potei sentire che era veramente bagnata, eccitata, cosa che mi mandò completamente in tilt.
Incuranti di Rossella che mugolava attraverso il bavaglio e si contorceva, ci buttammo sul letto e facemmo l’amore in maniera brutale, violenta, con un orgasmo simultaneo e meraviglioso,. Durante il nostro amplesso Rossella si era fermata, ci aveva girato le spalle ed io avevo avuto tutto il tempo le sue mani legate davanti agli occhi.
Dopo qualche minuto Mirella si alzò, accese una sigaretta, me la porse e, indicando Rossella, mi chiese:”E adesso, che ne facciamo, la posso torturare? La troia si è eccitata, sai, io la conosco bene…..” e per darmi conferma mi prese la mano e la portò verso la fica esposta della ragazza, dove le mia dita affogarono nei suoi umori. Le accarezzai lentamente il clitoride per qualche secondo, cosa che lei accettò senza muoversi e mi venne un’idea: così dissi a Mirella:”Però non è giusto che tu sia privata di un godimento come quello di Rossella, prendi la corda e stenditi, ora tocca a te…….perchè chi tortura qui sono io e non tu…….”
Dopo cinque minuti erano tutte e due ben incaprettate, bendate ed imbavagliate, bocconi sul letto……..a mia disposizione. Passai l’ora successiva a baciare ed accarezzare quei due magnifici corpi, centimetro per centimetro, eccitandomi ed eccitandole sempre di più. Ad un certo punto sciolsi le corde che univano mani e piedi, sciolsi loro le caviglie e tolsi i bavagli, baciandole a turno con piacere reciproco, a giudicare dai mugolii e dai movimenti che facevano. Mi divertii ad accostare le loro bocche e loro si baciarono con passione, lingua a lingua. Allora mi abbassai alternativamente tra le gambe di Rossella e quelle di Mirella, mentre leccavo una, penetravo l’altra con le dita, immerso in un lago di umori, capii dai loro movimenti convulsi quando godettero. Solo allora, soddisfatto, mi rilassai supino sul letto, accesi un’altra sigaretta e diedi due piccole sculacciate su quei due bei sederini che facevano bella mostra di sé davanti ai miei occhi, con le loro belle mani ancora strettamente legate.
Fu Rossella la prima a muoversi, si contorse fino a quando non riuscì a girarsi verso di me, con la sua testa all’altezza delle mie spalle. La vidi sorridere sotto la benda che le copriva gli occhi e la sentii dire, con voce bassa e rauca:”Grazie…….mai provato qualcosa di più bello……adesso tocca a me……”. Abbassò la testa e prese a baciarmi sulla spalla, sul petto, succhiò i miei capezzoli, come io avevo fatto con lei, scendendo dall’alto verso il basso. Nello stesso tempo anche Mirella si era girata e si era trovata con la testa sulle mie ginocchia e, sentendo le parole dell’amica, disse:”bello…..bello…..bellissimo…..anche a me, tocca anche a me…..” e prese a baciarmi e leccarmi salendo dal basso verso l’alto. Divertito ed eccitato le sentii e le vidi incontrarsi proprio davanti al mio membro tremendamente eretto, le loro bocche lo toccarono simultaneamente e si urtarono tra di loro, soffermandosi a scambiarsi un altro lungo bacio. Io mi ritrassi e loro, staccatisi, seguirono le mie vibrazioni, lo raggiunsero ancora e, a turno, lo inghiottirono e lo leccarono fino alla mia eiaculazione, quando si accapigliarono per bere il mio sperma caldo.
Quella sera invitai a cena le due ragazze, mi raccontarono la loro storia, studentesse fuori sede da Taranto, vivevano insieme ed arrotondavano le magre entrate da Claudia, la solita storia, ed io raccontai loro la mia, esaltarono le mie capacità amatorie e la mie fantasie, i miei giochini, mi confessarono che era veramente la prima volta che godevano dentro la casa e che avrebbero ripetuto volentieri la cosa ogni volta che volevo. Passammo una serata in amicizia, andammo anche a ballare e poi, quando fermai la macchina sotto la loro abitazione, al momento dei saluti, mi fecero giurare il silenzio e mi spiegarono le regole di Claudia che proibivano qualsiasi contatto con i clienti all’esterno della casa:”Ma, in questo caso….…” disse Mirella, mentre Rossella annuiva convinta:”tu non sei un cliente, sei un suo figlioccio, un nostro amico e coetaneo, comunque noi non tradiremo mai un amico e pure tu, vero, non tradirai mai due amiche come noi……Sali?”
La conclusione secca e decisa della frase mi fece capire che quel pomeriggio avevo aperto il mio vaso di Pandora. Chiesi solo se avevano un telefono e se potevo avvisare mio padre che avrei passato la notte fuori. Al loro assenso, tolsi le chiavi dal cruscotto e scesi dall’auto, prima che ci ripensassero.
Diventammo veramente amici, noi tre e, di nascosto da Claudia, naturalmente, portammo avanti un bel rapporto a tre per quasi un anno, fino a quando finì l’anno universitario e loro rientrarono a Taranto.
Per i tre anni che passarono da quel momento fino alla mia partenza da Roma, la casa di Claudia fu la meta preferita dei miei raid pomeridiani. Diventai il primo collaudatore delle sue ragazze e fu lì che mi convinsi che i miei comportamenti non erano poi così perversi, anzi erano richiestissimi da quasi tutte le ragazze dopo la prima volta, così come poi è successo con tutte le donne della mia vita con le quali ho condiviso quei giochi. Il novanta per cento di loro, la seconda volta che ci trovavamo dentro un letto, mi chiedevano e mi chiedono:”Stasera non mi leghi?”

(continua)

Monday, July 4th 2011 - 04:24:02 PM
    
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Una storia di: Miles Hendon

Caro Bondager48, la tua testimonianza è molto appassionante e sincera. Sinceramente non pensavo che i post avessero un limite di lunghezza, ti chiederei di postare il seguito quanto prima.

Grazie

Saturday, July 2nd 2011 - 09:13:52 PM
    
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Una storia di: Errol F.

Laura era stata senza dubbio un’ottima allieva. I miei polsi, dietro lo schienale, erano comodamente avvinti da nodi che non sarei mai riuscito a disfare da solo. Mi aveva legato anche le caviglie e le gambe all’altezza delle ginocchia, e si accingeva a strizzare il busto, cosa che attendevo con particolare piacere. Di solito mi piaceva essere imbavagliato sin dall’inizio, in modo da prolungare il più possibile il perverso piacere di non potermi esprimere e di non poter guidare il gioco.
Quella volta, però, avevo ancora la bocca libera.
- Va bene così? – disse lei, serrando un primo giro all’altezza del petto. Avrei voluto che fosse almeno due volte più stretto di così, e per tutta risposta dissi: - Dacci dentro, dai…
Sorrise poco convinta, poi si puntellò mettendo in piedino nudo sulle mie ginocchia legate, e tirò con forza. Sentii la corda affondare nei muscoli delle braccia, e come sempre provai una piacevole scossa elettrica al centro dello stomaco nel sentire che un altro poco della mia forza veniva saldamente contenuta e imprigionata. Cercai i suoi occhi, che in quel momento avrei voluto fissi nei miei, ma era ancora troppo intenta a tirare la fune avvolgendosela intorno alla mano. Era bellissima, fresca di doccia, con i capelli ancora bagnati e la pelle arrossata dall’acqua calda.
Chiusi gli occhi e immaginai che lei minacciasse di tenermi lì legato per sempre.
Annodò il primo giro per assicurarne la tensione, ma prima di avvolgere tutto il resto della corda, si fermò perplessa.
- Sei sicuro che non sia troppo stretto? – mi disse.
Cercai di dire a me stesso che lo chiedeva solo per il mio bene, ma continuavo a trovare irritante quella premura in un momento simile. Avrei voluto che mi sorridesse sadica e beffarda, avrei voluto che mi guardasse minacciosa negli occhi, che mi suggerisse con lo sguardo che eravamo appena all’inizio e che aveva in serbo per me chissà quali altri tormenti. Invece ogni cinque minuti usciva dal suo personaggio e mi domandava se fosse tutto a posto.
Se avessi avuto il bavaglio, niente di quel che segue sarebbe successo.
- Senti, piccola…
- Cosa c’è – mi chiese. Avrei dovuto fare caso alla nota di irritazione nella sua voce.
- Forse potresti smetterla di chiedermelo ogni cinque minuti, vuoi?
- Cosa vuoi dire, non ti piace? – fece lei, mettendo le braccia conserte. La camicia che indossava si sollevò leggermente e solo allora mi accorsi che indossava le mutandine. Era un altro piccolo dettaglio irritante. Amavo che non le portasse, specialmente sotto una mia camicia, e specialmente quando toccava a lei fare la cattiva. Intravedere il pelo scuro tra le sue gambe mi eccitava moltissimo.
- Hai le mutandine – dissi, sorridendo. Voleva essere un modo per fare pace. – Graziose davvero.
- Non prendermi in giro. Stanno per venirmi le mie cose. Stavi dicendo?
- Ma niente, amore. Solo che sarebbe d’aiuto se ogni cinque minuti non mi chiedessi se è tutto a posto. Insomma… se mi avessi rapito ti interesserebbe immobilizzarmi, non…
- Senti, vuoi sapere la verità?
- Come? – dissi, sorpreso dal suo tono inequivocabilmente freddo.
- Sei un maledetto rompicoglioni.
- Andiamo.
- Non ti sta mai bene niente, invece di apprezzare i miei sforzi per assecondare le tue fantasie…
- D’accordo, d’accordo… - dissi. Mi agitai un poco. Ad un tratto mi sentivo molto in imbarazzo a condurre una conversazione così legato.
- Col caldo che fa, mi costringi a star qui a fare io tutto il lavoro, io così non mi diverto, se proprio lo vuoi sapere…
- Ma… - Mi sentivo ferito. Non solo non stavamo più giocando alla carceriera cattiva e al prigioniero umiliato, ma chissà come eravamo finiti a litigare ed io ero costretto a subire il suo disappunto in quella mia condizione di completa vulnerabilità. Parlo di vulnerabilità psicologica, naturalmente. Legarsi era una cosa che atteneva alla nostra sfera più intima e tirava fuori il mio lato più nascosto e fragile.
- Senti, finiamola qui, per oggi. – disse, riavviandosi i capelli con due mani.
- Ma che dici, andiamo. Dai, slegami e facciamo la pace.
- Slegati da solo! – disse, quasi gridando. Poi se ne andò in bagno sbattendo la porta.
Avevo voglia di sprofondare. Mi sarei dovuto chiedere dove avessi sbagliato, invece non riuscivo a pensare ad altro se non al fatto che era stato terribilmente umiliante discutere con lei mentre ero legato alla sedia. E rimasto solo non riuscivo a non sentirmi un perfetto coglione. Forzai le corde dei polsi, deciso a liberarmi e ad andare da lei per chiarire tutto, ma i nodi non cedevano, e quell’ultimo giro di corda strettissimo attorno al petto rendeva doloroso ogni contorcimento.
- Laura – chiamai, ignorando l’orgoglio. – Laura, per favore…
Non mi rispose, ma prima o poi sarebbe dovuta uscire dal bagno.
Chiusi gli occhi, cercando di dissipare quel senso di inadeguatezza e di imbarazzo ricorrendo a qualche fantasia veloce. Quante volte avevo fantasticato su una situazione del genere: legato da una ragazza capricciosa e arrabbiata, che dopo avermi impacchettato mi lasciava solo, tornando a slegarmi solo quando avesse fatto comodo a lei?
Niente da fare… la realtà e la fantasia continuavano a non voler collaborare.
- Laura! – dissi, ancora più irritato.
Sentii scrosciare lo sciacquone, poi subito dopo l’acqua della doccia. E va bene, pensai. Vuoi farmi aspettare qui a tempo indeterminato. Benissimo, giochiamo allora. E se prima stavi fingendo, amore mio, cazzo, sembravi proprio vera.
Aspettai. Quanto poteva mai durare una doccia?

- Laaauraaa – canticchiai. Si stava truccando. Mi dava le spalle ma la vedevo riflessa nell’ampio specchio della consolle. E non mi guardava. Aveva indossato i suoi jeans corti e gli stivaletti, era davvero sexy. Starla a guardare mentre mi ignorava, osservare i suoi gesti un poco stizziti, mi stava facendo tornare l’allegria del gioco. – Amore mio, hai intenzione di non parlarmi per tutta la sera? – dissi. Mi indisponeva non sapere se stessimo ancora giocando o se fosse ancora arrabbiata con me. Anche perché starla a guardare mentre girava nuda per la casa in cerca dei suoi vestiti mi aveva fatto venire la voglia pura e semplice di fare l’amore.
Provai a fare l’arrabbiato: - Guarda che non mi diverto più!
- Benvenuto! – disse lei per tutta risposta.
- Senti, ma mi vuoi slegare o no, porca misera!
- Non lo hai ancora capito? I giochi sono finiti. – Si avviò verso la porta. Stavo rientrando mio malgrado nel mio ruolo di vittima. I jeans corti e gli stivaletti le davano un aria sexy che ben si abbinava col suo tono fermo e l’espressione imbronciata. Dominatrice, pensai. Mi resi conto che stava per andarsene e se la cosa da un lato mi eccitava, dall’altro…
- Hey, non vorrai lasciarmi da solo, spero.
- Perché?
- Bhè, imbavagliami, almeno! – scherzai. Ma lei non rise, anzi, scosse la testa e non si mosse.
- Che differenza fa, se resti solo o meno?
- Che vuoi dire?
Si attardò sulla porta a cercare qualcosa nella borsa.
- Era meglio quando eri tu a legare me, almeno ci facevo delle gran belle scopate.
- Non ti capisco.
- E’ quello che dico anche io. – concluse. Dalla borsa aveva tirato fuori un mazzo di chiavi. La vidi armeggiare mentre ne sganciava due dagli anelli.
Sembrò sul punto di dire qualcosa, poi scosse di nuovo la testa e lasciò cadere le chiavi sul pavimento. Erano le chiavi di casa, la sua copia.
E senza salutare uscì. Così, semplicemente. La porta si chiuse dietro di lei, e chissà perché mi sembrò una cosa terribile e definitiva, come il coperchio di una bara.
- Laura… - dissi.
Poi il rombo del motore della sua auto, sul vialetto di ghiaia. Oh, merda. Pensai.
Ci vollero due ore perché mi arrendessi all’evidenza. Non sarebbe tornata.
Piansi, ancora legato mani e piedi alla sedia. Piansi per il fatto d’averla persa, poi continuai a piangere per il fatto di non riuscire a liberarmi. Poi mi calmai. Non ero imbavagliato, avrei potuto chiamare aiuto e…
Ma chi avrebbe mai potuto sentirmi, in quella casa in aperta campagna?
Metodicamente, ostinatamente, ripresi a lottare contro i nodi, incapace di fermare altre lacrime.

Saturday, July 2nd 2011 - 02:40:52 PM
    
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Una storia di: bondager48

PRIMA PARTE

La vita di un uomo può essere indirizzata da alcuni avvenimenti che accadono durante la sua infanzia. Questa storia è vera e riporta fedelmente tutti i fatti che hanno segnato la mia vita privata e segreta, generando un uomo con due o più facce, convinto per anni di essere nell’illecito e quindi di dover nascondere il suo vero essere, i suoi veri desideri. Desideri che gli altri, a priori, definivano perversioni e che, di conseguenza, non rientravano nella morale comune.
La decisione di procedere in due vite parallele dove esprimevo gusti e desideri opposti è partita dalla sfera sessuale per poi allargarsi a tutti gli altri campi, dal lavoro all’amore ai rapporti con le terze persone. Devo dire che sono stato bravo, molto bravo, a tenere divise le cose ma a portarmele sempre con me, esibendo le due facce facendone figurare una sola. E’ complicato da spiegare ma cercherò di farlo raccontando i fatti che, come dicevo, mi hanno identificato per la morale comune come un pervertito sessuale, un maniaco e che invece, nella realtà, mi hanno portato ad essere conosciuto e ricercato tra le donne che hanno condiviso con me queste esperienze come un grande amatore, uno dei pochi uomini che privilegia il godimento femminile al suo. Un ipotetico maniaco sadico che, invece, è sempre stato al servizio delle donne da buon masochista, riservando però per sé un piacere che, prima di diventare fisico, ha riempito la mia vita dei ricordi non delle grida di dolore delle vittime del maniaco ma dei loro lamenti orgasmici.
Tutto cominciò quando ero un bambino di circa 5 anni e qualche volta passavo i miei pomeriggi nella casa al piano di sopra, dove vivevano due fratelli, molto più grandi di me che però accettavano di buon grado di passare del tempo a sorvegliare un bambino vivace e curioso.
Ricordi confusi e cancellati dal tempo o magari nascosti dalla convinzione di essere stato cattivo, così come cercò di spiegarmi la mamma quando, un giorno, mi ordinò di non andare più da Luciano e Norberto, per non disturbarli durante i loro studi. Ricordi confusi, cancellati e nascosti ma che riemergono invece molto chiari quando, in un flashback, all’improvviso appaiono ai miei occhi due scene che si ripetevano quotidianamente e che mi divertivano tanto.
Ecco allora che vedo quel bambino dare a Luciano uno spago e girarsi porgendogli i polsi incrociati dietro la schiena per essere legato, come gli eroi dei suoi sogni, fatti prigionieri e torturati dagli indiani, lo vedo sdraiarsi a terra perché gli fossero legati anche i piedi e lo sento muoversi e contorcersi nel vano tentativo di liberarsi. Il gioco è divertente, con il ragazzino per terra ed il ragazzo più grande, 14, 15 anni, a ridere di lui ed a dirgli che, se vuole essere liberato, lui sa cosa deve fare. Tutte le volte finiva così, proprio così, la scena ora è chiara nella mia mente, i ricordi affiorano vivi e sento ancora tra le mani legate dietro la schiena la durezza del suo pene che avevo estratto io stesso dai suoi pantaloni aperti. Non è un ricordo spiacevole perché non era un gioco spiacevole, anzi mi piaceva e come, così come aspettavo con ansia che Luciano mi prendesse per le spalle, mi girasse verso di lui e avvicinasse quel coso alla mia bocca ed io lo inghiottivo e lo leccavo quel coso duro, anche se non mi piaceva tanto, con quel sapore acidulo ma sapevo che alla fine, quando mi sarebbe arrivato in gola uno schizzo salato, sarei stato premiato con un bicchiere di coca cola, bevanda che mi piaceva tanto.
In questa posizione ci trovò un giorno la mamma di Luciano e Norberto. Non so cosa sia successo a loro, so che, come ho detto, da quel giorno mi furono proibiti quei pomeriggi così divertenti, quindi, a smentire tutte le varie tesi psicologiche in uso, nessuno shock, nessuna violenza, niente da non poter ricordare, una cosa cancellata e nascosta dal tempo nella memoria di un bambino di circa 5 anni che, però, ha segnato ed indirizzato la mia vita, da quel momento in poi, rendendomi diverso dalla massa. No, non sono diventato omosessuale, grazie a Dio non sono stato toccato né traumatizzato solo che, molti anni più tardi, quando capii che cosa era realmente successo in quei pomeriggi, affinai quella tecnica usata da Luciano rigirandola a mio favore, e, una volta, quei giochini li feci con una bella ragazza di 18 anni, si chiamava Anna Maria ed era la figlia di quel Luciano caro. Bella vendetta, eh?
Una cosa cancellata e nascosta ma non venne cancellato e nascosto il mio desiderio di ripetere il mio gioco preferito, indiani e cowboy, ogni volta che se ne presentava l’occasione e per questo i miei ricordi sono vivi e chiari, ancora oggi. A quell’epoca ero un appassionato lettore di giornalini per ragazzi ma, contrariamente alla maggior parte di quello che facevano i miei compagnucci che si beavano tra le pagine di Topolino, Paperino e bella compagnia, io costringevo mia madre a comprare i vari Tex Willer, Mandrake, Tarzan e state pur sicuri che, in ogni puntata, ci trovavo qualcuno o qualcuna bel legato o legata ed ero preso da una strana eccitazione, che ancora non potevo capire ma che mi piaceva tanto.
Qualche anno dopo, in quarta o quinta elementare, ero un ragazzino solitario non per scelta ma perché figlio unico e tanto timido ed introverso da non saper stringere amicizia con i compagni di scuola delle elementari, salvo che con Gianfranco, con il quale passavo qualche pomeriggio facendo i compiti e giocando un pò all’ora della merenda. Sempre appassionato di storie avventurose, cercavo di coinvolgere il mio amico in quello che era rimasto il mio gioco preferito, armato del mio inseparabile winchester a proiettili di gomma, regalo di zio Claudio, lo inseguivo o venivo inseguito, gli sparavo o mi sparava con la sua pistola, tutto bello ma non riuscivo a convincerlo a legarmi o a farsi legare per completare la scena dell’eroe che si libera e trionfa. La mia mente si scervellava per trovare un sistema perché quella parte del gioco era per me essenziale, il divertimento non era completo, allora era meglio quando giocavo da solo, mi legavo da solo e mi contorcevo sul pavimento tentando di liberarmi, anche se non ero legato veramente.
Un giorno, finalmente, non so come, lo convinsi e lui accettò di giocare agli indiani ma volle avere la parte dell’indiano cattivo, quindi io dovevo essere il prigioniero. Mi promise che, se fossi riuscito a liberarmi, avremmo invertito le parti ma tanto era sicuro che mai e poi mai mi sarei liberato dalle corde. Così disse. Mi prese prigioniero, mi fece sedere su una sedia e mi legò quindi i polsi dietro la schiena, allo schienale della sedia stessa, lasciando però le mani staccate, non incrociate. Fu veramente un gioco da ragazzi (sic!) liberarmi in pochissimo tempo, senza neanche divertirmi un po’, avendo tutta la possibilità di sciogliere i nodi con una delle due mani.
Rispettò il suo impegno ed allora fui io a legarlo per bene, proprio come mi legava Luciano e come avevo imparato io per legarmi da solo. Lo feci sdraiare per terra, gli incrociai i polsi dietro la schiena e girai la corda più volte, a croce, prima in un senso e poi nell’altro, feci un bel nodo e passai ai piedi. Fatto questo mi rialzai e guardai la mia opera e quello che vidi mi piacque proprio: quelle due mani con i bianchi palmi di bambino rivolti in alto, unite e strette dalla corda, erano uno spettacolo che mi piaceva, mi eccitava, mi gratificava. Era la prima volta che legavo qualcuno.
Anche a Gianfranco piacque quel gioco, alla fine, e da quel giorno lo ripetemmo spesso, con reciproco divertimento, alternandoci nei ruoli di vittima e carnefice, mentre io continuavo nei miei giochi solitari.
All’epoca le classi elementari erano severamente divise e maschi e femmine facevano vite diverse e separate, quindi i rapporti con l’altro sesso non esistevano. L’unica femmina che conoscevo e frequentavo si chiamava Anna, mia coetanea, figlia di un collega di mio padre con la quale. ero cresciuto insieme ma che non mi era mai piaciuta, anzi mi raccontavano che, da piccoli, non facevo altro che morderla e picchiarla ogni volta che mi si avvicinava. Quindi, non rientrava mai nelle mie fantasie anche se una volta ricordo che le legai le mani con un fazzoletto dal quale lei si liberò subito prendendomi in giro e vantandosi di quanto era stata brava.
Anna fù però l’artefice e la complice che mi permise di allargare i miei giochi con qualcuno dell’altro sesso, un pomeriggio a casa mia e con una ragazza più grande, grande quasi quanto le mie eroine e per questo merita un racconto particolareggiato. Questa ragazza era Grazia, la cugina grande, forse 13, 14 anni, della mia coetanea con cui, un giorno, Anna arrivò accompagnata per una visita di cortesia e, mentre le nostre madri chiacchieravano in cucina, noi ci trasferimmo nel grande terrazzo che circondava casa. Anche se non me la ricordo, sono sicuro che per me era bella, Grazia, con lunghi capelli neri ed un corpo alto e flessuoso che si evidenziava sotto il leggero vestitino di cotone estivo, molto più alta di noi. Non so per quale miracolo, mentre eravamo sommersi dalla noia, Anna raccontò a Grazia proprio di quella volta che avevo provato a legarla e lei si era liberata subito! Timido, solitario e taciturno ma non stupido, presi l’occasione al balzo e, rosso come un peperone, dissi che quella volta avevo scherzato e che, se l’avessi legata sul serio, non si sarebbe mai liberata. Lei ribattè piccata che anche lei sarebbe stata capace di legarmi così stretto da farmi male. Non credetti alle mie orecchie quando sentii dire a Grazia che, se volevamo, poteva fare da arbitro tra di noi e giudicare chi era più bravo a legare l’altro. In quel momento scattò la molla congenita che, anche in futuro, mi avrebbe consentito di poter introdurre i miei giochini: sempre più rosso proposi che noi due avremmo legato lei, a turno, così poteva giudicare meglio chi era più bravo. Rise ed accettò. Eccitatissimo, corsi in casa alla ricerca di un lungo pezzo di spago che usavo spesso su di me e che nascondevo nella mia cameretta. Quando stavo per entrare in terrazza sentii le due ragazze bisbigliare e allora spiai, mettendomi all’ascolto dietro la finestra. Grazia stava dicendo ad Anna che avrebbe fatto finta di non riuscire a sciogliersi quando fosse stata legata dalla cugina e che, al contrario, si sarebbe liberata subito quando sarebbe stato il mio turno. Ricordo perfettamente il ghigno sardonico che mi si formò sulle labbra ascoltandole e come entrai subito nel personaggio del cattivo. Volete barare? E così sia. Facendo rumore, mi feci sentire e rientrai in scena; da cavaliere concessi ad Anna il primo turno e sorrisi tra me vedendo il suo patetico tentativo di legare la cugina. Commisero tutte e due degli errori clamorosi. Il più grave fu che Anna le legò le mani davanti. Le mani vanno sempre rigorosamente legate dietro la schiena. Il secondo errore fu che la legatura era talmente lenta che si sarebbe liberato anche un neonato. Il terzo ed ultimo fu non ridere davanti agli sforzi che Grazia fingeva di fare per liberarsi. Dopo qualche minuto di quella farsa, decisi di intervenire e dissi che non avrei continuato a giocare perché era chiaro che loro stavano bluffando e si stavano prendendo gioco di me. Con la faccia offesa, liberai in un secondo le mani non legate di Grazia e feci per rientrare in casa ma questa mi fermò, mi chiese scusa e tutte e due mi invitarono a continuare la gara, porgendomi lo spago. Il solito congenito intuito mi illuminò e tutto d’un fiato posi una condizione: avrei continuato a giocare se potevo legarle tutte e due. Accettarono all’unisono ma minacciarono di torturarmi quando si fossero liberate. In tutti i casi avrei partecipato in fase attiva al mio gioco preferito. E vai.
E’ difficile capire come un bambino di 8 o 9 anni possa aver ben chiaro in testa come immobilizzare due persone insieme eppure io lo avevo e lo feci. Come? Semplice. Con velocità staccai dal muro della terrazza il filo di plastica per stendere i panni, feci mettere le due faccia a faccia (Anna, più piccola, arrivava giusta giusta al seno della cugina) e lo usai per legarle per la vita, strette, molto strette, facendo molti giri. Poi passai alle mani dietro la schiena, prima quelle di Anna, con la quale, devo confessare, fui tollerante e non strinsi tanto, e poi quelle di Grazia, per la quale usai tutta la mia bravura e cattiveria, strappandole anche qualche ahio mentre stringevo i nodi.
Che spettacolo, non l’ho mai dimenticato, è ancora vivido il ricordo delle mani e dei palmi di Grazia, bianco rosei, che non potevano muoversi, delle sue unghie lunghe già da signorinetta che raspavano inutilmente la corda in cerca di qualche appiglio per sciogliere i nodi. Ricordo, però, che purtroppo il gioco durò poco perché la mia tolleranza verso Anna le consentì di liberarsi presto, molto presto, troppo presto e, anche se passò del tempo prima che riuscisse ad allentare la corda che legava le mani di Grazia passando le sue dietro di lei, fu sempre molto poco. Io intanto continuavo a fissare come ipnotizzato le mani di Grazia, sentendo crescere dentro di me una sensazione sconosciuta, un tremore, un fulmine che percorreva il mio corpo dalla testa per dirigersi veloce verso….. il mio pisellino. Era la mia prima scarica di adrenalina con pulsioni sessuali ma io ancora non lo sapevo, non lo capivo.
Ora sarebbe toccato a me subire la loro vendetta ma le voci delle nostre madri interruppero il gioco, dovevano andare via. Nel salutarmi compitamente e chinandosi per darmi un bacetto sulla guancia, Grazia mi appoggiò il suo seno acerbo in faccia e mi sussurrò:”la prossima volta te la farò pagare cara, anche se devo dire che sei stato proprio bravo, mi è piaciuto ‘sto gioco…..smach! bravo”. Non la rividi più ma quello fù il primo complimento che ricevetti per la mia bravura di legatore. Ancora non capivo, non sapevo, ma ero felice come una Pasqua.
Gli avvenimenti si succedono e, così come alcuni si nascondono alla nostra memoria, altri restano invece vividi. Non ricordo altri episodi di quel periodo, fatto salvo quello a causa del quale ebbi la mia prima eiaculazione, cosa che mi provocò un grande spavento, il perché lo spiegherò dopo. Dunque, era estate, avevo appena fatto gli esami di quinta e passavo le giornate in spiaggia, con la mia mamma e con qualche parente che, come tutti gli anni, veniva a passare le vacanze nella nostra grande casa. Quella volta era il turno della parte nobile ed illustre della famiglia, due cugini di mia madre, lui dirigente di una qualche grossa società, lei professoressa di liceo. Le loro due figlie, mie cugine di quarto grado, quindi perfette estranee ad ogni legame parentale, erano Silvia ed Ornella, la prima sui 18 anni, piccolina e bellissima, la seconda all’incirca della mia età, 10 anni, ma già più alta della sorella, non brutta ma tanto caciarona e maschiaccio quanto l’altra era fine e femminile.
Era molto tempo che non avevo compagni per i miei giochini, distratto dallo studio e dal gioco del calcio che cominciava ad appassionarmi, anche se continuavo a non perdermi un numero dei miei fumetti preferiti e tutti i film sugli antichi romani, sui pirati e sugli indiani nei quali, invariabilmente, trovavo le scene che volevo, con qualche ragazza rapita e legata.
Un pomeriggio, proprio mentre leggevano qualcuno dei miei fumetti, mollemente allungate su una sdraia e vestite solo di un ridottissimo bikini (per quell’epoca era uno scandalo, per i vecchi, non per me…cominciavano a piacermi quelle cose…) Ornella scoppiò a ridere e, rivolta alla sorella, disse:”Silvia, guarda qui, c’è una scena identica a quella scommessa che abbiamo fatto quest’inverno, ti ricordi che risate?”. Mentre Silvia allungava la sua morbida manina a prendere il giornalino, il mio solito intuito congenito mi fece rizzare le orecchie e, continuando a leggere indifferente, scoprii che la scommessa riguardava proprio la possibilità di liberarsi dalle corde, che l’aveva vinta Ornella e, udite udite, che sarebbe stato divertente ripeterla in quel momento, magari coinvolgendo il “nostro” taciturno cuginetto…..Fu così che in cinque minuti io e Silvia fummo legati mani e piedi da Ornella, che aveva innato il senso del comando. Il bello era che eravamo stati legati faccia a faccia sulla sdraio ed i nostri corpi si trovavano proprio vicini vicini e la mia parte anteriore aderiva perfettamente a quella di Silvia, il suo petto si strofinava sul mio e le sue gambe si attaccavano alle mie nello sforzo di liberarsi. Avete presente il fulmine che l’altra volta mi aveva attraversato il corpo? Stavolta centrò perfettamente il bersaglio, il mio pisellino che, però, in dieci secondi diventò un pisellone. Completamente a digiuno di educazione sessuale, che a quel tempo era inusuale per un bambino di una decina d’anni, mi spaventai tantissimo e, non sapendo cosa stava succedendo ma capendo che mi dovevo togliere da quella situazione, rotolai giù dalla sdraia a faccia in giù, per nascondere quel bozzo che rischiava di sfondare i calzoncini. Le mie adorate cuginette, evidentemente più educate sessualmente di me, videro e capirono, scoppiarono a ridere a crepapelle e continuarono a guardarmi sfacciatamente. All’improvviso, mentre facevo su e giù per liberarmi, strusciando violentemente a terra il ventre, me la feci addosso, ovvero non me la feci addosso ma il mio pisellone schizzò fuori una gran quantità di liquido che lì per lì scambiai per pipì ma non era pipì, insomma avete capito dove, come e quando arrivò la mia prima eiaculazione. Dopo 10 secondi liberai le mani, mi sciolsi velocemente i piedi e sempre più impaurito scappai in bagno per vedere cos’era successo e se stavo per morire: quello schizzo mi aveva spaventato ma mi era proprio piaciuto da morire, ancora tremavo per l’eccitazione.
Non ricordo chi mi mise al corrente di quello che era successo e nemmeno quando, so solo che riprovai quella sensazione tante volte, sdraiato a faccia in giù, mani falsamente legate da me stesso, chiudendo gli occhi, strusciando violentemente ed eiaculando copiosamente. Dopo, molto dopo, scoprii la vera masturbazione ma quel sistema mi piaceva veramente tanto.


Il tempo passava ed io crescevo, finii le elementari e passai alle medie, dai Pallottini, tutte classi maschili, amici zero, solitudine tanta. Non ricordo episodi relativi a quel periodo perché non ce ne furono, solo masturbazioni e strusciamenti in false legature eseguite ogni volta che vedevo un film o un fumetto con una ragazza legata. Strana contraddizione, ricercare continuamente immagini di donne legate e masturbarsi da legato. Questo è il vero enigma della mia doppia personalità, esperienze da futuro masochista che mi hanno trasformato in innocuo sadico.
Gli anni delle medie, come detto, e la maggior parte di quelli del liceo, passarono così, fuori ero uno studente modello, sempre timido e taciturno, pochi amici tra i compagni, contatti con ragazze solo d’estate, al mare, in comitive numerosissime, dove ogni tanto cercavo di accontentare realmente il mio io interno e provavo a proporre un guardia e ladri ma venivo guardato dagli altri come un bambino non cresciuto, anche se qualche volte ci riuscivo e potevo così godere della vista di qualche mano femminile legata. Certo loro non sapevano ed io non potevo spiegare apertamente i miei desideri perché capivo che la mia passione era una cosa anormale; se fosse stata normale, tutti ne avrebbero parlato e avrebbero agito di conseguenza, invece nessuno ne parlava, quelli pensavano solo alle ragazze, a pomiciare, ballare ecc ecc. Chissà che gusto ci trovavano.
Naturalmente io cercavo di seguire la maggioranza, riservando i miei pensieri perversi nel mio privato e, negli anni, maturai la mia prima vera esperienza sessuale. Sì, proprio negli anni e con la stessa ragazza, in tre occasioni diverse, in tre anni diversi, in una escalation che partì dai miei 13 anni e si concluse nei miei 15 anni.
Era l’estate dei mie 13 anni portati male perché ne dimostravo di più e frequentavo gente più grande, spiaggia di Ostia.
Carla, sedici anni, capelli lunghi e biondi, occhi azzurri, una erre moscia da sballo, era molto bella e desiderata dai maschi della comitiva.
Bene, anch’io ero affascinato da quella meraviglia bionda ma mi accontentavo di guardarla da lontano, perso nei sogni, certo che mai e poi mai mi avrebbe notato, che avrebbe ballato con me. Oltretutto sapevo che era “fidanzata” con Roberto, uno della comitiva che però stava poco con noi perché aiutava già il padre nel suo negozio di fotografo.
Forse fu proprio per questo, fu quel mio volgere lo sguardo altrove appena mi accorgevo che si girava verso di me, fu quella che a lei apparve come indifferenza, a farmi notare da lei. Come tutte le donne, ma questo l’avrei imparato più tardi, meno le guardi e più si domandano perché e quindi ti cercano loro…. Quel pomeriggio, mentre me ne stavo seduto a mettere i dischi, lei si avvicinò e, senza parlare, mi prese per mano e mi portò al centro. Sempre tenendomi la mano nella sua calda e morbida, mi cinse il collo con l’altra mano, si strinse a me ad appoggiò la sua guancia alla mia. Era la prima volta che un morbido corpo di donna si appoggiava al mio, dopo l’episodio con la cugina Silvia, e la reazione fu lo scatenarsi della prima tempesta ormonale della mia vita: naturalmente, data la posizione, lei se ne accorse subito e, con la sua voce bassa e dolce, con la sua erre moscia alla francese che non dimenticherò mai, mi chiese in un soffio: “Enrrico, ma allora ti piaccio, credevo prroprrio di non piacerrti…..” ed appoggiò le sue labbra sul mio collo. Paralizzato dallo stupore, il brivido che mi percorse il corpo al tocco delle sue labbra lasciò immediatamente il posto ad un attacco di panico; chiedendomi disperato cosa dovevo fare, restai immobile come una statua di gesso, senza reagire. Lei non capì, credette che il mio immobilismo fosse un rifiuto, si staccò da me, mi guardò con uno sguardo molto deluso e cattivo, si sciolse dall’abbraccio e, come un’ape regina insoddisfatta, si gettò nelle braccia di un altro.
La mattina dopo arrivai alla spiaggia molto presto, non c’era nessuno. Misi una monetina nel jukebox e mi sedetti ad ascoltare la canzone giocherellando con un lungo laccio nero che portavo sempre con me. Sognatore ma sempre alla ricerca dell’occasione…
Perso nei miei pensieri non mi accorsi che proprio Carla era arrivata e mi osservava, in silenzio. Fu proprio la sua voce a riscuotermi all’improvviso:”Ma allorrra ti sono proprio antipatica, ierri mi hai trattato come una pezza da piedi e oggi vuoi strrangolarmi?”. Alzai lo sguardo e non so come, disubbidendo al mio timido cuore, la mia mente, spinta dal solito innato intuito, si mosse e sentii la mia voce rispondere:”Strangolarti? Nooo, al massimo potrei legarti e….”. Non mi venne altro da dire ma la pausa fu ad effetto e la costrinse ad andare avanti in quella conversazione:”E cosa? Pensi di farrmi paura? Nessuno rriuscirrà mai a legarrmi….dai, prova, ti faccio vederre come mi liberro subito….”. Così dicendo mi si avvicinò e, giunta davanti a me, si girò e mi porse i polsi incrociati dietro la schiena. Io mi guardai in giro e, visto che eravamo ancora soli, decisi di andare avanti e le avvolsi molto blandamente il mio laccio intorno ai polsi e rimasi al solito ipnotizzato dalle sue mani legate. La vidi scuoterle e liberarsi facilmente, sentii le sue morbide labbra appoggiarsi dolcemente sulle mie, la sentii ridere di me e la vidi allontanarsi sculettando, scuotendo i lunghi e meravigliosi capelli biondi.
Stesso posto, l’anno dopo, durante l’estate dei miei 14 anni: si svolgeva una caccia al tesoro a squadre e l’organizzatore, io, aveva ben pensato di inserire, in una delle varie tappe, l’obbligo di rapire una principessa bionda e di portarla, legata ed imbavagliata, nel casotto della giuria, che ero sempre io, sperando così di avere vicino molte ragazze legate. E fu così. Naturalmente quando arrivavano, non potevo fare altro che assegnare i punti, consegnare la busta della tappa successiva e liberare le povera principesse ma lo spettacolo mi soddisfaceva in pieno, specialmente al momento di toccare le corde che univano le loro mani, cosa che facevo molto lentamente e cercando di memorizzare tutto per i miei giochi solitari.
L’ultima busta la consegnai a Luciano che mi portò la principessa Carla, con un foulard strettamente annodato tra i denti e le mani meravigliosamente e molto strettamente legate dietro la schiena. Consegnai la busta a Luciano e rimasi incantato a guardare Carla. Quanto era bella. Peccato che non ero mai più riuscito ad avere contatti con lei. Da quel famoso giorno, infatti, non mi aveva più considerato alla sua altezza. Ebbene, eccola lì. Beandomi della sua vista, la girai per toglierle il bavaglio, cosa che feci fissando in basso le sue mani e rimanendone, come al solito, ipnotizzato. Erano veramente legate strette, con una di quelle corde spesse da spiaggia e i palmi erano bianchissimi, privati della circolazione del sangue. Luciano era stato veramente bravo. Come ebbe la bocca libera e mentre io abbassavo le mie mani sulle sue per sciogliere i nodi, disse:”Luciano è stato molto più brravo di te, a legarmi, mi fanno male da morrire le mani, non stare lì impalato a fissarle, scioglimi subito!”. Non aveva dimenticato! E continuava a prendermi in giro! E mi parlava con tono autoritario! In quel momento entrò in azione il secondo me. Trovando il coraggio non so dove, la girai verso di me e:”E se ti libero subito cosa ci guadagno io, mia bella principessa? Io quasi quasi ti rimetto il bavaglio e ti lascio qui fino a stasera, tanto chi ti cerca?”
Eravamo in una cabina chiusa, accaldati e sudati, lei era legata, in bikini, bellissima, gli occhi azzurro cielo incazzati da morire. Per fortuna vidi in tempo il suo ginocchio alzarsi verso il mio inguine e riuscii a bloccarlo non potendo però impedirgli di poggiarsi sul mio coso che, al contatto, si svegliò all’improvviso e cominciò a crescere, crescere, crescere….una foto avrebbe fissato l’immagine di un ragazzo ed una ragazza intrecciati l’uno all’altra, lui con una mano sulla gamba di lei e l’altra sulla sua schiena, i due visi vicini, vicinissimi, le labbra socchiuse, come se fossero in procinto di baciarsi. Vidi i suoi occhi azzurri trasformarsi da incazzati a torbidi, acquosi, eccitati, sentii il suo corpo rigido rilassarsi, appoggiarsi a me completamente, percepii il suo ventre che spingeva sul mio, non ci capii più niente, specialmente quando le sue labbra cercarono le mie, le trovarono e la sua lingua entrò violenta nella mia bocca, cercando la mia ed arrotolandosi con lei, mischiando le nostre salive in quello che era il mio primo bacio vero. Quando Carla si staccò da me, eravamo ansanti e ancora più sudati, i suoi occhi erano ancora più torbidi. “Questo ti basta? Adesso vuoi scioglierrmi? Per favorre…..No, aspetta…..non ti basta, non mi basta, non mi scioglierre…..mi piace….chiudi la porta a chiave….”. In trance, eseguii il suo ordine e allora lei si mosse, il suo corpo aderì perfettamente al mio, mi baciò di nuovo e poi scese piano piano verso il basso. Le sue labbra erano diventate caldissime, roventi. Arrivarono al mio costume da bagno, i suoi denti lo afferrarono e lo tirarono verso il basso, mettendo allo scoperto il mio pipino ormai diventato cazzo, e lei se lo mise tutto in bocca, in quello che fu il mio primo pompino. Fu breve, brevissimo, forse qualche secondo perché non seppi trattenermi e le schizzai in gola e lei leccò, leccò, inghiottì, baciò. Ma non era finita, no, perché a quel punto lei si stese a faccia in giù, alzò leggermente il sedere e mi chiese di fare altrettanto con lei. Le tirai sulle cosce lo slip del bikini e mi apparve, per la prima volta, la fica, la gnegna, bagnata, aperta. La mia bocca fu attratta da quello spettacolo e, pur non sapendo cosa fare, l’istinto mi guidò in quello che fu il mio primo cunnilingus che si interruppe quando la sentii mugulare, quasi gridare di dolore. Mi fermai impaurito ma lei mi ordinò di continuare, di non fermarmi finché, con un ultimo grido, si afflosciò sul pavimento. Con la bocca sporca di tutti i suoi umori, quanto erano buoni, la guardai, ancora legata, mollemente adagiata sul pavimento, le gambe leggermente allargate con la gnegna ancora aperta e l’istinto vinse. Il mio cazzo si raddrizzò in un secondo e la natura mi portò a sovrapporre il mio corpo al suo ma……ma appena lei si accorse di quello che stavo facendo, si girò violentemente sbalzandomi via, si alzò in ginocchio e mi porse le mani:”Eh no, carro mio, questo non si fa….il gioco è finito, scioglimi, ti prego, sono troppo piccola per farre l’amorre… anche se lo vorrrrei anch’io, ti giuro…è stato bellissimo, così…legata….mi è proprio piaciuto tanto.”. Mentre la liberavo e toccavo le sua mani morbide e sudate, non riuscivo a parlare, veramente non parlavo da quando tutto era cominciato, me ne stavo lì inebetito, felice, incredulo, Carla la bella, la meravigliosa, mi aveva concesso il dono del primo bacio e di tutto quello che era seguito…Era diventata la mia ragazza. Ma il sogno durò poco perché, appena libera, lei si alzò, si aggiustò, si massaggiò i polsi imprecando perché erano segnati dalle corde, mi guardò con malizia, mi baciò leggermente sulle guance e, aprendo la porta ed andandosene, mi disse:”Rricordati che non è successo niente, oggi, trra di noi, è stato bello ma io sono fidanzata ed amo il mio ragazzo, quindi silenzio, zitto e mosca, mi rraccomando. Fai così e rresteremo amici e chissà che un giorno….ok?”
Con la gola chiusa dall’emozione e dalla delusione, feci cenno di aver capito e mi accasciai sul pavimento, disperato ma felice.
Non trascorse molto tempo da quel giorno caldo d’estate, non ricordo la data precisa ma il periodo era più o meno la fine dell’inverno dei miei 15 anni. Quel giorno pioveva, faceva freddino. Era domenica pomeriggio e la mia comitiva si era riunita a casa di Lallo, il nipote di Walter Chiari. Trenta, quaranta persone ammucchiate in un saloncino che parlavano, bevevano, fumavano. C’erano anche Carla e il suo fidanzato del momento, che non riesco a ricordare come si chiamasse: stavano litigando. Insofferente alla compagnia, annoiato, diedi il via libera al lupo solitario che era in me, indossai il mio montgomery verde che era il mio orgoglio, e scesi sul lungomare, alla ricerca del mio io, della ragione del vivere e di tutte quelle stronzate che ronzavano nella mia testa di adolescente che sta diventando uomo. Arrivato all’altezza della spiaggia libera, mi appoggiai al parapetto e guardai il mare mosso e le sue alte onde schiumose che s’infrangevano sulla battigia, incurante della pioggerellina che scendeva copiosa e fitta. All’improvviso mi si affiancò una figura avvolta in una mantella nera, dal cui cappuccio facevano capolino gli splendidi capelli biondi di Carla.
“Ti ho visto uscirre e sono venuta a contrrollarre che stavi facendo…e con chi stavi…”
“Faccio il mio solito mestiere, il lupo solitario, ormai mi conoscete” risposi e poi, cogliendo la sua espressione, mi scappò un:”ma perché, non sarai mica gelosa, e il tuo fid….”
“Mollato proprio oggi”, mi interruppe subito:”E’ un animale, mi ha fatto male, molto male.”. poi, non dandomi modo di parlare, mi prese la mano e mi invitò ad accompagnarla a casa perché aveva freddo. Abitava vicino, il tragitto fu breve, lo facemmo in silenzio, mano nella mano ed io ero contento ma non volevo farmi false illusioni sulle sue intenzioni. Intenzioni che però si fecero chiare quando, giunti sotto casa, non si girò a salutarmi ma, sempre tenendomi per mano, disse che a casa non c’era nessuno e che voleva stare un po’ con me, che ero così dolce. Entrati in casa, mi abbracciò dolcemente e mi baciò; poi, mentre si toglieva la mantella ed aiutava me a disfarmi del montgomeri, fece:”Sai, non posso riuscirre a dimenticarre quel pomeriggio al marre…sei stato il primo e unico ragazzo che mi ha fatto godere veramente, crredo di essermi prresa una bella cotta per te, vuoi farlo di nuovo? tanto ormai quel maledetto animale mi ha sverginata…”
Come sempre mi accade in quelle condizioni, mi si bloccò la favella, non le dissi che anche per me era stata la prima volta, che io avevo una cotta per lei da anni, mi limitai a saltarle addosso con tutta la mia inesperienza. In un baleno ci ritrovammo nella sua cameretta, distesi nudi sul letto, avvinghiati nella passione ma…………il mio lui non ne voleva sapere di svegliarsi, anzi, ad ogni bacio, ad ogni carezza diventava sempre più piccolo, che disastro! Dopo parecchi tentativi andati a vuoto, Carla si staccò da me delusa, molto delusa, ma non si arrese e, mentre io ero rosso di vergogna e incazzato come un lupo per l’occasione persa, si guardò intorno e allungò la sua morbida manina a prendere una cinta di seta nera che pendeva da una sedia e:”senti” mi disse maliziosa:”perché non ricreiamo quell’atmosfera così eccitante? Dai, vuoi legarmi?”. Detto questo mi porse la cinta, si girò e mi porse i polsi incrociati dietro la schiena per essere legata, cosa che cominciai a fare senza indugio e, giuro, ad ogni giro della cinta attorno ai suoi polsi, il mio coso aumentava smisuratamente di volume. Inutile ripetere cosa accadde perché fu tutto esattamente come alla spiaggia con un’unica sostanziale differenza che si verificò quando lei si accasciò bocconi dopo aver gridato il suo orgasmo. Quella volta non mi sbalzò dalla sella quando la coprii con il mio corpo in un istinto naturale di possesso e fu così che scoprii che, nel frattempo, aveva fatto l’amore con il suo ormai ex e la strada era libera anche per me. Entrai in lei facilmente tanto era bagnata, la scopai da dietro fissando le sue mani legate che si aprivano e chiudevano ad ogni mia spinta, riuscii a farla godere di nuovo prima di schizzarle dentro tutto il mio sperma.
Io e Carla restammo insieme fino all’estate e ripetemmo il nostro giochino segreto ogni volta che ne avevamo l’occasione ma poi, un caldo giorno di luglio, venne a salutare tutta la compagnia, me compreso, perché il suo facoltoso papà era stato nominato ambasciatore non so dove e tutta la famiglia sarebbe partita. Non la vidi né sentii mai più ma la ricordo con piacere.
La mia mente, a quel punto, cominciava a domandarsi se i miei giochino fossero giusti, visto che piacevano solo a me e che, nella cultura che studiavo, i miei desideri erano classificati come perversioni. Dopo aver escluso ogni mia tendenza omosessuale perché da quando avevo conosciuto le donne era sparito in me ogni desiderio di coinvolgere maschi nei miei giochi, in un lungo percorso di pensieri solitari decisi che avrei adottato delle tecniche di approccio, lasciando intravedere solo giochi di società da proporre e da fare a viso aperto, senza vergogna, salvo poi prendere al volo le occasioni di trasformarli anche in giochi sessuale se e quando se ne fosse presentata l’occasione. Il problema era che, con Carla, senza corde il mio lui non aveva funzionato.
In tutto questo mi aiutò molto l’amicizia, la collaborazione e la complicità di Angela, una mia compagna dell’ultimo anno di liceo con la quale, pur essendo profondamente attaccati, non trovammo mai il momento giusto per avere una relazione vera e duratura. Noi due scegliemmo la strada dell’amicizia e ci eleggemmo a paladino l’uno dell’altra e viceversa, qualche volta anche a ruffiano l’uno dell’altra e viceversa , convincendo, rispettivamente, lei i miei amici ed io le sue amiche della bontà delle nostre intenzioni nei loro confronti, eravamo proprio una bella coppia di delinquenti.
Gli anni fino alla quinta liceo erano passati veloci, i miei desideri avevano prodotto solo qualche “legata” durante i giochi di società che si organizzavano nelle feste o sulla spiaggia, il tutto senza nessun coinvolgimento sessuale perché, purtroppo, Carla restò a lungo la mia prima esperienza del genere, fatta eccezione per qualche flirt, qualche pomiciata, come diciamo noi romani, ma niente di più.
Tutto si modificò a partire da quell’ultimo anno di liceo perché, come nelle favole, quel ragazzetto timido e solitario cominciò a trasformarsi in un bel ragazzo biondo castano, l’introduzione dell’uso delle prime lenti a contatto, adottate per giocare a calcio, rivelarono al mondo che i miei erano due grandi occhi miopi di un colore marrone verdastro dalle espressioni profonde ed incisive, il mio corpo allenato dallo sport prese una bella forma, la prima abbondante peluria che spuntò sul torace sembra che fosse un irresistibile richiamo per le femmine. Nacque così il nuovo Giorgio.
L’anno precedente ero stato bocciato alla maturità, per troppe assenze dovute a malattia, e ripetei l’anno, finalmente, in una scuola pubblica, in una classe mista. Angela era una delle mie nuove compagne di scuola, entrò come un fulmine nella mia vita, arrivava da Parigi, figlia di militare, pienotta ma non grassa, carina ma non bella, un sorriso contagioso, aperta e schietta. Quel primo giorno ci ritrovammo per caso compagni di banco, in pochi giorni diventammo amici e lo restammo per molti anni, lo siamo ancora. Con lei, Carmen ed Enrico formammo un bel gruppetto ma, pur capendo e sapendo che Enrico si era preso una cotta formidabile per lei e che, forse, Carmen se l’era presa per me, io ed Angela facevamo vita comune, a scuola insieme, a studiare insieme, a ballare con gli altri ma tutti i lenti erano i nostri. I primi tempi lei mi si avvinghiava addosso come una piovra ed a me mancava l’aria, era simpatica, carina ma a me non andava e le dissi che avevo una ragazza e che stavo bene così, ero un amico. Angela capì ed accettò la corte di Enrico, ci si mise insieme ma solo alle feste: tutto il tempo restante lo passava con me, addirittura si appassionò anche al calcio, venendo a vedere tutte le mie partite finchè una domenica la vidi baciare il suo Enrico ed una fitta di gelosia mi trafisse il cuore. Il giorno dopo, durante la prima ora di lezione, le dissi sottovoce, a bruciapelo:”Ehi, ieri ti ho vista baciare lo stronzo, vi avrei preso a cazzotti, devi lasciarlo, tu sei mia.” Lei mi diede una leggera spallata, rise e mi rispose:”Eh no, bello, io sarei stata tua se tu mi avessi voluto quando io ti volevo. Ma tu hai detto che mi consideravi un’amica ed ora siamo amici, solo amici. Ok?” Abbozzai un cenno affermativo e lasciai cadere il discorso che ripresi, però, quel pomeriggio, a casa mia, mentre facevamo finta di studiare. Fu un lungo discorso, forse litigammo pure ma ormai ci volevamo troppo bene per separarci ed allora facemmo un patto. Io per lei e lei per me, amore senza sesso, anzi, sesso con le altre e con gli altri. Amicizia ed amore tra di noi:”Finchè uno dei due non cederà” conclusi io ma Angela volle l’ultima parola e fu definitiva con un secco:”Speriamo che non succeda mai.”
Angela fu anche l’artefice della evoluzione dei miei giochini Come mi succedeva con quasi tutte le ragazze, anche con lei provavo il desiderio di vederla legata ma non riuscivo a trovare la scusa ed il momento adatto per agire, finché arrivò l’occasione che aspettavo. Lei aveva due fratelli più piccoli, di 7 e 10 anni, due pesti bubboniche ai quali, un giorno, misi in testa l’idea di quanto sarebbe stato divertente, per loro, riuscire a legare la sorellina e torturarla un po’. Naturalmente, i due si dimostrarono entusiasti ed eccitati all’idea di torturarla, così spiegai bene come dovevano fare, più che sicuro che lei me lo avrebbe raccontato. E così fu ma non tutto filò liscio e per la prima volta mi trovai impreparato ed imbarazzato davanti a lei.
La mattina, durante le lezioni, non mi disse niente ma, forse per immaginazione, la vedevo seria, pensosa. Il pomeriggio si presentò a casa mia e, mentre io mi impazzivo in un problema di trigonometria, Angela, come per caso, prese in mano il mio famoso laccio nero, che faceva bella mostra di se sul mio comodino e, mentre se lo arrotolava ad un polso, disse:”Che ti è saltato in mente di dire ai miei fratelli di legarmi e torturarmi? Ieri sera mi hanno tenuto legata per un’ora e mi hanno fatto morire di solletico, maledetto te.”
Lo scherzo era riuscito ma i miei complici mi avevano tradito! E adesso? Che cosa m’invento, pensai, e così buttai lì:”Volevano farti uno scherzo e quello è il primo che mi è venuto in mente ma ero sicuro che tu ti saresti liberata subito. Legata da due ragazzini, sorellona rimane vittima di torture inenarrabili, ma fammi ridere….sei proprio handicappata. Se lo avessi saputo, ti avrei insegnato a liberarti, io ero bravissimo a farlo, da bambino.” Il finale mi era uscito spontaneo, forse sempre guidato da quel famoso istinto naturale e congenito, lanciai la mia esca.
E il pesciolino abboccò:”Già, lo pensavo mentre mi accorgevo che mi stavano legando sul serio, mi dicevo che un simile gioco da maschiacci tu lo conoscevi bene, ma come fa una povera ragazza che ha sempre giocato con le bambole a liberarsi da un groviglio di corde? Dai, fammi vedere come si fa, vieni qui che ti lego, adesso mi diverto io….” e mi si avvicinò stringendo tra le mani il laccio.
Fingendomi annoiato e sorpreso, mi girai e le porsi le mani dietro la schiena dicendole:”E va bene, guarda un po’ chi è la bambina. Se però mi libero dopo ti lego io…….”
“Ma quando ti liberi……” disse stringendo con forza il laccio intorno ai miei polsi senza però incrociarlo. Quando finì mi diede una spinta e mi fece cadere sul letto e usò il resto del laccio per legarmi anche i piedi. Era stretto ma sapevo che mi sarei liberato in un baleno e così feci. Angela mi guardò stupita e quando le dissi che ora toccava a lei si ribellò e scappò per tutta la casa gridando aiuto, eravamo soli, ma vedevo che stava giocando e si stava pure divertendo. Allora, per la prima volta usai la forza, la presi in braccio e la riportai in camera mia buttandola sul letto a pancia sotto, recuperai il laccio, le presi le braccia portandole dietro la schiena e, tenendole i polsi incrociati con la sinistra, li legai con la destra, a croce e stretti, molto stretti, poi le ripiegai le gambe ad angolo retto verso le mani e legai anche le sue caviglie in un vero hogtie. Continuava a urlare e blaterare e così tirai fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto e glielo ficcai in bocca, allungai la mano verso il cassetto del comodino e, preso un altro fazzoletto, glielo passai tra i denti e lo legai stretto dietro la sua nuca. Mi rialzai ed ammirai la mia opera, bellissima. Eravamo completamente vestiti ed ero sudato, eravamo sudati. Io ero anche eccitato ma non glielo volevo far capire così scherzai, la presi in giro, le feci poco solletico sui fianchi, cosa che le strappò un urlo che si sentì anche attraverso il bavaglio e poi la lasciai li sul letto e mi rimisi a sedere alla scrivania, riprendendo il compito di trigonometria, che interruppi subito perché sulla stessa scrivania c’era una delle prime cineprese della storia. La presi e cominciai a riprenderla. La vedevo contorcersi per cercare di liberarsi, vedevo le sue dita trafficare con il laccio che le univa mani e piedi, la sentivo mugolare ed imprecare sotto il bavaglio finché, alla fine, si fermò, si rilassò e si abbandonò, vinta, fissandomi con occhi di fuoco, incazzati. Poi, piano piano, cambiò tattica, mugolando timida e guardandomi con occhi supplichevoli. Quando finì la pellicola, una mezzora circa, appoggiai la cinepresa e mi decisi a scioglierla, cosa che lei mi fece fare rimanendo immobile. Quando fu libera, si alzò dal letto, mi si avvicinò sorridendo falsamente e partì con lo schiaffone che non arrivò a destinazione perché me lo aspettavo, conoscendola. Le bloccai il polso e glielo torsi dietro la schiena tirandola verso di me, lei si appoggiò a me per non perdere l’equilibrio e ci ritrovammo faccia a faccia, labbra a labbra. Era rossa, scarmigliata, gli occhi lanciavano bagliori di guerra ai miei occhi ma si abbassavano anche a fissare la mia bocca. Era eccitata, ero eccitato. Ricordando il nostro patto, la lasciai bruscamente rischiando di farla cadere, si riscosse anche lei e scappò in bagno.
Al suo ritorno, si sedette vicino a me, si massaggiò i polsi segnati dal laccio, alzò gli occhi su di me e, con voce quasi strozzata, mi chiese:”Che ci è successo, Giò? Stavamo giocando e…..”
In quel momento capìì che i miei giochino erano sì, forse, perversi, ma producevano effetti collaterali sessualmente devastanti. Anche sulle ragazze! Era normale che io mi eccitassi, li facevo per quello, ma non doveva essere normale per chi li subiva, cosa che, invece, accadeva. Era successo a Carla ed ora ad Angela. Lei era mia amica, ci volevamo molto bene, avevamo escluso ogni complicazione sentimentale tra di noi eppure ci eravamo eccitati da morire.
La guardai, sorrisi e le dissi:”Senti, ti dispiace se lasciamo i compiti e ti racconto una storia? Forse, alla fine, riuscirai a capire e mi aiuterai a capire.” Il mio tono era serio, serissimo, lei lo comprese, mi prese una mano tra le sue, si alzò e si sdraiò sul letto, facendomi accomodare vicino a lei:”Ti ascolto.” disse semplicemente e quel pomeriggio mi aprii con qualcuno per la prima volta, le raccontai quasi tutto quello che ho scritto finora. Era buio quando finìì. Angela non parlò, non sentenziò, raccolse i suoi quaderni ed i suoi libri, mi diede il solito bacio sulla guancia. Sulla porta mi guardò con occhi dolci, mi fece una carezza, disse:”Ci devo pensare.” E se ne andò.
Passai una serata ed una nottata molto agitate perché mi chiedevo se avevo fatto bene a confessare il mio segreto ad Angela. In fondo lei era una donna e poteva pensare che io fossi un maschio brutale e maniaco, così come veniva dipinto dai libri di testo chi amava sottomettere le donne, oltretutto con lei avevo usato per la prima volta la violenza, per legarla.

(continua)

Thursday, June 30th 2011 - 10:03:50 AM
    
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Una storia di: giovanni (1 di 2)

E’ mezzanotte passata, speriamo che i miei stiano già dormendo.
Parcheggio l’auto in garage, salgo i tre gradini che portano all’ingresso laterale, quello che dà sul giardino, e infilo la chiave nella porta.
Come un fulmine a ciel sereno vegno improvvisamente afferrato alla spalle da più braccia contemporaneamente. “Aiuhmm! ...” grido per lo spavento, ma l’urlo viene ricacciato in gola da una grossa mano guantata che prontamente mi tappa la bocca fin quasi a chiudermi le narici del naso. Cerco di scalciare e di divincolarmi, ma altre braccia nerborute mi afferrano da tutte le parti, mi sollevano, e mi trascinano dietro ai cespugli, vicino alla stradina sterrata dove un furgone aspetta con le porte aperte.
Sono terrorizzato, ma cosa sta succedendo? Chi sono questi? Cosa vogliono da me?
Nonostante i tentativi di resistere, i miei assalitori riescono a stendermi a terra, sono completamente immobilizzato, e sempre con una mano che mi tappa la bocca. Nel buio riesco a distinguere tre figure scure con i volti incappucciati che armeggiano intorno a me. La paura aumenta, provo ad urlare più forte che posso nella speranza che qualcuno, affacciandosi alla finestra, mi senta e corra a chiamare aiuto.
Ma ecco che uno dei malviventi versa qualcosa da una bottiglietta sopra uno straccio bianco, e non appena il complice rimuove la mano dalla mia bocca, me lo preme decisamente contro il naso e la bocca. “Uuhhmmpf!” esclamo riconoscendo immediatamente l’odore forte dell’etere, ma l’uomo non smette di premere e così i suoi fumi cominciano ad invademi le narici e la gola provocandomi colpi di tosse e lacrimazione degli occhi. “Bravo, così, respira a fondo” sento dire da quello più vicino, ma la sua voce si fa sempre più lontana, e un generale intorpedimento si impossessa del mio corpo. Le forze mi abbandonano, i rumori si fanno più ovattati, la testa comincia a girare. Ma non perdo completamente i sensi, rimango soltanto intontito e privo di forze, il mio corpo afflosciato tra le loro braccia che mi sollevano e portano verso il furgone dove due complici stanno aspettando. Uno di loro mi prende in braccio, mentre l’altro continua a premermi contro il viso lo straccio con l’etere. Mi caricano nel furgone, adagiandomi sul fondo. Poi le porte si chiudono e il furgone se ne va. ‘Mio Dio’ riesco a pensare tra i fumi dell’etere ‘si tratta di un rapimento’. Quindi mi tolgono il tampone dal viso, mi girano a pancia in giù, mi incrociano le mani dietro la schiena, e cominciano a legarmi stretto stretto. Seminarcotizzato non sono in grado di opporre alcuna resistenza, e mi lascio impachettare consapevole della mia assoluta impotenza. Dopo le braccia e il busto, vengono legate le gambe: le caviglie strette tra di loro da più giri di corda, e così anche le ginocchia sopra e sotto. Sono completamente immobilizzato. Poi vengo imbavagliato con un grosso panno di stoffa tra i denti legato stretto dietro alla nuca. Da ultimo mi sfilano gli occhiali e mi bendano con una mascherina scura, di quelle che si usano per dormire quando c’è troppa luce. Sprofondo nel buio più nero a ancora sotto shok per quanto accaduto, forse anche per il perdurare dell’effetto del narcotico, di lì a poco svengo tra le braccia dei miei rapitori.
Quando riprendo i sensi sono ancora disteso nel furgone, ma non riesco a dire da quanto tempo. Provo a lamentarmi tra il bavaglio, ma uno di loro mi dice “stai calmo, siamo quasi arrivati”. Infatti, passati alcuni minuti il furgone si arresta. Sentro aprire le porte, poi qualcuno che mi solleva e mi carica sulle spalle a testa in giù tenedomi per le gambe, e con una mano comincia ad accarezzarmi il culo. “Mmmmhhh!!! Mmmmhhh!!!” cerco di lamentarmi, ma l’uomo insiste dicendo “lo sai che hai proprio un bel culetto?”, finchè un altro se ne accorge e gli urla di piantarla. Il sentirmi alla mercè di questa specie di maniaco mi terrorizza forte e quindi continuo a mugolare tra il bavaglio, finchè qualcuno mi afferra per i capelli e mi dice “smettila se non vuoi che ti addormenti con il cloroformio questa volta!”. Mi riacquieto e docile docile mi lascio portare dentro a quello che intuisco essere un rifugio.
Una volta dentro vengo messo a sedere su una poltrona poi uno di loro, potrebbe essere il capo dal tono che usa, mi dice “adesso ti togliamo il bavaglio, solo per farti respirare un attimo e darti dell’acqua da bere. Mi prometti che farai il bravo e non ti metterai ad urlare?”. Ormai rassegnato al fatto di essere stato rapito, e non volendo che mi facciano del male, o addirittura decidano di uccidermi, faccio cenno di sì con la testa, che intendo collaborare.
Mi tolgono il bavaglio e posso finalmente respirare e dissetare la mia povera gola secca. Poi con un filo di voce chiedo “chi siete? ... cosa volete da me? ... perchè mi avete rapito?”, e il loro capo risponde “ti abbiamo rapito perchè ci interessano i soldi della tua famiglia. Se collaborerai con noi e farai quello che ti diciamo, potrai tornare a casa una volta finito tutto”. Fissando in direzione della voce, rispondo “farò tutto quello che volete, però vi prego non fatemi del male”. A questo punto mi imbavagliano di nuovo, mi prendono in braccio, e mi portano in un’altra stanza dove vengo disteso su un letto, e qui stanco e spossato mi addormento.

Wednesday, June 29th 2011 - 06:59:22 PM
    
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Una storia di: Giovanni

Quell’estate la mia famiglia aveva aperto un nuovo punto vendita in un paese della provincia, a circa 40 km da casa nostra. A me, studente universitario del primo anno, venne chiesta la disponibilità per il mese di luglio di stare in negozio, portandomi pure da casa quello che mi serviva per preparare gli esami. Avrei dovuto rispondere ai clienti che chiamavano al telefono o venivano direttamente in ufficio per qualsiasi necessità. In quel periodo non c’era un gran via vai, e inoltre, essendo in montagna, c’era anche un bel freschino. Per cui accettai di buon grado.
La mattina salivo in macchina con mia zia, che poi durante il giorno girava per clienti: a volte rientrava per pranzo, altre volte invece a fine giornata; mi recuperava, si chiudeva il negozio, e si rientrava in città.
Quando restavo da solo a pranzo andavo nel bar della piazzetta dove c’erano anche altri negozianti che si fermavano a mangiare. E cosi’, una volta con uno, una volta con l’altro, si chiaccherava del più e del meno e di come andassero gli affari da quelle parti.
In questa maniera feci amicizia anche con il proprietario della gioelleria, quella accanto al nostro negozio, che una volta, sentendosi in confidenza, mi racconto’ tra le diverse storie quella più drammatica di quando circa un anno prima subi’ una rapina. Non mi volle raccontare molto dei particolari, mi disse solo che fu un’esperienza scioccante perchè il rapinatore, uno solo sbucato non si sa bene da dove (allora non era ancora stato catturato), l’aveva aggredito di sorpresa mentre era in magazzino, premendogli un tampone imbevuto di cloroformio e lasciandolo lì tutta la notte legato e imbavagliato prima che qualcuno lo scoprisse e venisse dato l’allarme.
Questo raccontò mi lasciò un pò turbato, qualcosa infatti nel suo sguardo mi diceva che c’era dell’altro, che io però non osavo chiedere, per delicatezza e per rispetto. Inoltre pensavo al mio negozio, grande e per la maggior parte “deserto” (il che per studiare era la condizione migliore); al magazzino nel seminterrato, anch’esso grande e buio, pieno di scaffali e scatole di ogni misura. Ogni tanto scendevo per prendere un articolo richiesto dal tal cliente, e finchè non si accendeva la luce, in effetti, l’idea che ci potesse essere qualcuno nascosto e pronto a sbucare dal nulla mi aveva sempre messo un pò paura.
I giorni passavano e i miei studi occupavano sempre più la mia mente da non lasciare spazio per nessun altro pensiero. Finchè una sera, circa dopo le cinque quando di clienti a quell’ora di solito non ne passavano più e mia zia sarebbe rientrata solo dopo due ore, mentre stavo con la testa completamente immersa nel libro di filosofia, sentii a un tratto un rumore sordo provenire dal magazzino di sotto. Pensai subito ad uno scatolone caduto da qualche scaffale, mollai il libro e scesi le scale a controllare. Accesa la luce notai, infatti, una grossa scatola a terra, vicino ad uno scaffale in fondo al magazzino. Entrai, la raccolsi e la rimisi al suo posto. Mi girai per ritornare sui miei passi, ma la luce si spense all’improvviso. Ebbi come un sussulto, quasi una premonizione. Pensai subito alla storia del rapinatore e mi convinsi che lui era lì in quel momento ... mi sembrava quasi di sentirlo. Pensai quindi che per me era troppo tardi per fuggire o per chiamare aiuto, avrebbe comunque avuto la meglio lui: prima mi avrebbe addormentato e poi impacchettato per bene come aveva fatto con il mio vicino. Rassegnato e con il cuore che mi batteva molto forte mi avviai nel buio verso l’uscita in attesa di venire aggredito. Non avevo fatto che pochi passi che qualcuno di molto robusto mi afferrò improvvisamente alle spalle, stringemdomi a sè con un braccio e con l’altro premendomi contro il viso un grosso panno imbevuto di una sostanza dall’odore acre e pungente.
Non accennai ad alcuna reazione, nè tentai di gridare o di scalciare per liberarmi dalla presa. Lasciai che il cloroformio facesse il suo effetto, respirai a fondo due o tre volte emettendo giusto un piccolo gemito prima di perdere completamente i sensi.
Quando rinvenni, mi accorsi di essere seduto su una di quelle sedie di ufficio con le ruote, legato con diversi giri di nastro adesivo, le braccia ai braccioli, le gambe tra di loro, caviglie e ginocchia insieme, e il busto allo schienale. La testa mi girava ancora un pò, ma non appena riuscii a mettere a fuoco vidi quella figura nera davanti a me, il volto coperto da un passamontagna, che mi stava fissando.
Mi sentivo molto debole, ero terrorizzato perchè non sapevo cosa mi avrebbe fatto, e dissi piano piano “Oohh ... che mal di testa. Che cosa vuole da me? Che cosa vuol farmi?”. Il malvivente mi disse “voglio solo sapere dove si trovano le chiavi della cassaforte, e poi me ne vado”. Gli diedi la risposta che cercava ed aspettai che completasse il suo lavoro. Detto questo, infatti, mi disse “apri la bocca che ti devo imbavagliare”. Quindi mi infilò un fazzoletto in bocca, e me la tappò con alcuni giri di nastro adesivo.
Rimasi così per qualche minuto, il tempo che il bandito svuotasse la cassaforte. Pensavo all’esperienza di essere stato cloroformizzato, e ora imbavagliato. Mi accorsi che provavo sì paura, ma anche eccitazione. Un certo rigonfiamento, infatti, si poteva vedere anche tra i miei pantaloni. Se ne accorse perfino il rapinatore, poco dopo quando scese a controllare che fosse tutto a posto. Allora si avvicinò e con voce profonda disse “anche tu come il gioielliere ... Il fatto di venire legati e imbavagliati alla fine vi eccita. Va bene, ti darò anche a te quello che ho dato a lui, d’altronde sei pure un bel ragazzo”.
Terrorizzato da queste ultime parole, cominciai a mugolare forte tra il bavaglio “Mmmmpfff ... Mmmmpppff” e guardandolo con i miei occhi spalancati gli volevo dire ‘no ti prego, non farlo’. Ma lui senza scomporsi mi mise una mano tra le coscie e me lo accarezzò piano. Al suo tocco il mio pene si ingrossò ancora di più, sembrava volesse esplodere. Allora mi sbottonò i pantaloni, mi strappò le mutande con un coltello, e me lo tirò fuori, dritto e in piedi. Poi si alzò di poco il passamontagna e cominciò a leccarmelo piano. Prima solo la punta, e poi tutto quanto. Qunidi se lo infilò in bocca e cominciò a pomparmelo avanti e indietro, con una certa regolarità. Fui assalito da un grande piacere, il calore si impossessò del mio corpo, e comincai a mugolare sempre più forte, fino a quando esplosi in un orgasmo potente e gli venni in bocca.
Mi ripulì e mi lasciò lì così, legato e imbavagliato con l’uccello a penzoloni. Poi, prima di andarsene, mi alzò la testa, mi diede un bacio sul bavaglio e mi disse “hai visto che ti è piaciuto? Forse un giorno ritornerò a prenderti”. “Uuuhhmmf” risposi io con uno sguardo languido languido, e poi ripiegai la testa esausto e sfinito. Ma aveva ragione: era la prima volta che venivo spompinato ed il piacere era stato veramente grande.
Qualche ora dopo sentii rientrare mia zia. Non vedendomi cominciò a chiamare a gran voce “Giovanni! Giovanni!”. Urlai più forte che potevo contro il bavaglio “MMMMHH! MMMMHH!”, finchè sentendo i miei mugolii arrivare da sotto, scese le scale ed entrando in magazzino urlò per lo spavento. “Mmmmh ... Mmmmmm” la imploravo con lo sguardo, perchè mi liberasse. Non appena riuscì a togliermi il bavaglio e potei sputare il fazzoletto impregnato di saliva, le dissi solo “Aiuto, ti prego, portami a casa”.

Passato un anno, di quella strana storia era rimasto solo il ricordo. Ma quando un giorno mi ritrovai di nuovo a pranzo con il signore della gioielleria, guardandomi negli occhi mi disse “anche a te ha fatto il servizietto?”. Feci cenno di sì con la testa e capii che cosa non aveva voluto raccontarmi allora, e che ora avevamo un piccolo segreto in comune.

Wednesday, June 29th 2011 - 06:37:01 PM
    
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Una storia di: giovanni

È da un po’ di tempo che non leggo più nella cronaca locale di uomini che vengono rapinati e violentati di sera nel parco vicino a casa mia. Percio’ decido che questa volta al rientro dall’ufficio, anche se ho fatto un po’ tardi, lo posso attraversare a piedi invece di aspettare a lungo alla fermata l’autobus che prendo di solito per arrivare a casa.
E’ una sera tiepida, il clima è di quelli che invogliano ad un week-end che si preannuncia di totale relax dopo una settimana di duro lavoro; compresa la giornata di oggi, con quell’appuntamento alla mattina che mi ha costretto ad indossare il vestito elegante nonostante fosse venerdi’. Devo dire pero’ che con la camicia bianca nuova che mi ha comprato mia moglie e i gemelli d’argento che mi sono concesso in un momento di rara follia (quelli che di solito capitano alle donne), facevo proprio la mia bella figura in quel gessato blu. Nonostante i 40 siano già passati da un po’, sono sicuro di risultare ancora molto attraente ... e probabilmente (e questo rimane sempre un rischio per me) non solo al pubblico femminile.
I mie pensieri però vengono bruscamente interrotti da un rumore che sento dietro di me (ero sicuro di non aver visto nessuno quando sono entrato nel parco ...), ma non faccio a tempo a realizzare di che si tratta che due figure dal volto coperto mi si parano improvvisamente davanti. Il cuore mi sale in gola, la paura mi blocca all’istante, ‘Oh no!’ penso, ‘sono i rapinatori del parco!’ E mentre azzardo un timido tentativo di chiamare aiuto, uno dei due banditi, più svelto di me, mi afferra da dietro bloccandomi saldamente con un braccio, e con l’altra mano mi tappa la bocca impedendomi di urlare. L’altro, invece, avvicinandosi ad un palmo dal naso mi dice con tono fermo e minaccioso “stai calmo, non ti agitare, vogliamo solo i tuoi soldi. Se fai il bravo non ti facciamo del male”. Sono terrorizzato, non avrei mai pensato che sarebbe potuto accadere anche a me, e la paura di finire come le altre vittime del parco mi fa sentire piccolo piccolo di fronte ai due malviventi. Con il capo faccio cenno di sì, che ho capito, che non voglio creare alcun problema, che faro’ tutto il possibile per collaborare.
L’uomo allora infila la sua mano nella tasca interna della mia giacca ed estrae il portafoglio. Lo apre, prende tutti i soldi che trova (non tanti per la verità), poi controlla le carte di credito, le prende tutte, ed infine con il bancomat in mano mi dice “ora il mio collega ti toglierà la mano dalla bocca, e tu da bravo ci dirai il pin della tua carta. Guai a te se urli”. Sempre piu’ terrorizzato obbedisco all’ordine e con un filo di voce rimastomi (sperando almeno di incutere un po’ di pietà) rivelo il codice segreto.
Quindi mi tappano di nuovo la bocca, ma non mi sento soffocare per cui accetto la situazione senza reagire; sempre cercando di dare l’impressione di massima collaborazione.
Infine il bandito che sta davanti a me nota ai miei polsi i gemelli d’argento ed esclama “Uahu! Questi probabilmente valgono piu’ di tutti i soldi che abbiamo trovato. Ti dispiace se ci prendiamo anche questi?”. Faccio no con la testa e con lo sguardo sempre piu’ impaurito cerco di fargli capire ‘prendeteli pure, prendete tutto quello che volete, ma non fatemi del male’.
“Va bene, direi che ora abbiamo finito” dice dunque il primo bandito al secondo (che non ha ancora detto una parola), “leghiamolo, imbavagliamolo, e andiamo via”. Tra me e me sospiro, si trattava solo di una rapina, adesso mi sistemano per bene ma prima o poi (speriamo prima che poi) qualcuno passando mi libererà e chiamerà la polizia.
Quello dietro di me mi infila una mano nella tasca posteriore dei pantaloni e tira fuori il mio fazzoletto di cotone bianco, lo passa al suo complice che mi dice “apri bene la bocca e non gridare”, poi dopo averlo appallottolato per bene me lo infila in bocca.
Poi, mentre l’altro prende le mie braccia e le incrocia dietro la schiena, il primo mi sfila la cintura con la quale intendono legarmi. Nel far questo pero’ le sue mani sfiorano il mio pene che in tutto questo tempo, non so dire se piu’ per la paura o per l’eccitazione, mi era diventato duro.
“Ah!” dice all’altro malvivente “il signore qui sembra molto eccitato. Vuoi vedere che il fatto di essersi trovato solo e indifeso tra le nostre mani non gli è dispiaciuto poi così tanto?”.
“Mmmmhh!” faccio io che nel frattempo sono diventato tutto rosso per la vergogna, e mentre il secondo mi lega saldamente i polsi dietro la schiena, il primo mi mette la mano davanti e comincia a strofinarmelo piano. ‘No ti prego’, vorrei dirgli, ma dalla mia bocca escono solo dei deboli mugolii di protesta, anche se sono consapevole di non poter far nulla per impedirlo. Un calore interno nel frattempo ha cominciato ad assalirmi mano a mano che il bandito va avanti a strofinarmi e, mugolando sempre piu’ forte, con mia grande sorpresa gli vengo in mano, mentre l’altro energumeno continua a tenermi il fazzoletto tappato in bocca.
I pantaloni ormai sono calati, il mio corpo si è affievolito, non capisco bene cosa mi stia succedendo, non provo nessuna reazione all’idea di essere nelle mani dei due banditi, neanche quando sento uno dire all’altro “a questo punto direi che ce lo possiamo anche scopare, no? D’altronde è anche un bell’uomo!”. Vorrei svenire, ma invece mi lascio prendere e trascinare a terra senza opporre resistenza. Lascio che mi sfilino anche la giacca, la cravatta, mi aprano la camicia, mi tolgano le mutande, e comincino a leccarmi un po’ da tutte le parti. I capezzoli, i testicoli, le orecchie, il collo, e intanto io continuo a mugolare tra il fazzoletto che mi imbavaglia, in un misto di terrore e di piacere inconscio.
Finchè all’ultimo mi mettono a cagnolino, si sbottonano i pantaloni e tirano fuori due cazzi enormi come se ne vedono pochi in giro. Quello che sta davanti dice all’altro “io lo scopo in bocca, tu scopalo da dietro, ma vedi di non fargli troppo male, in fondo si è comportato bene”. Sono sempre più terrorizzato, ‘allora adesso mi violentano per davvero’ penso ‘no ... vi prego, non fatelo’.
Ma questo pensiero dura veramente un istante, il tempo di sentire il primo che mi dice “adesso me lo prendi in bocca e me lo succhi bene bene, ok?”. Poi mi toglie di bocca il fazzoletto tutto impregnato di saliva, io provo a dire “vi prego ... non voglio ...nonuhmm!” che mi ritrovo il suo cazzo infilato dritto in bocca, mentre le sue mani mi afferrano la testa e mi costringono a pomparglielo fino in fondo.
Nel frattempo il complice, che aveva cominciato a massaggiarmi il culo penetrandomi il buchino con un dito per cercare di ammorbidirlo un po’, mi dice (incredibile, ma allora parla!) “rilassati, non fare resistenza, vedrai che così ti farà meno male”. E poi tutto d’un tratto me lo appoggia sull’ano. Ho il cuore in gola per la paura, è la prima volta che vengo inculato da qualcuno. Un colpo deciso e il suo cazzo mi entra dentro facendomi all’inizio molto male. Il dolore mi fa urlare, ma il grido è soffocato dall’altro cazzo che mi mi riempie tutta la bocca. Non posso far nulla, costretto a subire il loro supplizio mi auguro solo che duri il meno possibile, anche se devo ammettere che fin qui non sembrano aver voluto farmi del male.
Capisco che tutto sta ormai per finire quando all’improvviso sento un fiotto caldo invadermi tutto dal di dentro e un istante dopo il cazzo del mio violentatore uscire dal culo. Un brivido mi scuote per tutto il corpo, un piacere mia provato prima, “huuuumm” riesco appena a dire spalancando gli occhi, ed ecco che anche il secondo bandito mi viene in bocca tenendomi la testa e costringendomi ad ingoiare il suo sperma. Poi finalmente mi lascia andare e così mi accascio sul prato con la bocca aperta in cerca di aria fresca da respirare. Sono stremato, seminudo, disteso su un fianco con le mani legate dietro la schiena, sento ancora un certo bruciore nel mio didietro e un gusto un po’ acre in gola.
Come se venisse da lontano la voce del primo bandito mi dice “sei stato bravo, quasi mi dispiace di dovermene andare, faro’ in modo che ti vengano a liberare presto. Ora lo sai che ti devo imbavagliare, vero?”. “si .....” rispondo io con un filo di voce. Apro la bocca e lascio che mi infili nuovamente il fazzoletto appallottolato. Poi con la cravatta mi imbavaglia per bene in modo che io non possa sputarlo fuori. Quindi come sono apparsi così scompaiono, e rimango tra i cespugli ad aspettare che qualcuno si faccia vivo.

Non passa più di mezzora che sento avvicinarsi dei passi. “Mmmmm Mmmmm Mmmmmm” urlo tra il bavaglio cercando di farmi sentire più che posso. Quella che appare è la figura rassicurante del custode del parco, il quale vistomi in quelle condizioni si precipita subito a liberarmi. Appena mi togli il bavaglio riesco solo a dire “Aiuto, sono stato rapinato, chiamate la polizia”, e sparendo anche le ultime forze rimastemi, svengo tra le sue braccia risvegliandomi solo qualche ora dopo nel letto bianco e pulito di una stanza d’ospedale. La prima cosa che noto è un giornale sul mio comodino con questo titolo sulla pagina “Ennesima vittima del parco xy: uomo trovato legato e imbavagliato dopo che era stato rapinato e violentato”.

Monday, June 13th 2011 - 12:42:52 AM
    
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Una storia di: Simona

Ciao a tutti, nuovi e vecchi lettori/scrittori di questa pagina. Non capitavo da queste parti da una vita ormai, sarà passato un annetto forse. Scorrendo verso la fine della pagina mi ha fatto piacere ritrovare e rileggere i miei interventi e le risposte di alcuni degli abituè (o ex abituè) del sito di Miles.
Che dire, mi fa strapiacere il fatto che finalmente siano ricomparse ragazze a scrivere. Uno dei miei passati interventi era appunto un incitamento a scrivere e a partecipare sul sito alla parte femminile di questo gioco fantastico che è il bondage. Approfitto per fare i miei complimenti a Barbara e a Milena, storie davvero fantastiche!!

Per chi non mi conoscesse, io sono una ragazza di 26 anni, amo il bondage (o meglio, il barefoot bondage) e il foot fetish da sempre. Adoro farmi legare ed imbavagliare dal (o dalla) partner con cui sto, è una prerogativa necessaria per stare con me.
Nella mia vita ho approfondito questa mia passione attraverso varie storie, sia con uomini che con ragazze, con le quali non sono mai stata fidanzata, ma con le quali ho passato momenti indimenticabili.
Non amo troppo gli "strumenti ufficiali" del mestiere, vedi ballgag, cinghie o cose del genere. Mi piace essere legata con dei collant, o con dei foulard, o al massimo con il nastro da pacchi e imbavagliata più o meno con le stesse cose. Prediligo il bavaglio classico di stoffa. E' importante che il tutto sia efficace, che non riesca a liberarmi facilmente (cosa che trall'altro non cerco mai di fare se non recitando) ne che riesca a dire qualcosa attraverso il bavaglio. Al tempo stesso non tollero il dolore, quindi per me è giusto che i nodi di polsi e caviglie, o altre parti del corpo, siano efficaci, ben stretti, ma non che blocchino la circolazione, o che lascino segni. Perciò considero collant e foulard molto comodi. Possono essere stretti eppure non li senti stringere, quasi ti accarezzano la pelle.
Come detto, adoro che il/la partner consideri i miei piedi parte integrante del gioco, che li annusi, che li baci, che li lecchi, che li usi per stimolarsi. Penso che questa non sia una cosa comune, ma per me è essenziale. Non potrei essere legata ed imbavagliata tenendo addosso i calzini o addirittura le scarpe. Mi darebbe fastidio. Per me bondage e foot fetish si uniscono in un'unica grande passione.
Avendo riscoperto questa pagina approfitterò appena ho un po' di tempo per raccontare magari qualche mia esperienza. Sicuramente nulla di nuovo rispetto a quanto già detto da voi tutti, però scrivendo mi ritorneranno in mente belle esperienze.
Un abbraccio e un bacione a tutti/e.

Thursday, June 9th 2011 - 05:20:41 PM
    
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Una storia di: Barbara

Sono stata ferma, immobile, con il cuore che martellava nel petto. Lui si è avvicinato, tranquillo, si è seduto sulla poltrona ed è stato un momento in silenzio, guardando un po’ me e un po’ le corde appoggiate sul divano di fianco a me.
- Buonasera, cioè …ciao. Mi aspettavi per caso?
Anch’io lo guardavo ma non sapevo bene cosa dire. D’altra parte che cosa si può dire a uno che si è appena introdotto a casa tua come un ladro, e sei tu che hai fatto in modo che ciò avvenisse? Basta parlare, non vedi le corde? E i bavagli? Anche quelli li ho messi lì, in bella vista, perche tu non abbia altro che l’imbarazzo della scelta. E allora, cosa aspetti?
Stavo ferma, immobile, con il libro aperto sulle ginocchia, le gambe unite e le braccia abbandonate sui fianchi. Lo guardavo come ipnotizzata e mi sembrava di essere come un coniglio fermo in mezzo alla strada, abbagliato dai fari di una macchina, incapace di scappare.
- Ho pensato una cosa, sai? Che forse hai ragione riguardo a tua cugina. Che magari ogni tanto ci pensi anche tu, e che fai …t’immedesimi? Forse qualche fantasia gira e gira lì, nella tua testolina. Sbaglio?
Figurarsi, la storia di mia cugina era chiaramente una balla, e l’avevo inventata lì sul momento per servirgliela in funzione dei miei scopi. D’altra parte le corde erano lì, e lui, parlando,le osservava. Non potevano esserci equivoci.
- Siediti sul tappeto.
L’ha detto con voce tranquilla, ma decisa. Era un ordine e non avevo possibilità di scelta. Ho chiuso il libro e l’ho appoggiato sul divano poi mi sono alzata, ma prima che mi sedessi mi ha fermata:
- Aspetta, togliti i pantaloncini e la camicetta.
Mentre mi sbottonavo, sentivo l’eccitazione impadronirsi di me. Sono rimasta in piedi di fronte a lui, ancora seduto in poltrona, in reggiseno e mutandine. Sapevo che non poteva rimanere indifferente perché conosco il potere seduttivo del mio corpo e della biancheria intima che indossavo.
- Ferma così, metti le mani dietro la schiena.
Si è alzato, ha preso in mano una delle corde e ed è venuto davanti a me. Ha sciolto la matassina e l’ha fatto strisciare sul mio corpo. Io stavo ferma,con le mani dietro la schiena, sempre più eccitata da quel contatto.
E’ passato dietro, mi ha accarezzato le braccia dalle spalle fino ai gomiti, poi mi ha preso i polsi e li ha incrociati. Subito dopo ho sentito la corda avvolgersi. Sapeva come fare, e in quel momento ho avuto la certezza che per lui non fosse la prima volta. Tre giri in orizzontale poi altri in verticale, abbastanza tirati ma non troppo, in modo da non creare problemi alla circolazione del sangue. Quando ha stretto il nodo, in posizione irraggiungibile dalle mie dita, ho capito che mai avrei potuto liberarmi da sola.
E l’eccitazione aumentava.
Altra corda. L’ha fissata ai polsi, li ha tirati leggermente in su, verso la parte alta della schiena, forzando leggermente, poi l’ha avvolta intorno al busto, facendola girare due volte sopra e due volte sotto al seno. Quando ha stretto il nodo finale ero praticamente impossibilitata a muovere in qualunque modo braccia e polsi, completamente bloccati e ben fissati contro la schiena.
Si è fermato un momento ad osservarmi, e ho chiaramente notato che il mio seno, spinto in avanti dalla posizione obbligata della braccia, non lo lasciava di certo indifferente.
E’ tornato dietro di me e mi ha sussurrato nell’orecchio destro:
- Lo so che ti piace. Ti ho vista alcune sere fa sul balcone. Eri bellissima, legata sulla sedia come un salamino. Li fate spesso questi giochini, tu e il tuo compagno? Dai, dimmi che ti piace, voglio sentirtelo dire. E allora?
- Si, mi piace…
Anche se avessi voluto aggiungere qualcosa non avrei potuto farlo. Ho sentito un fazzoletto appallottolato che mi veniva spinto in bocca e, subito dopo, un foulard avvolto con una certa tensione intorno alla testa tre o quattro volte, adesso non ricordo, ma sistemato per bene in mezzo ai denti a tenere premuta con forza quella stoffa che riempiva tutto lo spazio tra lingua e palato.
Già così era un bavaglio non male, ma l’ha completato con la benda di farmacia avvolta per tutta la lunghezza, non so più quanti giri, a impedire completamente i miei tentativi di parola, riducendoli ai soliti gemiti soffocati.
Poteva bastare? No, sul divano c’era anche un rotolo di nastro adesivo colorato, largo quattro centimetri (Federico l’ha scovato da un ferramenta qui vicino) e lui l’ha preso, ne ha avvolto un bel po’ al di sopra della benda, e a quel punto ero proprio bell’e che sistemata.
Mi ha accompagnata con delicatezza sedermi sul tappeto ed è passato a legare le gambe. Caviglie sovrapposte, vari giri sopra e sotto le ginocchia, e alla fine, ultimo tocco da professionista (direi, ma da come mi aveva impacchettata, ero sicura sempre di più che il bondage fosse per lui ben altra cosa che un semplice passatempo saltuario) dicevo come ultimo tocco mi ha stretto un giro di corda in vita e poi, partendo da questo, in corrispondenza dell’ombelico, l’ha tirata, facendola passare tra le gambe, in modo che premesse per bene in quel mio punto molto sensibile, e l’ha fissata a sua volta ai miei polsi, dietro la schiena.
A quel punto si è seduto di nuovo in poltrona, e mi guardava, stesa ai suoi piedi, completamente immobilizzata, resa muta a parte qualche flebile lamento, e si divertiva a osservare i movimenti che non riuscivo a controllare. Il fatto è che l’eccitazione continuava a salire dentro di me come una marea inarrestabile: la corda tesa tra le gambe mi stimolava, il suono dei miei stessi gemiti, la forza dei legami che cingevano il busto, la costrizione del giro di corda che passando al di sopra del seno penetrava nella morbida rotondità, tutto concorreva a far sì che io mi divincolassi sempre più, lottando inutilmente con i legami, in una battaglia che, proprio perché persa in partenza, spingeva sempre più in su la marea della mia eccitazione.
Il fatto poi che lui se ne stesse lì tranquillo in poltrona a osservare i mei inutili contorcimenti.
Ma non riuscivo a venire, e la frustrazione aumentava.
E lui è stato bravo, l’ha capito, anche se ci ha messo almeno mezz’ora (ma sono sicura volutamente), e così a un certo punto è venuto a sedersi accanto a me, ha incominciato ad accarezzarmi nei punti più sensibili e alla fine sono esplosa, irrigidendomi tutta contro i legami e urlando il mio piacere nel bavaglio che ha svolto perfettamente la sua funzione, soffocando il mio grido liberatorio.
Quando, passata un’ora, se n’è tornato a casa sua dopo avermi slegata, ero ancora esausta, e mi ha salutato con una mezza promessa:
- La prossima volta che resti a casa da sola, non avere paura: ci sono sempre io a vegliare sulla tua sicurezza, almeno dalla parte del balcone.
Mi ha mandato un bacio sulla punta delle dita ed è sparito oltre la porta finestra.

Thursday, May 26th 2011 - 09:54:57 PM
    
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Una storia di: Barbara

Però qualcosa era cambiato. Intendo dire riguardo al mio vicino di casa. Ero sicura che quella volta che Federico mi aveva lasciata legata alla sedia sul balcone mentre guardava la partita, lui non mi avesse visto. Io ero stata ben attenta a vedere se per caso si fosse affacciato guardando dalla mia parte, e mi pareva che non l’avesse fatto. Però da allora qualcosa era cambiato.
Intanto il mio vicino è un tipo molto per bene, direi un po’ timido e sicuramente riservato. Mi salutava sempre con cortesia, quando ci incontravamo per le scale, e il fatto sta proprio qui. Prima ci saremo incontrati non più di una o due volte al mese; adesso invece, nella settimana dopo quel fatto del balcone, ci saremo visti almeno cinque volte. Avevo l’impressione che facesse apposta, che spiasse le mie mosse in modo da uscire da casa sua ogni volta che uscivo anch’io.
E mi guardava in modo diverso, non so bene come spiegare, ma una donna lo sa quando un uomo la guarda in modo più diretto, direi quasi provocatorio. Scendevamo insieme in ascensore e sentivo i suoi occhi su di me, sulla mia scollatura quando ero girata verso di lui, oppure sul mio culo (ne sono sicura) quando gli davo la schiena.
Così mi è venuto in mente che quella volta potesse avermi vista, e più passava il tempo più mi convincevo che lui mi avesse spiata senza che io me ne fossi accorta.
Poi, un giorno che Federico era andato via per lavoro lasciandomi sola a casa per due giorni, mentre ero sul balcone a curare i miei due vasi di gerani, lui è uscito sul suo e ci siamo scambiati qualche parola, molto educati e distaccati. Ha incominciato lui:
- Belli i suoi gerani.
- Insomma, belli è giusto un complimento. Per quanto li curi, sembrano sempre mezzo stecchiti.
- Ma no, il suo balcone è più bello e curato del mio. Ogni volta che lo guardo la invidio. Il mio è così disordinato…
Ah così, eh? Bravo, guardi spesso il mio balcone. E non è che per caso una sera hai visto qualcosa un po’ …come dire …interessante, eh? Insomma mi è venuta una voglia matta di metterlo alla prova. Fammi un po’ capire come stanno le cose. Così ho cambiato discorso come a voler sentire un parere.
- Ma lei ce l’ha un antifurto in casa?
- Certo, perché me lo chiede?
- Mah, è un pensiero che ho da tempo. Vede io l’antifurto ce l’ho e, soprattutto quando sono sola, lo attacco e mi sento più sicura. Però se per caso lei non ce l’avesse, è così facile passare dal suo balcone al mio che la mia tranquillità diventa del tutto illusoria.
- No, può stare tranquilla, quando esco lo attacco sempre, e se sono in casa può stare sicura che nessuno potrebbe arrivare da lei passando da qui.
- Beh, mi toglie una preoccupazione. Sa con i tempi che corrono. Mia cugina per esempio, si è trovata in casa due ladri che l’hanno rapinata.
- E come è successo?
- Semplice. Ha aperto la porta senza guardare dallo spioncino chi avesse suonato e …se li è trovati in casa.
- Le hanno fatto del male?
- Beh, intanto hanno rubato i soldi e poi …l’hanno legata i imbavagliata e …
- E..?
- E si sono anche presi delle libertà, lei mi capisce no? Mentre era immobilizzata senza potersi difendere.
- E poi? Come è andata a finire?
- Se ne sono andati lasciandola lì. Si figuri che l’ha liberata il marito, quando è tornato a casa, e l’ha trovata ancora legata e imbavagliata, con tutti i vestiti in disordine, per dire…
- Cioè?
- Beh, lo può ben immaginare. Si erano divertiti un bel po’.
- Oh, mi spiace..
- Vede perché ero preoccupata della sicurezza del suo appartamento? Stasera per esempio, che il mio compagno e via per lavoro, sono a casa da sola. Ma adesso so che dalla parte del balcone non corro rischi e mi sento più tranquilla.
- Stia tranquilla! Stasera sono a casa e certamente da qui non potrà introdursi nessuno.
E mi guardava con una certa aria sorniona, con un sorriso un po’ strano. Eh no, bello mio, ho pensato, adesso voglio proprio vedere se abbocchi, così ho continuato:
- Vede, oltretutto fa un caldo terribile, e dover stare con la porta balcone chiusa era proprio una tortura. Almeno so di poter far circolare un poco l’aria.
- Stia tranquilla! Starò a sentinella del suo balcone.
Stava andando tutto a gonfie vele. Il tipo mi pareva molto ben intenzionato e quindi potevo andare avanti nel mio piano. Sono rientrata in casa e ho tirato fuori un paio di corde dal cassetto e le ho lasciate mezze nascoste sotto una sedia del salotto. Ero sicura che però fosse quasi impossibile non vederle.
Ho aspettato una mezz’oretta e poi sono tornata sul balcone ad affaccendarmi di nuovo con i gerani. In breve lui era di nuovo lì a trafficare intorno a un aggeggio strano. Ho incominciato io:
- Senta, lei mi pare molto gentile, mi farebbe un favore?
- Mi dica.
- E’ da tempo che devo spostare un tavolo abbastanza pesante. Mi aiuterebbe e non farlo strisciare sul pavimento?
- Nessun problema. Arrivo. Guardi per fare prima posso anche scavalcare qui e venire direttamente da lei…
E ha aggiunto ammiccando:
- …come farebbe un ladro, ma di me si può fidare, eh!
Già, mi sa che stessimo facendo le prove generali, e sono sicura che lo sapessimo tutt’e due.
Aveva un fisico abbastanza atletico e non ci ha messo molto ad atterrare sul mio balcone. Siamo entrati in salotto e mi ha aiutata a spostare il tavolo da pranzo di un metro, secondo le mie indicazioni. Si è anche guardato intorno e sono certa che le due corde le ha viste, anche se ha fatto finta di niente. Poi per la stessa strada se n’è tornato a casa sua. Ma quello che è interessante è quello che ci siamo ancora detti. Io, tutta tranquilla:
- Allora stasera posso stare tranquilla anche con la finestra aperta, vero?
- Come se anche il suo compagno fosse in casa.
- Ah, bene, sa, con lui mi sento proprio protetta, ma adesso so che anche con lei…
- Certo, certo, se poi anche così si sentisse ancora insicura, sa… immagino che l’esperienza di sua cugina le abbia lasciato qualche timore… insomma, volevo dire, non sono certo cose piacevoli… ma io sono qui di fianco, OK?
- Già, mia cugina. Senta, possiamo darci del tu? In fondo siamo vicini di casa da tanto…
- Certo, io sono Carlo.
- E io Barbara.
Ci siamo stretti la mano e abbiamo continuato in modo più informale.
- Dicevo.. mia cugina. In confidenza sai che ho un certo pensiero?
- Ah si? Quale?
- Che tutto sommato l’esperienza che ha avuto non le sia poi dispiaciuta così tanto. Naturalmente lei non lo ammetterà mai, ma io la conosco… mmmh!
- E cosa te lo fa pensare?
- No, niente di particolare. Solo intuizione femminile.
- Certo che voi donne non finirete mai di stupirmi. Va beh, ciao torno a casa mia, e per stasera …stai pure tranquilla, hai capito?
- Si, si, lo so. Antifurto alla porta e dalla parte del balcone …ci sei tu. Beh, grazie.
Così alla sera ero pronta ed …eccitata da matti. Ho indossato la biancheria sexy nera che piace tanto a Federico, con il reggiseno a balconcino che mette bene in risalto la piena rotondità delle tette e i minuscoli slip. Sopra una semplice camicetta, lasciata un po’ aperta sul davanti, e un paio di pantaloncini corti, comodi. Non ho neanche acceso la TV, ho lasciata aperta la porta balcone e mi sono seduta sul divano a leggere un libro. Alle undici fuori era buio. Non riuscivo neanche a leggere, con l’attenzione tesa a ogni piccolo rumore. Ormai le cose erano abbastanza chiare. Secondo me tra poco l’avrei sentito sul balcone e poi sarebbe entrato lì da me. Avevo fin preparato tutte le corde e i bavagli sul divano accanto a me, in modo che non ci fossero dubbi quando mi avesse visto. Se poi non fosse arrivato sarebbe stata proprio una delusione.
Ma non ha tardato molto. Ho sentito distintamente il suono felpato dei suoi passi sul mio balcone e un attimo dopo era lì, davanti a me.

Alla prossima. Naturalmente il racconto continua.

Wednesday, May 25th 2011 - 06:08:39 PM
    
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Una storia di: Miles Hendon

Cari ragazzi,

sono felice di comunicarvi che su Xcomics n. 121 in edicola a maggio, è stata pubblicata una nuova storia scritta, disegnata e colorata da me. Io non ci guadagno niente, dalla vendita, ma se volete comprare la rivista potremmo contribuire forse un pochino a lanciare un segnale di ottimismo. Naturalmente sulla rivista non mi firmo con questo Nick, ma ne riparleremo: la storia (intitolata "Due come noi") non è bondage (lo era la mia prima, sul numero 115), ma è a colori ed è piuttosto hard, e sono certo che piacerà a tutti coloro che vedono il sesso come un piacevole gioco di complicità. Grazie per l'attenzione.

Miles

P.S. Ecco, la rivista costa solo 5.90. Cosa volete che siano? :-)
In fondo alla storia troverete il link al mio blog "fumettistico". Potete scrivere nei commenti, vi chiedo solo la cortesia di non fare lì alcun riferimento a questa nostra privatissima pagina. Grazie.

Wednesday, May 18th 2011 - 07:26:49 PM
    
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Una storia di: Barbara

I giochi di bondage mi hanno affascinata fin da piccola. E devo dire che ancora oggi, con il mio compagno Federico, indugiamo spesso cercando tutte le occasioni buone per tirare fuori corde e bavagli che poi normalmente vengono usati su di me.
E già, perché quella che si diverte di più a farsi immobilizzare sono io, ma ogni tanto anche lo scambio dei ruoli ci può stare.
Capita con una certa frequenza che lui si debba allontanare per due o tre giorni per lavoro, e, non so bene come mai, quando la sera mi ritrovo a casa da sola, succede spesso che me ne stia tranquilla in poltrona a leggere o …fantasticare. La televisione no, quella quasi la odio, e se sono da sola, proprio non la accendo.
A proposito di televisione, alcune sere fa, dopo cena, c’era la solita partita (che io odio) e così mi sono detta “Intanto che lui la guarda, io posso certamente fare qualcosa di più intelligente, per esempio farmi impacchettare e poi provare a vedere se riesco a liberarmi da sola”.
Non ci riesco mai, eh, però mi piace tentare. Provare a combattere con i legami che mi stringono, i nodi che non riesco mai a raggiungere, il bavaglio che mi impedisce la parola.
Così ho preso in mano il telecomando e per due volte gli ho cambiato canale. Lo sapevo che la conseguenza sarebbe stata quella.
Ha aperto il cassetto che in salotto contiene tutto quello che serve, ha messo una sedia di fronte alla porta balcone, girata verso l’esterno, mi ci ha fatta sedere e mi ha legata per bene.
Polsi incrociati dietro lo schienale, legati con vari giri in orizzontale e verticale, e a loro volta tenuti tirati verso il basso con la corda che avanzava, legata alla traversa delle gambe posteriori della sedia. Poi vari giri di corda sopra e sotto il seno e attorno ai gomiti, in modo da tenermi il busto saldamente ancorato contro lo schienale. Non potevano naturalmente mancare le corde sufficientemente strette a immobilizzare ginocchia e caviglie. Queste ultime tenute a loro volta spinte all’indietro, tirate verso la traversa posteriore delle gambe della sedia.
In questi casi, mentre lui tira, stringe, annoda ecc. io recito la scena di quella che non vuole, si agita, insulta ecc. così alla fine non può mancare un bel bavaglio che riduce ai soliti gemiti e mugolii le mie capacità espressive.
Sia a me che a lui piace che il bavaglio sia effettivo. Non quello dei film dove un semplice fazzoletto tra i denti, oppure sopra le labbra, pare rendere del tutto muta la povera eroina rapita. No, se devo essere imbavagliata, devo esserlo veramente. E allora, per esempio, quella sera mi ha messo una spugna in bocca, poi ci ha legato sopra, girandola tre volta una lunga striscia di stoffa, e poi, sopra ancora, una lunga benda di farmacia ben tirata e avvolta in modo da coprire tutta la parte del viso dal naso al mento.
In effetti la spugna mi riempiva completamente la bocca, bloccando la lingua verso il basso, e tutto il resto impediva qualunque tentativo di espellerla. I gemiti e mugolii vari erano proprio ben soffocati.
E lui si è messo tranquillo a seguire la partita che io, girata di spalle, per fortuna potevo fare a meno di vedere. Però sentivo e siccome come ho detto la odio, e oltretutto volevo come sempre provare a liberami (anche se capivo benissimo che sarebbe stato impossibile), fatto sta che ho incominciato a dimenarmi e contorcermi per quanto era possibile, emettendo un sacco di versi e piagnucolii chiaramente incomprensibili.
Ma evidentemente a lui davano fastidio e allora mi ha minacciata, se non me ne fossi stata buona tranquilla, di mettermi fuori sul balcone.
Non credevo che dicesse sul serio. Solo l’idea di ritrovarmi sul balcone al quarto piano legata a quel modo, e che qualcuno dalle case di fronte, che pure sono lontane, perché davanti a casa mia c’è un giardinetto, mi terrorizzava, ma contemporaneamente mi ha dato una botta di eccitazione incredibile.
A quel punto proprio non riuscivo più a stare ferma, perché la fantasia su quella possibilità galoppava. Mi immaginavo già esposta immobilizzata agli sguardi altrui e inquadrata da chissà quanti binocoli, l’eccitazione cresceva e, se avessi avuto le mani libere, avrei saputo come portarla al culmine finale. Ma non potevo. Cercavo di sfregare le cosce, di trovare il contatto del seno con le corde che mi avvolgevano il busto, ma non riuscivo a far altro che aumentare il senso di frustrazione, mentre il volume dei miei gemiti aumentava sensibilmente.
Bene. A un certo punto lui l’ha fatto. Ha aperto la porta balcone, ha preso la sedia con me legata sopra e mi ha messo fuori, sempre girata verso l’esterno. Poi è rientrato e ha richiuso il balcone.
Sono rimasta senza fiato, con l’aria fresca che mi accarezzava e, davanti a me, un po’ lontane per fortuna, le case di fronte, con le finestre dei salotti illuminate (chissà quanti stavano guardando la partita). Cercavo di scoprire se ci fosse qualcuno affacciato, qualcuno che potesse vedermi, e pian piano mi sono un po’ tranquillizzata. Ero vestita di scuro e quindi al buio difficilmente individuabile, però le corde e il bavaglio erano bianchi, cazzo, quelle si che si potevano vedere, anche da lontano.
Ma non avevo pensato a una cosa: il mio vicino di pianerottolo. Anche il suo appartamento aveva un balcone come il mio, e per di più diviso soltanto da una leggera separazione di metallo, alta ma che copriva solo fino alla ringhiera. Se fosse uscito e si fosse affacciato guardando dalla mia parte, avrebbe potuto godersi tranquillamente lo spettacolo di me conciata a quel modo da una distanza di non più di tre metri.
Bè, non ci crederete, ma a un certo punto è veramente uscito sul balcone e ha trafficato un po’. Ero veramente terrorizzata e stavo ferma immobile, senza emettere neanche un piccolo suono. Non si è sporto e quindi non mi ha vista (almeno così mi pare), e quando ho sentito che rientrava e ha chiuso la finestra ero così eccitata che finalmente ho raggiunto l’orgasmo, cosa che per altro mi è capitata pochissime volte quando sono legata, e solo in condizioni molto particolari.
Quando la partita è finita Federico è venuto a riprendermi e a riportarmi dentro. Ero così distrutta che perfino lui si è stupito. Mi ha detto “Vedo che ti è piaciuto, eh? Buono a sapersi”.
Dopo abbiamo fatto l’amore ma anche sul letto sono sempre stata legata e imbavagliata.

Thursday, May 12th 2011 - 11:33:29 AM
    
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Una storia di: Max135

03
Federica
La osservai pensando a quanto mi dispiaceva non poterla guardarla negli occhi...poi pensai, perché poi devo tenerla bendata, tanto mi aveva già visto l'altra volta no?. E poi si dev'essere già spaventata a sufficienza. Comunque prima di toglierle la benda dovevo fare un'altra cosa. Dovevo andare a recuperare le cose che erano rimaste in cortile, soprattutto borsetta e scarpe, che le erano cadute mentre la trascinavo. Cosi feci. Quando tornai la prima cosa che feci fu ti sostituirle il bavaglio. Anche per lei ne avevo uno nuovo. Una pallina molto grande, quasi delle dimensioni di una pallina da tennis, quasi. Nera, con cinghia nera. Tutta per lei. Ahahah
Anche con lei volevo rimettere a posto il rossetto, che naturalmente trovai nella sua  borsetta. Pensai a come fare. Poi mi venne in mente che potevo provare a fare una cosa....
Piano piano le staccai il nastro dalla bocca. Appena tolto Federica sputo il fazzoletto e inizio a gridare.
-shhhh, ho bisogno che stai buona buona-
Ma continuo a urlare di lasciarla andare. Allora le tappai il naso con un pezzo di nastro. Federica a quel punto, presa alla sprovvista si blocco a bocca aperta. Respirando profondamente.
Io presi il rossetto e glielo ripassai sulle labbra, poi finito il ritocco le strizzai il seno costringendola a spalancare la bocca per emettere un urlo, cosi le infilai tra i denti il bavaglio. Le sollevai i capelli e lo strinsi fortissimo. Federica inizio ad agitarsi e a sbuffare saliva dalla bocca. Effettivamente era giunto il momento di toglierle il nastro dal naso, e cosi feci. Finii di legarla, completamente, caviglie ,ginocchia ,gomiti (notai che le giornate con Cristina e Fulvio l'avevano sciolta bene, i gomiti infatti toccavano) e polsi. A questo punto le tolsi la benda e mi riconobbe.
Ora era giunto il momento di far giocare anche Fulvio.

-continua-

Thursday, May 5th 2011 - 03:01:04 PM
    
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Una storia di: Dominatore Segreto

Era Sua: questo era un dato di fatto. Ed era anche una perfetta idiota.
Nella mente di Laura i pensieri si affollavano vorticosamente e poi, come in una folata improvvisa, scomparivano soppiantati dal desiderio impellente che ormai la permeava e la rendeva folle. Non credeva di essere mai stata così eccitata come in quel momento.
La serata era stata una escalation di sensazioni nuove, pazzesche. Si era lasciata condurre in quel gioco fino a perdere non solo la testa, ma anche completamente il controllo della situazione che, al contrario, l'altra persona che era con lei aveva saldamente in pugno.
Non riusciva a pensare lucidamente, mentre le pulsava tutto il corpo. Era tesa come una corda, si immaginava i capezzoli che stavano dando il meglio di sé: turgidi e sensibili come non erano mai stati, tanto che potevano avvertire anche il minimo spostamento d'aria. La sua pelle era in spasmodica attesa di un qualsiasi contatto che non arrivava. Ma il top lo raggiungeva sicuramente in mezzo alle gambe: quel maledetto arnese era tanto piccolo quanto diabolico, infilato nelle mutande premeva solo leggermente ma proprio dove l'effetto si faceva più sentire, procurandole continuamente piccoli brividi di piacere.
Non riusciva a darsi pace, avrebbe voluto afferrarlo e infilarselo dentro ma non poteva muovere le mani, saldamente fissate con una corda dietro la sua schiena costringendola ad inarcarsi in una posizione un po' scomoda. Anche le caviglie erano bloccate, legate, unite tra loro e fissate all'estremità del letto.

Non era nuda ma avrebbe preferito esserlo, costretta in quel vestito da prostituta che le era stato fatto mettere per l'occasione una volta arrivati a destinazione: i tacchi erano così alti da essere imbarazzanti anche per una come lei, che amava il tacco 12. Questi erano ben più alti, gestibili solo con una generosa zeppa sotto la parte anteriore della suola: sicuramente arrivavano da un sexy shop e non da un vero negozio di scarpe. Il bustino nero che aveva indosso era velato e lasciava pochissimo all'immaginazione: le faceva un vitino da vespa e le metteva sicuramente in risalto i bei seni che lasciava scoperti, spingendoli in alto e rendendo i capezzoli iper-sensibili. Le mutande invece venivano dal suo guardaroba, ma questa sera immaginando un epilogo erotico, ne aveva scelto un paio decisamente minuscole. Abbastanza grandi però da contenere quel piccolo e strano ovetto vibrante che ci era stato infilato.

Possibile che fosse così scema da ficcarsi in una situazione del genere? Lei non era certo una che usciva con il primo che capitava... anzi! Era già da un po' che frequentava la persona con cui si trovava stasera, lo conosceva (o meglio: credeva di conoscerlo!) da anni. L'azienda in cui Lui era responsabile amministrativo era cliente della filiale della banca dove lavorava Laura, e proprio lei era la responsabile dei clienti business. Per di più era decisamente carino, sui 35-40 anni, due incredibili occhi blu... lo aveva notato già dalle prime volte, ma solo ultimamente le aveva chiesto di uscire. Lei era single, Lui anche e quindi aveva accettato di buon grado. Si era dimostrato una persona interessate e per niente banale, ma fin dal primo appuntamento si era creato intorno a lui un alone di mistero che aveva intrigato Laura come ben pochi erano riusciti a fare prima di lui.
Alla fine, dopo diverse uscite e un po' di sesso "normale" lui aveva cominciato a parlare di situazioni particolari che amplificano le sensazioni, di lasciarsi andare completamente, di sentirsi totalmente abbandonata all’altra persona, sentirsi perduta e ritrovarsi, ecc... Laura sapeva già dove Lui voleva andare a parare: aveva già sentito di qualche sua amica che si era fatta ammanettare al letto dal fidanzato o cose del genere, dai racconti non le era sembrato niente di ché e alla fine si era fatta convincere a provare.
Aveva scoperto subito che sentirlo raccontare ed esserci dentro non era proprio la stessa cosa: una volta immobilizzata al letto le era arrivata addosso come una doccia gelata la sensazione di totale impotenza; si sentiva completamente alla mercé di un'altra persona e aveva cominciato ad essere nervosa, ma l'apoteosi è arrivata subito dopo, quando era stata bendata.
Cieca! Essere legata ad un letto, vestita come una prostituta e senza sapere cosa le succedeva intorno! I sensi le si erano acutizzati istantaneamente e, con sua grande sorpresa, sentiva che si stava eccitando... oddio, le piaceva!!

Subito si era vergognata di dimostrare che si stava eccitando, messa com'era non poteva certo nasconderlo più di tanto... si rendeva conto che quella situazione stava amplificando quel lato oscuro che forse aveva sempre cercato di non esplorare troppo, quel lato che adesso la faceva sentire perversa e decisamente più zoccola di quello che era in realtà. Sì, zoccola! non avrebbe potuto definirsi in altro modo...se l'avessero vista i colleghi... altro che manager in carriera, altro che futuro direttore della filiale!
Ma questi pensieri duravano l'ombra di un istante, la voglia era troppa e troppo forte il desiderio di toccarsi!
Appena le sembrava di sentire qualcosa intorno girava la testa da quella parte, come se potesse vedere, come a acutizzare ancora di più i suoi sensi. Cercava in ogni modo di arrivare a prendere l'ovetto con le mani, ma per quanto si divincolasse riusciva solo ad eccitarsi e a tendersi sempre di più.
Cominciò ad implorarlo di scoparla: era certa che lui fosse lì vicino e la stesse osservando. Maledetto bastardo!

Ad un certo punto sentì due dita sulla gamba, sopra il ginocchio. Erano solo due dita che la sfioravano, ma era così tesa che fu come una frustata!
Bastò quel tocco a farla bagnare ancora di più. Ormai doveva avere allagato quelle minuscole e inutili mutandine. Che vergogna! Che figura da troia che stava facendo! ...ma in fondo in fondo forse la sua natura era davvero questa...
- "Ti prego, sto impazzendo: almeno fammelo prendere in bocca! Ti prego! Solo un minuto..." -
Niente! La sua voglia era diventata incontrollabile.
- "Vediamo.... se te lo facessi assaggiare tu cosa mi daresti?"
-Finalmente la sua voce! Non che credesse che ci fosse qualcun altro, ma non vedendo niente era facile farsi venire strane idee.
- "Ti do' tutto, stronzo! …hai già tutto! Guardami, sono qui legata al tuo letto e bendata come la peggior puttana, cosa vuoi di più?" -
All'improvviso sentì qualcosa che le sfiorava uno dei capezzoli, freddissimo. "NO! Non un cubetto di ghiaccio! Ti prego! Non ce la faccio a resistere!" I suoi capezzoli erano diventati di acciaio, le facevano persino male da quanto si erano irrigiditi.
- "Voglio che ti arrendi, che ti consegni definitivamente a me!" -
Laura non capiva. - "Ma cosa vuoi??! Non capisco!" -
- "Ad esempio questo:" e così dicendo sfregò qualcosa sul braccio e sulla pancia di Laura.
- "Ma che cazzo è?!?" - Bisbigliò lei, un po' confusa - "Non capisco!" -
- "E' il tuo bancomat. Voglio il codice" - E con una mano afferrò uno dei seni e lo strizzò.
Stavolta Laura fu sicura di percepire la fontana che si allagava in mezzo alle gambe, e come se non bastasse nel frattempo l'odiosissimo ovetto aveva intensificato il ritmo.
Era insopportabile! Laura inarcò la schiena per riflesso ed emise un urlo di piacere.
- "24172!!" "24172!!" - urlò
- "Non mi fido... dimmelo al contrario..."
-Maledetto stronzo. Era furbo. Il numero se lo era inventato e nello stato in cui si trovava già non si ricordava più cosa gli aveva detto.
- "Ok, 54800, giuro.... stavolta è quello giusto..." -

Perché voleva il codice del bancomat? Non gli servivano certo i suoi soldi, sapeva che lui economicamente se la passava piuttosto bene...Fece un attimo mente locale: erano soli in una casa, probabilmente isolata, non sapeva bene dove, perché con la scusa del gioco l'aveva portata fin qui bendata. Sul tavolo nell'altra stanza c'era la sua borsetta con dentro tutto: il borsellino con i documenti e i soldi, la carta di credito... le chiavi di casa! e di fianco alla borsa, sul tavolo le chiavi della sua Audi A3 nuova che in questo momento era nel garage di sotto! La scusa per uscire quella sera era proprio lo sfoggio dell'auto nuova.... Vuoi vedere che i soldi non se li era fatti con il suo lavoro ufficiale?

"Brava Laura, totally fucked up! come direbbe la mia amica Kate, sempre molto colorita nel suo slang."
Probabilmente nessuno sapeva dov'era e nessuno l'avrebbe cercata per un bel po'. Questi pensieri terribili distrassero per un attimo la sua mente, ma non il suo povero corpo assetato di desiderio.
- "Ti prego, hai vinto, ti dico tutto quello che vuoi di me, ormai sono tua, mi arrendo, ma non lasciarmi impazzire dalla voglia! Sei crudele..."
- "Brava, così mi piaci" - disse lui compiaciuto. - "Apri la bocca." -
Finalmente! non aspettava altro ormai. Spalancò la bocca per ricevere la sua verga ma si trovò infilata una pallina di stoffa e un foulard stretto tra di denti che immediatamente lui le fissò dietro la nuca. Tra la sorpresa e il fatto che era bendata e legata, fu presa alla sprovvista e non poté opporre molta resistenza. Provò ad urlare:
- "Mmmmphhh!!! Mmmmphhh! Mggghh!" -
"Oh merda! Ok, sono Legata, bendata e imbavagliata! Adesso sì che sono nei guai!"

- "Mi sa che ti sei cacciata in un bel guaio, cara..." - arrivò la voce di Lui a confermare i suoi pensieri.
- "Comunque adesso sei al 100% in mio potere, in questo momento io posso farti godere da impazzire oppure, che ne so, venderti a qualche sceicco arabo... sai, le bionde con gli occhi verdi sono molto ricercate negli harem, specie se hanno un fisico da urlo come il tuo.... ci farei un sacco di soldi!"
- Per un attimo Laura non realizzò bene: voleva davvero venderla alla tratta delle bianche??? Ok, ora era davvero nella merda fino al collo...
- "Nnnnggh! Ttt ppeo!"
Aveva toccato il fondo, peggio di così non poteva andare, era veramente fottuta su tutta la linea. Tranne che nel senso letterale del termine, visto che la sua voglia non accennava ad abbandonarla nonostante tutto. Ormai non aveva più niente da perdere, era finita... ed era bagnata come non mai! Si sentiva letteralmente stordita dall'eccitazione.
Se prima si era sentita come se stesse camminando sul ciglio di un baratro, profondo, oscuro ma maledettamente attraente, ora era conscia si stare precipitando verso l’abisso, come in volo dalla cima di un grattacielo.
Decise che lottare era inutile, sperava che alla fine fosse davvero tutto un gioco. Non le importava più nulla! Era sconvolta da quanto la eccitava essere schiava. Schiava senza speranza e senza via d'uscita.

Sentiva le dita di lui scivolare lungo il suo corpo bloccato dalle corde, sentiva le sue mani stringerle i seni e la sua lingua accarezzarle i capezzoli. Non controllava più i suoi movimenti, se di movimenti si poteva parlare nelle sue condizioni. Sentiva i tacchi impigliarsi nelle lenzuola mentre muoveva i piedi convulsamente sforzando con le caviglie bloccate dalle corde. Era completamente sudata e tra le gambe ormai doveva avere un lago.
Si sentiva troia e perduta. Domata. Domata a colpi di libidine.

Ad un certo punto lo sentì che le prendeva le caviglie e gliele alzava, sempre con le gambe unite, sopra la testa. Con la corda che prima le aveva fissate in fondo al letto, stavolta le legò alla testiera: in questo modo era coricata sulla schiena come prima, ma con le gambe in alto e le ginocchia quasi sopra in viso, a poca distanza dal suo naso.
- "Mmmmph! - Protestò, ma ormai era vinta e si lasciava fare tutto.
Bloccata nella sua nuova posizione sentì che le venivano sfilate le mutande: Lui gliele fece scorrere lungo le gambe fino a farle arrivare alle ginocchia. In questo modo era completamente esposta. I suoi buchetti allagati erano in bella vista e le sue mutande le penzolavano dalle ginocchia sul viso, poteva sentirle con la punta del naso e con le lebbra: erano inzuppate oltre ogni immaginazione! Qualche ora prima si sarebbe uccisa dalla vergogna, ma ora le cose avevano preso tutta un'altra prospettiva. Non aveva più un onore da difendere, era completamente, indiscutibilmente sottomessa!

Intanto Lui aveva cominciato a sfregare il suo membro su di lei e a giocare con i suoi buchetti esposti e allagati. Aveva desiderato così tanto quel momento che a momenti perse completamente la ragione! Dopo un po' la penetrò. Doveva essere come entrare nel burro fuso... Sentiva la sua fichetta che faceva più o meno lo stesso rumore di una pozzanghera in cui si infila un pistone. Ma non le interessava più nulla. Non capiva più nulla. Stava godendo come una pazza! Urlava nel bavaglio con tutto il fiato che aveva il suo piacere, fino a sfinirsi. Fu penetrata a fondo e a lungo: era così bagnata che la cosa durò più di quanto si fosse aspettata.
Laura stava precipitando sempre più nel baratro della sua perdizione, questa immagine che continuava a formarsi nella sua mente rendeva bene la sensazione che provava in ogni parte del suo corpo. L’eccitazione era al culmine, e in fondo sperava che quel volo non terminasse mai …o almeno che l’atterraggio non fosse la fine di tutto.

Non si era mai sentita così appagata dal sesso, glielo aveva fatto desiderare con tutta la sua volontà, era stata disposta a tutto, veramente tutto, per essere presa da Lui. Ritornò in sé: entì le Sue dita che le slegavano le gambe dalla spalliera del letto e la adiagiavano su un fianco: era completamente distrutta e priva di forze, aveva ancora i polsi e le caviglie legati, ma anche se l'avesse liberata non sarebbe riuscita a scappare. Era così intorpidita e con quelle scarpe non sarebbe riuscita ad arrivare nemmeno alla porta della camera.
Lui le tolse la benda.
La stanza era in penombra e c'era una luce debole e soffusa, ma riusciva a distinguere bene la figura tonica e atletica del suo ragazzo-aguzzino-padrone: non sapeva più come definirlo, ma in compenso sapeva come definire se stessa: una schiava senza più pudore.
- "Adeff cof. ..i fah..gh?" - tentò di mugolare nel bavaglio.
Non che in quel momento le interessasse la sua sorte: era troppo sconvolta di se stessa e per quello che aveva provato nelle ultime ore per essere lucida.

Lui l'accarezzò e le sfilò il bavaglio.- "Sei stata eccezionale, ti sei calata nella parte in modo incredibile! Direi che adesso ti meriti una doccia dove ti insaponerò per bene e dove riempirò di carezze questo corpo così provato dal gioco che abbiamo fatto... a dire la verità pensavo di dormire qui con te stanotte, ma abbiamo fatto un tale macello su questo letto che mi sa che convenga andare a dormire da te o nel mio appartamento in città".
Laura cominciò lentamente a realizzare: - "Quindi non sarò venduta?? -
- "Cosa? Ma sei fuori?? - la stava guardando divertito e sinceramente stupito come se la vedesse per la prima volta.
- "Magari qualche arabo ricchissimo ti paga con un sacco di cammelli…" - Scherzò Laura vagamente rinfrancata, tanto per non fare vedere che prima diceva sul serio e fare la figura della stupida, ma il cuore adesso le impazziva nel petto.
- "Cammelli? No guarda, cammelli proprio no, ma non ci sono nemmeno abbastanza pozzi di petrolio in Arabia per comprare un gioiello come te" –
Ciufff! Era arrivata … la sua caduta nel baratro si era conclusa. Era atterrata su una morbida e quanto mai provvidenziale nuvoletta bianca. Forse stava sognando, o semplicemente era uscita completamente di senno, ma adesso stava bene lì e se era un sogno non voleva essere svegliata.
Ora capiva cosa intendeva Lui quando le aveva detto "sentirsi perduta e ritrovarsi".
- "E poi il gioco è finito e non sei più mia, almeno fino alla prossima volta..... Sempre che ti sia piaciuto, ovviamente" –

La mente di Laura era una centrifuga di pensieri. Ce n'era uno in particolare che le batteva in testa:
- "Posso chiederti una cosa?" - Disse mentre erano entrambi in bagno sotto la grande doccia.
- "Certo, immagino già cosa vuoi sapere..." - Rispose lui.
- "Queste cose le hai fatte anche con qualcun'altra?" -
Lui le prese le spalle e la girò verso di sé, fissò il suo sguardo, che doveva essere qualcosa tra lo smarrito e il rassegnato. Ma dentro di lei aveva un po' di speranza. Forse. Non lo sapeva nemmeno lei. Non poteva essere gelosa di una cosa del genere! E poi lui le era sembrato troppo sicuro di sé perché fosse uno alle prime armi.
- "Vuoi per caso sapere se lo sceicco sono io e se tu sei appena entrata nel mio harem?" - Disse lui ridendo.
- "Mi accetteresti? ...Come schiava intendo..." - Adesso lo sguardo era quasi implorante
Lui le sorrise: - "Tesoro, dipende da te... hai superato alla grande questa prima prova, ma siamo solo all'inizio e ci sono ancora parecchi giochi da fare." –

Wednesday, May 4th 2011 - 11:58:28 AM
    
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Una storia di: Max135

02
In casa
Cosi feci. La slegai dal palo, promettendole di riportarla al più presto visto che sotto sotto le piaceva un sacco.
Ma non ora.
Me la caricai in spalla e rientrammo. La misi vicino, ma non troppo, a Cristina visto che Cristina è una ragazza mai doma e aprii il borsone. Ne tirai fuori 2 due foulard da usare come bende e gliele misi sogli occhi una per una.
Cosi almeno potevo togliermi la calza dalla testa. Poi iniziai a tirare fuori corde e.... per la felicità di Cristina, bavagli a palla e uno ad anello che avevo voglia di farle provare subito. Tanto a lei piaceva quel rivoletto di saliva che esce hai lati dalla bocca. Con quello ad anello chissà cosa sarebbe capitato ahahah.
Mi avvicinai a lei, le slegai le gambe. Fra parentesi Cristina era ancora in intimo bianco, probabilmente era già cosi quando aveva assalito Fulvio. Comunque iniziai con pazienza a legarla con le corde. Caviglie, sotto e sopra le ginocchia, con una coordina sottile legai insieme anche gli alluci. Avendo avuto naturalmente cura di prepararle prima un bel tanga di corda con nodi nei punti giusti Ihihih.
Le legai strettissimi i gomiti facendoglieli toccare, tanto lei era allenata, tolsi il nastro dai polsi ma per sostituirlo con la corda. Poi le infilai le mani in due sacchetti di stoffa e glieli fissai col nastro ai polsi costringendola a tenere le mani chiuse in pugni. Ora.....
Le tolsi con cautela il nastro dalla bocca.
-Mmmgghh... Chi cavolo sei, che c..... vuoi da noi, lasciagghhhhhjhhh-
Più o meno fu il suono che emetteva con l'anello tra i denti.
-ghhghffffhhh-
-Wow, stai già iniziando a sbavare. Non sai dove tenere la lingua vero?-
-gghhhhhhhhg-
-mmmmmffffffhhh-
-oh protesti anche tu Federica? Ora arrivo anche da te, non preoccuparti, manca solo un dettaglio con Cristina poi arrivo-
Un attimo di silenzio.
Oops ho fatto i nomi. Si chiederanno come faccio a conoscerle. Va bene lo stesso, andiamo avanti.
Andai in camera guardai Fulvio e dissi:
-ancora un poco e arrivo anche da te-
Sentendo una voce sconosciuta inizio a agitarsi. Peggio per lui. Cristina lo aveva legato bene, non ne dubitavo. Comunque cercai sulla cassettiera e nei cassetti , poi in bagno, alla fine trovai quello che cercavo. Un rossetto. Tornai in sala. Cristina era rotolata da una parte, forse sperava in qualcosa per liberarsi. La presi per i piedi e la trascinai di nuovo davanti al divano. So che quello che stavo facendo era abbastanza duro ma chi se ne importa. Presi una corda e le tirai le caviglie verso i glutei. Le gambe essendo legate nelle ginocchia facevano fatica a piegarsi. Comunque passai la corda tra le caviglie e la passai sopra le spalle e sotto le ascelle dietro la schiena. Tirai il più che potevo, e quando fui soddisfatto feci un nodo. Poi la girai sul fianco le tenni la testa sulle mie ginocchia e le ripassai il rossetto che si era rovinato col nastro, non sono un esperto ma venne sufficientemente bene. La riappoggiai a terra che sbavava a più non posso, anzi a pensarci mi aveva bagnato i pantaloni.
-Acci. Vediamo a che punto sei tu?-
Effettivamente poteva sembrare che fossi venuto, del resto ero decisamente eccitato, tanto che facevi fatica amuovermi, chinarmi e ogni tanto dovevo fermarmi e concentrarmi su qualcosa d'altro.
La toccai in mezzo allegambe e ebbi la conferma che anche lei era eccitata Ihihih.
-bene bene, tu sei a posto, ora sta a te Federica- e mi alzai per andare da lei.
-gghhhhhhhhg!!-
-Mmmmmgggggggggggg-
-Wow che concerto-

Continua

Wednesday, May 4th 2011 - 11:03:46 AM
    
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Una storia di: Max135

Questo racconto è di pura fantasia

01
A noi.
Adesso basta. Non è possibile. Non ne posso più. Insomma sono un uomo del resto e come diceva Wilde posso resistere a tutto ma non alle tentazioni.
Cosi ho preso la mia decisione. Passo le mie giornate a chattare, sperare che in linea ci sia Federica o Cristina, anche Fulvio ma lui è spesso impegnato, sia per lavoro che per "hobbies" se possiamo chiamare cosi le due streghette (me lo concedete vero?).
Cosi so quasi sempre cosa succederà il fine settimana. E una domenica la grigliata, una volta la prova del palo, quasi sempre so che ci rimetterà Fulvio. Ora basta. Intervengo.
Sono pronto.
So quale è il programma per domenica prossima ahahahah
Le due come al solito si preparano per una sorpresina a Fulvio.
Ma non sanno....come finirà.
Come dicevo sono pronto.
Ho fatto spesa, come mai non ci sono i saldi al sexy shop?
Ho messo tutto l'occorrente in un borsone.
È domenica. Sveglia presto e via in auto. Imposto il navigatore, facendo finta di niente mi sono fatto dare l'indirizzo da Fulvio. Arrivo a destinazione e mi apposto in attesa. Accendo in chat col palmare. Toh c'e già Cristina.
Saluti, e mi racconta che ha già sopraffatto Fulvio nel sonno. Adesso è incrapettato ai piedi del letto sbavando a terra e sono in attesa di Federica, che dovrebbe essere li a momenti.
Provo a buttarla li.
-sai che dovresti fare?-
-dimmi?-
-stavolta bendalo, magari sente i rumori e pensa venga anche qualcun'altro-
So che è riluttante, lo é sempre stata a bendare, ma stavolta.....
-ma si dai, lo faccio-
Cavolo oggi mi va tutto bene. É la mia giornata.
Bene ora devo decidere se cambiare programma. Avevo idea di intervenire quando loro erano tranquille in casa. Ma ora che mi ha detto che Federica non é ancora arrivata....quasi quasi.
Deciso.
Scendo dalla macchina. Mi metto nel marsupio un rotolo di nastro adesivo, un fazzoletto bello grande e una calza di nylon. Tutto il resto lo lascio nel borsone, che pero mi porto dietro e nascondo vicino al portone. Naturalmente mi nascondo anche io e mi infilo in testa la calza di nylon. Aspetto. Nel frattempo continuo a chattare con Cristina. La convinco a rimanere in camera a stuzzicare Fulvio.
Poco dopo entra nel vialetto una macchina. Si ferma e scende Federica. Wow che spettacolo. Lo sapevo ma non ero pronto. Minigonna di jeans e maglietta. Naturalmente scarpe coi tacchi. Oddio oddio, sono talmente tanto agitato che mi tremano le gambe. Ora o mai più.
Quando Federica è ad un paio di metri dalla porta e si sta allungando per suonare, le salto addosso. Con una mano la stringo in vita e l'altra la uso a tapparle la bocca. Per evitare che dentro Cristina senta rumori strani. La trascino via dal vialetto. La spingo contro il muro tenendole la mano sulla bocca. E con l'altra apro il marsupio. Lei subito mette le sue mani sul mio braccio sperando di liberare la bocca. E glielo faccio credere spostando la mano. Naturalmente con l'altra avevo già preso il fazzoletto che le spingo in bocca con grande sorpresa per lei. Non ha tempo di capire, la giro e le nastro i polsi dietro la schiena, la rigiro e le applico un pezzo di nastro sulla bocca per evitare che sputi il fazzoletto. Poi la trascino nel giardino. Peccato l'ho spettinata, peró quello sguardo merita.
Fa resistenza, ma del resto non può nulla. Poi vedo l'oggetto tanto usato da queste parti.... Il palo
La faccio avvicinare e la appoggio di schiena.
Devo essere veloce, non vorrei che Cristina passasse e guardasse fuori dalla finestra.
Quindi le faccio qualche giro di nastro alla altezza delle spalle e della vita. Poi le caviglie. Una carezza, poi via verso la casa.
Ed ora....ritrovo Cristina in chat.
-ciao, allora?-
-bene, Fulvio è pronto, Federica non è ancora arrivata-
-ancora?-
-si, strano, per queste occasioni è sempre puntuale, non capisco-
-beh, prova a chiamarla, magari ha un problema-
-si ora lo faccio-
-ok stacco un momento, sappimi dire-
-ok, a dopo-
Ihihih, tutto come previsto. Mi appostai di fianco alla porta. La borsetta di Federica era ancora li a terra a due passi dove era caduta quando l'avevo assalita. Poco dopo inizia a squillare il telefonino.
Cristina da dentro casa lo sente.
Quello che speravo.
Sentii schiudersi la porta e vidi apparire Cristina che guardava perplessa prima la borsetta di Federica poi la macchina.
Prima che se ne rendesse conto le ero addosso spingendola dentro e a terra. La girai a pancia bassa e le legai i polsi col nastro. Legai le caviglie insieme e le applicai provvisoriamente tre pezzi di nastro sulla bocca. Le nastrai anche le ginocchia e le avvolsi le braccia bloccandole al busto. Per il momento ero soddisfatto.
Diedi un'occhiata a Fulvio che era ancora bendato e tornai fuori a prendere l'attrezzatura e dare un'occhiata anche a Federica.
-tranquilla tra poco ti porto dentro con gli altri-

Fine prima parte

Tuesday, May 3rd 2011 - 04:11:56 PM
    
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Una storia di: Domenico

Il buio della stanza era appena rotto da una sottile lama di luce che si infilava nell’angolo alto della finestra, illuminando fiocamente l’angolo di quella camera semivuota, al centro della quale sopra un robusto tavolo di legno oramai da due giorni era legato Giulio.
Il fioco barlume che illuminò la stanza lo fece per un pò emergere da quello stato di apatia nel quale oramai, da quando le forze lo avevano abbandonato si trovava. Sollevò appena la testa lasciandola subito ricadere sul tavolo, il caldo afoso di quelle giornate di agosto, aveva creato nella stanza una cappa pesante, alcune mosche anch’esse prigioniere nella stanza si posavano sul corpo madido di sudore di Giulio, nutrendosi dei suoi umori. Giulio che oramai non aveva più la orza di muoversi sentiva le loro odiose zampette corrergli sul corpo, quel corpo immobilizzato in maniera totale da corde e stoffe, le sentiva sul volto, sulle braccia, sulle gambe, sul pene. Paradossalmente era quello l’unico modo di sentire il proprio corpo visto che oramai le membra intorpidite non gli rispondevano più.

Mesi prima, Giulio, sposato da molti anni, senza figli e con una passione innata per il self-bondage, aveva deciso di prendere in affitto una camera, nella quale in tutta tranquillità, lontano dalla moglie, avrebbe dato sfogo alla sua sessualità.

Per maggiore tranquillità aveva preso l’appartamentino in una città vicina, in una zona altamente residenziale, dove comunque non conosceva nessuno e nessuno si interessava a lui. Li vi si recava di tanto in tanto, tra un viaggio di lavoro e l’altro, facendo in modo che ai due tre giorni che avrebbe dovuto trascorre fuori casa se ne aggiungesse un altro, nel quale vivere liberamente, senza freni, senza limiti le sue voglie.

Nell’appartamento aveva portato tutto il necessario per agevolare la sua attività, un infinità di corde, bobine di cellophane, nastri adesivi di varie qualità e dimensioni, manette, gagball e quant’altro, oltre ad un assortimento di abiti e accessori femminili che arricchiva di volta in volta, divertendosi a trasformarsi in una donna attraente per i suoi amici conosciuti in internet con i quali si esibiva in cam, divertendosi ad ubbidire ai loro ordini, facendo di tutto per compiacerli.

Dopo quasi un mese di assenza dall’appartamento all’inizio della settimana aveva sentito più che mai la voglia di recarvisi. Quindi aveva programmato un finto viaggio quel lunedì, approfittando del fatto che la moglie sarebbe partita in vacanza quel giorno nella località dove lui l’avrebbe raggiunta due giorni dopo, sapeva per certo che non l’avrebbe chiamato fino a sera, sia perché presa per i preparativi della vacanza, sia perché lo sapeva in viaggio sull’aereo. Una volta uscita la donna, aveva preso il suo portatile e salito in macchina partiva alla volta della sua dimora segreta.

Appena arrivato, per prima cosa, come sempre faceva, spense il cellulare, collegò il pc alla rete elettrica ed alla cam, quindi si spogliò completamente, aprì l’armadio e scorse il suo armamentario femminile, prese calze, minigonna, body, ed una graziosa parrucca a caschetto castana, ma poi decise che le avrebbe indossate in serata, quando l’aria sarebbe divenuta più fresca; in quel momento faceva molto caldo, troppo anche per indossare qualcosa, quindi prese con se delle corde, una gagball e alcune mollette per i panni, portandole davanti al pc. Di li a poco si sarebbe incontrato in cam con un suo amico nickname “Master63” che lo avrebbe usato a suo piacimento.
Si assicurò che la porta d’ingresso e le finestre che fossero ben chiuse, non voleva far apparire ci fosse nessuno all’interno, tuttavia decise di lasciare aperta la piccola finestra del bagno e la porta per lasciar circolare un po’ d’aria.
Aprì il pc e si collegò a msn in modalità invisibile per vedere se ci fosse il suo padrone virtuale. Non era on line, aspettò un poco, dopo osservò le corde e iniziò da solo la sua sessione si self bondage. Per prima cosa prese un laccio sottile e lo legò ai testicoli, sapeva che il suo padrone glielo avrebbe ordinato e aveva voleva precorrere i tempi, lo strinse bene bene separando i testicoli uno dall’altro con il sottile laccio e legando tutto alla base delle palle con diversi giri di spago. Subito ebbe una forte erezione, inevitabile per lui quando le palle erano legate in quel modo. Fatto ciò passò a legarsi le caviglie; fece fare diversi giri alla corda su entrambe stringendole bene e poi la passò tra le caviglie in senso orizzontale stringendo ancora e fissando i capi, passò quindi alle gambe, le legò sopra le ginocchia passando poi diverse volte il capo in mezzo alle gambe e fissando i nodi. Fatto questo rimirò l’opera e si piacque. Diede un occhiata allo schermo del pc, il suo amico non era ancora on line, pensò forse che anche lui era in modalità invisibile e lo aspettasse, quindi decise di rendersi visibile. Mentre faceva queste considerazioni trasalì a causa di un forte rumore proveniente dal bagno, un forte tonfo, seguito da un trambusto. Rimase paralizzato per un attimo, i sensi all’erta, poi subito cercò di alzarsi, ma si era legato bene prima, sentì dei passi e il panico crescere in lui, cercò in maniera confusa di sciogliere i nodi delle corde alle cosce, ma era fortemente agitato, guardò verso la porta e con paura vide due uomini entrare. Anche costoro rimasero bloccati nel vederlo, era palese la loro sorpresa, che tuttavia durò pochissimo, subito uno di loro gli fu addosso e gli diede un forte spintone facendolo finire per terra, quindi gli diede un calcio nello stomaco. Giulio, gridò loro di non fargli del male che gli avrebbe dato tutto quello che volevano. Il secondo uomo lo prese per i piedi e lo trascinò in mezzo alla stanza e lo girò a pancia in giù, quindi l’altro, prese delle corde e gli legò i polsi dietro la schiena.
Giulio non capiva cosa dicevano erano stranieri, forse zingari, mentre lo legavano ridevano, poi uno di loro prese la gag ball, la guardò e la portò alla bocca di Giulio, fissandogliela strettamente, poi prese il nastro argentato che Giulio aveva lasciato vicino al PC iniziando a far fare un infinità di giri sul suo volto. Mentre l’uomo utilizzava tutto il rotolo per imbavagliarlo, Giulio sollevò gli occhi verso il pc, il suo amico era on line e stava invitando ad accendere la cam. La salvezza era li ma nessuno avrebbe accettato la chiamata, infatti, l’altro, giratosi verso il pc, chiuse il coperchio, staccò cavi e cam e lo infilò in un borsone.
Dopo essersi assicurati che Giulio fosse ben immobilizzato, i due iniziarono a prendere tutto ciò che potesse avere valore, cellulare, orologio, 24ore, bracciali ed anche le chiavi della sua auto. Fatto ciò i due si diressero verso il cucinino ed aperto il frigo presero delle bevande messe in fresco. Poi andarono nella camera da letto dove notarono gli abiti femminili messi sul letto. Giulio li sentì parlare nella loro lingua e ridere, poco dopo erano vicini a lui, lo guardarono e con il piede uno di loro lo fece rotolare con la schiena sul pavimento, poi con la punta della scarpa toccò le palle di Giulio strettamente legate, mostrandole al compagno. I due si abbassarono contemporaneamente prendendolo per le gambe e per le spalle e portandolo in camera da letto, quindi lo scaraventarono letteralmente sul letto, poi entrambi iniziarono a togliersi i pantaloni. Giulio li guardava con terrore, aveva sempre fantasticato situazioni del genere, ma ora che si stava avverando la percepiva come un incubo, dopotutto non aveva mai avuto relazioni omosex, ma solo fantasie ed esibizioni in cam. Uno dei due zingari prese la parrucca e gliela calzò malamente, dicendogli in uno stentato italiano “ora stai meglio puttana”, quindi gli rifilò un violento ceffone, l’altro nel frattempo si era messo dietro di lui, salendogli a cavalcioni sulla schiena e muovendosi su e giù come se si trovasse sul dorso di un cavallo, Giulio si sentì soffocare voleva prendere aria ma non riusciva bene il bavaglio non gli permetteva neanche di esprimere suoni inarticolati tanto era fitto ed aderente.
L’uomo su di lui si sdraiò sulla sua schiena scivolando in basso. Giulio sentì il cazzo spingere tra i suoi glutei. Istintivamente strinse i muscoli e l’uomo dietro di lui, scoppiò in una risata, dicendo all’altro “è una vergine”, poi con le mani gli divaricò i glutei, infilandogli due dita nello sfintere con violenza e iniziando a girare dentro come dovesse allargare la carne. Giulio cercò di urlare, emise una specie di ruggito gutturale, che provocò ancora una più decisa spinta da parte dell’uomo che ora cercava di spingere con tutte le cinque dita per allargare lo sfintere. Quando ritenne che il buco fosse abbastanza ospitale l’uomo lo penetrò iniziando a scopare Giulio il quale con gli occhi chiusi cercava di mettere ordine ai suoi pensieri ed alle sensazioni violente che lo stavano scuotendo.
Il primo uomo scopò a lungo Giulio che sentì chiaramente i fiotti di sperma dentro di lui, poi fu la volta del secondo che gli sciolse finalmente le gambe e le caviglie, facendolo scendere dal letto e poggiare con la pancia sul comodino. Dopo averlo costretto a divaricare le gambe lo penetrò anch’esso, tormentando il povero Giulio stringendogli tra la mano destra le palle già strette dai lacci. Giulio pensò che sarebbero esplose, poi il dolore e la paura gli fecero perdere i sensi.
Quando si risvegliò si trovò sul letto, le caviglie erano di nuovo legate, si guardò intorno e pensò di essere rimasto solo, le corde alle caviglie erano lente e vincendo il dolore dello sfintere si mise a sedere su letto sollevandosi in piedi, sarebbe andato in cucina avrebbe preso un coltello e si sarebbe liberato così pensava almeno, ci avrebe messo un bel po di tempo ma ce l’avrebbe fatta, finalmente si sarebbe tolto quel pesante bavagli e sarebbe fuggito via. Cercò di scrollarsi la parrucca ma non ci riuscì, quando fece per saltellare verso la porta della camera, quando con raccapriccio vide uno dei due uomini entrare “ben svegliata puttana” disse, quindi lo sollevò di peso caricandoselo sulle spalle e portandolo nel salottino, li vi era l’altro uomo. Giulio fu scaraventato malamente sul tavolo e mentre uno lo teneva per il collo l’altro gli scioglieva le caviglie, quindi le legava separatamente ai piedi opposti del tavolo, stessa cosa toccò alle braccia. Una volta legato in croce sul tavolo, Giulio venne avvolto da diversi giri di fune che lo bloccavano al tavolo, partendo da sotto le ascelle e finendo fino all’inguine strette a tal punto da impedirgli di respirare, stessa cosa per le gambe le corde passavano su di lui e sotto il tavolo. Giulio fu bloccato completamente. Fatto ciò, uno dei due prese uno dei vibratori che Giulio aveva portato in quella casa, lo accese e lo infilò con forza nello sfintere di Giulio facendoglielo entrare completamente, quindi dopo aver compiuto quella sorta di impalazione, chiuse l’orifizio con del nastro adesivo.
Fatto questo il secondo guardò Giulio li inerme disteso sul tavolo, completamente immobilizzato, si avvicinò al suo volto e abbassatosi i pantaloni iniziò a segarsi poggiando e strofinando il suo cazzo sul viso di Giulio, dopo un po schizzi di sperma colpirono Giulio sulla faccia, sugli occhi sul naso, rivoli gli scendevano sulle narici, aspirati dalla fame d’aria causata dal bavaglio. Giulio rimase con gli occhi chiusi mentre il suo violentatore, dopo essersi pulito il cazzo sulla sua parrucca prese altro nastro adesivo bloccandogli questa in testa con dei giri che passavano sotto il mento, lungo le orecchie e sulla testa , peggiorando la sensazione di impotenza di Giulio.
I due si attardarono ancora qualche minuto prendendo qualche altro suppellettile, poi uno di loro prese le chiavi dell’auto di Giulio, aprì il portone e diede un occhiata fuori. La strada era deserta, la maggior parte degli appartamenti erano vuoti per le vacanze, quindi sgattaiolò fuori, dirigendosi nell’utina auto presente nel piazzale, premette il telecomando e la’uto si aprì, aveva trovato l’auto di Giulio, la portò davanti la porta dell’appartamento, dove caricò tutto il bottino, nel frattempo il secondo dopo essersi assicurato sui legami di Giulio, iniziò a toccargli il cazzo reso duro ed eretto dall’azione del vibratore bloccato nel culo di Giulio, fece come per segarlo e giulio sentì un inspiegabile piacere, poi fu chiamato dal suo complice, quindi prese le chiavi dell’appartamento chiuse il portoncino a chiave ed i due si allontanarono a bordo della vettura rubata.
Giulio era rimasto solo con i suoi dolori ed il vibratore in funzione, la carica durò mezz’ora, in quel tempo ebbe un eiaculazione indotta dalla vibrazione e successivamente uno stimolo irrefrenabile ed incontenibile ad urinarsi.
Finita la carica rimase al buio il sole era quasi tramontato ed era circondato dal silenzio totale. Nelle ore che seguirono tentò di liberarsi ma era impossibile. A poco a poco capì che la situazione era disperata, nessuno lo aveva visto entrare, nessuno sapeva dove si trovasse, a quell’ora la moglie aveva verificato la sua assenza al cellulare, le ricerche sarebbero scattate ma a chi sarebbe mai venuto in mente dove esso si trovasse? Forse il padrone di casa tra 15 20 giorni l’avrebbe cercato, avrebbe aperto l’appartamento vvisto che non aveva pagato la mensilità. Con questi pensieri di addormentò.
La mattina del terzo giorno Giulio fu svegliato da un rumore esterno, tentò di mugolare ma non vi riuscì, a stento sollevò la testa e guardò il suo corpo immobile segato dalle corde, si lasciò cadere, il rumore era cessato, nessuno lo avrebbe trovato e nella stanza in penombra solo le mosche continuavano a farlo sentire ancora vivo.

Sunday, May 1st 2011 - 05:43:50 PM
    
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Una storia di: Milena

Ciao a tutti, questa è la prima storia che scrivo. Non è un granchè, lo ammetto (scusate) ma è una fantasia che ho da molto tempo (di subire, intendiamoci). Mi piace il bondage fin da adolescente (mi legavo in bagno da sola) ma ho preso coscienza di questa realtà da poco. Tuttavia per ora non ho avuto nessuna esperienza in merito.

Miriam era davvero una bella ragazza: il suo fisico snello era perfettamente proporzionato: aveva le gambe lunghe e tornite al punto giusto, il culetto sodo, il seno tondo e prosperoso. Il viso non era da meno, tutti la consideravano davvero carina. Giovane, graziosa e molto sexy. Eppure non ne era consapevole, ed era questo che faceva impazzire la maggior parte dei ragazzi.

Per questo motivo non si aspettava minimamente ciò che le successe.

Era una fresca sera d'estate quando stava tornando a casa. Si trovava ad attraversare una stradina buia e dalla poca illuminazione, quando un camion le si affiancò, frenando bruscamente sull'asfalto. Lei ebbe appena il tempo di capire cosa stesse succedendo quando due uomini vestiti di nero la afferrarono con forza. Lei cercò di lottare, ignorando la gonna stretta che le saliva, la magliettina scollata che lasciava intravedere il seno senza reggiseno, ma potè fare ben poco. Aprì la bocca per urlare, ma una grossa mano le tappò quella possibilità - Mmmmmpfhh!! Mmmmmmmh!. - si rese conto che fare resistenza non sarebbe servito a niente, ma non si arrese. Lottò con tutte le sue forze mentre quei due la trasportavano dentro il furgone. - Mmmmmmmmh!!!!. - sperò di essere udita da qualcuno, ma nessuno la sentì, ed i tre richiusero la portiera e partirono.
Era stata rapita.
- Smettila di agitarti tanto. - disse uno dei suoi rapitori, un uomo dalla voce potente e dalle spalle larghe - Ti conviene fare la brava sennò ne pagherai le conseguenze.
A Miriam non sfuggì la minaccia, e smise di agitarsi. Si lasciò legare le mani con della corda; l'uomo lasciò la presa dalla bocca, e nel momento stesso in cui aprì le labbra le misero un ball-gag per impedirle di parlare.
- Mmmpf!. - Fu strattonata in un angolo del furgone e messa a sedere su una sedia. La visione che i due uomini avevano davanti era splendida: la gonna le si era alzata, e sotto di essa si intravedeva il triangolo della mutandine bianche. La magliettina aderente copriva ben poco, sopratutto ora che, in seguito ai movimenti della donna, era disordinata e mezza strappata.
- Brava bambina, così si fa. - disse uno dei suoi rapitori mentre le legava le gambe alla sedia, in modo che restassero aperte. - Mmmmmmh!!!. - Miriam protestò debolmente, oramai rassegnata. Era legata, imbavagliata, prigioniera di tre completi sconosciuti che potevano farle quello che volevano, e nonostante la paura si scoprì eccitata. Era bagnata, molto più di qualsiasi altra volta.
- Eccoci qua. - Uno di loro andò a prendere qualcosa, ma lei non potè vedere cosa perchè l'altro le teneva la testa voltata verso i suoi occhi - E' da un pò che ti osserviamo, fai la finta ingenua ma sei davvero una troietta. Ci divertiremo insieme. - disse prima di lasciarle andare il viso.
- Ti ci vuole una bella lezione, puttana!. - l'altro uomo reggeva una valigetta, simile a quelle che i medici si portano dietro, ma era di tutt'altro genere. Quando fu aperta, Miriam sussultò sulla sedia. Conteneva vibratori,palline, strumenti di piacere di ogni tipo.
- Non preoccuparti, li useremo tutti sul tuo bel corpo sexy. - disse il primo mentre afferrava un vibratore - Spogliala. - disse al secondo, che ubbidì prontamente. - Mmmmmmh. - Miriam scosse la testa, ma non potè fare niente mentre l'uomo le sollevava la magliettina, lasciando scoperto il seno tondo.
- Guarda questa, che bombe che ha. -
- Se ne va a giro senza reggiseno, merita proprio una lezione. - disse l'uomo con il vibratore mentre l'altro le strappava la gonna, lasciando visibili le mutandine bianche, quasi trasparenti visto quanto erano bagnate.
- Ti piace, vero? Non ci eravamo sbagliati, in realtà sei una troia, assaggia questo. - disse, e le avvicinò il vibratore sul seno, che iniziò a vibrare al ritmo delle scosse. - Mmh... - fu la risposta di Miriam, ma stavolta non era un mugolio di protestà, bensì di piacere. Essere in completa balia di due uomini sconosciuti la eccitava tremendamente. Era loro prigioniera.
- Sappi che stiamo viaggiando verso una casa sperduta, lì rimarrai nostra schiava finchè lo decidiamo noi. Non potrai fuggire.. . - disse l'uomo che stringeva il vibratore. Iniziò a farlo scendere, e Miriam ebbe un sussulto di puro godimento quando toccò le sue parti intime, morbide e bagnate.
- Sei nostra, ti pomperemo a dovere. - disse l'altro - Penso che ti piacerà essere scopata come si deve. - si avvicinò alla valigetta, tirò fuori una farfallina e gliela mise. L'uomo con il vibratore interruppe nel momento in cui le furono legati i lacci della farfallina intorno alla vita stretta. - Questo è il telecomando, possiamo attivarlo quando vogliamo. - disse, e come prova accese un pulsante, e a Miriam sembrò d'impazzire. La farfallina vibrava sul suo clitoride, stimolandolo.
Capì che per lei era iniziato qualcosa che le sarebbe rimasto dentro per sempre. Dove la stavano portando? Quanto sarebbe stata prigioniera? Erano domande a cui per ora non sapeva trovare risposta. Eppure non le interessava. L'ignoto le faceva paura e la eccitava insieme, e la sua prigionia era appena all'inizio.

Saturday, March 26th 2011 - 06:17:13 PM
    
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Una storia di: handgaggedboy

Pubblico una vecchia storia dell'amico Luca B. che vale la pena rileggere :-)

ciao mi chiamo luca e voglio racontare qualcuna delle mie storie. fin da piccolo io e le mie cugine abbiamo parlato di quese cose ma alla fine non le mettevamo in pratica perche giocavamo sempre con genitori in casa. ma col passare degli anii capitava di beccarsi casa senza nessun genitore presente. cosi avevo iniziato a suzzicarle ma mai con qualche risultato. ma dopo un pesce d'aprile decisero di vendicarsi. mi dissero che avrei dovuto fare qualcosa in cambio senza fiatare. cosi un giorno andai a casa loro. i miei zii erano fuori citta e mi fu chiesto di indossare degli abiti femminili. ero sempre stato ai loro giochi pero questa vota ero titubante. sapevo che loro avevano una machina fotogafica digitale e avevo paura che mi volessero fare qualche foto per poi riccattarmi. cosi gli dissi che se dovevo travestirmi dovevo avere almeno la macchina fotografica con me per evitare scherzi.cosi si stabilirono le reole del mio pegno. io avrei dovuto cambiarmi e mettere i miei abiti in una valigia e avrei dovuto indosssare abiti femminili che erano una gonna a fiori collant neri scarpe con i tacchi una camicietta ed una borsetta in cui avrei messo la macchina fotografica. purtroppo (o per fortuna) ero cascatonel loro tranello anche se avrei dovuto capirlo dalla richiesta di lasciare la roba nella valigia.in pratica dopo aver indossato la gonna lasciai la valigia incustodita nella camera da letto delle mie cugine. ero convinto che dopo qualche battuta da parte loro sarei potuto tornre a cambiarmi.invece una delle mie cugine con la scusa di andare a vedere se non avevo fatto troppo casino in camera loro era scomparsa mentre l'altra mi tratteneva. dopo qualche minuto scoprii cosa aveva fatto. aveva legato con una corda lunga la valigia e l'aveva fatta calare dal balcone ad una amica che l'aspettava di sotto. ero alla loro merce. avevano chiuso a chiave la camera dei loro genitori in modo in cui non potessi prendere dei vestiti del padre e avevano portato in camera dei genitori prima di chiuderla tutti i loro vestiti che anche minimamente potessero assomigliar a vestiti maschili. per sicurezza anche loro indossavano gonne e come avrei scoperto piu tardi anche la loro amica l'indossava. cosi mi furono date due opzioni. o ritornare a casa conciato in quel modo e di sicuro per le strade di torino e sui pulmann non sarei passato inosservato dato che non ho una faccia molto femminile oppure stare ai loro ordini. per mia fortuna loro volevano con mio grande piacere rapirmi. per prima cosa presero dei foulard e mi legarono le mani. presero la macchina fotografica e iniziarono a farmi foto. a turno ad esempio una delle due mi metteva una mano sulla bocca come si vede nei film oppure con un fazzolletto facevano finta di narcotizzarmi. e poi fecero quello che definirono il tocco di grazia. mi dissero che avrei avuto due scelte: foulard o nastro adesico. chiaramente decisi per il primo. cosi per prima cosa presero un collant lo appallottorarono e mi dissero che avrei dovuto tenerlo tra i denti se no sarebbero state costrette ad usare il nastro adesivo. e infine dopo averlo messo tra i denti mi imbavagliarono con un foulard. l'umiliazione piu grande la subi qualche minuto dopo quando suono la loro amica che aveva portato la mia valigia al sicuro da qualche parte per avermi alla loro merce. cosi fui coperto con un lenzuolo e solo quando l'amica entro nella stanza mi fu tolto per essere preso in giro dall'amica. cosi passarono molto tempo a fotografarmi e scaricare le foto sul computer in tutti le posizioni possibili, legato su una sedia sul letto dentro l'armadio. ma la sorpresa finale fu quando mi tolsero il bavaglio e mi costrinsero a telefonare a mia madre dicendoli che avrei dormito a casa di un mio amico. cosi passai la notte come loro prigioniero. fui legato al letto e per sicurezza mi tolsero il bavaglio per paura che magari durante l notte mi finisse in gola il collant e mi misero un cerotto sulla bocca dicendomi che con l'acqua si sarebbe tolto senza farmi mle. cosi rrimasi pure la notte legato imbavagliato e vetito con una gonna e solo il mattino seguente l'amica mi porto indietro i vestiti e da quel momento a causa di quelle foto sono alla loro merce. speroche il racconto vi sia piaciuto e se volete parlare di esperienze o di qualsiasi cosa attinente al bondage potete anche scrivermi personalmente sull'e-mail mi farebbe piacere discutere sull'esperienze mie o vostre. ciao

Friday, March 25th 2011 - 01:58:35 AM
    
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Una storia di: giancattivo

"Un'altra passata e poi ce ne andiamo".
Andava bene il lavoro a Marina e Luca, titolari da circa un anno di un'impresa di pulizie che aveva già ottenuto diversi appalti importanti.
Quel venerdì sera avevano sistemato uno studio di consulenza fiscale, undici stanze che si aprivano su due corridoi incrociantisi ad angolo retto.
"Vado a prendere l'acqua" le parole di Luca, mentre Marina era sdraiata sotto il tavolo della sala riunioni per lucidarne anche la parte inferiore.
Non solo soci in affari, Marina e Luca erano fidanzati da quasi cinque anni: un amore ed una complicità tali, che in ogni istante entrambi avrebbero saputo dire esattamente da quanto tempo l'altro si fosse allontanato e pure cosa stesse facendo.
Appunto, come mai Luca non era ancora tornato con il secchio d'acqua? D'accordo, il bagno si trovava dall'altra parte dell'ufficio ed il lavandino, di dimensioni estremamente ridotte, non
facilitava il riempimento del secchio, ma erano passati già più di cinque minuti, e Marina cominciava ad avere voglia di finire il lavoro e tornare a casa.
Si alzò da sotto il tavolo, gettò gli Scottex appallottolati nel cestino ed uscì sul corridoio.
"Luca, allora?", fece Marina con voce abbastanza alta da poter arrivare al bagno. Premette anche l'interruttore della luce, ma le lampadine rimasero spente, lasciando il corridoio nella penombra.
"Ah, eccoti, ma dov'eri finito?", disse Marina pochi attimi dopo, intravvedendo nella semi-oscurità la figura di Luca che le veniva incontro.
Quando però le fu un po' più vicino, Marina si avvide che Luca non era solo: alla sua destra c'era un uomo che gli puntava una pistola al collo tenendolo sotto braccio, mentre due passi più indietro un altro individuo li seguiva, parlando sommessamente ad un telefonino.
I due sconosciuti avevano giacconi scuri con i baveri rialzati e portavano in testa cappellini tipo baseball: il volto era quasi completamente coperto da mascherine da cantiere, indossavano anche bianchi guanti di lattice.
Marina vide che Luca era stato imbavagliato. Il suo istinto di difesa verso il fidanzato ebbe il sopravvento e così tentò di scagliarsi verso i due figuri, mentre la tensione travolgente le impediva di gridare.
La generosità di Marina non servì a nulla: dalla porta di una stanza saltarono fuori altri tre malviventi mascherati, che in pochi secondi neutralizzarono la reazione della ragazza saltandole adddosso e bloccandola con le loro forti braccia in una presa ferrea.
"Sì, siamo entrati.. Adesso sistemiamo i tipi delle pulizie, poi facciamo il lavoro", Marina sentì dire queste parole a quello che subito le parve il capo dei cinque.
Senza apparente fretta, a Marina vennero legate le mani dietro la schiena con fascette di plastica e tape. "Apri la bocca, da brava!", le ordinò poi quello che le stava dietro.
Marina non potè fare altro che obbedire: il bandito le sospinse in bocca un fazzoletto ripiegato, poi le sigillò le labbra con una striscia di nastro adesivo.
Luca si trovava nelle sue stesse condizioni: ridotti alla totale impotenza, i due ragazzi vennero condotti nella sala riunioni alla luce delle torce elettriche che i malviventi si erano
portati.
Luca venne messo a sedere su una sedia con i braccioli: con parecchi giri di nastro da pacchi, i banditi gli bloccarono le gambe a quelle della sedia ed il torace allo schienale, ed ancora aggiunsero ben due paia di manette al bloccaggio delle braccia di Luca.
Senza far troppo rumore, i cinque trascinarono la sedia con sopra il ragazzo verso il lato lungo del tavolo, tenendolo ad un paio di metri di distanza.
Marina venne fatta sdraiare di pancia dall'altra parte del tavolo, in modo che lei e Luca si potessero guardare.
A Luca balenò l'idea di quali potessero essere le intenzioni dei banditi, ed infatti..
Uno dei cinque si mise proprio dietro a Marina, che a propria volta capì tutto quando l'uomo le rovesciò sulla schiena il grembiulino da lavoro.
"Hai capito la troietta", fu il commento del bandito quando vide il microtanga e gli autoreggenti indossati da Marina, e cominciò a sbottonarsi i pantaloni.
Luca ebbe un vano sussulto, giusto nella misura necessaria a guadagnarsi un violento colpo sulla nuca. "Adesso guarda come scopiamo la tua bella",
gli sibilò all'orecchio quello che lo aveva colpito, "E se provi a girarti o a chiudere gli occhi, la uccidiamo", aggiunse con voce gelida.
Marina mugolò disperatamente sentendosi sfilare il tanga da dietro: dopo averlo annusato con voluttà per carpire l'essenza dell'intimo della ragazza, il bandito indossò rapidamente un preservativo.
Prima di penetrarla, però, l'uomo divaricò leggermente le labbra della fica di Marina, passandovi poi alcune volte la lingua dopo essersi scostato la mascherina.
Marina, pur ormai conscia di stare per subire uno stupro di gruppo, non riuscì a controllare l'eccitazione che la assalì. Luca vide gli occhi di Marina aprirsi e richiudersi ciclicamente durante la prima penetrazione subita, mentre il bavaglio le consentiva solo un flebile gemito che parlava più di godimento che di paura o sofferenza.
Proteggendosi con profilattici, tutti e cinque i banditi stuprarono Marina, che da parte sua segnò cinque orgasmi molto violenti di cui Luca si accorse. L'ultimo bandito le sfilò anche gli autoreggenti, per poi consegnarli a quello che già si era preso il tanga e si era goduto il profumo intimo di Marina.
Era passata un'ora abbondante: i cinque, che nel frattempo avevano forzato diversi cassetti nelle varie stanze prelevando documenti e floppy disks, se ne andarono, non prima di aver rinchiuso Marina ancora nuda e Luca in bagno e distrutto i cellulari dei due ragazzi.

Monday, February 21st 2011 - 11:04:51 AM
    
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Una storia di: Sandro

Dopo diverso tempo che leggo questo forum mi sono deciso, vi racconto una mia esperienza personale.

Sandro

Confesso che mi piace fare self bondage. Lo so, lo so. Non è il massimo, è vero, ben altra cosa
è essere legati da un'altra persona, ma in mancanza d’altro va più che bene e poi perché non
approfittarne per trasformare un semplice ripiego in qualcosa di più creativo, interessante e
eccitante?
Ho cercato spesso di legarmi da solo, anche quando ero più giovane, ma il salto di qualità l’ho fatto
con internet. Avevo cominciato a navigare alla fine degli anni ’90, poco dopo la nascita del WWW
e lì ho scoperto che non ero il solo a essere interessato a corde e bavagli. Fondamentale è stata la
scoperta di un newsgroup (l’antenato degli attuali forum e social network) interamente dedicato
al selfbondage. All’epoca non avevo nessuno con cui giocare e così cominciai a frequentarlo
assiduamente. Quando ci arrivai c’erano già anni di discussioni, suggerimenti, consigli e esperienze,
una letteratura incredibile, soprattutto su esperienze andate male, gente che non era riuscita a
slegarsi e aveva dovuto chiedere aiuto con le immaginabili conseguenze. Impiegai mesi a leggere
tutto e comincia a mettere in pratica, alla fine era abbastanza chiaro che il metodo migliore
consisteva nell’usare le manette per i polsi e le corde per legare il resto e come bavaglio la ballgag,
la chiave delle manette bastava congelarla all’interno di un cubetto di ghiaccio e poi aspettare che si
sciogliesse per potersi liberare, tutto molto bello, ma come procurarsi un paio di manette?
All’epoca non esisteva e-commerce e io abitavo ancora coi miei, mi procurai un bel paio di manette
fatte bene, metalliche, comprandole all’estero, nel 1999 passai due settimane di vacanza in giro
per l’Austria e la Germania, a Monaco di Baviera passando in una strada dove abbondavano i sexy
shop, vinsi la mia timidezza e entrai in uno di questi trovando diverso materiale bondage, non solo
riviste e video cassette americane di cui non avevo mai sentito parlare, ma anche manette, lacci,
bavagli. Mi feci tentare dai prezzi abbastanza bassi e chiesi di provare delle manette e dei ballgag.
Venni seguito da un signore, molto gentile che parlava un buon inglese e che mi fece provare due-
tre manette e ballgag, alla fine usci dal negozio con il mio primo paio di manette e la mia prima
ballgag nascoste dentro lo zaino.
L’occasione per provarle avvenne a Klagenfurt. Trovai all’alloggio nel più bel ostello della
gioventù che avessi mai visto in stanza singola completa di bagno e doccia. Mai più trovato un
posto così, tranquillo, pulito, con anche il giardino, rimasi lì tre giorni, la mattina uscivo, andavo
in giro in bicicletta e rientravo nel pomeriggio, doccia e poi via con il bondage. Uscivo a mangiare
qualcosa la sera, ancora un po’ di bondage e poi nanna.
Era una situazione troppo bella per non essere sfruttata. Il giorno stesso dell’arrivo avevo anche
comprato delle corde per poter giocare meglio. Tornavo in ostello, mi facevo una doccia mi
rilassavo e mi preparavo, era estate, luglio e faceva caldo. Mi godevo la mia privacy, chiuso a
chiave nella mia stanzetta, nudo sul letto. Grazie a quello che avevo letto e imparato a memoria
nel newsgroup sapevo come fare, lasciavo le chiavi delle manette a portata di mano sul comodino
vicino al letto e cominciavo a prepararmi. Prima mi legavo le caviglie e le ginocchia, ben strette, poi
legavo le manette a un corda che facevo passare attorno ai fianchi, le manette erano aperte e pronte
dietro la mia schiena, finivo legandomi con un po’ di difficoltà le braccia al corpo passando la corda
sopra gli avambracci e annodandola sul davanti. Avevo già esperienza di corde sapevo bene che era
meglio legare con tante corde molto lunghe messe in doppia e con molti nodi non tanto stretti che
con una corda più corda e con nodi molto stretti, questo per il piacere della legatura. Mi mettevo la
ballgag rossa (era ed è, ce l’ho ancora anche se la fibbia è un po’ consumata, larga tre centimetri) e
la allacciavo strettamente dietro la nuca, a quel punto il momento cruciale, prima il polso sinistro,
click, e poi quello destro, click. Che bella sensazione, legato e imbavagliato sul letto dell’ostello in
un caldo giorno d’estate, con il sole che filtrava dalle tendine della finestra aperta verso l’alto con la
ribalta in modo da poter far entrare un po’ d’aria.
Ovviamente prima di ammanettarmi i polsi dietro la schiena avevo fatto diverse prove per liberarmi,
prima coi polsi davanti e poi coi polsi dietro fino a raggiungere una buona sicurezza. Il bello è che
quando ti sei legato da solo e non hai un meccanismo di rilascio a tempo come il cubetto di ghiaccio
in cui gelare la chiave è che non ti vorresti slegare.

Se ti sei legato bene e le corde corrono nei punti giusti e i nodi sono stretti ma non troppo e la
ballgag è della giusta dimensione e si sta coricati o seduti o comunque messi in modo comodo
dopo un po’ subentra un certo torpore dato dall’eccitazione e dal piacere della stretta delle corde,
anche i suoni metallici delle manette conciliano questo stato piacevole. Io addirittura mugolo nel
bavaglio per il piacere di sentire quei dolci suoni soffocati. Insomma se stai bene ti godi proprio la
tua immobilizzazione.
Quei tre pomeriggi e quelle tre sere a Klagenfurt sono stati una bella iniziazione. Ricordo ancora
stampate nella memoria le sensazioni nello stare legato e imbavagliato disteso sul letto, nudo. I
suoni che arrivavano dalla finestra, i rumori della gente che passava davanti alla porta della mia
stanzetta, il fruscio delle lenzuola pulite, l’abbraccio delle corde, la sicurezza delle manette, la palla
rossa infilata in bocca tra le mie labbra, tutto, dico tutto rendeva quei momenti meravigliosi e unici.
Lì è avvenuta la mia definitiva consacrazione al bondage. La mia vita dopo non è più stata la stessa
e mi sono sempre più dedicato a corde e bavagli … ma questa è un’altra storia.

Tuesday, February 15th 2011 - 09:33:47 PM
    
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Una storia di: Scrittore Silenzioso

Come temevo l’anno nuovo non ha riportato molti clienti indietro con se e così mi ritrovo ad avere diverso tempo a disposizione. Poco male direte voi, io invece non ci sono abituato, ho sempre avuto una vita frenetica e adesso trovarmi coi pomeriggi liberi mi sembra così strano. Sandra invece se la gode beata, legge, guarda la televisione, smanetta col computer. Io non so che fare. Fuori fa freddo e comunque ho già fatto tutti i lavori possibili, ho anche rimesso un po’ in ordine la cascina passando parecchio tempo a riordinare in matasse le tonnellate di corde vecchie che si erano accumulate.
Così mi annoio e stresso Sandra che per fortuna sa come gestirmi.
Adesso sono in una delle stanze per la clientela, una delle più belle, ampia e con una bellissima vista sulla campagna da parte di una doppia porta finestra che si faccia su un piccolo terrazzino con le balaustre in ferro e sto godendomi la vista della campagna invernale. Veramente non c’è molto da vedere ma non posso fare altro, Sandra mi ha legato su questa sedia e messo in bella vista alla finestra, i polsi sono legati appaiati tra loro e anche i gomiti sono stati legati in modo strettissimo, si toccano addirittura tra loro! Le braccia sono dietro lo schienale della sedia e altre corde si preoccupano di fare in modo che braccia e busto siano ben fissati allo schienale, le gambe sono aperte e ciascuna caviglia e gamba è legata a una gamba della sedia, per il colmo Sandra mi ha abbassato le mutande e io mio ciccio fa bella mostra, bello dritto. Non posso neanche lamentarmi dato che la mia povera bocca è letteralmente intasata da una enorme palla di spugna tenuta all’interno da diversi pezzi di nastro adesivo incollati sopra alle labbra e da una lunga benda elastica accuratamente avvolta strettamente sopra la bocca e attorno alla testa. Ormai è un ora che sono qui e le mie povere braccia e le mie povere spalle cominciano a lamentarsi, per non parlare del fatto che sono in bella mostra, per fortuna che nel frattempo non è arrivato nessuno se no se avrebbero alzato la testa mi avrebbero visto subito legato e imbavagliato alla finestra dato che Sandra ha lasciato le tende tirate.
Sento la porta aprirsi alle mie spalle e la voce di Sandra che giunge soave.
- Allora? Ti stai ancora annoiando?
Mugolo qualcosa e la vedo arrivare al mio fianco destro. Tutta sorridente da una strizzatina al mio ciccio in erezione mozzandomi il fiato, poi con calma comincia a slegarmi, prima le gambe poi il busto e mi fa mettere in piedi, con i polsi e i gomiti ancora strettamente legati. Mi lascia le mutande giù e sorridendo mi avvolge una corda prima attorno ai fianchi e poi la fa passare più volte in mezzo alle gambe prima di annodarla strettamente attorno ai polsi in modo che sia ben tirata. Mi fa segno di accostare le gambe e mi lega le ginocchia sopra ben strette, poi un’altra corda viene legata davanti a quella che passa in mezzo alle gambe e con un leggero strattone che mi fa trasalire mi fa segno di seguirla. La passeggiata all’interno dell’agriturismo è una vera agonia, posso fare solo piccoli passi molto incerti e a ogni strattone che Sandra mi sembra di morire, ma non posso fare niente solo seguirla e mugolare nel bavaglio, mentre lei se la ride e mi sfotte.
Alla fine mi porta nel suo appartamento e mi fa sedere sul divano, mi slega le ginocchia e mi toglie le mutande, riannodandomi cosce, ginocchia e caviglie.
- Avresti bisogno della tua solita terapia ma questa volta facciamo qualcosa di diverso.
Mi mette disteso sul divano a pancia in su, in un attimo Sandra si spoglia, certo non ha il fisico di una ventenne ma è ancora piacente e il mio ciccio risponde alla vista, con calma si mette a cavalcioni su di me e con un sorriso da gatta soddisfatta mi fa entrare nella sua fessura, calda e accogliente. Non sono mai stato scopato così da una donna, legato e imbavagliato sotto di lei, con lei che mi cavalca a suo piacere, incomincio subito a rispondere muovendo per quello che posso i miei fianchi a ritmo, la sensazione è bellissima, ansimo. Sandra mugola come una gatta, fa letteralmente le fusa. Resisto il più possibile, alla fine veniamo assieme, lei gridando felice mentre io mugolo, c’è qualcuno che emette suoni soffocati qui vicino, ma poi mi ricordo che sono io. Mi lascia ansimante sul divano, Sandra si alza pigramente e se ne va, dopo un po’ ritorna con addosso un vestaglia e con in mano un accappatoio, mi mette in piedi e mi avvolge dentro, sono sudato, lei ha una aria raggiante e serena allo stesso tempo.
- AAhhhhh .. era da un po’ di tempo che volevo farlo sai tesoro? Ti è piaciuto?
- Mmnnnpphh! – Certo che mi è piaciuto, un orgasmo fantastico!
- Sai credo che aggiungerò un altro ruolo alle tue mansioni all’agriturismo … d’ora in avanti scalderai il mio letto tutte le notti, ok?
- Mmm..mmpph..nnn
Che altro avrei potuto rispondere?

Friday, February 11th 2011 - 08:48:22 PM
    
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Una storia di: giancattivo

Quel cameriere così carino che la serviva al tavolo ogni sera, Gabry se lo mangiava con gli occhi da quando era arrivata in albergo. Era statolui a portarle la valigia in camera, e subito gli occhi di lei si erano posati su quel bel fisico asciutto ed abbronzato. Quasi quasi avrebbe voluto provarci fin dal primo momento, ma poi la prudenza aveva preso il sopravvento: in fondo, aveva pensato Gabry, c'erano due settimane intere da trascorrere in quell'hotel, l'occasione buona non sarebbe mancata.
Cena dopo cena, sguardo dopo sguardo, sorriso dopo sorriso, quel ragazzo le aveva fatto letteralmente perdere la testa: dopo nemmeno metà vacanza, Gabry era già ad una media di cinque masturbazioni giornaliere, era arrivata a provocarsi un orgasmo persino sotto la doccia della spiaggia, fingendo di levare con cura la sabbia dalle pieghe più vicine allo slip del bikini..
L'invito di Andreas, queso il nome di quel dio greco travestito da cameriere stagionale, le fece sobbalzare cuore e stomaco "Stasera che ne diresti
di andare a bere qualcosa insieme? Magari lo diciamo anche a Lidia, sai, viene qui un mio amico d'infanzia, facciamo un giro tutti insieme..".
Quell'estensione del programma ad altre persone da un lato infastidiva un po' Gabry, che vi vedeva un ostacolo o almeno un rallentamento per i propri obiettivi (sognava di scoparsi Andreas per tutta la sera e la notte), dall'altro era un elemento che la rassicurava sulla possibilità di controllare gli eventi. Lidia era una ragazza più giovane di lei, sui 26/28 anni, che da un paio di giorni sedeva al tavolo proprio di fronte a quello
di Gabry: non che le ispirasse chissà quale simpatia, ma il programma l'aveva suggerito Andreas e lei non voleva sollevare questioni.
Dopo cena, Gabry si fiondò in camera, decisa a farsi bellissima per l'occasione. Fatta una velocissima doccia, pescò fuori dall'armadio un miniabito da urlo (Paolo, il suo ex, brontolava ogni volta che glielo vedeva addosso, dicendo che "copriva a malapena la patata"), bianco con le spalline oro ed argento: tralasciato il reggiseno (la sua quarta non troppo abbondante non ne necessitava), scelse un microtanga con i brillantini. Indossandolo, fece sfregare il filino sulle labbra della fica, eccitandosi al punto di dover ripetere la "seduta" sul bidet non prima di essere venuta. Completato il look con scarpe con zeppa moderata, scese nella hall dell'albergo, dove già gli altri tre la stavano aspettando.
Anche Luca, l'amico di Andreas, non era affatto male: biondo, capelli volutamente lasciati un po' in disordine, vestito di lino con splendida camicia azzurra, fisico palestrato ma senza eccesso.. Ed infatti Lidia gli si era già attaccata come una medusa allo scoglio: anche lei si era tirata, non disdegnando di lasciar trasparire sotto gli shorts il perizoma leopardato.
Andreas, beh, Andreas, mamma mia!: Gabry lo vide con quegli stupendi occhi blu che la guardavano sorridenti, confondendosi con i colori della reception e quello del suo vestito falso trasandato, lo vide e cominciò subito a fantasticare.... Si impose però di non correre in bagno a toccarsi, volendo mantenere la "carica" in vista degli sviluppi della serata.
Serata che fu stupenda: i due ragazzi furono estremamente divertenti, spiritosi ma mai volgari, ed anche Lidia si rivelò meno tiracchiosa dell'apparenza. Girarono quattro locali diversi, bevendo cocktails fruttati non troppo carichi d'alcool, tra aneddoti delle rispettive vite, battute e barzellette.
Le due e mezza arrivarono quasi inavvertitamente.
I due ragazzi proposero un ultimo drink, solo Luca (che guidava la propria automobile) si chiamò fuori, temendo di incappare in qualche alcool-test. Gabry e Lidia erano abbastanza stanche, ma visto l'andamento della serata non si opposero al programma, in fondo erano in vacanza ed il mattino dopo avrebbero potuto dormire a piacimento.
Ad un certo punto, a Gabry parve che i due ragazzi si scambiassero uno sguardo ed un cenno d'intesa guardando i bicchieri, ma non diede peso
alla cosa.
Al momento di uscire, però, Gabry iniziò a sentire la testa prima pesante, poi leggera come una piuma: sentì che le gambe non la sostenevano, e si volse verso Andreas per chiedergli sostegno.
Andreas la cinse intorno alla vita, e sebbene in quello stato pregiudicato, mentre sentive le forze venirle meno, Gabry colse una certa violenza nel gesto del ragazzo. Andreas la fece sedere vicino a sé sul sedile posteriore dell'auto di Luca, che si mise al volante dopo aver sistemato Lidia sul sedile del passeggero.
Ad entrambe le ragazze la testa girava vorticosamente.
Gabry, pur in stato semi-confusionale, capì tutto quando Luca deviò per una stradina di campagna, che percorse fino ad una specie di spiazzo interamente circondato da alberi e cespugli: drogate, sì, i due amici le avevano drogate, e lo scopo non le appariva affatto oscuro.
In un attimo, tutti i sogni concepiti intorno al bel cameriere ed a quella serata svanirono, mentre già Luca aveva reclinato il sedile anteriore ed era salito sul corpo di Lidia.
"Adesso ci guardiamo una bella scopata, poi ce ne facciamo una anche noi due", le gorgogliò Andreas all'orecchio. Lidia tentò di opporsi a Luca, che però con un ceffone spense ogni resistenza della ragazza: le lacrime ed i lamenti di Lidia non servirono a fermare il giovane, che le sfilò velocemente gli shorts per poi dare facile assalto a maglietta e tanga.
Il tempo di indossare un profilattico, e Luca penetrò Lidia con forza e rudezza. La forte mano di Luca tappò facilmente la bocca di Lidia, che riuscì ad emettere solo un debole mugolio mentre il ragazzo proseguiva lo stupro con spinte vigorose. Alla fine, la natura ebbe la meglio: così, pochi attimi prima che Luca venisse, Lidia cedette ad un orgasmo travolgente, i cui spasmi ancora duravano mentre Luca le sfilava il pene dalla fica.
Toccava a Gabry, che per tutta la durata dello stupro di Lidia era rimasta come inebetita sotto l'effetto del sedativo versatole nel drink da Andreas.
Andreas la sdraiò sul sedile posteriore: le sollevò senza foga il vestitino, poi iniziò a giocare con l'elastico del tanga di Gabry, insinuando un dito nelle pieghe più intime del corpo della ragazza.
Gabry ebbe un sussulto: mentre l'azione del sedativo lentamente svaniva, assestò una ginocchiata al costato di Andreas, facendolo piegare in due e lamentare per il dolore. Al tempo stesso, Gabry cacciò un urlo altissimo, tentando di aprire con i piedi la portiera dell'auto per provare a fuggire.
Non ce la poteva fare: riavutosi dal colpo subito, Andreas le mollò uno schiaffo tremendo, raddoppiando la dose con un pugno nello stomaco.
"Brutta troia!", le sibilò, e con un paio di manette prese dal portaoggetti della portiera le bloccò le mani dietro la schiena. "Apri la bocca!", le disse poi: Gabry ubbidì, e subito una bandana appallottolata ed una striscia di tape le tolsero qualsiasi speranza di poter farsi sentire urlando. Con gesto secco, Andreas fece giustizia del tanga di Gabry: lei lo vide slacciarsi i pantaloni ed abbassare i boxer, palesando un pene di dimensioni ragguardevoli.
Andreas la obbligò a girarsi e mettersi alla pecorina. Gabry intravvide cadere una cartina argentata, e capì che anche Andreas voleva uno stupro protetto.
Gabry sentì entrarle in fica la più grossa mazza che avesse mai sperimentato in vita propria. Ormai la narcosi era totalmente passata, ad Andreas bastarono una dozzina di spinte per farla venire a dismisura: i guaiti di Gabry vennero a fatica soffocati dal bavaglio, che intanto Luca aveva messo anche a Lidia, costringendola ad assistere a propria volta allo spettacolo.
"Le vostre parole contro le nostre, in più su di voi non troverebbero una sola goccia di sperma", queste la parole che pronunciarono Andreas e Luca scaricando le due ragazze nei pressi dell'albergo poco prima delle cinque del mattino.
In mano, Gabry e Lidia stringevano due perizomini distrutti.



Al momento di uscire, però,

Wednesday, February 9th 2011 - 11:14:07 AM
    
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Una storia di: giancattivo

Laura e Mara stanno per uscire di casa: è il compleanno di Martina, la loro migliore amica, e la serata si preannuncia divertente.
Vista la pioggia, che cade fitta ed insistente già dalla mattina, Mara è passata a prendere Laura, che non può usare lo scooter.
Le due ragazze hanno già le rispettive borse in mano, Laura sta giusto cercando le chiavi di casa per chiudere la porta, quando il campanello suona.
"Chi sarà a quest'ora ?", si domanda Laura, dando comunque il tiro al portone visto che da giorni i citofoni non funzionano.
Dopo un paio di minuti, dall'ascensore escono due uomini di circa 45/50 anni, vestiti molto elegantemente, con tanto di guanti e cappello.
Sorridendo, domandano con gentilezza a Laura se in casa ci sia qualcuno oltre a lei. "Solo una mia amica", è la risposta di Laura, alla quale i due si presentano come incaricati della Camera di Commercio per una pratica relativa al padre di Laura.
Sempre con molta cortesia, i due chiedono a Laura di poter entrare un momento in casa per farle firmare per ricevuta alcune carte.
"Veramente, stavo uscendo, non potreste ripassare?", replica Laura: i due insistono, dicendo che sarà questione di un minuto, finché Laura acconsente e li lascia entrare in salotto.
Mara intanto si è seduta sul divano e si è messa a sfogliare una rivista: alza lo sguardo solo quando i due uomini poggiano sul tavolo le valigette che hanno con sé.
"Vado a prendere una penna", dice Laura uscendo dal salotto verso la cucina.
E' un attimo: uno dei due uomini gira dietro il divano e con mosa fulminea abbranca Mara, tappandole la bocca con al mano guantata. Colta di sorpresa, la ragazza non riesce nemmeno ad emettere un gemito: in pochi secondi, l'uomo la imbavaglia con un fazzoletto e del tape e le blocca i polsi dietro la schiene con una fascetta da artigiano, obbligandola quindi a sdraiarsi di pancia e coprendole la testa con un cuscino.
"Eccomi, scusate, non trovavo la...", fa appena in tempo a dire Laura tornando in salotto, prima di vedere l'amica prona sul divano e, un istante dopo, i due uomini che nel frattempo si sono coperti il volto con maschere bianche tipo Halloween ed in amno non hanno più le valigette, ma molto meno rassicuranti pistole.
"Fate le brave, fate come vi diremo e tutto andrà bene !" le parole che pronunciano prima di balzare addosso a Laura, che a propria volta viene
legata ed imbavagliata.
"Adesso ci porti alla cassaforte del tuo papino", le ordinano, "e niente scherzi o tu e la tua amica ci rimettete la gola !". Pochi istanti dopo, la cassaforte in camera dei genitori di Laura è già aperta, i malviventi hanno scoperto abbastanza facilmente la combinazione. Impotente, Laura vede i due infilare in due sportine di plastica i 50.000 euro in contanti che suo padre teneva in casa in vista di una transazione immobiliare, oltre a gioielli di famiglia e documenti relativi all'attività del padre.
Laura pensa che ora i due se ne andranno, invece, dopo essersi scambiati cenni di intesa senza profferire una parola, uno dei due va a prendere Mara e la porta in camera.
"Adesso ci divertiamo un po'", dice uno dei banditi: Laura e Mara non possono resistere a quelle mani che si insinuano sotto le loro minigonne, sfilando i collants e stracciando rudemente i tanga.
I due rapinatori, che evidentemente avevano pianificato il tutto, indossano con relativa calma dei profilattici, penetrando poi le due amiche uno classicamente, l'altro dopo aver obbligato Mara a mettersi alla pecorina.
Le due amiche subiscono le spinte vigorose dei due, e soprattutto Laura non riesce a trattenersi dall'orgasmo: il bavaglio lascia filtrare solo un suo debole gemito, doppiato un attimo dopo da quello di Mara.
Anche i banditi vengono: ansimanti, si rialzano dai corpi delle due amiche, si ricompongono e, dopo aver legato anche le caviglie delle ragazze,
se ne vanno con calma, chiudendoa a chiave la porta di casa.

Monday, January 31st 2011 - 11:12:29 AM
    
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Una storia di: Barone

L'AGENZIA
Una donna di nome Stefania di circa 60 anni è a capo di un’agenzia investigativa. Si occupa in genere di assicurazioni e di verificare che non ci siano truffe o raggiri, ma può avere ad oggetto anche attività diverse. Lei è la proprietaria da circa 20 anni, e ha 3 dipendenti donne, tutte sui 30 anni. Si chiamano Flavia, Rosanna e Clelia.

Stefania nonostante l’età è ancora una bella donna, molto curata. E’ abbastanza alta, circa 1e70, un po’ in carne, capelli corti, formosa. Indossa sempre abiti eleganti. Flavia, capelli lunghi castani, è alta circa 1e65, seno abbondante, gambe carnose, di solito indossa gonne strette, e soprattutto adora portare calze autoreggenti. E’ senza dubbio quella che ha più femminilità.
Rosanna, al contrario è quella che ne dimostra meno. Ha i capelli neri corti, non ha molto seno, e di solito indossa pantaloni e maglioni. Clelia è forse la più carina , biondina, capelli a caschetto, occhi chiari, magra, e sempre molto sorridente.

L’agenzia ha ricevuto un incarico delicato e pericoloso. La signora Stefania, infatti, ha accettato di indagare per conto di una prestigiosa azienda( 5.000 dipendenti), che produce e commercializza preziosi, su alcune sparizioni e su misteriosi furti subiti. E’ un compito che l’agenzia non ha svolto spesso, però , l’azienda paga profumatamente e questo a Stefania basta e avanza. Viene anche richiesto di occuparsi della custodia di una partita di preziosi molto importante che deve essere esportata.

Le ragazze sono un po’ perplesse, però , eseguono gli ordini di Stefania come sempre. La Signora oltre a pagare bene le ragazze, è anche una donna che si impegna direttamente nei lavori che le vengono affidati. Per gestire tale lavoro si sono organizzate, in modo che qualcuna sia sempre presente nell’azienda, di solito sono Stefania e Rosanna che fanno quest’attività, Clelia fa ricerca in giro, mentre Flavia resta spesso in agenzia , anche perché è necessario ci sia qualcuna che sbriga tutte le pratiche.

Veniamo al Barone. Sono , ovviamente, coinvolto nelle sparizioni , da un po’ infatti svolgo una collaborazione con la società e sono riuscito a sottrarre un po’ di oggetti. Naturalmente non ho fatto tutto da solo. Ci sono un paio di dirigenti della società che giocano sporco e mi hanno ingaggiato per svolgere alcune operazioni, facendomi dei regolari contratti di consulenza per permettermi di agire nella società.

I miei committenti mi mettono al corrente del fatto che la società ha affidato all’Agenzia l’incarico di indagare e sorvegliare, e proprio la Signora vuole incontrarmi. Ci parlo e devo dire che rimango affascinato dalla sua professionalità e competenza. Mi chiede alcune cose, ma in maniera molto gentile. Ci salutiamo. La sera mi telefona uno dei dirigenti e dice che mi vuole vedere. Ci incontriamo e mi informa che l’Agenzia ha preso diverse carte ( tra cui il mio contratto e i miei incarichi) e soprattutto alcune riprese fatte nella società nelle ultime settimane. Probabile, inoltre, che abbiano ricevute carte riservate sulla produzione e la custodia della partita di preziosi per l’Estero.

E’ chiaro che devo assolutamente entrare in possesso di tutti questi documenti, dei video e delle nuove carte. Stefania e Rosanna hanno portato tutto in Agenzia, per poterle poi studiare con attenzione. Devo quindi entrare!! Nonostante sia tardi mi faccio un giretto e mi rendo conto che entrare di notte è complicato, ci sono alcuni allarmi e poi non sarei tranquillo. Lo farò domani mattina. Di solito rimane soltanto Flavia, la renderò inoffensiva e agirò. Simulerò una rapina , prendendo un po’ di cose oltre ai documenti. Torno a casa e dopo un breve riposo mi alzo presto. Preparo lo zaino, mettendoci qualche matassa di corda, un paio di foulard , prendo pistola e passamontagna e esco.

Mi apposto fuori l’agenzia, e arrivano le donne. Poi Stefania e Rosanna escono e vanno in azienda ( rimarranno lì tutto il giorno) e anche Clelia esce. Flavia è sola, attendo qualche minuto e decido di entrare in azione. L’agenzia si trova al piano strada di un palazzo, ha una porta grande con vetri satinati e con una serie di scritte pubblicitarie. Flavia ogni tanto la chiude a chiave , però la mattina appena uscite le colleghe è ancora aperta.

Entro cercando di fare meno rumore possibile, una volta dentro chiudo a chiave, indosso il passamontagna e impugno la pistola. Dall’anticamera vedo che Flavia è in uno degli uffici, ha la radio accesa , quindi non si è nemmeno resa conto che sono entrato. E’ di spalle che sistema alcune cose. La osservo: indossa un cardigan verde chiaro, e una gonna nera stretta e abbastanza corta. Porta le calze nere del tipo velato molto sensuali.

Mi avvicino e in pochi istanti l’aggredisco. Le tappo la bocca con una mano mentre con l’altra le punto la pistola sul prosperoso petto. “Stai buona e non ti accadrà nulla. Non ti farò alcun male”. Fu la mia minaccia. “Adesso ti tolgo la mano dalla bocca, ma non urlare o sarà peggio per te”. Le faccio alzare le mani e mi chiede “cosa vuoi? Soldi non ce ne sono molti”, “ tu non preoccuparti, fai la brava ed esegui quello che ti dico. Dove si trova la cassaforte?” “Nell’ufficio della titolare”, ribatte.

Adesso viene la parte più eccitante. “Mettiti seduta!” le ordino indicandole una sedia. Le si accomoda e ovviamente accavalla le gambe mostrando le sue belle gambe e soprattutto l’orlo delle autoreggenti. Dallo zainetto tiro fuori la prima matassa di corda. Mi avvicino e le metto le mani dietro la schiena, inizio quindi ad avvolgere le corde attorno ai polsi. Faccio diversi giri, poi incrocio i nodi e stringo forte. Il suo bel seno è messo ancor più in evidenza. Prendo uno dei foulard, lo appallottolo al centro, le faccio aprire la bocca. Infilato tra i denti il foulard faccio un nodo stretto dietro la nuca. Passo poi alle gambe. Le faccio unire le caviglie ( dopo aver dato una bella sbirciata sotto la gonna stretta), e anche lì faccio un bel noto stretto, dopo aver fatto qualche giro.

La ragazza imbavagliata e legata è uno spettacolo, la gonna stretta mette in evidenza le sue splendide gambe e tutto questo mi ha creato parecchia eccitazione, peccato non essere qui per lei. La guardo ancora per qualche istante , poi mi dedico alle mie ricerche. Vado nella stanza di Stefania e inizio a guardare un po’ sulla scrivania. Prendo un po’ di documenti, individuo la cassaforte. Non ha la combinazione inserita, perché , probabilmente, Stefania l’ha aperta prima di uscire. Dentro ci sono una serie di carte, e di documenti. Trovo la cartellina dedicata alla società. Ci sono un bel po’ di cosette, prendo tutto e metto in uno zaino, e faccio così con tutti i documenti anche per non destare sospetti sul mio obiettivo principale. Prendo infine i mille euro che sono custoditi, giusto per coprire le spese. Faccio un giro nelle altre stanze per vedere se c’è qualche cosa di interessante. Torno poi dalla bella Flavia. “Mmmpphhh”, prova a mugolare la ragazza, è proprio bella, controllo che i nodi siano ancora ben stretti e ne approfitto per toccarle nuovamente le sue belle gambe.

Purtroppo devo andare, non voglio correre rischi, devo ammettere che sono molto eccitato.



Thursday, January 27th 2011 - 10:22:29 AM
    
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Una storia di: Ivan

C'era una volta, tanti secoli fa,una avvenente fanciulla, divenuta da poco donna che abitava con la madre al villaggio e alla quale tutti volevano bene.
Di capelli corvini, si vestiva sempre con una povera tunica bianca, che stretta in vita da una cintura di cuoio che le reggeva la lunga gonna nera, permetteva di indovinare le sue aggraziate forme giovanili, dai rilievi dolci e armoniosi, mai troppo pronunciati, dal piccolo seno ai fianchi stretti. Nonostante la povertà della sua famigliola, era riuscita a ricevere in regalo una mantella rossa, che adorava e per la quale tutti la chiamavano con amore Cappuccetto Rosso.

Un giorno la madre la chiamò e le disse che l'indomani sarebbe dovuta partire all'alba per portare alla nonna, che viveva al di là del bosco, del cibo e delle matasse di lana per tessere.
Cappuccetto rosso era felice di ciò: amava la sua nonnina e le piaceva sempre andare a trovarla.
Tuttavia questa volta la madre non l'avrebbe accompagnata lungo la strada, ormai era adulta e sarebbe dovuta andar da sola.
"Stai attenta, però, a star sulla strada, dove ci sono case e fattorie e dove non rischi di rimanere sola!"

Sorto il sole la giovane Cappuccetto Rosso si incamminò, con il bastone in una mano e la borsa per la nonna lungo un fianco, verso la sua destinazione. Arrivata al limitare del bosco però fu attanagliata dalla curiosità: non era mai stata nel bosco, chissà se, come narrano le fiabe, avrebbe incontrato principi, fate e maghi! Inoltre non aveva mai conosciuto fiaba che finisse male, non poteva accaderle assolutamente nulla!!!
Rincuorata da quest'ultimo pensiero la fanciulla entrò, lungo un sentiero in terra battuta, nel buio bosco, appena illuminato dalla luce del mattino.
Cammina cammina iniziò a vedere piccole aiuole di coloratissime di fiori, funghi grandi e piccoli che spuntavano dall'erba e qua e là uccellini che cinguettavano lieti. Sul suo viso si dipinse un meraviglioso sorriso di denti bianchissimi, e col suo nasino a punta la piccola Cappuccetto Rosso sentì gli straordinari odori di quel bosco, che la inebriarono tanto da spingerla a intonare un soave canto.

Poco lontano, tra le felci e le radici di una grossa quercia dormiva Lupo, un mercenario ubriacone sempre troppo occupato per cercarsi una nuova guerra e sempre troppo libero perchè qualcuno non lo additasse come fannullone ubriacone.
Svegliato dal soave canto della fanciulla, si destò dal suo bucolico, per non dire miserevole, giaciglio, nel quale si era addormentato dopo aver rubato una gallina in una fattoria vicina, della quale ora non rimanevano che le zampe vicino ai carboni spenti del falò e qualche osso caduto sulla pelliccia di lupo che indossava come mantello, dopo averla rubata a qualche cadavere sul campo di battaglia, e di cui tuttavia andava fiero, mostrandola di locanda in locanda. "Chi sarà quella dolcezza?" pensò inosservato, guardando Cappuccetto Rosso che gli si avvicinava. "Però, una ragazza molto bella! Potrei derubarla e andarmene da questo bosco del cazzo... oppure prima potrei anche divertirmi un po' con lei!!! Sì perfetto, adesso me la prenda e la castigo per bene" Nei suoi calzoni sentiva già un'erezione alla vista della tenera Cappuccetto Rosso e al pensiero di violentarla. "Qui però potrebbero vedermi... no no, se un qualche falegname mi vede è la volta buona che ci rimetto le penne... meglio prendermi la sua borsa e basta!" E, messa mano al pugnale le si avvicinò.
Cappuccetto Rosso lo vide, tuttavia non notò il pugnale e, inebriata dall'allegria del bosco, iniziò a parlarle garbatamente "Buongiorno messere! Anche voi di prima mattina in questo bellissimo boschetto?"
Lupo, all'inizio, non comprese il tono allegro delle parole di Cappuccetto Rosso, e nascosto il pugnale, rispose a tono cercando di approfittare dell'evidente ingenuità della ragazza.
“Buongiorno a te, mia cara!! Cosa ci fa una così bella fanciulla a quest'ora in giro? Dove vai di bello”
Arrossita al complimento del puzzolente e losco individuo, la ragazza sorrise e rispose con voce imbarazzata e allo stesso tempo divertita “Vado dalla nonna che abita sola poco lontano da qui e che non ha nessuno vicino che la possa aiutare!”

“Nonna, sola, poco lontano, nessuno vicino... direi che ho risolto ogni mio problema” pensò Lupo, ora più che mai intenzionato a portare a termine il proprio diabolico piano.
“Che ne dici se ti aiuto a portare la borsa fin là? Anzi, dato che ti vedo particolarmente felice e che hai già raccolto molti fiori, io potrei andare dalla nonna a portarle la borsa, così puoi fare delle belle ghirlande da portarle quando ci raggiungi!”
“Che magnifica idea, buon uomo!!” Disse l'ingenua ragazza “Eccovi la borsa! La casa della nonna è sotto le tre grosse querce, subito dopo il torrente! Grazie infinite, porterò una ghirlanda anche per te!!” E data la borsa , la fanciulla corsa via ridendo in mezzo ai prati fioriti, raccogliendo mazzi coloratissimi per la nonna e il suo nuovo amico.

**

Ormai era passata quasi un'ora: Cappuccetto rosso, terminata l'ultima ghirlanda si alzò dalla radice su cui si era accomodata e si avviò alla casa della nonna.
“Oh, esce del fumo dal camino. Il buonuomo deve aver già avviato il fuoco e ora starà chiacchierando con la nonna!!!”
Aperta la porta Cappuccetto Rosso chiamò a gran voce la nonna. Nulla.
Riprovò ancora e ancora ma nessuna risposta.
Uscì e andò verso la stalla: magari la nonna e il buonuomo erano lì a mungere le caprette!
Nulla nemmeno lì.
“Proviamo a rientrare” pensò la giovane preoccupata.
“Nonna! Nonna sono io” Dove s.....mppppph!!!” Appena messo piede sull'uscio una mano puzzolente le fu premuta sulla bocca.
Nemmeno il tempo di pensare e già la ragazza si trovò proiettata sul pavimento, mentre Lupo chiudeva a chiave la porta.
“Ma Buonuomo, che fa? Dove è la Nonna??”
“Zitta puttanella!!!”
Il tono violento della voce di Lupo zittì la fanciulla, che immobile sul pavimento di pietra non riusciva proprio a capire cosa stesse accadendo.
Lupo la guardò famelica. Dalla gonna si allungavano le gambe pallide della fanciulla appena sbocciata, e da sotto la tunica si ergeva un sodo quanto invitante seno...tutto per lui, nella casa lontano da tutti...

Lanciatosi su di lei, Lupo iniziò a palpeggiare la ragazza, passandole la mano sotto la gonna, mentre con l'altra la stringeva a se, a farle sentire la forte erezione.
Lei aveva paura iniziò a gridare. Cosa stava facendo quell'uomo? Perchè la toccava sulle gambe, dietro, sul seno? Perchè le leccava il collo famelico? Presto iniziò a gridare: “Aiuto!! Aiut...mppppph!!!” La mano di Lupo era ancora premuta sulle sottili labbra rosate di Cappuccetto Rosso.
“Devi stare zitta!! Adesso ti sistemo!!!” E giratola malamente a pancia in giù le piegò le braccia dietro la schiena, unendole i polsi e stringendoli con la cintura di cuoio che reggeva la gonna nera.
Poi la girò a sé, e prima che la ragazza fosse riuscita a inspirare l'aria necessaria a gridare, lui le tirò un violentissimo schiaffo!
Presa una matassa di lana dalla borsa gettata a terra e destinata alla nonna, gliela spinse in bocca, fermandola con un canovaccio strappato e annodato dietro la testa di lei.
Cappuccetto Rosso fremeva e scalciava, ma le ruvide mani dell'uomo erano su di lei, su tutto il suo corpo, e con le sue legate dietro la schiena non riusciva a difendersi.
La gonna le fu strappata in un attimo e le lunghe gambe della fanciulla di rivelarono in tutta la loro giovanile bellezza.
Intanto sul bavaglio che le premeva le rosee labbra e le guance rosse, sotto il nasino a punta, scivolavano copiose le lacrime dell'ingenua fanciulla, cui non avevano mai spiegato che agli uomini piacciono le donne, soprattutto se graziose come lei, e che esistono uomini che le legherebbero e le imbavaglierebbero a casa della nonnina pur di possederle.
Lupo si rialzò, la prese in braccio e la portò nella stanza di là, dove c'era il letto della nonna.
Il corpo della nonna giaceva accanto al muro, e sul letto le coperte erano in disordine e stropicciate.
Appena la vide Cappuccetto Rosso cercò di gridare tra la lana della matassa premuta dentro la sua bocca dallo strofinaccio, ma ottenne solo un fioco mugolio.
Gettata sul materasso di paglia, vestita solo della tunica bianca e della mantella rossa, Cappuccetto Rosso appariva come uno spettacolo di desolante tristezza, col viso rigato di lacrime e le gambe chiuse in un disperato tentativo si difesa.
A Lupo non serviva altro per dare inizio alla sua personale festicciola a base di vino e violenza...

(continua)

Tuesday, January 18th 2011 - 05:10:41 PM
    
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Una storia di: Fratello

LA SORELLA

Sono sempre stato appassionato di giochi Bondage, sin da piccolo. Ho la fortuna di avere una sorella più piccola di circa 3 anni (la chiamerò Sonia), fortuna perché ho avuto la possibilità di fare parecchi giochi con lei.

Il tutto è durato per circa 4 anni, abbastanza pieni e caratterizzati da lunghi pomeriggi di giochi. All’epoca in cui iniziammo io avevo circa 14 anni e lei 11. Nei nostri giochi e anche in seguito non c’è mai stato alcun contatto sessuale, anche se, ovviamente, vederla imbavagliata e legata provocava in me una certa eccitazione, però proprio il fatto di non essere mai andato oltre mi ha permesso di godermi al massimo tali giochi.

Descrivo un po’ mia sorella come era quel periodo, dopo non è cambiata molto. Altezza di circa 160cm, magra, seno piccolo. La parte migliore erano senza dubbio le gambe. Cosce carnose e abbastanza lunghe, caviglie sottili. Mia sorella , inoltre, ha sempre portato le calze, sin dall’adolescenza, credo le piacesse, oltre al fatto che essendo freddolosa la proteggevano meglio. Per questo ho sempre adorato legarle le gambe!!

In realtà i nostri giochi sono iniziati, quasi per caso, nel senso che io preferivo giocare con le mie cugine, ne avevo due di un anno più grandi di me, e cercavo sempre di giocare con loro. Mia sorella voleva partecipare , però io cercavo di evitare perché volevo giocare con le cugine. Con loro facevamo qualche gioco , però non era come desideravo io, nel senso che al massimo legavo loro i polsi , non usavamo mai i bavagli e dovevo sempre pregarle per giocare.

Tornando a noi, l’inizio dei giochi avvenne durante i giorni che precedevano il Natale. Come detto fu abbastanza casuale, nel senso che come sempre intorno al 20 dicembre le scuole si fermavano ( io ero in Prima superiore, lei in prima media) , e proprio il pomeriggio dell’ultimo giorno, mia madre uscì per fare le solite spese natalizie. Di solito rimaneva fuori per diverse ore, nel senso che usciva verso le 16 e rientrava per le 20.

Poco dopo uscita mia madre, mia sorella venne a chiedermi se avevo voglia di giocare con lei, io accettai , non avevamo ben idea di quale gioco fare, così cominciammo a pensare. Ad un certo punto Sonia mi propose il gioco della commessa che veniva rapinata, “come giochi con le cugine” mi disse. La proposta mi lasciò un po’ perplesso. In passato non avevamo mai fatto giochi del genere, però era la prima volta che il gioco mi veniva proposto e questo mi faceva molto piacere. Accettai , ma posi come condizione, ovviamente, che l’avrei legata e imbavagliata per davvero.

Lei andò a preparare la sua cameretta, utilizzando la sua scrivania come bancone e mettendo sopra diversi oggetti , e mise la sua postazione con le spalle alla finestra, io mi preoccupai di recuperare materiale utile. Presi le cinture delle nostre vestaglie e un cordino di canapa che tenevo conservato, poi presi due foulard , uno rosso e uno verde. Infilo tutto in uno zainetto . Sonia indossava un pullover rosa e una gonna, con le solite calze, color sabbia, e portava le ciabatte.

Prima di raccontare del gioco, devo premettere che mia sorella ha sempre avuto il pallino del teatro, in particolare della recitazione e quindi è sempre stata molto brava a calarsi nella parte in ogni gioco che facevamo, questo con mia grande soddisfazione. Inoltre mi dava anche delle idee su come sviluppare il gioco. Userò il presente nella cronaca del gioco.

Il gioco ha inizio con Sonia che mi suggerisce di compiere un sopralluogo, e di fingermi acquirente cosa che faccio. Entro nella stanza, lei mi sorride e mi chiede “buongiorno signore cosa le occorre?”, “ quanto costa quell’oggetto”, faccio io indicando un piccolo orologio da tavola. “ 20” mi risponde. “Bene , lo compro”. Mentre mette l’oggetto in una busta, inizia a parlare e si lamenta ( che attrice!!) “ sono contenta che sia venuto qualcuno, sono sempre sola qui, il titolare non c’è mai e io chiudo sempre tardi. Non c’è mai movimento!” “Che peccato!” è la mia replica. “ Magari uno di questi giorni ci sarà più movimento!!” lei mi sorride e “Magari!!!”. La saluto ed esco.

Viene il momento del colpo. Sonia è intenta a sistemare gli oggetti sul bancone , io mi avvicino alla porta e entro velocemente “ferma dove sei e non urlare!” le ordino con fare autoritario e puntandole contro la pistola. Lei alza subito le mani : “ non farmi del male, farò la brava”. “Bene, adesso prendi i soldi e mettili in questo sacchetto” , prese i soldi ( del Monopoli!!) e me li consegnò.

La parte più eccitante del gioco stava per arrivare: mi guardo intorno e vedo davanti al bancone una sedia, “ esci da lì e cammina con le mani alzate!” , esegue il mio ordine. “Adesso mettiti seduta “ indicando la sedia. Mi guarda con un’aria un po’ perplessa. Alla fine ubbidisce e si accomoda. Ripongo la pistola nei pantaloni e prendo subito una delle cinture. “Mani dietro la schiena per favore”, lei a quel punto inizia a recitare “guarda che non c’è bisogno che mi leghi” Mentre parla, comunque porta le mani dietro e io inizio a legarle i polsi per bene, facendo prima tre giri e poi facendo un nodo da sopra a sotto. Decido di darle soddisfazione e così rispondo “ invece credo ci sia bisogno. Hai fatto la brava finora, continua” e intanto stringo un po’ di più i polsi.

Passo poi alle gambe, e lì devo ammetterlo mi sono eccitato non poco. Le sfilo le ciabatte, le faccio unire le gambe e con l’altra cintura inizio a legarla, tecnica simile, prima un paio di giri, poi nodo stretto. L’effetto delle sue caviglie legate, con i piedi fasciati dalle calze è meraviglioso. Prendo poi il foulard rosso, e inizio ad annodarlo, lei sbotta “ no , il bavaglio, no. Non voglio!!” . “Mi dispiace, tesoro, non sei tu che decidi”, le vado dietro e con un po’ di forza le infilo il foulard tra i denti , poi le annodo il tutto dietro la nuca.

Sonia, a quel punto inizia a mugolare un po’. E’ divertita, credo che la sensazione di essere imbavagliata e legata le sia piaciuta.

In seguito vi racconterò altre storie.

Tuesday, January 18th 2011 - 04:45:01 PM
    
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Una storia di: Dreamer69/Emilio Sognatore

Immagini.
Emozioni.
Flash mentali in cui realtà ed immaginazione, passato e presente, si mischiano in una esplosione di sensazioni dolci e melanconiche.
Struggenti.

Una meravigliosa mattina di fine giugno.
Al mare.
Lontano da tutto e da tutti.
La poravetri della camera spalancata, la brezza mattutina che entra fresca e profumata.
La dolce sensazione del risveglio in un giorno di relax che ancora ci permea.
Le sensazioni della nottata passata insieme ancora sulla pelle.

L'immagine di Lei.
Incorniciata dalla luce cristallina del mattino.
Inginocchiata sul lettone disfatto.
La tua camicia azzurra ed un semplice paio di mutandine di cotone bianche.
I suoi lunghi capelli castani che le scivolano sulle spalle, i suoi incredibili occhi azzurri come l'acqua cristallina e profondi come un abisso.
Il suo indimenticabile sorriso.
Complice, malizioso ed innocente al tempo stesso.

Il lenzuolo strappato.

Le Sue mani incrociate dietro alla schiena e le caviglie sovvrapposte.
Avvolte in un comodo abbraccio di tessuto.
Le lunghe dita affusolate si agitano nell'aria mentre i piedini, frusciando a contatto con il letto, cercano di sovvrapporsi, quasi a voler celare le loro morbide piante rosee e delicate.
I gomiti ravvicinati, leggermente, con delicatezza ed il suo piccolo seno che si protende in avanti.
Invitante.
Il suo capo rivolto verso l'alto.
Le sue labbra, il suo collo,...
... il suo corpo ...
... esposti ed indifesi ...
... frementi ...
... pronti ad accogliere le mie carezze ed i miei lunghi, languidi baci.

Immagini...
Emozioni...
Ricordi...

Thursday, January 13th 2011 - 07:19:27 PM
    
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Una storia di: gagher72

La Vigilessa

Stella lavorava da qualche mese come vigilessa, e non passava certo inosservata con i suoi capelli biondi lunghi e mossi e i suoi occhi chiari. Era di media altezza e molto proporzionata. Pareva quasi non accorgersi della sua bellezza, e questo la rendeva ancora più affascinante.
Quel giorno aveva avuto incarico di controllare una serie di attività commerciali nel centro storico. Indossava il vestito di ordinanza con gonna, tacchi e camicetta bianca, e portava un rossetto rosa appena accennato.
Aveva praticamente terminato il suo giro. Restava l’ultimo negozio posto in una rientranza della strada. Passò di fronte ad un furgone da cui due persone stavano scaricando delle merci.
Entrò e si rivolse al titolare dietro il bancone, chiedendo di poter visionare i documenti dell’attività. Lui parve prendere tempo, ma lei insistette se pur con gentilezza. Di fronte al temporeggiare dell’uomo, Stella lo avvertì che in caso contrario avrebbe purtroppo dovuto redigere un verbale di contravvenzione.
Lui cercò di convincerla ma lei sapeva di dover fare il proprio dovere. Mentre compilava il documento, il proprietario si fece assorto e poi incrociò con lo sguardo i due suoi aiutanti vicino al furgone parcheggiato di fronte al negozio. Parvero intendersi su qualcosa, ma Stella non si accorse di nulla.
Quando terminò, il proprietario la seguì fuori chiedendole spiegazioni sul verbale ed insistendo che non lo presentasse, e così facendo si frappose tra lei e il furgone aperto. Intanto uno dei suoi aiutanti si mosse verso di loro con un grande pannello, fermandosi davanti a Stella in posizione tale che dalla strada non potessero vederla. Non si accorse di ciò che stava succedendo alle sue spalle, fu anzi questione di pochi attimi. “Mi dispiace signore, non posso proprio, la prego di non in……” . Non riuscì a terminare , intravide una mano premerle sulla bocca e sul naso un qualcosa di bianco, avvertì del cotone imbevuto di qualcosa dall’odore dolciastro, “mmfff mmmfff mmmmmmfff…” riuscì solo a mugolare sommessamente, mentre il proprietario le afferrava i polsi e da dietro il suo aiutante, tenendole premuto il fazzoletto sulla bocca, la portava verso l’interno del furgone. La sollevarono e la sospinsero dentro. Non riuscì in alcun modo a opporsi, erano in due a tenerla mentre il terzo aiutante copriva la scena col pannello.
La adagiarono a terra, il capo posato sulle ginocchia dell’uomo dietro. Il proprietario le teneva fermi i polsi mentre l’aiutante le teneva con una mano la fronte e con l’altra le premeva senza violenza il fazzoletto sulla bocca. “No no, dolcezza, stai tranquilla e fai un bel respiro”, … “brava, così….” le sussurrarono all’orecchio mentre con suoi occhi chiari spaventati guardavano impotenti prima l’uno e poi l’altro. Nessuno si accorse di nulla, neppure un passante che in quel momento attraversò la strada davanti al furgone e che lei, con gli occhi semichiusi, cercò di avvertire con un debole gemito.
Quando si risvegliò, si trovò nel furgone con le mani legate saldamente dietro la schiena e alle caviglie da spesse corde bianche, sopra un materasso che attutiva ogni rumore. Provò a urlare ma l’avevano imbavagliata per bene, con una bandana bianca appallottolata in bocca e un foulard rosso di seta annodato dietro la nuca. “Sono dispiaciuto” le disse il proprietario del negozio, girandosi verso di lei dal sedile davanti con uno sguardo che pareva di dolcezza. “Non avevamo altra scelta, ci avresti creato dei problemi. Non ti faremo alcun male, stai tranquilla e non agitarti”. “Mmmff” annuì lei. “Fra poco sarai libera, appena avremo terminato quello che dobbiamo fare….”.

Friday, January 7th 2011 - 08:36:35 PM
    
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Una storia di: Pantokratryx

La corda zingara

(qeusta volta, bavaglio vero; e niente minorenni!)


Se lo spettacolo del mago Zogoiby, fino a poche settimane fa sull’orlo del fallimento, adesso è popolare al punto che i posti in platea si esauriscono con qualche giorno di anticipo, il merito è soprattutto delle gambe di Alice.
Circa due mesi fa Alice ha risposto a un’inserzione su Internet, un’offerta di lavoro rivolta a un’attrice dilettante di bella presenza: in realtà si trattava di fare da spalla al mago Zogoiby durante uno spettacolino piuttosto noioso della durata di un’ora per gli ospiti di un hotel del centro città. Ciò che ha fatto girare la ruota della fortuna del prestigiatore è probabilmente la mise della sua giovane assistente, ovviamente imposta dal mago in persona: sandali alla schiava con stringhe al polpacci e tacco vertiginoso, e una cortissima minigonna tutu di tulle bianco che lascia le gambe di Alice scoperte. Quando lei ha accettato di fargli da assistente per un compenso di 80 € a sera, aumentati a 100 negli ultimi due spettacoli, Zogoiby le ha detto sfacciatamente: “Meglio che gli spettatori guardino le tue gambe invece di seguire con attenzione il prestige.”
E Alice, per 100 €, si è adattata volentieri. In verità lo sbiadito spettacolo di Zogoiby non è cambiato molto rispetto a prima, con la sola eccezione del numero centrale, del quale guarda caso la protagonista è proprio Alice. È il numero della corda zingara, che il mago ha imparato in Cina: consiste nel chiamare sul palco uno spettatore, di solito uno straniero di mezza età in viaggio d’affari, e nell’invitarlo a legare le mani di Alice dietro la schiena con una cordicella, la corda zingara appunto. Dopo di che Alice e lo spettatore vengono coperti con un drappo, Zogoiby conta lentamente fino a 10 e leva la coperta: l’uomo è in maniche di camicia e la sua la giacca si è magicamente trasferita sulle spalle di Alice, che però ha ancora le mani legate dietro la schiena. Il trucco naturalmente c’è: Zogoiby stringe il primo nodo intorno al polso sinistro, poi Alice incrocia le mani sopra la spina dorsale, i pugni stretti e sovrapposti, e prima che lo spettatore cominci a legarla lei nasconde dentro il pugno destro un buon tratto di cordicella. Una volta sotto il drappo, le basta aprire il pugno per allentare improvvisamente il nodo. Nel frattempo un complice introdotto di nascosto sotto il drappo sfila la giacca allo spettatore, aiuta Alice a indossarla e le lega di nuovo le mani dietro la schiena.
A Alice il giochetto sembra puerile, ma gli spettatori maschi adorano questo numero.
Però Alice sa che deve fare attenzione, molta attenzione durante lo spettacolo: quel marpione di Zogoiby, che anni di incerto successo hanno resto scaltro e affilato, le ha insegnato a passeggiare con finta nonchalance proprio al limite del palco, e obiettivamente non c’è nulla che distragga il pubblico di uomini d’affari più di questa sua passerella in minigonna. Da principio Alice si è rifiutata, ma Zogoiby l’ha posto come condizione per assegnarle la parte e lei ha dovuto rassegnarsi. Il risultato è però che Alice ha dovuto adattare la biancheria intima, perché quando raggiunge l’angolo a V al centro del palco, dove ci sono i gradini che scendono verso i tavoli del club, e gira su se stessa dando le spalle al pubblico, gli uomini della prima fila hanno un punto di vista privilegiato sotto il suo cortissimo tutu.
Per questa ragione, Alice ha comprato biancheria adatta: un perizoma bianco che davanti sembra una mutandina di microrete, dietro invece consta solo di tre stringhe orizzontali ornate di fiocchetti. Non c’è da stupirsi se gli spettatori dei tavolini applaudono quando Alice fa la sua piroetta nell’angolo del palco.
Lei naturalmente si permette questa confidenza perché qui all’hotel nessuno la conosce: i clienti provengono da fuori città, uomini d’affari in cerca di una distrazione serale come pausa nel lavoro. Alice non sarebbe così sfacciata da esibirsi in questa mise davanti a un pubblico di conoscenti. E questo lavoro la costringe comunque a seguire con cura la depilazione delle gambe, che rimangono per l’intera durata dello spettacolo in evidenza davanti agli occhi di tutti questi uomini.
Anche stasera le luci in mezzo ai tavolini sono flebili e insinuanti, mentre il palco è illuminato da proiettori a fascio. Dopo i primi, insipidi numeri in cui Alice si limita a fare da assistente a Zogoiby, le solite colombe e mazzi di carte e foulard, il mago prende il microfono e rivolge il suo consueto invito al pubblico: ha bisogno della collaborazione di uno spettatore, c’è qualcuno che avrebbe desiderio di legare questa bella ragazza? Come ogni volta, le mani si alzano a decine, quasi da ogni tavolino. Nel frattempo Alice “esibisce la merce”, come si esprime piuttosto volgarmente il mago Zogoiby, cioè passeggia sul fronte del palco, in modo che gli spettatori abbiano la possibilità di sbirciare sotto la sua minigonna corta e vaporosa. Come le è stato insegnato, tiene le mani dietro la schiena, le dita incrociate, quasi a mostrare ciò che c’è da aspettarsi dal numero. Alice trova leggermente volgare e volutamente equivoco questo pubblico invito di Zogoiby a legarla, di sicuro il mago vuole giocare sull’ambiguità della situazione per coinvolgere gli spettatori.
La luce sul palco è troppo forte, Alice non riesce a vedere il pubblico; Zogoiby si avvicina ai tavolini e allunga un dito per invitare uno spettatore, un uomo di mezza età con un vestito scuro che sale velocemente la scaletta. Alice riconosce troppo tardi e con orrore il suo insegnante di matematica, il professor Parri. Cosa ci fa qui in questo hotel? Si ricorda con sgomento che il professore abita in un’altra città e che a volte si ferma a dormire qui durante le settimane di lezione. Alice cerca di attirare l’attenzione di Zogoiby, ma il mago sta già presentando il professore agli spettatori. Parri squadra Alice da capo a piedi, lei non sa se fargli un cenno di saluto, ma arrossisce quando si rende conto che gli occhi del professore indugiano sulle sue gambe nude. Alice è confusa, Parri è uno di quegli insegnanti che incutono non solo rispetto, ma anche timore: fra tutti i suoi professori, è forse l’ultimo che avrebbe voluto trovarsi davanti in questa situazione scabrosa.
Il mago Zogoiby ha già in mano la corda zingara, Alice non è riuscita a avvertirlo: ma d’altronde, cosa potrebbe fare a questo punto? Il professore è già invitato sul palco, interrompere adesso significa mandare a monte lo spettacolo. Il mago dice le solite spiritosaggini, Parri rimane impassibile mentre constata che la cordicella non contiene trucchi. Alice si avvicina e solleva un braccio, il mago avvolge intorno al suo polso un giro di corda e stringe un nodo semplice, poi invita il professore a farne un altro. Parri tiene inchiodato lo sguardo negli occhi di Alice, che sente battere forte il cuore: prima di stringere un secondo nodo sopra il primo, Parri fa scivolare la cordicella di un centimetro, in modo che rimanga avvolta intorno al punto più sottile del polso di Alice. Così vanifica uno dei semplici trucchi insegnati da Zogoiby per slegarsi più velocemente: fare in modo che la corda rimanga più lenta in una sezione meno sottile del braccio.
Questo è il momento di mettere le mani dietro la schiena per lasciarsi legare. Alice è turbata, il cuore batte forte per la soggezione. Prima di voltarsi e dare le spalle al professore, incrocia le braccia dietro i fianchi in modo che né lui né il pubblico possano vedere, infila rapidamente il pollice in un cappio della cordicella e stringe le mani a pugno come le è stato insegnato, quindi ruota sui tacchi alti e presenta i polsi incrociati a Parri. Si sente morire di vergogna, così poco vestita e condiscendente a lasciarsi legare le mani dal suo insegnante di matematica. Non che a scuola lui si dimostri meno che corretto con le allieve femmine, ma quando si tratta di sbirciare sotto il banco delle compagne di classe con la gonna, non si tira certo indietro.
Adesso Alice è in piedi davanti a lui, voltata di spalle con la sua minigonna cortissima, le gambe nude, dritte, unite, le mani incrociate dietro la schiena, e c’è un uomo che invita il professore a legarla strettamente. Fra tutte le situazioni ambigue con tutti i suoi insegnanti maschi, è senz’altro quella sulla quale Alice avrebbe fantasticato di meno.
Il professore sembra preparato alla situazione: afferra i due estremi della funicella, spostandosi per un attimo di lato in modo di interporsi tra Alice e il mago, e prima di stringere il nodo intorno all’altro polso strattona improvvisamente i capi che ha in mano. Alice sussulta e si volta un poco sopra la spalla, ma si accorge che il cappio le è sfuggito dal pugno. Il colpo di mano è durato meno di un secondo, il professore sta già stringendo un nodo intorno all’altro polso. Per la prima volta da quando Alice fa il numero della corda zingara, il trucco è vanificato. Zogoiby, che non si è accorto di nulla, invita a stringere di più perché non sa che il professore la sta legando davvero. Alice è agitata, comincia a avere paura, e Zogoiby non si rende conto di cosa succede. Come fa il professor Parri a conoscere il trucco della corda zingara? Per quante sere è rimasto seduto ai tavolini durante lo spettacolo, a guardarle le gambe protetto dalle luci basse, in attesa di salire sul palco e smascherare il trucco? Troppo tardi per domandarselo, Alice ha già le mani strettamente legate dietro la schiena, e adesso Zogoiby la invita a mostrare agli spettatori che non c’è trucco. Questo significa ripetere la passerella in minigonna davanti al pubblico dei tavolini; ma una cosa è passeggiare sapendo di essere la protagonista di uno spettacolo di prestige, quasi uno scherzo per spettatori creduloni, altra cosa permettere a tutti gli uomini seduti ai tavolini di sbirciarti sotto la gonna dopo che il tuo professore ti ha legato le mani dietro la schiena. Alice però non può permettersi di dare a vedere al pubblico che qualcosa non va per il verso giusto; sfila fino al triangolo sul fronte del palco perché non può evitarlo, però il suo senso di sicurezza è in frantumi. Sente gli sguardi degli uomini incollati alle gambe nude, percepisce l’attenzione da voyeur per la striscia di perizoma bianco che quasi certamente gli spettatori delle prime file riescono a scorgere. In piedi davanti ai loro sguardi indiscreti, Alice sente di essere tutta rossa in viso. Deve avvertire il mago a ogni costo, e in questo momento le viene in mente di aprire i pugni. Spalanca le mani, le dita ben distese, in modo che Zogoiby dietro di lei possa vedere che non stringe affatto il cappio di cordicella che le permetterebbe di liberarsi, ma che i suoi polsi sono inesorabilmente legati dietro la schiena.
A questo punto naturalmente c’è un piano di riserva, nel caso qualcosa vada storto: mentre lei si troverà sotto il drappo insieme allo spettatore, il mago aumenterà il tempo del conto alla rovescia, e nel frattempo il complice introdotto di nascosto provvederà a slegarla.
Alice ritorna ancheggiando verso i due uomini che la aspettano, dalla faccia di Zogoiby si capisce che si è reso conto del problema. Il professor Parri invece ha un sorriso beffardo, anche lui si è accorto della comunicazione tra il mago e la sua assistente.
È il momento del drappo, a questo punto pare che Zogoiby abbia fretta; ma il professore gli dice sottovoce qualcosa che Alice non può sentire, e lui va ancora più in agitazione. L’assistente è già pronto per infiltrarsi, ma improvvisamente il programma sembra cambiato: il drappo si solleva in alto, poi le luci si spengono e quando si riaccendono il telo è afflosciato sul pavimento: Alice e il professor Parri sono spariti dagli occhi del pubblico.
Alice si ritrova trascinata dietro il palco, ancora strettamente legata e con i capelli in disordine. Anche il professore è qui con lei, e un attimo dopo Zogoiby li raggiunge. Chi è rimasto a intrattenere gli spettatori? Il mago la aggredisce, la accusa di avergli nascosto di essere minorenne. Alice protesta indignata che non è vero, che ha compiuto 18 anni due mesi fa. Questo deve essere un brutto scherzo di Parri. Infatti il professore insiste: è minorenne, è suo dovere dirlo ai genitori, sicuramente Alice è qui a loro insaputa. Il mago ha i capelli ritti sulla nuca, di sicuro pensa alle sue sfilate in minigonna davanti agli uomini del pubblico, al peep show della sua biancheria intima, e al fatto che è lui che l’ha indotta a questa parte dello spettacolo.
Alice si protesta innocente, alza la voce, rossa di indignazione: a questo punto Zogoiby si arrabbia davvero, estrae dal taschino della giacca di scena uno dei foulard che usa per i suoi numeri, lo tende tra le mani e glielo sistema di taglio in bocca. Alice tenta di strillare, ma il mago le annoda il fazzoletto molto stretto dietro la nuca, in modo che riesce solo a emettere gemiti goffi. A questo punto interviene il professor Parri, esige di prendere in consegna Alice per accompagnarla dai genitori, e lancia minacce di denuncia. Zogoiby si mostra conciliante, giura di non sapere assolutamente della sua minore età, lo prega di essere comprensivo. Il professore domanda bruscamente dove sono i vestiti di Alice, il mago indica il corridoio dietro il palco, che porta ai camerini.
Parri afferma che adesso si incarica di riportare la ragazzina dai genitori, e che valuterà in un secondo tempo la posizione di Zogoiby. A questo punto Alice si aspetterebbe di essere slegata, ma il professore la spinge senza troppo complimenti davanti a sé lungo il corridoio freddo, fino alla scala che conduce al piano superiore dove la direzione dell’hotel mette alcuni camerini a disposizione degli artisti.
Alice lo precede rassegnata, a testa bassa, la sciarpa del mago fastidiosamente stretta tra i denti, i polsi strettamente legati, lo sguardo del professore incollato sulle sue cosce nude. Si volta appena sopra la spalla: l’uomo la segue qualche gradino più dietro, di sicuro gli sta offrendo lo spettacolo fuori programma di un’ottima vista sotto la gonna. Come si pente di aver ceduto alle richieste di Zogoiby: è colpa sua se si trova legata e imbavagliata nelle mani del suo professore di matematica.
Alice si arresta in fondo al corridoio, davanti alla porta della stanza che funge da camerino, dove ha lasciato i suoi vestiti. Il professor Parri apre e la costringe a entrare senza tanti complimenti, poi chiude la porta alle loro spalle e gira la chiave. Alice tiene lo sguardo a terra, ha paura di provocarlo: finalmente l’uomo allenta il nodo del foulard, attende un attimo per verificare che non si metta a strillare, poi le leva il bavaglio dalla bocca.
Alice riempie d’aria i polmoni e si passa la lingua sulle labbra asciutte. Non ha tempo di prepararsi a fronteggiare la situazione perché l’uomo la aggredisce subito verbalmente. Insinua che i suoi genitori non sappiano nulla di questa sua attività, il che è vero, e minaccia che sarebbe suo dovere raccontare tutto. Alice lo fronteggia impotente, come può tenergli testa così poco vestita e con le mani legate dietro la schiena? Più che paura delle conseguenze, ha direttamente paura di lui. Come sempre, con il professor Parri la mette in soggezione. A maggior ragione adesso che non può fare a meno di notare come stia sbirciando nella profonda scollatura della sua camicetta, in mezzo ai seni premuti dentro il reggipetto.
Adesso il professore è passato alle insinuazioni. La accusa di esibizionismo, di provare piacere a mostrarsi poco vestita davanti a tutti questi uomini. Alice cerca di replicare che si tratta solo di uno spettacolo innocente, ma il professore rincara la dose, le dice che gli spettatori vengono solo per vedere le sue mutandine. Alice vorrebbe ribattere, ma Parri la afferra per un gomito e la costringe a montare in piedi sopra la panca di legno accostata lungo la parete della stanza, sotto la finestra.
Alice fatica a mantenersi in equilibrio lì sopra con i tacchi alti, l’uomo deve sorreggerla: approfitta del suo disorientamento per dirle che merita una lezione perché è una ragazzina cattiva e incorreggibile. La costringe a voltarsi verso la finestra e le solleva la minigonna da dietro, sul fondoschiena. Alice caccia un breve urlo e con le mani legate tenta di spingere giù l’orlo della gonna, ma l’uomo le scosta brutalmente i polsi. Il cuore di Alice batte forte, si impone di non peggiorare la situazione. Nel mezzo minuto di stallo che segue, mentre il professore le osserva con comodo il fondoschiena, Alice cerca di rallentare la respirazione. Lui le ordina di tenere le gambe unite, lei ubbidisce prontamente. Sente le mani di lui sotto la gonna, trattiene il fiato; le dita del professore indugiano sull’elastico del suo perizoma, poi lo tirano giù piano sui fianchi nudi. Alice lo prega di fermarsi, ma sente accapponarsi la pelle delle cosce a mano a mano che le mani dell’uomo trascinano le sue mutandine fino alle ginocchia a poi più giù. Deve sollevare i piedi uno dopo l’altro perché lui sfili il perizoma.
Il professore ordina di voltarsi verso di lui, Alice ubbidisce in tempo per vederlo infilare la sua biancheria intima nella tasca della giacca. Sente caldo al collo, sa di essere arrossita. Non ha il coraggio di guardarlo in faccia, adesso che l’ha denudata dalla vita fino ai sandali da schiava. L’uomo le ordina con un cenno di sedersi: in piedi sulla panca, Alice si trova giusto all’altezza del profondo vano della finestra, dove qualcuno ha messo una serie di cuscini. Alice esita, lui quasi la spinge, si ritrova seduta nel vano davanti ai vetri e con i piedi ancora sulla panca. Fa il gesto di accavallare rapidamente le gambe, ma lui la previene, e con un buffetto la spinge a divaricare le ginocchia.
Alice si sente morire di vergogna. Il professor Parri le ordina con calma di allargare le gambe, e il suo sguardo non concede scampo. Lei abbassa gli occhi, come ha fatto a cacciarsi in questa situazione? Possibile che fuori dalla porta nessuno si accorga di cosa succede? Scarta l’idea di chiamare aiuto, oltretutto sente la musica a alto volume della sala spettacoli. Discosta di poco le ginocchia, ma Parri le fa un gesto esplicito. Alice apre le gambe, lui preme leggermente all’interno delle ginocchia.
Alice ubbidisce, rassegnata. Divarica lentamente le gambe, allontanando le ginocchia fino a spalancare la gonna davanti agli occhi del professore, e poi per ubbidire alla pressione delle sue mani le divarica ulteriormente, fino al punto di accostare i polpacci contro il muro. Rimane totalmente esposta davanti a lui, il sesso offerto al suo sguardo indiscreto.
Il professore rimane a ammirarla in silenzio, i suoi occhi sono fissi nello spazio sotto la gonna. Alice sente i muscoli delle cosce tesi, così aperta e indifesa, ma non ha il coraggio di disubbidire. L’uomo comincia a carezzare con dolcezza le sue gambe lisce, poi si piega verso di lei e appoggia le labbra alla pelle all’interno delle cosce. Alice geme e lo prega di smettere. Chiude gli occhi per non vedere la bocca del professore che si sposta molto lentamente verso il suo inguine, muovendosi all’interno del muscolo. Sente il suo respiro caldo sulla pelle liscia.
Trattiene il fiato, poi ansima. Brividi di paura salgono dalle gambe, a mano a mano che le labbra del professore si avvicinano alle sue parti intime messe a nudo. Alice muore di vergogna: così esposta, gli sta mostrando la depilazione radicale del suo monte di venere, la ceretta Beverly Hills. Si pente di essersi depilata così a fondo soltanto pochi giorni fa, i suoi genitali sembrano quelli di una ragazzina impubere.
Però il professore apprezza l’aspetto del suo sesso rasato. Un attimo prima che le sue ruvide labbra raggiungano la vagina di Alice, si sposta di lato e dedica la propria attenzione all’altra gamba. Le ricorda bruscamente di tenere le cosce divaricate, e ripete l’operazione di esplorazione labiale.
Malgrado la paura e la situazione incredibilmente imbarazzante, Alice sente salire vibrazioni ambigue dal basso ventre. Il suo professore l’ha legata, sequestrata, spogliata, e adesso la sta sfruttando sessualmente, eppure Alice non riesce a controllare le sensazioni del suo inguine. La bocca di Parri si avvicina di nuovo alle sue grandi labbra, la punta della sua lingua percorre l’interno della coscia. Alice geme e lo prega di fermarsi, ma si rende anche conto di essere completamente lubrificata: forse è colpa della paura.
Il suo fiato si arresta: la bocca dell’uomo è arrivata sulle sue parti intime, sente il tocco della sua lingua calda. Geme, un brivido le attraversa il basso ventre. Contro la sua volontà, si rende conto di essere eccitata: quella che aveva scambiato per paura era il desiderio in fondo masochista di essere dominata, e capisce con disappunto che il professore l’ha compreso prima di lei.
Ma è troppo tardi per riuscire a controllarsi. L’uomo le tiene dilatate con le dita le grandi labbra e sfoglia con la lingua i petali di carne delle sua intimità. Alice sente la propria voce sempre più forte, è scossa da gemiti incontrollabili. Appoggia le mani legate contro il muro, sotto la finestra, e lancia un breve urlo prima di mordersi le labbra.
Il professore discosta la bocca dalla sua vagina, e chiede a bassa voce se deve tornare a imbavagliarla. Lei lo implora di sì, sull’orlo di perdere definitivamente il controllo. L’uomo allunga la mano e riprende il foulard, si alza per passarglielo fra i denti a annodarlo dietro la nuca. Alice lo asseconda, dischiude la bocca e china il capo per favorirlo, poi si abbandona con la schiena appoggiata all’indietro contro il muro e il bacino spinto contro la testa dell’uomo che l’ha legata e spogliata. Ma appena sente la sua lingua di nuovo nelle parti intime non può controllare un tentativo finale di urlo, strozzato dalla seta del foulard, e sente come un getto nel basso ventre mentre il suo corpo è squassato da vibrazioni travolgenti.
Quando dopo parecchi minuti il suo battito cardiaco è tornato a una frequenza quasi normale, il professore la aiuta a scendere dalla panca, leva il foulard dalla sua bocca e la slega senza fretta. Alice si lascerà accompagnare a casa in auto dall’uomo, i muscoli delle gambe che tremano, senza che i sue si scambino una parola per tutto il tragitto.
Da questa sera il mago Zogoiby non la chiamerà mai più. Lo show chiuderà entro la settimana.

Wednesday, January 5th 2011 - 05:46:48 PM
    
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Una storia di: Scrittore Silenzioso

Quest’inverno 2010 ha rotto davvero, qui continua a piovere che Dio la manda, sembra quasi non ci sia tregua. Per fortuna qui attorno non abbiamo torrenti o argini da tenere sott’occhio ma comunque, ovunque è un pantano. L’orto e il giardino dell’agriturismo sembrano delle spugne, la terra non riesce più a ricevere la pioggia che continua e quando fa freddo diventa una lastra di ghiaccio su cui la neve si deposita senza tregua.
Anche la crisi si fa sentire, rispetto a un anno fa ci sono meno ospiti e meno presenze e questa settimana con questo tempo abbiamo avuto una solo persona, per due giorni.
Insomma sono preoccupato, Sandra invece è tranquilla e allegra come sempre, le ho chiesto come fa e lei mi ha risposto:
- Ma si può sapere di che ti lamenti? Non stiamo bene? Debiti non ne abbiamo, con l’agriturismo il lunario lo sbarchiamo comunque da mangiare ce n’è tra orto, pollaio e dispensa. Legna per la stufa e il camino anche. Ho capito che abbiamo pochi clienti ma in giro c’è di peggio, non è vero? E allora stai tranquillo, riposati, leggi e godiamocela!”
Mara come sempre ha ragione. Così le ho chiesto di legarmi vicino all’albero di Natale, ne abbiamo fatto uno bello in salotto, sintetico, ma bello, pieno di luci e di addobbi. Sandra ovviamente non si è fatta pregare. Ero ben vestito con un pile e tuta da ginnastica pesante.
Se l’è presa comoda e abbiamo anche chiacchierato parecchio mentre mi legava prima i polsi, gomiti, poi le braccia al busto, poi la corda attorno ai polsi e ai fianchi. Conoscendo Sandra ero già preparato alla corda successiva così ho anche aperto le gambe e mi sono lasciato legare da bravo una corda lunga in mezzo alle gambe con nodo grosso sul sedere (confesso che ormai mi piace). Poi le gambe con le caviglie, ginocchia sopra e sotto e le cosce, insomma il solito pacchetto, solo che ha usato più corde del solito e aveva impiegato quasi 20 minuti buoni per insalamarmi e ancora c’erano corde sul tavolo, diverse matassine di corde da riloga bianca ad aspettarmi.
Ovviamente però il bavaglio, mi ha chiesto come volevo essere reso silenzioso e gli ho chiesto un bavaglio alla Dominic Wolfe, senza speranza così due fazzolettoni sono finiti in bocca che non riuscivo a chiudere tanto era piena, tre strisce di nastro argentato saratoga hanno sigillato le labbra e poi la benda elastica è stata avvolta senza pietà, strettissima. Sandra mi ha messo su la cuffia da nuoto e ha avvolto ancora lo scoth da elettricista nero sopra al bavaglio passandolo bene non solo dietro la nuca ma anche sotto al mento. Ero davvero carino così. Mi ha messo disteso sotto all’albero e mi ha incaprettato strettamente con i piedi che quasi toccavano le dita delle mani. Un bel pacchetto. Ha acceso le luci dell’albero e spente quelle del salotto e sono rimasto così a meditare sul Natale, sulle feste e sulla mia vita.
Dopo un po’ è tornata mi ha girato su un fianco e mi ha fatto la terapia, sono venuto contento, mugolando nel bavaglio mentre Sandra sorrideva soddisfatta, Dopo avermi svuotato mi ha dato un bacio sul bavaglio e mi ha chiesto se avevo ancora preoccupazioni. Ho fatto segno di no, non avrei potuto essere più felice di così.

Tuesday, January 4th 2011 - 05:44:54 PM
    
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Una storia di: Scrittore Silenzioso

Quest’inverno 2010 ha rotto davvero, qui continua a piovere che Dio la manda, sembra quasi non ci sia tregua. Per fortuna qui attorno non abbiamo torrenti o argini da tenere sott’occhio ma comunque, ovunque è un pantano. L’orto e il giardino dell’agriturismo sembrano delle spugne, la terra non riesce più a ricevere la pioggia che continua e quando fa freddo diventa una lastra di ghiaccio su cui la neve si deposita senza tregua.
Anche la crisi si fa sentire, rispetto a un anno fa ci sono meno ospiti e meno presenze e questa settimana con questo tempo abbiamo avuto una solo persona, per due giorni.
Insomma sono preoccupato, Sandra invece è tranquilla e allegra come sempre, le ho chiesto come fa e lei mi ha risposto:
- Ma si può sapere di che ti lamenti? Non stiamo bene? Debiti non ne abbiamo, con l’agriturismo il lunario lo sbarchiamo comunque da mangiare ce n’è tra orto, pollaio e dispensa. Legna per la stufa e il camino anche. Ho capito che abbiamo pochi clienti ma in giro c’è di peggio, non è vero? E allora stai tranquillo, riposati, leggi e godiamocela!”
Mara come sempre ha ragione. Così le ho chiesto di legarmi vicino all’albero di Natale, ne abbiamo fatto uno bello in salotto, sintetico, ma bello, pieno di luci e di addobbi. Sandra ovviamente non si è fatta pregare. Ero ben vestito con un pile e tuta da ginnastica pesante.
Se l’è presa comoda e abbiamo anche chiacchierato parecchio mentre mi legava prima i polsi, gomiti, poi le braccia al busto, poi la corda attorno ai polsi e ai fianchi. Conoscendo Sandra ero già preparato alla corda successiva così ho anche aperto le gambe e mi sono lasciato legare da bravo una corda lunga in mezzo alle gambe con nodo grosso sul sedere (confesso che ormai mi piace). Poi le gambe con le caviglie, ginocchia sopra e sotto e le cosce, insomma il solito pacchetto, solo che ha usato più corde del solito e aveva impiegato quasi 20 minuti buoni per insalamarmi e ancora c’erano corde sul tavolo, diverse matassine di corde da riloga bianca ad aspettarmi.
Ovviamente però il bavaglio, mi ha chiesto come volevo essere reso silenzioso e gli ho chiesto un bavaglio alla Dominic Wolfe, senza speranza così due fazzolettoni sono finiti in bocca che non riuscivo a chiudere tanto era piena, tre strisce di nastro argentato saratoga hanno sigillato le labbra e poi la benda elastica è stata avvolta senza pietà, strettissima. Sandra mi ha messo su la cuffia da nuoto e ha avvolto ancora lo scoth da elettricista nero sopra al bavaglio passandolo bene non solo dietro la nuca ma anche sotto al mento. Ero davvero carino così. Mi ha messo disteso sotto all’albero e mi ha incaprettato strettamente con i piedi che quasi toccavano le dita delle mani. Un bel pacchetto. Ha acceso le luci dell’albero e spente quelle del salotto e sono rimasto così a meditare sul Natale, sulle feste e sulla mia vita.
Dopo un po’ è tornata mi ha girato su un fianco e mi ha fatto la terapia, sono venuto contento, mugolando nel bavaglio mentre Sandra sorrideva soddisfatta, Dopo avermi svuotato mi ha dato un bacio sul bavaglio e mi ha chiesto se avevo ancora preoccupazioni. Ho fatto segno di no, non avrei potuto essere più felice di così.

Tuesday, January 4th 2011 - 05:44:08 PM
    
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Una storia di: giancattivo

Sara ha appena finito il lavoro in ufficio. Prima di scendere in garage, decide di andare in bagno per darsi una controllata: così, passando per il lungo corridoio dell'ufficio avrà l'occasione per spegnere le luci rimaste accese nelle varie stanze.
Arrivata quasi in fondo al corridoio, a Sara pare di sentire il cigolio di una delle porte appena chiuse: per non lasciare nulla in sospeso, torna sui propri passi.
E' un attimo: qualcuno la afferra con forza alle spalle, mentre una mano guantata le tappa saldamente la bocca. "Ssshh", le sibila all'orecchio l'aggressore, "adesso fai la brava bambina e ubbidisci a quello che ti dico.".
Terrorizzata, Sara nemmeno pensa ad una qualsiasi reazione, mentre l'individuo, sempre tenendola ben stretta, la sospinge verso l'ultima stanzetta a destra, quella senza finestra.
Sara ha appena il tempo di domandarsi cosa possa volere quell'uomo da lei, che lui la fa sdraiare di pancia sul tavolo, mettendola a novanta gradi.
"Non ti muovere, o ti taglio la gola", le dice minaccioso l'uomo, "lasciati legare ed imbavagliare e tutto andrà per il verso giusto".
Detto questo, estrae dallo zainetto che ha con sé
due foulards ed un rotolo di nastro adesivo color argento: appallottola un foulard e lo infila a forza in bocca a Sara, completando l'opera con tre/quattro giri d nastro adesivo. Infine, prende dalle tasche una manciata di fascette da elettricista e con due di esse immobilizza i polsi di Sara dietro la schiena.
"Devo dare una sbirciata a certi documenti del vostro archivio, poi se mi avanzasse del tempo mi piacerebbe divertirci un po' insieme..". A queste parole dell'uomo,che indossa una tuta completamente nera ed ha il volto travisato da un collant, Sara ha un fremito che nemmeno sa spiegarsi: nelle sue fantasie erotiche non ha invero mai fatto entrare uno stupro subito, però la condizione di ostaggio nell'ufficio dove lavora e persino i modi dell'aggressore, fermo e deciso ma non violento, le stanno provocando una perversa eccitazione cui non riesce a far fronte con la consueta razionalità.
L'uomo le sussurra "Resta qui buona cinque minuti" e le blocca anche le caviglie con un'altra fascetta: quindi si siede ad una postazione dotata di pc rimasta accesa, inserisce una chiavetta Usb e copia diversi files, alzandosi di tanto in tanto per controllare che Sara, sempre sdraiata sul tavolo, non mediti qualche scherzo.
"Ecco, ho fatto!", esclama soddisfatto l'uomo dopo una decina di minuti, e Sara capisce che il momento sta arrivando.
Infatti l'individuo le slega le caviglie e risale con la mano le cosce di Sara, accarezzandole quasi con dolcezza. Quindi indugia un po' con due dita sulle parti più intime della ragazza, peraltro ancora protette da collant e perizoma.
Ma ormai ci siamo: Sara sente srotolare verso il basso le calze, poi con gesto secco l'uomo le strappa il tanga. Con i pollici allarga le grandi labbra della fica di Sara, iniziando a percorrerle con la lingua e non dimenticando clitoride e buchetto posteriore.
Sara non riesce a trattenersi: solo il robusto bavaglio ne soffoca i mugolii di godimento, mentre sente la fica diventare umida e turgida sotto il potente stimolo dello stupratore.
L'uomo estrae il membro dai pantaloni, indossando subito dopo un preservativo e penetrando Sara con forza, ma senza farle male.
Servono solo un paio di minuti di spinte per portare aggressore e vittima ad un orgasmo praticamente simultaneo. Sara gode come mai prima d'ora, mentre lui, sfinito ed ansimante, estrae il pene dalla fica di Sara, si ricompone come riesce e se ne va, non prima di averle nuovamente legato le caviglie e di averle dato un bacio sulla schiena.
Ancora madida di sudore, Sara riesce a liberarsi quaranta minuti dopo.

Tuesday, December 28th 2010 - 11:51:37 AM
    
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Una storia di: gagher72

La direttrice

Sonia era un’avvenente cinquantenne, occhi verdi e capelli scuri, sempre vestita elegantemente. Era direttrice di una società, ruolo che svolgeva compiacendosi dell'autorità raggiunta. Così facendo aveva creato un certo malumore intorno a sé, di cui era in parte consapevole ma che contribuiva ad accrescere il suo senso di importanza.
Giorgio, impiegato presso la stessa società, era particolarmente preso di mira per il suo atteggiamento poco allineato. Il suo stipendio era piuttosto basso, per cui per arrotondare di tanto in tanto aiutava un suo amico che aveva un negozio molto chic di abbigliamento in centro.
Aveva da tempo deciso di restituirle l’umiliazione che lei aveva fino a quel momento goduto nell’infliggergli. E qualcosa dentro di sé gli diceva che non le sarebbe dispiaciuto. Ma non aveva ancora trovato come fare.
Finchè un giorno d’estate l’occasione si presentò inaspettata. Era un venerdi sera verso le 19, quel pomeriggio il suo amico gli aveva chiesto di sostituirlo fino alla chiusura del negozio.
La vide passare e fermarsi davanti alle vetrine. In un attimo ebbe un’idea che lo solleticò. Sperò che entrasse. Lei si fermò un attimo e poi, alla fine, entrò. Portava una gonna di cotone beige, scarpe bianche con i tacchi e una camicetta di seta fantasia, aveva i capelli lisci appena messi in piega e un giro di perle intorno al collo. Il suo profumo forte si diffuse subito nel negozio. Quando lo vide rimase sorpresa, non aveva mai saputo di questo suo secondo lavoro.
Lui la salutò garbatamente e, senza spiegazioni, le chiese cosa desiderasse. Lei riprese subito il controllo e, pensando che fosse maleducato andarsene, chiese di vedere un foulard di Hermes che era esposto in vetrina. Lui aprì allora un cassetto pieno di foulard e cominciò a mostraglieli.
Poi la invitò ad accomodarsi verso i camerini di prova e gli specchi. Sapeva che avrebbe dovuto agire rapidamente. Mentre lei si avviò in fondo al negozio, senza che se ne accorgesse lui diede un giro di chiave alla porta di entrata, poi tornò da lei.
Lei stava davanti allo specchio quando lui da dietro le si avvicinò, troppo vicino per non crearle un senso di imbarazzo e troppo rapido perché lei si accorgesse delle sue intenzioni. Con il braccio sinistro la cinse bloccandola e, mentre lei stava per urlare, le infilò in bocca un fazzoletto appallottolato di seta bianca. Ne uscì un mugolio sorpreso, tentò di dimenarsi ma la presa era salda.
In quel momento qualcuno provò a entrare nel negozio, bussò e cercò di guardare dentro se ci fosse qualcuno. Tenendole sempre premuto il fazzoletto in bocca, la spinse leggermente dentro il camerino, fuori dalla visuale, mentre lei cercava invano di farsi sentire. L’ignaro cliente non si accorse di nulla e rinunciò pensando che il negozio fosse già chiuso.
“Sssshhhhhh”, le sussurrò all’orecchio, “non agitarti dolcezza, ora comando io”. “Mmmmmfff” riuscì solo a mugugnare guardandolo implorante con i suoi occhi verdi. La piegò in ginocchio e con un foulard le legò saldamente le mani dietro la schiena. Poi, prima che rigettasse completamente il fazzoletto dalla bocca, glielo respinse dentro tenendolo fermo con un dito e fermandolo con due giri del foulard di Hermes che aveva in prova al collo. “Ecco, da brava, non agitarti che non serve”. Le legò superiormente le braccia e la bendò con un altro foulard. Poi si fermò un attimo a guardarla e si accorse che aveva già una potente erezione.
“I ruoli ora si sono invertiti, mia cara”, le disse. Le tolse la benda e si accorse che lei era agitata ma anche stranamente eccitata. Le aprì senza violenza né sforzo le gambe e potè vedere sotto la gonna le sue raffinate mutandine di seta e pizzo color avorio. Le sfiorò i capelli dicendo che non le avrebbe fatto male.
Il tentativo di urlare era diventato un mugugno dietro il grosso bavaglio che sembrava ora mordere con piacere.
Le tolse il fazzoletto e le mise il pene in bocca, e vide che lei iniziava a succhiarlo avidamente, con gli occhi rivolti verso di lui.
Le rimise il bavaglio e le sfilò la biancheria intima accarezzandole anche i seni turgidi.
Poi, senza dirle nulla, la penetrò tutto in un colpo. Impregnando di saliva il bavaglio, lei si accorse di venire rapidamente e violentemente insieme a lui provando sensazioni che suo marito non le aveva mai regalato.
Successivamente lui le tolse il bavaglio, la slegò, rimise al loro posto i foulard e le disse che ora poteva andare. E le sussurrò di tornare a fare shopping tutte le volte che avrebbe voluto

Friday, December 17th 2010 - 11:27:58 AM
    
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Una storia di: Pantokratyx


Come in sogno



Marco suona il campanello a casa di Bianca, la donna che frequenta da un paio d’anni. Passi veloci scendono la scala di legno dietro la porta, che si spalanca: è Alice, la figlia diciassettenne di Bianca, che invece di accoglierlo come al solito con un bacio sulla guancia, lo gratifica con un saluto enigmatico, un Cattivo! a mezza voce.
Marco alza un sopracciglio in attesa di una spiegazione, ma la ragazzina si scosta per lasciarlo entrare e lo precede verso il piano di sopra. L’accesso all’appartamento di Bianca è originale: un minuscolo vestibolo all’altezza del corridoio del palazzo, mentre il resto della casa è al piano superiore, in cima alla una scala di legno. A Marco non dispiace affatto lasciare che Alice cammini davanti a lui, anzi si attarda per un secondo così che quando la segue sulla scala ha gli occhi proprio all’altezza delle ginocchia di lei. Fino a oggi non ha avuto molte occasioni per guardare bene le gambe di Alice, che l’estate scorsa era ancora poco più di una ragazzina: peccato, perché sono lisce e snelle, ben formate, con muscoli scattanti e polpacci forti come piacciono a lui, mentre le caviglie sono sottili.
Mentre Alice lo precede con i sandaletti pochi gradini più avanti, Marco ha l’occasione di guardare bene le sue belle cosce abbronzate da atleta. Questa sera Alice indossa un abitino estivo viola e lilla, con le spalle a sbuffo, cucito stretto sotto il seno con un gusto vagamente rétro; per delizia di Marco, l’orlo si ferma alcuni centimetri sopra la metà coscia.
All’ultimo momento prima di raggiungere il piano, Alice si volta di tre quarti per verificare con un sorriso appena trattenuto se lui le stia guardando sotto la gonna, quindi annuncia in inglese a sua mamma che Marco è arrivato, Mother White, Marco is here. Probabilmente sta ripassando inglese per la scuola.
Come Marco, Bianca è divorziata da almeno quattro anni. Quando lui entra in cucina, lei ha già acceso il fornello sotto il caffè, sul tavolo c’è un cabaret di paste alla crema omaggio di qualche cliente del negozio. Chiacchierano per qualche minuto del più e del meno, poi Alice arriva oscillando le braccia come per un riscaldamento muscolare, appoggia il fondoschiena sul taglio del tavolo e fa leva con i palmi delle mani per sollevarsi a sedere. Con lo stesso movimento accavalla le gambe e tira giù per abitudine l’orlo del vestitino sulle cosce; ma l’attenzione di Marco è già scivolata automaticamente sulle sue gambe nude, in particolare sulla zona d’ombra nell’angolo fra le cosce incrociate e il tessuto del vestitino di cotone. Quanto vorrebbe appoggiare la mano su quel ginocchio, sfiorare la pelle liscia da ragazzina, risalire la coscia e sollevare l’orlo del vestito fino all’inguine. Marco è talmente preso dalla sua fantasia che il secondo rimprovero di Alice lo coglie di nuovo di sorpresa. Cattivo! Questa volta ha sentito anche Bianca, scoppia a ridere e chiede cosa succede.
Alice appoggia tutto il peso sulle braccia, i palmi delle mani premuti sul tavolo, uno per ogni fianco, e si accinge a spiegare in tono tragicomico. Stanotte ha sognato che Marco la picchiava. Sia lui che Bianca scoppiano di nuovo a ridere, ma Alice continua infervorata: tornava a casa dalla discoteca, e già questo fa capire che si tratta davvero di un sogno perché non è mai stata a ballare in vita sua. La porta di casa era aperta e l’appartamento buio, lei cercava di salire le scale senza fare rumore per non svegliare la mamma, perché si rendeva conto che era notte tardi. Però Marco la aspettava davanti al televisore, guardando un episodio dei Simpson senza sonoro, vestito con una giacca da camera.
Bianca si piega in due dalle risate, Alice mantiene il suo contegno da commediante. Si solleva con le mani i capelli ai lati del capo, come per cercare sollievo al caldo estivo sulla nuca, mostrando l’interno chiaro e morbido delle ascelle. La spallina del suo reggiseno nero si affaccia dalla scollatura a barchetta del vestito. Esorta mamma e il suo amico a non ridere.
Secondo Alice, nel sogno Marco era veramente arrabbiato, la sgridava fino al punto che tremolava il monocolo anacronistico che portava all’occhio destro; Alice cercava di giustificarsi ma lui la costringeva a sdraiarsi bocconi sulle sue ginocchia, seduto sul divano davanti ai Simpson, e la sculacciava sonoramente. Alice conclude il racconto precisando che l’ha anche costretta a tenere sollevata la gonna da dietro, per castigarla meglio.
Bianca sta ridendo fino alle lacrime, ma un’ombra passa davanti ai suoi occhi. Che si stia interrogando sui significati freudiani del sogno di sua figlia? Non fanno in tempo a proseguire perché il telefono squilla. È l’anziana madre di Bianca, che vive da sola nel palazzo accanto, e che a volte chiama trattenendola anche per ore con il racconto dei suoi malanni. Bianca chiede scusa con un’occhiata a Marco, lui le sussurra che approfitta per scaricare la posta elettronica sul computer.
Alice lo precede salterellando nella sua cameretta, in questa casa solo lei usa il computer perché mamma non saprebbe neppure accenderlo. Inserisce la card dell’abbonamento ricaricabile nel modem, slaccia i sandali e si sdraia sul suo lettino lì accanto, riprendendo il libro di grammatica inglese abbandonato quando Marco ha suonato la porta. Seduto davanti allo schermo del PC, lui controlla con la coda dell’occhio perché anche da questa posizione riesce a vedere una generosa porzione di coscia. Che fortuna che stasera Alice abbia un vestito così corto e leggero.
Scaricare la posta elettronica dal suo provider gli prende solo un minuto, poi senza nessuna ragione particolare clicca sullo start nella barra degli strumenti e sul tasto documenti recenti. Sta per scollegarsi e spegnere quando nota il nome di un file, Cattiva in un sogno. Non resiste alla tentazione di seguire il link: con stupore febbrile, si ritrova davanti la pagina di un blog intitolato Wet Dreamz / Sogni bagnati. Non crede ai suoi occhi; scorre velocemente il testo firmato Lisa Simpson, nota le parole discoteca, sculacciare, bambina cattiva e persino Simpson, ma non fa in tempo neppure a cominciare a leggere perché Alice caccia un urlo acuto e si scaraventa giù dal letto. Si interpone tra lui e lo schermo, cerca di spegnere il computer con il tasto di accensione ma naturalmente non ci riesce, allora sfila la card dell’abbonamento dal modem e ritorna con un salto sul letto.
Colto alla sprovvista, Marco non è riuscito a fermarla in tempo. Lo schermo adesso è occupato da una finestra di dialogo che richiede di ripristinare la connessione. Impossibile leggere o ricaricare il testo. Dal letto, Alice gli lancia uno sguardo di sfida, nel quale si può leggere una punta di imbarazzo; nasconde la card con le mani dietro la schiena, appoggiata al muro dietro il letto, le gambe nude piegate sotto il sedere.
Marco domanda se ha immesso in quel blog il sogno che gli ha raccontato, Alice risponde di no, ma troppo in fretta per risultare credibile. Lui le chiede di inserire la card perché vuole leggere il testo, ma lei rifiuta con un sorriso ansioso; non può lasciarlo leggere. Perché no? In fondo gli ha già raccontato il sogno, e se adesso l’ha messo online in un blog, anche lui ha il diritto di leggerlo.
Niente affatto, risponde Alice, il blog Wet Dreamz è anonimo. Marco decide che deve leggere quella pagina a tutti i costi. Si avvicina a Alice e le fa il solletico sui fianchi con due dita. Lei ride scompostamente, si agita provocando un movimento interessante del seno sotto il tessuto del vestito; senza togliere le mani da dietro la schiena, piega un ginocchio verso il ventre come per difendersi, e Marco ha la fuggevole, squisita impressione di biancheria intima scura sotto l’orlo del vestitino.
Alice non cede, Marco è deciso a ripristinare il collegamento del PC. Vuole leggere quel testo perché ha il sospetto che lei non gli abbia raccontato il sogno per intero. Un’altra scarica di solletico, la ragazzina ride e si divincola ma non si dà per vinta.
Bianca continua a chiacchierare per telefono con sua madre. Marco si guarda intorno nella cameretta di Alice, alla ricerca di un modo per convincerla. Di fianco all’armadio dei vestiti c’è una sedia, occupata da un gigantesco peluche con un nastro di tela intorno alla vita, che Alice chiama “l’orso karate-ka” per via di quella cintura annodata sopra una giacchetta bianca. Marco slaccia il nodo del nastro, è lungo almeno due metri perché proviene da un grosso pacco-regalo natalizio dell’anno scorso; è verde scuro con una scritta d’oro, L’ERBOLARIO, largo due centimetri e molto resistente.
Senza levare le mani da dietro i fianchi, Alice gli domanda cosa vuole fare. Neppure lui ha ben chiara la strategia per costringerla a restituire la card, per un attimo pensa di legarle insieme le caviglie per impedirle di fuggire nell’altra stanza. Con il lungo nastro in mano, torna a farle il solletico. Alice lancia un urletto così acuto che sua madre chiede a alta voce dall’altra stanza cosa succede.
Marco allunga una mano dietro la schiena della ragazzina per strapparle la tessera di mano, le afferra il polso e tira verso di sé. Alice è alta 1 metro e 60, snella e di costituzione minuta; il suo scarso peso non oppone nessuna resistenza, ruota quasi su se stessa e si ritrova a faccia in giù sul lenzuolo, i capelli negli occhi e le mani ancora dietro la schiena.
Se Marco ragionasse a mente fredda forse reagirebbe diversamente, invece blocca con una mano i polsi di Alice incrociati sopra la spina dorsale, e siede a cavalcioni sulle sue gambe, tenendola ferma contro il letto. Lei inarca la schiena e si volta a guardare sopra le spalle, incerta se ridere o strillare, ma stringe ancora la card nella mano. Quando vede che lui svolge con l’altra mano il lungo nastro verde, gli strilla di smetterla. Di nuovo Bianca domanda cosa succede, allora Alice trattiene il fiato e tende l’orecchio, come se temesse di vedere affacciarsi sua madre dalla porta della cameretta. Non è nulla, la rassicura a voce alta, ma nel frattempo ha abbassato la guardia e Marco ne approfitta. Senza allentare la presa della mano sinistra sui polsi incrociati, usa la destra per avvolgerli con il nastro di tela. Deve lavorare molto velocemente, ma gli bastano i pochi secondi in cui Alice è concentrata sulle mosse di mamma per immobilizzarle le mani dietro la schiena.
Alice torce i polsi e inarca di nuovo la schiena per guardarlo da sopra la spalla, con i capelli negli occhi, e sussurrare Fermo! Marco si accorge di avere un’erezione molto evidente, deve fare attenzione a non premere con il bacino contro la parte posteriore delle cosce della ragazzina per evitare di farle sentire quanto è duro. Bianca domanda ancora una volta cosa succede, Alice si affretta a tranquillizzarla a voce alta. Marco ne approfitta per terminare di legarla strettamente. Può lasciare la presa con la sinistra, tanto i polsi sono immobilizzati dal nastro teso contro la pelle, fissato da più nodi sovrapposti che le impedirebbero di liberarsi da sé. Solo a questo punto Marco si rialza lasciandole libere le gambe. Alice ruota su se stessa per riportarsi in posizione supina, e per la seconda volta Marco ha una deliziosa anticipazione della sua biancheria intima sotto l’orlo dispettoso del vestitino.
Marco è in piedi davanti al letto, sente la pressione del sangue nell’orecchio. Non sa cosa accadrà adesso. Alice è sdraiata di schiena sul letto, la faccia tutta rossa, le belle gambe assolutamente nude, il vestitino complice di Marco nel lasciarle le cosce scoperte.
Lo apostrofa con uno Scemo! e voce bassa, e gli ordina di slegarla. È meraviglioso vederla divincolarsi per cercare di liberare le mani. Peccato che Bianca saluti già la madre, sta per riagganciare il telefono.
Marco si sente assalire dal panico, Alice dilata gli occhi per lo sgomento, si solleva in ginocchio sul materasso voltandogli le spalle e tende all’indietro le mani legate, in modo che lui possa scioglierla. Ma Marco sa che naturalmente non c’è più tempo, non può rischiare che Bianca lo sorprenda mentre traffica intorno ai polsi di sua figlia, così scosciata e con le mani legate dietro la schiena.
Un secondo per recuperare un minimo di sangue freddo. Le fa segno di appoggiarsi al muro. Alice ubbidisce, fa leva con le mani sul materasso e con un colpo dei fianchi si sposta accostando la schiena alla parete, le gambe nude allungate di traverso sul letto. Marco appoggia i due cuscini del letto in verticale contro il muro, a destra di Alice, in modo che nascondano le sue braccia immobilizzate dietro la schiena.
Un attimo dopo Bianca spalanca la porta della cameretta e domanda per l’ennesima volta cosa stia succedendo. Il tempo rimane sospeso per un lungo, interminabile secondo; logicamente, Bianca dovrebbe porsi delle domande: per esempio perché sua figlia è seduta rigida contro il muro, così sfacciatamente scosciata davanti a Marco. Per la verità Alice è una ragazzina coscienziosa, perché malgrado la situazione di potenzialmente rischio ha tentato di rendere più naturale la sua postura tenendo una gamba leggermente piegata: dal punto di vista di Bianca potrebbe sembrare che la figlia abbia posato un attimo il libro di inglese sul lenzuolo, dove in realtà è stato proiettato dalla lotta con l’uomo che cercava di legarla.
L’unico però a avere in pugno tutta la scena è Marco, seduto davanti al PC ma voltato verso il letto e l’ingresso: dal momento che Alice ha piegato leggermente la gamba destra, e considerato che non può tirare giù l’orlo del vestito con le mani, lui ha un colpo d’occhio stupendo non solo sulle sue belle gambe e sulle cosce nude, ma anche su una striscia di mutandine. Non il classico intimo bianco da liceale, ma lingerie nera di qualità.
Bianca domanda alla figlia se si sente bene, le sembra pallida, poi senza attendere risposta dice che deve fare un salto a casa di nonna. Senza sapere che in questa posizione Alice offre magnificamente la biancheria intima agli occhi del suo uomo, Bianca le raccomanda per scherzo di lasciarlo in pace.
Appena uscita dalla cameretta, Alice si rilassa con una smorfia, incrocia lo sguardo di Marco e si ricompone, accavallando le gambe e stringendo le cosce. Dunque, era consapevole di avere spalancato la gonna in maniera sconveniente.
Senza fiatare, ascoltano con il cuore accelerato i passi di Bianca che scende la scala e la porta d’ingresso che si chiude. Marco leva di tasca la card che ha sottratto dalle mani di Alice durante la colluttazione e gliela mostra. Sempre tenendo le cosce strette, lei lo prega di non farlo; ma la tessera con microchip è già infilata nel modem, Marco ricarica la pagina e comincia finalmente a leggere
Protetta dall’anonimato dello pseudonimo Lisa Simpson, sul blog Alice è molto più sincera e particolareggiata nel raccontare il suo sogno: innanzitutto, appena entra in casa di ritorno dalla discoteca, si rende conto di non avere indossato le mutandine, e quindi nel salire le scale cerca di tenere giù l’orlo della gonna cortissima. Anche questo è un dettaglio che non ha specificato, e Marco non avrebbe potuto immaginarlo perché non l’ha mai vista con una minigonna. Nel sogno, l’uomo di sua madre la aspetta davvero in giacca da camera e con il monocolo, come farebbe un genitore severo, così arrabbiato da spaventarla e spingerla a tirare freneticamente l’orlo della gonna sull’inguine. Ma lui la afferra per un polso e la costringe a sdraiarsi sulle sue ginocchia, voltata verso la televisione dove trasmettono un delirante episodio dei Simpson nel quale Homer e Marge si accoppiano selvaggiamente. Il capofamiglia ha un organo sessuale enorme e osceno. Marco costringe Alice a tenere sollevato con la mano l’orlo della minigonna sui glutei, e la colpisce due o tre volte con la mano piatta sulle natiche. Lei avrebbe voglia di piangere, ma la sua punizione non è finita qui. Senza permetterle di coprirsi, l’uomo le infila il dito medio dentro l’ano, spingendolo fino in fondo. La ragazzina si agita e cerca di espellerlo, e il sogno finisce qui, con questo ambiguo dolore/piacere nelle viscere. Infine, nell’intervento sul blog Lisa Simpson precisa che non prova nessuna attrazione cosciente verso l’uomo di sua madre.
Mentre Marco legge, Alice si spinge avanti fino all’orlo del letto, sedendosi a gambe accavallate molto vicino alla sedia del computer; ma in questo modo il vestitino fa attrito contro il lenzuolo e si solleva fino al limite della convenienza, cioè appena un centimetro sotto l’inguine: anzi, si arriccia talmente arrotolandosi sul retro che le mutandine di Alice entrano a diretto contatto con il lenzuolo, e le sue splendide gambe nude sono completamente offerte agli occhi di Marco. Ancora frastornato da quanto ha letto sul blog, lui abbassa lo sguardo sulla pelle liscia da ragazzina, e ci vuole uno sforzo di volontà per non toccare le sue cosce così vicine e così scoperte.
Alice tiene gli occhi verso terra in un atteggiamento imbarazzato che Marco trova assolutamente delizioso. Dopo quello che ha letto nel blog, non si stupisce di avere un’erezione prepotente contro la patta dei calzoni. Si alza in piedi e costringe e alzarsi anche la ragazzina, sollevandola con una mano sotto l’ascella. L’orlo del vestitino ricade timido a ricoprire la parte alta delle cosce, Alice non dice una parola e tiene lo sguardo a terra.
Marco siede al suo posto sul bordo del letto; Alice è in piedi davanti a lui, strettamente legata e avvilita da quel testo che avrebbe dovuto rimanere anonimo. Marco posa delicatamente le mani sui fianchi della ragazzina e la spinge a voltarsi di spalle, fino a che i suoi polsi legati si trovano all’altezza degli occhi di lui. Se Alice si aspetta di essere liberata si sbaglia. Marco le dice di sollevare leggermente le mani, lei ubbidisce senza indugio, come se non volesse contrariarlo. Ora i suoi gomiti formano un angolo di 90°, i polsi sforzano leggermente contro il nastro di tela che li stringe.
Marco appoggia le mani aperte all’esterno delle cosce della ragazzina, appena sotto l’orlo del vestitino. La sua pelle è liscia e fresca malgrado il caldo. Alice trattiene il fiato, ma non dice nulla. Lui lascia scivolare lentamente le mani verso la vita di lei, sollevando l’abitino sui fianchi. Un centimetro dopo l’altro, risale sopra l’inguine e fino ai glutei. Alice torce i polsi legati, è a disagio ma non reagisce né si scosta. Ancora qualche centimetro e Marco ha davanti agli occhi il sottile string nero delle sue mutandine, si domanda se Bianca sappia che intimo osé indossa sua figlia. Continua a sollevare l’orlo del vestitino, che scopre completamente i glutei, Alice rabbrividisce come se non facesse questo caldo incredibile stasera.
Marco neppure si domanda cosa passi per la testa della ragazzina, è troppo concentrato sulle proprie sensazioni, trascinato dalla prepotenza della propria erezione. Aggancia i pollici nello string delle mutandine e inverte il movimento delle mani, verso il basso stavolta.
Alice ha un gemito, ma non si scosta. Marco trascina giù le sue mutandine lentamente, scoprendo il meraviglioso solco di pesca che si trova all’altezza dei suoi occhi. La pelle di Alice è lievemente sudata, ma il suo corpo ha il profumo squisito di un’acqua di colonia fruttata.
Le mutandine sono ridotte a una linea nera orizzontale sotto la curva delle natiche perfette, lisce e rotonde. Alice sposta il peso da una gamba all’altra. Da quando sua madre è uscita di casa non ha ancora detto una parola. Tirate dolcemente dalle mani di Marco che scivolano giù carezzando la pelle, le mutandine scendono ancora fino alle ginocchia.
Alice ha come un brivido, si volta appena sopra la spalla sinistra poi ritorna di scatto a fissare la finestra davanti a sé. Apre e chiude a pugno le dita delle mani.
Le mutandine scendono fino alle caviglie. Marco colpisce leggermente con le dita prima un polpaccio e poi l’altro per segnalarle di alzare il piede, sfila lo string e se lo mette in tasca. A questo punto abbandona Alice legata e semivestita e raggiunge velocemente il bagno. Quello che cerca è nell’armadietto dei medicinali: una confezione di olio di vaselina per usi medicinali. Afferra il botticino e torna in cameretta in pochi secondi, Alice è ancora immobile accanto al letto, le mani immobilizzate, nuda sotto il vestitino. Marco siede sul letto e con una semplice pressione delle mani la costringe a voltarsi e sdraiarsi a pancia in giù sulle sue ginocchia.
Alice si affida alle sue braccia che la trattengono, il busto e il seno inclinati verso il pavimento da un lato delle ginocchia di Marco, le gambe dall’altro, i capelli davanti al viso, i polsi incrociati sopra la parte bassa della spina dorsale. Lui solleva il suo vestitino sopra i glutei, molto più su di prima, arrotolandolo intorno ai fianchi, e le dice di tenerlo in mano. Alice ubbidisce velocemente, apre una mano e stringe con le dita il tessuto stropicciato, scoprendosi lei stessa il sedere nudo.
Con la mano destra, Marco stringe i polsi legati della ragazzina, sollevandoli ancora lungo la spina dorsale per allontanarli dal fondoschiena. Ora il favoloso culetto nudo è in suo potere, a portata di mano. Alice respira pesantemente ma non fa nulla per fermarlo.
Lui carezza con lenti movimenti circolari le belle natiche, avvicinandosi progressivamente all’area perineale. Cerca di non spaventarla, in modo che Alice rilassi i muscoli contratti. Poco per volta il cerchio delle carezze si stringe intorno all’anello sensibile dell’ano. Alice si lamenta flebilmente quando il polpastrello del dito medio disegna un cerchio delicato intorno al perineo, allunga le dita per allontanare la sua mano, ma lui le impedisce di muoversi.
Marco svita il tappo dell’olio di vaselina e introduce il dito medio, immergendolo nella paraffina, poi lo appoggia sull’orifizio del culetto di Alice. Lei cerca di tenerlo fuori contraendo i muscoli, ma a Marco basta una lieve pressione per introdurre tutta la prima falange nello sfintere. Alice lancia un acuto di gola, irrigidendosi, ma lui non riesce più a trattenersi. Contrae le altre dita della mano e spinge il dito medio più a fondo nelle parti intime della ragazzina.
Alice ha un sussulto, lui spinge ancora, ostinatamente ma con delicatezza per evitare di graffiare con l’unghia le mucose dell’ano. Aiutato dalla paraffina liquida, il dito affonda fino alla nocca, il medio è completamente infilato dentro le parti intime di Alice.
Esattamente come nel sogno di Lisa Simpson.
Alice si agita senza troppa convinzione, ruota il bacino per cercare di espellere l’intruso dalle parti intime. Marco non molla la presa, anzi preme con forza lungo la direttrice del polso, poi aggiunge un serie di colpetti insistenti, con l’intero braccio che fa pressione all’interno delle viscere della ragazzina, come se la stesse possedendo carnalmente.
Ormai è completamente preso dalla frenesia sessuale, la sua razionalità è interamente scesa a livello dell’inguine. Alice ruota il bacino, ma la mano di lui sembra strettamente incollata al dito introdotto nello stretto orifizio. Alice geme più forte, sta perdendo il controllo. Marco è sudato e teso, completamente preso dalle sensazioni in fondo al suo braccio sinistro. Preme con insistenza all’interno delle viscere della ragazzina, immobilizzata e semivestita, fino a che Alice si irrigidisce e caccia un urlo acuto. Invece di lasciarla libera, Marco aumenta l’intensità dei colpi, le nocche premute in fondo al solco di pesca, contro il tenero anello del suo sfintere.
Alice solleva il busto quasi parallelo al pavimento e trattiene una serie di urli, è evidente che sta godendo. Marco si impone di contare lentamente fino a dieci per recuperare un minimo di controllo, poi sfila il dito dal caldo ventre della ragazzina. Lei si lascia di nuovo andare verso il pavimento, abbandonata sulle ginocchia di lui, sudata e rossa sul collo e sul volto.
L’ha fatta godere. Marco ha l’impressione che questo sia il primo orgasmo di Alice.
La aiuta a rialzarsi, la mette seduta di fianco a lui sul letto. Alice tiene gli occhi chiusi, la sua espressione è indecifrabile, e trema leggermente come se avesse brividi di freddo. Per riuscire a slegarla, Marco deve armeggiare per diversi minuti con i nodi stretti intorno ai polsi sottili. Non potrebbe mai a liberarsi da sola.
Appena sciolta, Alice si strofina la pelle dei polsi arrossata e si alza per andare in bagno, senza un commento su quando è accaduto, il vestitino stropicciato sui fianchi. Marco si macera nei sensi di colpa a mano a mano che il suo cuore rallenta, ma prima che la ragazzina esca dal bagno sua madre torna a casa ignara di quello che è successo in sua assenza.
Questa sera Alice andrà a letto senza dire niente a nessuno, e Marco tornerà a casa con le mutandine della ragazzina arrotolate in tasca. Non si rivedranno che diversi giorni dopo, entrambi apprensivi per la possibile reazione dell’altro: Alice rimarrà riservata per qualche tempo, senza mai accennare a quanto è successo.
Dopo qualche mese la storia con Bianca finirà per altri motivi. Marco non riuscirà mai più a diventare così intimo di Alice, ma conserverà il ricordo di questa sera per tutta la vita.

Sunday, December 12th 2010 - 04:14:31 PM
    
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Una storia di: Lady Patti

Un appuntamento al buio. La solita amica "maghella", dai, non ti devi preoccupare, vedrai, è simpaticissimo, scherza sempre, ..e così una sera al pc iniziamo a chiacchierare, scambio di numeri di telefono, sms, battutine e non solo, del tipo...appena entri in macchina ti infilo una mano sotto la gonna..collant, reggicalze? Appuntamento al buio, ma a questi punti non troppo. Salgo in macchina, presentazioni, sorriso e...la sua mano sulla mia gamba e il suo visibile compiacimento uguale motel. Subito. Lo specchio sul soffitto e un'infinità di sensazioni liberatorie. Mi prende i seni e mi bacia sul collo, mi giro..sensuale dolce e prepotente..le mani dietro la schiena. Me le tiene con forza, mi mette in ginocchio sul letto e mi bacia attraverso lo slip. La prossima volta ti lego e mi fa vedere come,...avevo il collant in borsetta, mi aveva detto che gli piaceva in uno dei tanti sms, ma non l'ho preso.Avevo un pò di timore. Indossavo una guepière nera con reggicalze e calze nere. Era stupito che avessi fatto questo per lui. MI sbatte letteralmente il suo pene sul viso e sulla bocca, eccitatissimo..giochiamo per un pò, fino in fondo. Io sto da dio, mi sento bene, sono affascinata e curiosa, e incomincia a raccontarsi, la sua predilezione per il bondage, le sue esperienze. Io, novellina con la voglia di scoprire tutto e di più. Ci vediamo una seconda volta, sempre in motel, è intrigante e lo sappiamo tutti e due. Stavolta mi lega su una sedia, mani dietro la schiena e caviglie. Stivali e calze a rete nere, biancheria sexy e provocante, lo eccito, lo so, e mi piace da morire vedere il suo desiderio che sale, ma sento anche il mio eccitamento che aumenta, mi piace, mi sento posseduta e presa, mi sento preda e mi piace. Ma anche lui vuol sentirsi preda e un'altra volta lo lego al letto, mi insegna. E' bravo. Poi ci vediamo anche a casa mia, ho imparato il nodo manetta e gli blocco le mani dietro la schiena, lo bendo e incomincio a stuzzicarlo con corde e collant. Gliene ho fatto indossare uno, gli piace, lo strappo sopra il pene rigido e lo bacio...prendo una sciarpina leggera e incomincio a passarla sotto e sopra e intorno al suo membro quasi legato...lo stringo..piu sù, gli dico, voglio vederti più su, e lui obbedisce, lo fa e la mia eccitazione sale ancora, stavolta lo slego e mi rivolta, mi lega e mi ributta sul letto, e adesso vado a fumarmi una sigaretta, dice, ma mi divincolo, torna indietro e mi prende da dietro con forza, da schiavo a padrone, assoluto. E ancora si racconta e aggiunge particolari su particolari. La biancheria femminile..indossata da lui. Cerco su un sito, mi prende in giro, mi chiede se mi sono fatta una cultura come mistress, non è convinto. Ci siamo rivisti cinque giorni fa..ho portato qualcosa. Per chi? chiede. Per te...e davanti allo specchio del bagno gli faccio indossare un mio reggicalze nero..e poi seduto sul letto calze nere..uno slip mio trasparente..che riesce a malapena a contenere il suo pene già turgido e voglioso...e anche una sottoveste nera, corta con i seni sagomati dentro..lo metto in ginocchio e gli ordino di baciarmi, lo bendo e gli impongo di cercare il mio sesso, mentre glielo strofino contro e poi gli sfuggo. Poi lo butto io sul letto , gli salgo sopra, gli tiro giù la sottoveste sui seni, lo tengo lontano mentre cerca di toccarmi e gli strizzo forte i capezzoli eccitatissimi...Si, sono il tuo schiavo...Accarezza le mie gambe, gli ordino, e il nylon delle mie calze..e delle tue calze. Con un altro collant gli avvolgo il pene durissimo, i miei slip nella sua bocca e sopra una calza come maschera. Gli stringo ancora il membro e glielo bacio con la lingua intorno, piano, e poi lo stringo e gli ordino di far salire ancora il desiderio. Lui obbedisce, inarca la schiena all'indietro..si, sono il tuo schiavo..e lo prendo con forza, sopra di lui, esausta, in un abbraccio fortissimo. La prossima volta guido io il gioco,dice..vediamo, gli rispondo, con un sorriso malizioso. E mi riaccompagna al casello con aria da padrone....Chissà...

Wednesday, December 8th 2010 - 01:56:49 PM
    
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Una storia di: Barone

UNA BELLA MATTINATA 3

Circa una settimana dopo la rapina dovevo incontrare Carla, per ricevere un’altra parte del compenso e accordarci per il discorso dei quadri. L’appuntamento era fissata in un bar, ovviamente in campo neutro. Non ci eravamo sentiti dal giorno dell’operazione. Arrivai qualche minuto prima, però aspettai l’arrivo della donna dall’altra parte della strada. Pensai la prudenza non è mai troppa. Dopo poco vidi arrivare Carla, era sola, vestita in modo abbastanza elegante. Entrò nel Bar, prese posto e mi aspettò. Tempo 5 minuti e entrai anch’io. Ci salutammo e ordinammo due caffè.

L’atmosfera era un po’ tesa, e per rompere il ghiaccio cominciai “ come va, tutto bene?” “si abbastanza” rispose lei. “Passato una bella domenica?” fu la mia domanda provocatoria e la sua risposta fu molto garbata “si, grazie, un po’ impedita, però ok” facendo implicito riferimento al fatto che era rimasta tutto il giorno immobilizzata.

Dopo questi convenevoli, il clima si rasserenò , allora lei tirò fuori dalla borsa una busta e me la diede dicendo “ questa è la seconda rata del tuo compenso, c’è il denaro pattuito. Hai fatto un buon lavoro” . Presi la busta e ovviamente non controllai il contenuto dicendo “ Sono contento che sei rimasta soddisfatta del mio lavoro, adesso qual è la prossima mossa?” . Mi disse che piazzare i quadri adesso era troppo rischioso perché lei aveva denunciato la rapina all’assicurazione e quindi bisognava aspettare un po’, dato che i periti avrebbero fatto tutte le verifiche del caso.

Voleva i quadri e mi avrebbe subito pagato la mia parte, senza dover attendere che li vendesse. In fondo potevo accettare dato che realizzavo subito un bel gruzzoletto. Prendemmo appuntamento per il pomeriggio seguente sempre al Bar. Arrivai , parlammo un po’ e poi andammo verso l’auto dove c’erano i quadri. Lei parcheggiò la sua vicino, e facemmo il change, questo dopo avermi dato anche l’ultima parte dei soldi. Durante quest’operazione, però, notai qualcosa di strano. C’era un uomo poco distante che mi sembrava ci stesse osservando. Vidi, inoltre, che dall’altro lato della strada c’era un auto con due persone a bordo. La cosa che mi insospettì maggiormente però era la tensione di Carla, che cercava rapidamente di prendere i quadri. Appena terminato lo scambio, la ragazza si mise subito nella sua auto e senza nemmeno salutare ripartì. In quel momento le persone che avevo notato avanzarono verso di me: Era una trappola!!. Senza esitare tirai fuori la pistola e sparai un paio di colpi in aria. Riuscì a mettermi in auto e a scappare via. Arrivato poi al sicuro andai a controllare la busta: era piena di ritagli di giornale, la bella antiquaria mi aveva fregato!!!!
Non ci potevo pensare. Tornai a casa ( nessuno sapeva dove abitavo) ed avevo un sentimento di rabbia e delusione per essermi fatto fregare. Poi cominciai a riflettere, e venni alla conclusione che di sicuro quegli uomini non erano poliziotti, forse erano i periti dell’assicurazione o forse chissà. Una cosa sicura è che la ragazza doveva pagare. Il primo istinto era quello di darle una bella lezione, però poi riflettendo bene pensai che dovevo fare in modo da toglierle i soldi che aveva incassato furbescamente. Il pensiero venne subito alla sua bella mamma: un bel rapimento era quello che ci voleva!

Iniziai a pianificare il colpo. Prima di tutto dovevo scegliere una prigione e presi in affitto un piccolo appartamento non lontano da dove vivevano le donne. Aveva due camere, cucina e un bagno. Preparai una camera per la prigioniera, con un bel letto comodo, una televisione. La signora doveva trascorrere il più comodamente possibile i giorni di prigionia. Passai poi a preparare gli arnesi che mi servivano: diverse paia di manette, alcune matasse di corda, una catena, e parecchi rotoli di nastro adesivo. Mi procurai anche una boccetta di cloroformio. Era necessario narcotizzarla.

Cominciai i pedinamenti anche se volevo effettuare il sequestro quanto prima, per questo oltre alla pistola portavo sempre con me , il cloroformio e le manette. Il secondo giorno la signora uscì per andare a fare delle commissioni. Decisi che l’avrei sequestrata. Indossava, la solita gonna stretta, lunga al ginocchio, un cardigan e delle calze chiare. Aveva anche un bel tacco che la slanciava.

Fece diversi giri per negozi, io la seguivo aspettando il momento giusto per prenderla. Tornata verso casa, non appena entrò in una strada poco trafficata, entrai con l’auto nel viale, mi fermai poco dopo ed uscì. Non appena la signora mi fu vicino, e dato che non c’erano passanti le puntai la pistola contro. “Non fiatare e fa quello che ti dico!” fu la mia intimazione. La signora , devo dire, ebbe una reazione piuttosto tranquilla, pensava alla rapina e sarebbe stata la terza in poco tempo. “Starò buona e ti darò tutto ciò che vuoi, abbassa la pistola , non reagirò” . Abbassai, quindi la pistola. “Perfetto, allora girati e metti le mani sul cofano dell’auto” , lei eseguì subito, pensando che volessi prendere i soldi. Invece, dalla tasca tirai fuori un tampone imbevuto di cloroformio e glielo misi tra la bocca e il naso. In pochi secondi venne meno. Mi assicurai di non essere visto.

Ammanettata la signora , la infilo nel portabagagli dell’auto dopo averla anche bendata. Faccio un giro più lungo per evitare strane sorprese, e dopo una mezz’ora arrivo all’appartamento. Scendo giù nel garage e dopo aver controllato che non c’è nessuno, apro il cofano e avvolgo la signora ancora addormentata in una coperta. La porta nell’appartamento, per fortuna senza essere notato. La porta nella camera per lei preparata e la appoggio sul letto, poi le tolgo la coperta. Mi accorgo che pian piano sta per rinvenire, così prendo di nuovo il tampone e la narcotizzo nuovamente. Mi fermo ad osservarla, è proprio una bella donna!! Ha delle gambe ancora toniche.

Rimango concentrato sul mio lavoro. Prendo la catena la fisso al letto, le metto un collare collegato alla catena. Ha le mani legate dietro, le tolgo le manette per rimetterle davanti, unisco poi le caviglie della signora dopo averle tolto le scarpe, e le lego con una bella corda. Infine le chiudo la bocca con due strisce di nastro adesivo argentato. E’ ancora bendata e devo dire che è proprio uno spettacolo. Le scatto subito una serie di foto, e giro anche un video di una ventina di secondi da mandare alla figlia. La lascio lì, chiudo la porta ed esco.

Nella borsa della signora cerco il cellulare. Faccio il numero della figlia. “Pronto mamma, dove sei ?”, “Heilà chi non muore si risente, eh?” e la mia risposta . La donna riconosce la mia voce. “Che diavolo ci fai con il cellulare di mia madre? Dove è lei?”. “Tranquilla , la tua bellissima mamma è nelle mie mani, non ho intenzione di farle del male, però dipende dal tuo comportamento”. “Sei un bastardo!!” esclama la ragazza nervosamente. Poi si calma e riprende “Cosa devo fare?” “Bene, così mi piaci. Innanzitutto non devi più chiamare quei tuoi strani compari dell’altro giorno. Poi la trappola che mi hai teso non mi è piaciuta. Quanto hai incassato dall’Assicurazione?” lei non risponde, allora continuo “poi sicuramente avrai ceduto in segreto i quadri trafugati a qualche collezionista, bene facendo due conti di tutto, credo che 200.000€ possano essere un prezzo giusto”. A quel punto la ragazza “ma è una cifra enorme, assurda. Non se ne parla proprio!” “ Mia cara, non sei nelle condizioni di discutere, a meno che tu non voglia più riavere tua madre! Comunque adesso basta parlare, ti richiamo più tardi. Non parlare con nessuno e tieni il cellulare sempre acceso”.

La prima parte del piano è fatta. Ora bisogna aspettare che la ragazza rifletta e poi posso procedere. E’ ovvio che non ho alcuna intenzione di fare del male alla signora, infatti è la figlia che deve pagare e lei sarà soltanto un mezzo. Indosso il passamontagna e vado nella camera. Entro e mi accorgo che la donna si è svegliata. Cerca di realizzare dove si trova e inizia così ad agitarsi e a mugolare. E’ molto eccitante vederla. Mi rendo conto che sono stato molto severo nel legarla. Mi avvicino al letto , le metto la pistola sulle gambe, lei ha un sussulto. “Signora stia tranquilla. Adesso le tolgo il bavaglio e la benda, però deve promettermi che non farà scherzi e che starà buona”. Prima le strappo le due strisce di nastro adesivo e poi le tolgo la benda dagli occhi. La signora è spaesata e soprattutto molto spaventata. “Perché sono qui, cosa vuoi da me?” mi chiede . “ Signora stia calma, lei è stata rapita per denaro. Sua figlia mi darà parecchi soldi per riaverla. Se tutto andrà come penso nel giro di 4-5 giorni tornerà a casa”. A quel punto la signora mi guarda e credo riconosca nella mia voce il rapinatore. Senza battere colpo proseguo : “Signora facciamo un accordo, se farà la brava e non tenterà di fuggire , avrà le mani libere, le terrò soltanto una catena al collo fissata al muro e una al piede, poi null’altro. La catena le permetterà anche di alzarsi ogni tanto nella stanza. Lì c’è la Tivù, può guardarla tranquillamente. Naturalmente quando sarò fuori sarò costretto ad imbavagliarla e a legarla. Inteso?” “Va bene , tanto comandi tu, quindi mi conviene fare la brava, però promettimi che non mi violenterai. “ “Non ho alcuna intenzione di violentarla signora, e poi se avessi voluto farlo, l’avrei fatto quando l’ho fatta spogliare in casa sua”.

Le tolgo le manette dai polsi, e le libero le caviglie dalle corde, poi le metto l’altra catena alla caviglia , fissandola al muro. Non posso, però fare a meno di guardare le gambe della signora.
Credo sarà un rapimento divertente ed eccitante...

Thursday, November 25th 2010 - 01:30:48 PM
    
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Una storia di: Ancora io

Il mio io (V)
Visto che i sogni e la realtà possono confondersi o coesistere oltre i limiti della cognizione, penso che continuerò sognando a vivere la realtà.
Sono legato ad una sedia in una cantina scura. Le mie mani bloccate, ognuna per suo conto, alla spalliera della sedia. Le mie caviglie legate da una corda alle gambe della stessa sedia. La mia vita cinta da una corda doppia allo schienale della sedia. La sedia appesa al soffitto. Io non ho contatti con il suolo ed una mano femminile fa ruotare la sedia su se stessa. Un faretto si accende ed illumina una ragazza appesa per le braccia ad un gancio sul soffitto. La ragazza è bruna, la sua carnagione, completamente esposta, è abbronzata, i suoi capelli fluenti coprono in parte il seno prosperoso, le sue gambe affusolate sono strette da molti giri di corda. Sembra svenuta. Gli occhi chiusi, il volto ieratico. Non posso smettere di ammirarla. La mano che ruota la mia sedia appartiene ad una donna bionda, un bichini di cuoio indossato con estrema eleganza completa il quadro. La sedia ondeggia avanti e indietro, poi si ferma quando la bionda si accosta alla bruna. La carezza, sul seno, sulle gambe,sul viso, sul pube. La mora si scuote, rinasce e geme. La bionda la imbavaglia, poi allenta la corda che la tiene sospesa. Prende le sue braccia e le lega dietro la schiena. La corica al suolo, poi la blocca in un hogtied estremo. La ragazza è completamente nuda ed esposta. Immobile. La donna mi si accosta e mi slega completamente. Muovo le membra intorpidite. Uno sguardo e mi è concesso di avvicinarmi alla bruna. Sono emozionato sfiorando le sue membra, carezzando la sua schiena, sfiorando dolcemente le sue natiche. Non appena tento una carezza più intima vengo bloccato da un ordine secco. Debbo accostarmi ad un muro al quale sono infissi dei ganci. La bionda mi ordina di restare solo con la biancheria intima e di alzare le braccia in corrispondenza dei ganci superiori. Mi incatena i polsi con anelli di ferro bloccati da lucchetti. All’altezza della vita una catena, infissa a due ganci, mi blocca al muro. Le caviglie vengono incatenate ad altri ganci. Altre catene mi vengono avvolte intorno alle gambe ed alle braccia. Un foulard mi viene inserito in bocca ed una corda mi impedisce di sputarlo. Sono impossibilitato ad ogni pur minimo movimento e posso solo mugolare.
Il mio desiderio di bondage è pienamente soddisfatto. Per fortuna non mi vengono coperti gli occhi consentendomi di osservare quanto avviene attorno a me. La bruna si agita tentando di liberarsi dal suo hogtied, mentre la bionda, che nel frattempo era uscita, si ripresenta con un’altra ragazza. Di statura media, capelli castani, occhi verdi, curve entusiasmanti, è vestita di un velo bianco trasparente. La sue mani sono legate dietro la schiena, i suoi gomiti accostati, i suoi seni evidenziati da alcuni giri di corda. Le caviglie incatenate le consentono piccoli passi. Entrambi si avvicinano a me, poi la donna accosta frontalmente a me la ragazza e… la spinge contro di me e vincola il suo corpo al mio con una catena che la blocca alla catena che stringe la mia vita. Paradiso. Sensazione incredibilmente soddisfacente. Le sue braccia vengono liberate per essere poi legate con le mie, lo stesso per le gambe. Mio Dio, cosa succede. Questa è una tortura. E’ meraviglioso questo contatto, ma l’impossibilità di congiungermi ad un corpo meraviglioso tanto vicino accende un desiderio pazzesco ed insoddisfatto e si trasforma in sofferenza. Il mio corpo immobilizzato freme. Vorrei urlare il mio desiderio,ma dalla mia bocca escono solo mugolii. La ragazza avvinta a me approfitta per muoversi tanto quanto consentito dai suoi legami. Ogni suo movimento è una nuova eccitazione, una nuova tortura. Il massimo della fantasia della nostra padrona. Obbligare ad un contatto intimo, impedendo ogni possibile progresso. Cerco in ogni modo di allentare i miei legami, ma è veramente impossibile. Il piacere del bondage si alimenta del piacere del contatto, e la sofferenza del coito impedito diventa insopportabile. Vorrei pregare di venir liberato, ma non posso. Il tempo passa e la tortura aumenta insieme al piacere. Mai avrei pensato di poter vivere una simile sensazione. Vorrei poterla interrompere, no vorrei che continuasse all’infinito, vorrei poter unirmi completamente alla ragazza, vorrei…vorrei…Il tempo passa. La bionda è andata via, la ragazza bruna si agita sul pavimento, la ragazza avvinta a me continua i suoi movimenti, io sono sempre più eccitato nel fisico e sofferente nella psiche. Il tempo passa. La bionda ricompare. Spinge avanti a se una ragazza legata ad una asta come una croce. Le braccia larghe, il seno coperto da un reggiseno di pizzo bianco trasparente, una catena le consente solo passi molto corti. Quando arrivano di fronte a noi viene sospesa al soffitto per l’asta, sollevata a circa un metro da terra. Poi la bionda aggancia un anello della catena che le blocca le caviglie ad un anello sul soffitto e inizia una trazione. Il corpo della ragazza, alla fine dell’operazione, è inclinato con i piedi più alti della testa, quasi sul soffitto, e le braccia allargate e avvinghiate all’asta. Una crocifissione all’incontrario. La ragazza bionda si accosta alla ragazza bruna e la libera del suo hogtied, la libera completamente e le intima di accostarsi a noi. Le ordina di accarezzare la ragazza avvinta a me. La sento fremere sotto carezze sempre più intime, sino… al raggiungimento di un orgasmo. È magnifico sentire nel contatto l’eccitazione della ragazza, ma il mio desiderio si intensifica ed aumenta le mie sofferenze. Se non fossi completamente impedito cercherei soddisfazione con lei o … da solo. Vorrei far capire alla bionda che la mia sopportazione è al limite. Muovo la testa, mugolo, non è il segnale di fine bondage, ma cerco di comunicare il mio desiderio sempre più intenso ed insopprimibile. Non credo che non venga compreso, anzi, penso faccia parte di una sorta di punizione. Avrà mai fine. Ma io non desidero la fine, poiché le sensazioni piacevoli sono comunque impagabili. Mi sveglio e mi ritrovo con le braccia distese verso la testiera del mio letto, le gambe allungate e polsi e caviglie e varie parti del corpo rigati di rosso come segni di corde. Una calda coperta mi ripara dal freddo.
Sogno e realtà sono commisti, confusi, indefiniti.

Monday, November 22nd 2010 - 12:08:49 AM
    
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Una storia di: Scrittore Silenzioso

E così adesso lavoro da Sandra. Non è male. Mi alzo presto, o meglio Sandra mi sveglia presto e mi slega dal letto, facciamo colazione assieme e prepariamo la colazione per i clienti. Normalmente per le nove l'agriturismo è deserto e io vado a mettere in ordine le stanze, cambiare la biancheria e fare la pulizie intanto che la Sandra va a fare le spese o sbriga la contabilità. Normalmente per le mezzogiorno ho finito. Pranziamo.
Normalmente la Sandra si fa una pennichella e per non essere disturbata mi lega e imbavaglia di solito su una sedia o nella mia stanza o in giro per l'agriturismo, magari o nella cella o in una delle stanze vuote o nel suo appartamento.
A volte quando si alza mi slega solo in parte e mi rilega subito di nuovo, dipende se ci sono lavori da fare o no.
La mia terapia è ripresa e vengo svuotato una volta al giorno quando vuole Sandra. Mentirei se dicessi che mi spiace.
Alla sera tornano i clienti e l'agriturismo si rianima, di solito mi metto al bar se qualcuno vuole un caffè o un aperitivo. Ho fatto il barman in gioventù e sta tornando utile. Andiamo a letto verso mezzanotte di solito e Sandra mi mette a letto lei, legato. Di solito mi lega i polsi davanti incrociati o appaiati e fissati ai fianchi con una corda lunga mentre le braccia sono ben legate al busto e anche le gambe, le ginocchia e le caviglie sono legate. Non mi imbavaglia per sicurezza, mi da il bacio della buona notte e spegne la luce. Mi addormento sempre come un sasso. Non soffro più di insonnia da quando sono tornato qui e mi sveglio sempre ben riposato.
Questa è diventata ormai la mia giornata. Mi sembra sia passato un secolo da quando mi alzavo di corsa, corsa in macchina, lavoro e tornavo a casa. Certo Sandra non mi paga lo stipendio che avevo prima ma chi se ne frega? Ho anche più tempo libero e ho iniziato a fare dei lavoretti fuori, il giardino e l'orto erano un po' trascurati e li ho rimessi in sesto, ci sarebbe la cascina da sistemare anche, faremo.
Domenica pioveva, pioveva veramente tanto. L'agriturismo era deserto così dopo pranzo contavo di andarmi a fare un giro ma il maltempo mi aveva fatto cambiare idea.
Stavo seduto davanti a un caffè pensando a cosa fare quando è arrivata Sandra.
- Ciao ragazzo, che fai oggi?
- Volevo farmi un giro ma con 'sto tempo ....
- Passa la voglia eh? Dai vieni con me che ti mostro una cosa.
Quando Sandra dice così di solito finisco nei guai. Abbiamo preso un ombrello e siamo usciti di casa andando dritti in cascina. La cascina è un edificio vecchio a due piani, il piano terra è chiuso da un vecchio portone in legno con un vistoso catenaccio, una volta c'era la stalla, la parte di sopra è aperta e ci ammucchiavano il fieno.
- Ti mostro una cosa.
Ha preso una chiave e ha aperto il portone, mi aspettavo di vedere ragnatele, cose in disordine o anche peggio, invece dentro era tutto pulito, i muri un po' scalcinati sì, ma si vedeva che era a posto, il pavimento in cemento era stato spazzato e erano accatastati alla rinfusa vecchi mobili, oggetti, cassepanche. Una botola chiusa portava al piano di sopra.
- E' il tuo deposito?
- Sì ti sei mai chiesto dove tengo tutte le corde?
- Pensavo nel tuo appartamento ...
- Oh no, lì solo una parte, vieni, ti mostro.
Siamo andati in una parte della cascina, Sandra ha aperto due vecchie cassapanche in legno e dentro erano piene stipate di vecchie corde.
- Qui tengo le corde vecchie di canapa, non le tengo in casa per via dell’odore .. senti?
Sandra prende alcune matasse e me le mette sotto al naso, un odore pungente di erba e di cosa vecchia …
- Dai voltati e metti i polsi dietro la schiena, da bravo.
Da bravo. Io sono sempre bravo, così obbedisco e le corde cominciano il loro lavoro, chiudo gli occhi, ormai conosco bene Sandra e lei si muove sempre secondo lo stesso ordine, polsi, gomiti, le braccia strette al busto, apro le gambe, una corda si avvolge attorno ai fianchi e passa più volte avanti e indietro tra le mie cosce, poi avvicino le caviglie e in successione sento venire legate prima le cosce, poi le ginocchia, sopra e sotto e per ultime le caviglie.
Sandra fa sempre le cose per bene, ma oggi sembra ci abbia messo più tempo, sento che ha usato più corde e i nodi mi sembrano decisamente di più del solito, come sempre so già che non riuscirò mai a slegarmi da solo.
Sandra si è fatta silenziosa, come per magia appare davanti alla mia bocca una fazzolettone appallottolato e io come abitudine apro la bocca lasciando che essa mi venga ben tappata, un altro foulard viene tirato tra i denti e saldamente annodato dietro la nuca, seguito da un secondo che copra tutto strettamente da sotto al naso fin sotto al mento.
Vedo Sandra prendere un rotolo con una fune più spessa e avvicinarsi, un attimo dopo la corda si avvolge strettamente attorno al mio busto e alle mie braccia per poi finire passata dentro a un gancio sul soffitto basso della cascina, sospiro, vedendo e sentendo Sandra prima tirare la fune e poi assicurandola a un anello della parete. Da qui certamente non mi muovo, provo a piegare le ginocchia, niente da fare la fune mi sorregge tranquillamente.
Mugolo nel bavaglio vedendo Sandra sedersi sopra un mucchio di corde e accendersi comodamente una sigaretta, non dice nulla, se la gusta guardandomi con calma, come un collezionista guarderebbe un quadro o un oggetto della sua collezione. Fuma deliberatamente, con calma studiata.
Finita la sigaretta si alza e controlla i nodi. Prende l’ombrello e va verso il portone della cascina, mugolo nel bavaglio sapendo che è comunque inutile.
- Goditi il pomeriggio, caro e … non te ne andare in giro .. tanto piove…
La sua risatina compiaciuta accompagna i miei gemiti e il rumore del catenaccio che si chiude.

Wednesday, November 17th 2010 - 06:35:04 PM
    
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Una storia di: Ancora io

Il mio io (IV)

Sono passati alcuni giorni dalla nostra esperienza di bondage con la scala. Ripensando alle sensazioni meravigliose e contemporaneamente alle remore sempre esternate da Maia sul bondage, mi sono spesso chiesto come avesse potuto concepire una seduta così elaborata e nello stesso tempo
non osavo chiederle la ripetizione o la rielaborazione di situazioni sempre diverse. D’altra parte non voglio rinunciare del tutto a ripetere e quindi poter continuare le esperienze a Villa Serena. Lei ha notato come io, a seguito di quella meravigliosa seduta, mi sono un poco tranquillizzato e non accenna più a sedute di bondage. In un momento di particolare trasporto le chiedo di legarmi almeno le mani dietro la schiena e le caviglie, di sottopormi magari ad un hogtied, ma la percepisco fredda e non molto intenzionata. E’ chiaro che certe situazioni possono talora essere parzialmente gradite una volta, ma difficilmente la loro ripetizioni diventano sopportabili in tempi lunghi. Quindi non ho il diritto di chiedere a Maia il ripetersi di sedute di bondage che non le piacciono. Però anche il selfbondage, dopo le precedenti esperienze non è più in grado di soddisfarmi. Maia mi ha raccontato di aver ricevuta l’ispirazione, per la seduta della scala, da un filmetto di Bondage che avevo da qualche parte fra i miei DVD, che la seduta le è piaciuta in parte, ma che proprio il suo io e le sue sensazioni del momento le impediscono di desiderare una ripetizione dell’esperienza. Non esprime però contrarietà alla mia frequenza solitaria di Villa Serena. Io debbo garantire soprattutto a me stesso e poi a lei che Villa Serena non mi allontanerà dal nostro amore e che le pratiche di bondage saranno l’unica mia attività, evitando innamoramenti vari e soddisfazioni esclusivamente sessuali. Dovrò sapermi ritrarre da ogni possibile situazione che possa determinare in me un allontanamento da Maia. I miei dubbi sono molti, la situazione mi sembra difficilmente sostenibile, però il desiderio di bondage è molto forte la non soddisfazione di questa mia esigenza potrebbe a sua volta allontanarmi da Maia. Decido, ritenendomi in grado di superare una prova anche difficile, di fare almeno un'altra seduta a Villa Serena, per conoscerla meglio e per pesare quanto la frequentazione possa o no essere problematica per il nostro rapporto di amore.
Mi presento a Serena un pomeriggio piovoso e freddo. Eccomi di nuovo nel salottino. Questa volta ci sono tre persone oltre Serena. Un uomo nerboruto e vestito con un paio di jeans ed una camicia color cachi, che mi viene presentato come il “Legatore”, una bellissima ragazza bionda che indossa un vestitino fiorato, corto e provocante, una donna più avanti negli anni, molto elegante e distinta. Serena indossa una vestaglia rosa e sugli occhi ha una mascherina nera, un leggero velo rosa le ricopre il capo e lo spacco sulla coscia è da urlo. Mi viene richiesto se accetto che queste persone partecipino alla seduta di bondage. Non chiedo di meglio, ma propongo dei limiti. Possono legarmi come vogliono, ma senza infierire, farmi legature il cui scopo sia solo bloccare e non far male, non pensare nemmeno a violenze, penetrazioni o simili. Chiedo inoltre se posso io legare la ragazza in una qualche fase della seduta. Vengo garantito per quanto riguarda l’essere legato, per il legare dipenderà dalla situazione, dal coinvolgimento, dalla ragazza stessa. Accetto. Immediatamente il legatore mi si avvicina, mi squadra e mi chiede di spogliarmi restando solo con la biancheria intima. Non ho canottiera. Mi intima di mettere le mani dietro la schiena e me le lega con una corda. La stessa corda che serra i miei polsi mi viene avvolta intorno alla vita e poi più in alto verso i gomiti, in modo che le braccia siano completamente immobilizzate. Un cappuccio mi viene infilato sulla testa. Non vedo più nulla. Sento armeggiare intorno alle mie caviglie. Una corta catena mi impedisce passi più lunghi di pochi centimetri. Una corda intorno al collo funge da guinzaglio. Sento una trazione e comincio a camminare seguendo colui o colei che mi trascina. Si apre una porta, poi scendo, con molta fatica e prudenza , degli scalini. Immagino l’ambiente sulla base dei ricordi della mia prima visita a Villa Serena. Alla fine degli scalini alcuni passi e…forse sono all’interno della famosa sala completamente attrezzata per il bondage. Vengo spinto all’indietro con la schiena appoggiata a qualcosa di freddo, come il marmo. Forse una delle tante colonne. Una corda passata intorno alle caviglie, un’altra alla vita, un’altra al collo mi legano alla colonna. Mi vengono liberate un attimo le mani e poi vengono legate di nuovo, questa volta sopra la mia testa, i miei polsi stretti ognuno da una catena fissata con dei lucchetti. Almeno questo mi sembra di percepire, nella mia assoluta cecità. Poi niente. Sento armeggiare, sento tintinnio di catene, sento sospiri e respiri, ma nessuno più si interessa a me. Passa qualche tempo e, all’improvviso mi viene tolto il cappuccio. Sono al buio completo. Ancora qualche attesa. Sono un poco perplesso. Non è che la cosa, sin’ora, mi soddisfi particolarmente. Improvvisamente una luce tenue che emana da una lampada di Wood mi consente di intravedere alcune figure indistinte. Alla mia destra, vicinissimo ad una colonna un corpo legato da corde bianche, bianchissime. La pelle del corpo è scura, sembra nudo e femminile. Alla mia sinistra, più lontano, si intravede una persona appesa ad un gancio con delle corde bianche e completamente coperta da un velo semitrasparente. Davanti a me una colonna alla quale è legata una persona della quale vedo solo le mani, poiché la stessa e legata dall’altra parte della colonna rispetto a me. Le mani sembrano femminili. Mentre la luce aumenta e la visuale diventa nitida, il Legatore compare all’improvviso, vestito di cuoio, si avvicina alla persona coperta dal velo. La fa dondolare un poco, poi afferra le sue caviglie e le fissa ad una corda e, passandola attraverso un gancio del soffitto, la pone in una posizione orizzontale. Poi si avvicina a me e mi imbavaglia. Non posso più emettere che gemiti. Afferra un frustino ed inizia a sfiorare la carnagione della ragazza legata alla mia destra. Bionda, bellissima, completamente nuda, salvo un ridottissimo perizoma, la ragazza del salottino all’ingresso sembra gradire anche colpi di sferza più intensi. Leggeri segni rosa rigano la sua pelle candida. Vorrei protestare che a me la violenza non piace, ma il sorriso della ragazza ed il fatto che io non vengo malmenato mi convincono, per il momento a desistere. Il Legatore libera la ragazza bionda dalla colonna e poi la porta verso una croce di S. Andrea, la stessa alla quale venni legato la prima volta, e blocca i polsi della ragazza e le sue caviglie. Poi inizia a carezzarla intensamente, con movenze lente, carezze sempre più intime. La mia eccitazione sale, e mi chiedo quali saranno le prossime mosse del legatore, unico libero di agire in tutta la stanza. Si avvicina a me. Libera dal gancio la catena che lega i miei polsi e la fissa ad una carrucola vincolata alla rotaia che corre lungo il soffitto. Mi lega strettamente le caviglie incrociate. Mi lega con una corda le gambe subito sopra le ginocchia. Mi libera delle corde che mi vincolano alla colonna, aziona un pulsante che mi solleva da terra per alcuni centimetri. Sono appeso ad una catena per i polsi, poi sento che armeggia da dietro la mia schiena, le mie gambe sono tirate indietro verso l’alto, una corda che passa attraverso la catena dei polsi le sorregge in una sorta di hogtied non estremo, ma efficace. Non ho alcuna libertà di movimento, né di parola. Dipendo interamente dal Legatore. Afferrandomi per la corda che lega i miei polsi alle mie caviglie mi trascina indietro in un percorso tortuoso che segue l’andamento irregolare della rotaia fissata al soffitto. Non posso vedere dove mi porta, non posso parlare…la sensazione inizia ad essere piacevole. Improvvisamente la corda che mi costringe all’hogtied si accorcia di molto, il mio hogtied diventa estremo con le caviglie molto vicine ai polsi appesi alla carrucola. Una rotazione della carrucola mi volta e mi accorgo di essere di fronte ad un’altra croce di S. Andrea alla quale, splendida nella sua nudità, è avvinta Serena, capovolta a testa in giù, i polsi stretti in ganci di ferro ammorbiditi da un morbido tessuto per non ferire le sue carni, le caviglie strette in altri ganci simili, e delle catene che corrono tutto lungo le sue gambe affusolate, poi stringono la sua vita sottile e delineano i suoi seni prosperosi. La vista è mozzafiato. Mentre ammaliato ammiro lo spettacolo, mi sento calare fino a terra. Il miopetto tocca il suolo e, sempre lentamente, la carrucola mi deposita completamente al suolo. Poi la carrucola viene sganciata, io sono coricato su un fianco in un hogtied serrato, che mi rende molto difficile l’osservazione della magnifica legata alla croce. Mi agito per cercare di sistemarmi in posizione più favorevole all’osservazione, e, nel tentativo, il mio desiderio di bondage è ampiamente soddisfatto, le mie sensazioni sono meravigliose e gli sguardi rubati alla fatica pienamente soddisfacenti. Improvvisamente la croce inizia a ruotare lentamente in senso verticale e Serena ruota con essa passando dalla posizione a testa in giù ad una posizione diritta, poi di nuovo a testa in giù, poi diritta e così via. La rotazione continua e il Legatore mi dice che mi libererà parzialmente e che se non riuscirò a liberare Serena in un tempo determinato dovrò prenderne il posto. Con la testa accenno di accettare la prova. Nessuna istruzione sul funzionamento della croce mi viene fornito. Parzialmente legato dovrò scoprire il meccanismo per liberare la prigioniera. Mi viene sciolta la corda dell’hogtied, la corda della caviglie non viene allentata, i polsi mi vengono liberati dalla catena e legati sul davanti con una corda che, vincolata in vita, mi consente movimenti ridottissimi. Le corde che mi serrano le ginocchia vengono sciolte. Con molta fatica, appoggiandomi ad una delle colonne che sorreggono la croce riesco a drizzarmi in piedi e studiare la situazione. Mi viene concesso un tempo di dieci minuti per completare la liberazione. Osservo con attenzione la croce. Essa ruota grazie al fatto che è sorretta al centro, nel punto dell’incrocio, da un grosso braccio di ferro che ruota su se stesso portandosi dietro la croce e tutto il suo graziosissimo carico. Finché la croce ruota, nella mia condizione impedita, non ho alcuna speranza di poter liberare la ragazza. Devo trovare il comando che consente la rotazione o inventare un sistema per bloccarla. Appoggiandomi ad una parete non lontana, cerco di raggiungere la colonna dalla quale fuoriesce il perno della croce. Nel tentativo cado almeno due volte. Poi riesco a allentare lentamente la legatura delle caviglie in modo da consentirmi di saltellare, anche se con fatica, sulla punta dei piedi. Mi avvicino alla colonna. Le giro intorno alla ricerca di qualche comando, ma non vedo assolutamente nulla se non il liscio e freddo marmo bianco di cui la stessa è costruita. Nulla sulla colonna, nulla lungo il perno, nulla di nulla. Mi guardo intorno, sulle altre colonne, sulle pareti
vicine, ma non riesco a scoprire alcun meccanismo, pulsante o strumento atto a fermare la rotazione della croce. Il tempo passa. Sono più attento alle mie sensazioni che non a liberare la ragazza, in fondo non mi dispiacerebbe affatto provare la sensazione di essere vincolato ad una croce che ruota!
Però mi piacerebbe comunque dimostrare le mie capacità riuscendo a liberare Serena dal suo patibolo. Mi appresso alla croce dal retro e vedo che su ognuno dei suoi bracci c’è un interruttore, ognuno recante una scritta piccola ed una grande. La grande : “Attenzione, leggere attentamente prima di agire”. Mi avvicino e cerco di studiare la situazione. Intanto il movimento della croce mi rende molto difficile la lettura delle scritte piccole. Inoltre la mia ristrettissima libertà di movimento mi complica enormemente la possibilità di interpretare le scritte. Intravvedo bene una parola : “Accelerazione 1”, poi noto che la stessa scritta si ripete su ogni interruttore accompagnata però da numeri diversi. Noto 4, poi noto 2, quindi 3. Inoltre vedo che dopo il numero, ad ogni interruttore, si può leggere : “Stop”. Bel rompicapo. Devo cercare di scoprire quale sia l’interruttore giusto. Cerco di guardare se c’è qualche segno rivelatore, ma non scopro assolutamente nulla. Quattro interruttori uguali e cambia solo il numero. Qual è il significato? Prima del numero 4 noto una piccolissima x. Sta per un segno di moltiplicazione? Il che potrebbe significare una moltiplicazione di velocità. La croce può ruotare a diverse velocità. Forse si, è logico. Ma allora uno potrebbe essere la velocità minima, quindi equivalere allo stop. E se il significato dei numeri fosse ancora un altro? Guardo con più attenzione e scopro una piccola x prima anche del numero 2, poi la vedo anche sul numero 1 e sul numero 4, pur osservando con attenzione non la vedo sul numero 3. Cosa può significare? Che le possibili velocità siano solo tre e che quindi il numero 3, senza x non significhi una velocità, ma qualcos’altro. Ma cosa? 3 è il numero perfetto, e non ha alcun significato comprensibile legato al concetto di stop. All’improvviso penso che quando si da un tempo normalmente si dice uno, due, tre Via! Oppure stop. Uno, due, tre stop!.Non mi sembra una grande pensata, ma ormai il tempo stringe, devono essere passati molti dei dieci minuti concessimi. Conviene provare,sperando di non complicare troppo la vita alla povera bionda legata alla croce, accelerando la sua rotazione. Mi accosto e cerco di studiare il tempo per azionare l’interruttore, data la mia situazione di poca libertà di movimento, cercando di evitare soprattutto di accostarmi troppo e rischiare di essere sbattuto a terra dal movimento della croce. Nonostante tutto, dopo alcuni tentativi falliti, finalmente il mio dito indice riesce a far scattare l’interruttore individuato dal numero 3. Il movimento della croce si arresta. Mi porto sul davanti della croce , ma la posizione di Serena è diritta, con i polsi molto alti, irraggiungibili dalle mie mani impedite. Come liberarla? Arrivo tranquillamente a liberarle le caviglie, a togliere la parte bassa della catena che le circonda il magnifico corpo, vicino al suo seno prosperoso che sfioro non senza voluttà, ma non riesco assolutamente ad avvicinarmi alle braccia per poterle liberare i polsi. Il Legatore mi annuncia i nove minuti. Ancora solo un minuto per riuscire completamente nell’intento. Provo a forzare il movimento della croce agendo nella V dietro la testa bionda di Serena, accostandomi completamente a lei e percependone il calore provocante. La croce si muove di uno scatto, come se fosse fissata ad una ruota dentata. Continuo la forza fino a quando il polso sinistro di Serena giunge alla portata delle mia mani. In quel momento il Legatore mi annuncia la fine del tempo. Ci sono riuscito solo parzialmente, sono stato bravo ma non a sufficienza. Merito la punizione ma mi viene concesso di venir legato da Serena e non dal Legatore. Meraviglioso! Vengo completamente slegato, poi libero completamente Serena e mi metto a sua completa disposizione, accostandomi alla croce e disponendo gambe e braccia lungo le braccia della stessa. Il Legatore si allontana, forse va a trattare le altre due prigioniere, la bionda e la velata. Serena inizia a legarmi alla croce. Le sue mani stringono le catene prima alle mie caviglie, poi ai miei polsi. Ma non si accontenta. Afferra una corda rossa e la tende fra le mie ginocchia avvicinandole per quanto consentito dal blocco delle caviglie. Poi mi passa una corda in vita e mi vincola alla croce anche il corpo. La corda che mi stringe la vita va ad incrociare la corda della ginocchia e la tende ancora un briciolo, a livello quasi del dolore ma ampiamente sopportabile, anzi gradevole. Un’altra corda parte dal mio collo, si avvolge alla mia figura sempre più vincolandomi alla croce. Un’altra corda mi avvolge le braccia, altre le gambe. Non riesco più a muovere nemmeno un muscolo. Serena si accosta da dietro e mi imbavaglia, e mi benda gli occhi. Sono veramente bloccato al buio, impotente ed in balia della mia padroncina. Sento un movimento e mi ritrovo a testa in giù. Vengo lasciato in questa posizione per un certo tempo. Non sento alcun rumore, non avverto alcuna presenza, come se fossi completamente abbandonato a me stesso, senza alcuna possibilità di liberarmi. Passa il tempo e non succede più nulla. Non posso parlare, posso solo mugolare,ma preferisco attendere per non deludere nessuno e per non mostrarmi insofferente. Anzi, comincio a gustare pienamente la mia nuova condizione. Le corde che mi stringono sono come pesanti carezze alle quali non potrei sottrarmi neanche volendolo. Silenzio, sensazioni….carezze. Ma si, qualcuno mi sta accarezzando le cosce, poi il petto, e non solo. E’ una carezza leggera, spero di mano femminile, che cessa quando la croce inizia a girare su se stessa in verticale ed io con essa. La sensazione è incredibile. Il mondo gira, anzi no io giro ed ho solo una sensazione di vertigine, ma estremamente piacevole. Gira, gira. Sento movimenti attorno a me, rumori di catene, sospiri, respiri.
Mi viene tolta la benda dagli occhi: davanti a me la ragazza bionda nuda e incatenata mani e piedi alla colonna. Sembra svenuta, immobile ed a testa abbassata. La mia croce continua a ruotare. Il mio sguardo carezza quel corpo nudo ed abbandonato davanti me. La mia eccitazione è alle stelle. Certo che qui sanno cosa significa bondage. Mentre godo di questo spettacolo impagabile, ecco che il Legatore si ripresenta con la figura velata davanti a lui, immobilizzate le braccia, le gambe costrette a movimenti minimi. Intanto Serena si esibisce in un selfbondage che ricorda il mio. L’unica differenza è che non si scorgono mezzi di autoliberazione. Il Legatore scopre il volto della velata, le libera le mani e poi gliele lega sul davanti,come prima a me, e poi la invita a fermare la mia croce per potermi liberare. Non so se sperare che riesca o che la mia permanenza sulla croce si prolunghi. Ma quando il Legatore la informa che se non riesce verrà avvinta alla croce da me, allora spero fortemente che non riesca. La sento armeggiare sul retro. Il tempo passa e non succede nulla, ma all’improvviso la rotazione della mia croce accelera notevolmente. Deve aver toccato un interruttore sbagliato! Nella sua posizione impedita riuscire anche solo a sfiorare l’interruttore 3 sarà praticamente impossibile. Quindi devo rassegnarmi a ruotare velocemente per il tempo restante. Il pensare che finalmente potrò essere io a legare una donna consenziente, anzi vogliosa, per la prima volta nella mia vita, mi eccita e mi permette di non soffrire troppo dei giramenti di testa indotti dalla mia veloce rotazione verticale. Allo scadere dei dieci minuti il Legatore chiede a Serena, che intanto si è messa in un hogtied estremo, se vuole lei essere liberata o se preferisce che venga liberato io. Serena chiede di essere lasciata così, anzi di venire imbavagliata. Il Legatore esegue, si accosta quindi alla mia croce e la ferma. Toglie i legami e il velo alla velata che si rivela per la donna distinta e un poco più avanti negli anni. Indossa un tanga che sulla sua pelle abbronzata ed è ancora molto tonica per la sua età. Il suo seno è appena accennato, ma l’insieme è estremamente gradevole. Mi libera, sapientemente sfiorando le mie membra e il mio corpo con carezze appena accennate, graditissime. Finita l’opera si posiziona davanti la croce. Io decido di non utilizzare le catene per legarla, ma corde. Dalle pareti ne stacco alcune e mi riavvicino alla donna. Con movenze gentili la costringo a voltarsi frontalmente verso la croce, le prendo il polso destro e lo lego con una delle corde al gancio sinistro, il sinistro al gancio destro. Poi lego le caviglie allo stesso modo. Una corda le stringe la vita all’incrocio della croce. Poi con le altre corde le avvolgo a spirale gambe e braccia. Prendo un bavaglio e lo sistemo. Inizio quindi a carezzare il suo corpo, dicendole di fare cenno di no con la testa quando vuole che cessi le carezze. Cerco gradatamente di avvicinarmi al suo seno, per capire se potrò carezzarlo o se rifiuterà. Non noto dinieghi e continuo. Dietro di me Serena, sempre nel suo hogtied estremo inizia a mugolare. Cerco di capire i suoi desideri. Mi accosto ed inizio a carezzare anche lei. Scuote la testa, non è questo ciò che vuole. Non riesco a capire, allora le tolgo il bavaglio. Errore grave, non dovevo farlo!! Non si può agire se non con il consenso del Legatore. Vengo immediatamente immobilizzato in un hogtied serrato e imbavagliato e incappucciato. Sento trazione verso l’alto e mi ritrovo appeso. Tre punti di sospensione, schiena, gambe vita. Sensazione ancora piacevole, ma mi stavo divertendo molto a carezzare. Vengo abbandonato in questa posizione per un tempo molto lungo mentre sento armeggiare gli altri che continuano loro giochi di bondage. La cosa non mi dispiace affatto, anche se le mie membra si intorpidiscono un poco. Però, era così bello legare ed accarezzare… non conosco nemmeno il suo nome. Spero che non ancora sia tutto finito. Ho perso la cognizione del tempo. Entro in un stato di quasi torpore. Sono molto stanco. Soddisfatto, emozionato, appagato, stanco. Mi addormento. No! Mi sveglio e sono nel mio letto accanto a mia moglie, la dolce Maia. Ma allora era tutto un sogno. Con quale grado di realismo. O è stato tutto vero? Le mie membra sono stanche, c’è qualche segno di corda ai miei polsi e alle mie caviglie. Ma allora, realtà da sogno o sogno reale?

Monday, November 15th 2010 - 11:58:41 PM
    
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Una storia di: Sabrina Venusiana

Ciao a tutti, è tanto che non scrivo ma non ho mai smesso di leggere la pagina dei racconti. Avrei anche tante storie da raccontare, stasera comincio con la più recente, magari nei prossimi giorni ne pubblicherò anche altre. Sono di Pavia ma da un paio d'anni io e il mio compagno viviamo a Trieste. Attendo commenti! grazie!

Sospensione: eccitantissima! non ci eravamo mai cimentati perchè pericolosa però guardavamo spesso le travi a vista cheabbiamo a casa, sia a Pavia che qui a Trieste. Qui addirittura ce le abbiamo a piano terra, anche nel salottino con porta finestra (famosa) che da sulla strada, sia al primo piano e in mansardina. l'idea è nata qualche giorno fa in un negozio di articoli sportivi, guardavamo le racchette da tennis e ho notato un ragazzo appeso a un gancio mentre provava l'imbracatura da alpinismo. WOW! Non siamo appassionati di montagna, poco a dire il vero ma ho preso coraggio e mi sono fatta avanti fingendomi interessata. ho trascinato Romeo e abbiamo chiesto informazioni a un commesso molto preparato. Con la scusa di attrazzarci per un corso indoor di arrampicata ci siamo fatti consigliare sull'equipaggiamento e, tanto per cominciare, abbiamo comprato due imbracature (devono essere calibrate per la taglia di ognuno) e le corde da alpinismo adatte al nostro peso. Abbiamo preso anche un libro di nodi di sicurezza e abbiamo cominciato a studiare. L'imbracatura è molto particolare, fatta per evitare che la persona possa sfilarsi e ha un aggancio per mettersi in sicurezza abbastanza vicino al baricentro. Risultato, puoi appenderti anche a testa in giù senza rischio di cadere, inoltre essendo baricentrico sei appeso in equilibrio, circa, e con poco sforzo puoi metterti in verticale. Questo per un utilizzo profano quale è il nostro! A casa abbiamo fatto un cappio particolare sulla trave ove appunto appenderci. Per sicurezza ne abbiamo fatti due e agganciato il moschettone. Per essere sicuri abbiamo legato una poltrona e l'abbiamo appesa! ;-) la mattina dopo abbiamo appurato che era tutto in ordine, potevamo provare noi. Ho cominciato io, collant e body rosa e capelli raccolti, inbracatura e ballgag. Romeo ha legato in doppia la mia imbracatura al moschettone, quindi mi ha legato le caviglie e tirate su facendo passare la corda all'interno di un occhio ricavato sulla corda principale da alpinismo. Per legarci invece usiamo le corde nostre. Mi sembrava di volare! Ok, ero tranquilla quindi mi ha legato le mani dietro la schiena e le braccia al busto , quindi legato il busto alla corda principale. Ha volutamente tenuto bassa la legatura e ha messo un puff sotto il mio petto. Io ero circa 10cm sopra, Pio mi ha slegato le caviglie, allargato le gambe e
tagliato la mutandina del collant. Mi ha infilato una mutandina con piccolo fallo gonfiabile (dopo avermi coccolato) e richiuso il body. Quindi mi ha legato insieme i piedini, l ginocchia e mi ha incaprettato collegando i piedini alla corda del busto. In questo modo mi ha lasciato un pò in equilibrio orizzontale (30minuti circa), poi, sempre incaprettata, mi ha addirittura messo a testa in giù (essendo appesa al baricentro è facilissimo) e bloccata con una corda in quella posizione. A questo punto ha armeggiato di nuovo sotto il mio body (immaginate quanto stessi mugolando), e ha attivato l'anello vibrante che aveva inserito sul fallo gonfiabile. Non ha poi esitato a gonfiare abbondantemente... Credevo di morire, non so quanto sono rimasta appesa così ma sono venuta due volte. Il giorno dopo invece è toccato a Romeo. Stessa procedura, body e collant neri coprenti, bavaglio e si è ritrovato incaprettato e appeso. Io ho avvicinato una chaselongue sulla quale mi sono messa a leggere, anch'io lo avevo tenuto basso e ogni tanto gli stuzzicavo il viso con un piedino (anch'io indossavo body e collant ma ero in bianco). Poi ho pensato di aprire la tenda, fuori pioveva, poche persone a passeggio ma era eccitante lìidea di essere visti. Io poi ero ì con lui quindi all'occorrenza potevo chiuderla, era divertente sentire Romeo mugolare. Colpo finale; mutandina anche a lui e inversione a testa in giù. Gli ho legato le ginocchia e i piedini, ho passato una corda legata ai piedini oltre una trave e li ho issati in alto bloccandolo poi a taeta in giù. In realtà quindi non era appeso per i piedini ma rea comunque una posizione eccitante. Gonfiato e attivato la vibrazione, chiuso la tenda della strada e mi sono divertita ad accarezzargli viso e bavaglio...

Thursday, November 11th 2010 - 09:54:25 PM
    
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Una storia di: Pantokratryx

Restituzione del debito



Questa sera Alice rientra a casa prima del previsto. L’amica con cui è uscita per una serata “tra donne sole” si è sentita male mentre erano insieme al caffè, in attesa dell’apertura della discoteca: probabilmente la prima influenza di stagione. Alice l’ha riaccompagnata in auto e poi è tornata a casa.
Come apre la porta dell’appartamento dove da un anno convive con il suo ragazzo, Alice sente voci maschili che non riconosce. Cri si affaccia dalla soglia del soggiorno, spiacevolmente sorpreso. Già da mesi il loro rapporto è compromesso. Alice gli domanda chi sono gli ospiti, gradirebbe avere la sera libera perché sostiene di essere stanca dopo una lunga settimana di lavoro. Lui fa appena in tempo a rispondere che allora non avrebbe dovuto uscire, quando gli ospiti si affacciano dietro le sue spalle: sono tre conoscenze recenti, tre figli di famiglia-bene pieni di soldi; con grave disappunto di Alice, da quando Cri è stato licenziato, lo hanno coinvolto in un giro di perdigiorno. Anche questa sera, come troppo spesso accade, si sono ritrovati per giocare a carte: ma invece di darsi appuntamento fuori, in un locale pubblico, eccoli riuniti a casa sua.
Alice li invita ironicamente a continuare la partita. Le mani di poker già distribuite sono voltate a faccia in giù sulla tovaglia verde, al centro del tavolo ci sono mezze mazzette di banconote da 20 fermate con clip di metallo. Alice folgora Cri con uno sguardo, è da tempo che nutre sospetti sulla facilità con cui il suo ragazzo dilapida il magro sussidio di disoccupazione. Jack, l’anima nera del gruppo di sgraditi ospiti, è il primo a tornare a sedersi e riprendere le carte in mano; deve avere 45 anni circa, vale a dire il doppio dell’età di Cri. Gli altri lo seguono con una scrollata di spalle.
Alice ciondola davanti alla libreria del soggiorno, fingendo indifferenza. In realtà sente crescere dentro una collera sorda che sta per esplodere, in queste condizioni potrebbe anche fare una scenata al suo ragazzo davanti a estranei. Prende in mano un libro a caso e siede sulla poltrona di rattan del soggiorno, dietro le spalle di Cri di nuovo intento a perdere. Si sfila le scarpe e accavalla le gambe ciondoloni sul bracciolo, concentrata sulla lettura, arrotolando involontariamente con il dito una ciocca dei lunghi capelli neri. Anche fingendo attenzione al libro, non può fare a meno di notare con la coda dell’occhio come i tre ospiti stiano sbirciando neanche tanto di nascosto sopra le spalle di Cri: in questa posizione, l’orlo del vestito di Alice risale, lasciando le gambe scoperte.
Alice ha 23 anni e lunghi capelli neri, ondulati; è abbastanza soddisfatta del proprio aspetto, e ritiene che le gambe siano la sua parte migliore. Come sempre quando si organizza per uscire con amiche, anche stasera indossa un abito molto femminile senza essere provocante: un vestito di jersey blu con le maniche, dieci centimetri più corto del ginocchio, aderente e stretto in vita da una cinturina di sottili strisce di cuoio annodate sul fianco. Ha sfilato dalla libreria una raccolta di poesie di Neruda, il Memorial de Isla Negra, ma non riesce a concentrarsi sulla lettura perché presta orecchio ai giocatori.
È chiaro dallo scambio di battute e dai toni di voce che Cri sta perdendo forte.
Alice vorrebbe dirgli qualcosa di tagliente, ma è lui che la aggredisce per primo: voltato verso la poltrona, la invita a mettersi composta, proprio come un maestro con una bambina indisciplinata. Lei si stringe nelle spalle e tira giù le gambe dal bracciolo, ma poi appena Cri si volta, sfila le scarpe e raccoglie i piedi sul cuscino, sotto le gambe piegate. In questo modo l’orlo del vestitino di jersey risale ancora di più sulle cosce nude, è evidente che si è messa in testa di provocare una reazione del suo ragazzo.
Un’esclamazione soddisfatta di Jack scatena l’entusiasmo dei compagni di gioco, Cri getta in silenzio le carte sul piano del tavolo e si alza con un gesto di stizza. Messo in allerta dagli uomini che adocchiano, Cri si gira di scatto verso Alice e la invita di nuovo a non dare spettacolo, aggiungendo una sequela di incredibili volgarità. Quando si è seduta in questa posizione, Alice doveva sapere che il vestito avrebbe lasciato scoperta tutta la parte inferiore delle cosce, forse fino al triangolo indiscreto delle mutandine, ma è chiaro che l’ha fatto per dispetto. Risponde al suo rimprovero con un sorriso di scherno, ma anche lei sente l’attenzione dei tre uomini.
Jack si alza in piedi e raccoglie a due mani le banconote, Cri è livido di rabbia. Alice gli domanda acida quanto ha perso, ma è uno degli altri giocatori, Antonio, a confermare che ha scommesso e perduto parecchio.
A questo punto Alice potrebbe fare il gesto di tirare giù l’orlo del vestito per coprire le cosce, forse Cri si calmerebbe, o forse no perché lui sta addebitando il risultato della partita alla sfortuna. Così rimane a osservarlo con il libro in grembo, attorcigliando con il dito una ciocca di capelli, le gambe nude bene in mostra per gli amici del suo ragazzo.
Duemila euro. Gli chiede dove ha trovato tutti questi soldi, visto che il conto in banca è in rosso; di nuovo Antonio risponde che gli hanno fatto credito lui stesso e gli altri due giocatori.
Alice si rabbuia. Ha raggiunto il limite della sopportazione. Se li e Cri fossero soli, gli vomiterebbe in faccia tutto il suo disgusto e poi se ne andrebbe per sempre, portando via le poche cose sue: i vestiti, il computer portatile, qualche libro. Pensa a quanti sacrifici sono necessari per guadagnare duemila euro, e domanda a Cri dove troverà tutti quei soldi, perché lei non lo aiuterà affatto. Questa volta è Jack a intervenire con faccia di bronzo, per precisare che secondo i loro accordi sarà proprio lei a restituire il prestito. Alice freme dalla collera, ma non ha intenzione di rispondere direttamente a questi uomini che hanno rovinato il suo ragazzo. Cri esorta gli amici a parlarne un’altra volta, ma lei dice freddamente che si rifiuta di consegnargli il suo stipendio.
Veramente i patti sono altri, insiste ancora Jack, Cri ha assicurato che se avesse perduto la partita, sarebbe stata lei, Alice, a pagare il debito. E loro tre hanno garantito che si accontenteranno di un bacio a testa.
Questa volta Alice è effettivamente costretta a spostare lo sguardo su Jack malgrado la ripugnanza, per chiedergli spiegazioni. Antonio invita tutti a lasciare perdere, ma Alice insiste con voce impassibile: cinquecento euro per un bacio? Cri alza le braccia in un gesto di sconforto e assicura che restituirà tutto fino all’ultimo euro, ma Alice ripete di nuovo gelida, osservando Jack negli occhi: cinquecento euro per un bacio?
Sì, ma non un bacio sulla bocca, precisa Jack a bassa voce, con una certa soddisfazione.
Dopo un attimo in cui si rifiuta di comprendere, Alice cerca una sconfessione nello sguardo di Cri, ma lui abbassa lo sguardo a terra. Lei sente rompersi dentro qualcosa. Arrossisce violentemente, adesso sì che tira giù l’orlo del vestito per coprire le cosce. Per un momento vede tutto rosso, e sente montare un violento risentimento verso Cri.
Tra loro è finita, definitivamente.
L’ha venduta agli amici. Si è fatto prestare da questi strozzini di famiglia-bene centinaia, migliaia di euro, garantiti dalla spregevole promessa di una fellatio. Adesso non ha neppure il coraggio di sostenere lo sguardo scandalizzato della sua ragazza, riesce solo a borbottare che era sicuro di vincere.
Alice sente un gelo espandersi dentro, la invade la determinazione di fare del male a quello che fino a pochi minuti fa era il suo ragazzo. Rinuncia al patetico tentativo di coprire le gambe, che Jack si concentri pure sulle sue cosce nude se questo fa ingelosire Cri.
A sorpresa, Alice ammette a voce alta che i debiti vanno pagati. Cri si volta di scatto verso di lei, pallido. Antonio borbotta qualcosa di inintelligibile, ma Jack approva con la testa, come se se lo aspettasse.
Ora l’attenzione di tutti è davvero concentrata sulle gambe di Alice, sulla striscia di mutandine visibile in fondo, dove l’orlo del vestito si è ritirato sulle cosce nude. Jack sceglie il momento giusto per confermare l’impegno: se Alice accetta di restituire stasera, il debito di Cri si intenderà completamente rimborsato.
Cri lo invita a tacere, esasperato, ma Alice lascia cadere il libro di Neruda sul parquet per richiamare l’attenzione, e ammette che le sembra giusto. Cri è livido di rabbia, ma impotente. Antonio e il terzo giocatore si scambiano uno sguardo perplesso.
Alice allunga le gambe giù dalla poltrona, infila le scarpe a tacco alto e si alza in piedi. L’orlo del vestito torna al suo posto sulle cosce. Un attimo di silenzio congela i presenti, tranne Jack che sembra avesse già in mente la scena: prende il poggiapiedi di stoffa imbottita davanti alla poltrona preferita di Cri e lo sposta di fianco al tavolo.
Alice sente di odiare il suo ragazzo con tutte le proprie forze. Ha davvero intenzione di fargli tutto il male possibile. L’ha trattata da puttanella, quindi lei si comporterà da vera puttana. Cri ripete istericamente che restituirà fino all’ultimo euro. Alice fa un salto nella camera da letto mentre gli uomini le osservano il culo e i fianchi, prende una sciarpa di seta e la porta a Jack, chiedendogli di essere bendata.
L’uomo risponde che non è necessario, se preferisce può semplicemente chiudere gli occhi, ma Alice risponde orgogliosamente che queste sono le sue condizioni: lei tiene gli occhi chiusi solo mentre lo prende in bocca al suo uomo, non a dei perfetti estranei. Jack si stringe nelle spalle, poi a sorpresa le chiede di slacciare il girovita di cuoio dai fianchi; visto che Alice non capisce perché, specifica che ha intenzione di legarle le mani: queste sono le sue condizioni.
A questo punto Cri urla, ma è proprio la sua indignazione che fa decidere definitivamente Alice. Le basta un attimo per recuperare la nuova ondata di rossore che le scalda il collo all’idea di essere legata, poi scioglie il nodo della cinturina sul fianco destro, lascia che il laccio di cuoio si sbrogli in tutta la sua lunghezza e lo consegna a Jack. L’uomo lo piega in due e lo tende tra le mani con forza per provarne la resistenza. Cri grida che non può farlo, ma Alice tende i polsi uniti davanti a sé con un sorriso di scherno.
La smorfia di Jack vorrebbe forse essere un sorriso per metterla a suo agio, poi fa un gesto circolare con la mano per indicarle di girare su se stessa. Alice trattiene il fiato e sbatte le ciglia, titubante, poi ruota fino a voltarsi direttamente verso Cri. Adesso dà le spalle a Jack; senza dire una parola, Alice intuisce l’intenzione dell’uomo e porta le braccia dietro la schiena, i gomiti piegati a 90° e i polsi incrociati all’altezza dei fianchi. Questa è la prima volta in assoluto per lei: non ha mai accettato di essere legata, neppure se a proporle questa variante erotica del sesso era il suo ragazzo del momento. Anche Cri ha tentato più volte di convincerla a “movimentare” il rapporto, ma lei ha sempre rifiutato con la scusa di non perdere il controllo della situazione. È precisamente per questo precedente rifiuto che adesso, al contrario, si lascia legare le mani dietro la schiena, remissiva, senza staccare gli occhi da Cri, pallido come un fantasma.
Puttanella? E puttana sia, allora.
Jack la lega con gesti esperti, passando più volte il laccio di cuoio intorno ai polsi sottili e stringendo nodi successivi, avendo cura di non lasciare segni sulla pelle. Però ci mette tutto il proprio impegno per immobilizzarle strettamente le mani dietro la schiena. Forse è meglio così, pensa Alice, almeno non dovrà usare anche le mani durante la fellatio.
Però scopre di avere le gambe che tremano, così legata e indifesa davanti a questi uomini che la fissano. Jack se ne accorge e le sussurra all’orecchio di non avere paura, non hanno nessuna intenzione di farle del male. La prende per un gomito e la aiuta a inginocchiarsi sul pouf, perché non è facile mantenere l’equilibrio con le mani immobilizzate dietro la schiena.
Con un cenno del capo verso Cri, Alice chiede che sia lui a bendarla. È decisa a condurre fino in fondo la sua vendetta. Cri ha un gesto di esasperazione, sembra voglia scagliarsi su Jack che gli tende la sciarpa, ma Antonio e l’altro si frappongono tra loro.
Con voce falsamente amabile, legata e inginocchiata sul pouf, Alice gli chiede di darle una mano a pagare il suo debito. Pallidissimo, Cri prende la benda e in un silenzio teso la passa due volte intorno alle tempie della ragazza, annodandola con stizza dietro la testa, attento che non si impigli negli orecchini.
Alice è bendata. Sente movimento intorno a sé, e dice a voce alta che ha una seconda condizione: Cri deve rimanere nella stanza a guardare. Jack le domanda se è sicura di volere pagare il debito del suo ragazzo, lei conferma. Un uomo si avvicina in piedi proprio davanti alla sua testa, poi il rumore di una cintura slacciata. Alice cerca di non sbilanciarsi in avanti, si accorge di tremare ancora leggermente. Dischiude le labbra e sente l’odore intenso del sesso di un uomo appena prima che la punta della sua lingua incontri il membro caldo, non sa di chi. Alice spalanca la bocca e lo avvolge, i denti coperti dalle labbra per evitare di raschiare il prepuzio. Non è la prima volta che prende in bocca il sesso di un uomo, e non è di certo Cri il primo al quale abbia fatto un pompino, ma si stupisce una volta di più per come ogni maschio abbia un sapore diverso.
Non può sapere se in piedi davanti a lei c’è Jack, Antonio oppure il terzo uomo. Stringe le labbra a anello intorno alla base del glande e lo esplora con la lingua. L’uomo geme. Puttana. Questa parola continua a girarle in testa. Come una puttana. Ma questo non la spinge a desistere, è estremamente determinata nella sua ripicca.
La vendetta della vittima.
L’uccello che tiene in bocca è diverso da quello di Cri, non nelle dimensioni ma nella forma. Le sembra di sentire all’interno della guancia che l’asta del pene sia leggermente curva verso destra, cerca di immaginarlo e le viene da sorridere. Lo scosta con la lingua fino a spingerlo fuori, poi spalanca la bocca e lo riceve tutto, cercando di affondarlo in gola. L’uomo geme di nuovo, trattenendo un grido, poi esce rapidamente da lei respirando a fatica.
Alice rimane ferma nella sua scomoda posizione, inginocchiata e legata, in attesa. Sente fresco alle labbra mentre la saliva si asciuga. Jack chiede se ha bisogno di sciacquare la bocca, lei risponde di sì, grata di questa interruzione.
Qualcuno le leva la benda. Cri è seduto al tavolo, la mascella contratta, le labbra ridotte a una linea retta. Antonio si allaccia la cintura, voltato di spalle, apparentemente turbato.
Jack la aiuta a alzarsi in piedi, la accompagna verso il bagno, gli altri seguono i movimenti dei suoi fianchi. Non è facile camminare sui tacchi alti, con le mani bloccate dietro la schiena. Alice studia la faccia dell’uomo che l’ha legata per cercare qualche segno di emozione. Ha almeno il doppio dei suoi anni e sembra già esperto di questo gioco, a giudicare dalla perizia con cui l’ha immobilizzata strettamente. Jack versa impassibile un bicchiere di acqua e collutorio, lo tiene alzato per farla bere senza liberarla; poi la sostiene trattenendole i lunghi capelli quando Alice si piega sul lavandino per sputare fuori, infine le pulisce le labbra delicatamente con l’asciugamano.
Il cuore di Alice batte forte, ha il respiro accelerato. Ha appena fatto un pompino a uno sconosciuto, in presenza di tre testimoni.
Jack domanda se si sente di continuare, lei risponde con decisione; allora la riaccompagna in soggiorno. Cri sembra soffrire quando vede che Alice ha ancora le mani legate dietro la schiena, lei si arresta davanti al pouf e attende che Jack la aiuti a inginocchiarsi. Prova una nausea vaga per quello che sta facendo, forse dovrebbe lasciare che sia Jack o un altro a bendarla, ma stringe i denti e si dice che deve andare fino in fondo con la sua punizione.
Di nuovo Cri si avvicina riluttante con la sciarpa, sorvegliato a vista dagli altri tre perché non tenti qualche gesto violento. Di nuovo Alice è bendata. Di nuovo un uomo si slaccia la cintura e abbassa i calzoni in piedi davanti a lei.
Alice inspira profondamente e riceve in bocca il secondo uccello, più piccolo del precedente ma molto rigido. Qualcosa le dice che non si tratta di Jack ma del terzo uomo. Lascia che penetri fino in fondo alla gola, fino al punto che i peli del pube le solleticano le guance, poi lo spinge fuori e muove la testa avanti e indietro lungo l’asta, cercando di lubrificarlo bene con la lingua. Anche il secondo uomo geme di piacere. Alice ci mette più impegno del precedente, si attarda a succhiare il glande con più attenzione. Sa di essere brava in questo, e vuole sfruttare al massimo la sua abilità per offendere Cri. Sembra che l’organo sessuale dentro la sua bocca si dilati sempre di più, fino a che Alice si rende conto che è sul punto di eiaculare, allora è lei a ritrarsi di scatto. L’uomo trattiene un grido e le mette una mano sulla testa, ma Jack lo scosta e scioglie il nodo dietro la nuca.
Alice ha di nuovo gli occhi aperti. Si è scostata appena in tempo: l’uomo davanti a lei sta eiaculando nel vuoto, all’altezza del suo viso, con violente ondate di seme che schizzano sul parquet.
Senza chiedere la sua opinione, Jack la aiuta a alzarsi e la riaccompagna in bagno, tenendole una mano sulla spalla e l’altra sui polsi legati stretti, come se scortasse una prigioniera. Alice ha le gambe che tremano. Paradossalmente, le dà sicurezza avere accanto a sé proprio l’uomo che l’ha legata, Jack sembra l’unico fra tutti loro a avere conservato intatto il sangue freddo. Dà l’impressione di essere padrone della situazione, e questo è importante per una ragazza legata nelle mani di tre uomini; quattro, contando Cri.
E adesso è il turno di Jack. Alice si rialza dal lavandino, e mentre lui le asciuga la bocca lo guarda negli occhi con una vaga espressione di sfida. È la prima vota che si accinge a un’esperienza sessuale con un uomo molto più maturo di lei. Di nuovo, si stupisce di trovare sicurezza proprio nella protezione dell’uomo che ha insistito per legarla, e che adesso dovrà soddisfare con la bocca.
Alice abbassa gli occhi e i due ritornano in soggiorno. Cri è alla finestra. Gli altri due uomini siedono al tavolo, a metà tra il nervoso e il colpevole. Jack la aiuta a inginocchiarsi per l’ultimo debito, e quando Alice si volta intorno per cercare la sciarpa lui le fa presente che ha prestato a Cri una somma doppia a quella degli altri due. Alice lo guarda dal basso in alto. Sente a pochi centimetri dal suo viso la presenza del suo membro, che già preme contro la tela dei jeans.
Avrà un servizio doppio degli altri, lo rassicura. Un servizio da mille euro.
Senza neppure cercare la sciarpa di seta, Jack slaccia con calma la cintura e abbassa i calzoni di una spanna sotto l’inguine, poi tira giù anche i boxer. Alice si trova davanti il sesso più grosso che abbia mai visto in vita sua: diversi centimetri più lungo di quello di Cri, con un glande largo e lucido di eccitazione. Sa che dovrebbe provare una repulsione istintiva, invece non le dispiace affatto il profumo della colonia di Jack, un odore maschio che si intona bene con quello dei suoi genitali. Cri finalmente si volta per osservare, torvo.
Mille euro. Invece di prendere in bocca il voluminoso glande di Jack, Alice piega il busto leggermente in avanti, mantenendo l’equilibrio, e gli passa la lingua sui testicoli.
Jack si irrigidisce, per primo stupito dalla sua iniziativa, ma quando Cri si rende conto di cosa succede lancia un lamento angosciato. Senza curarsene, Alice continua a leccare con cura i genitali dell’uomo, dal basso verso l’alto, sentendo contro la lingua le gonadi attraverso lo scroto salato. L’odore intenso di maschio la incuriosisce. Dopo il primo attimo di smarrimento, Jack recupera l’iniziativa. Si prende il pene in mano e muove dolcemente il palmo su e più lungo l’asta per facilitare il lavoro di lingua sui suoi genitali.
Alice si scosta, respirando pesantemente, allora lui abbassa il membro con la mano distesa, puntandolo contro la sua bocca aperta. Lei si fa coraggio e lo riceve tra le labbra. È davvero grosso, il glande è così voluminoso da costringerla a uno sforzo per dilatare la mandibola. Si preoccupa che le labbra coprano completamente i denti, altrimenti rischia di scorticarlo perché Jack si muove avanti e indietro dentro la sua bocca.
Cri esclama il suo nome in tono disperato, Alice si accorge di tenere gli occhi chiusi ma non ha intenzione di riaprirli. La lingua quasi non riesce a lavorare con questo ingombro in bocca, allora Alice sigilla l’anello delle labbra intorno alla base del glande e comincia a succhiare con decisione. Jack procede nel movimento di lenta penetrazione, l’uomo sta godendo in pieno la fellatio, estasiato dalla lubrificazione della saliva tiepida, stuzzicato nei punti più sensibili del suo organo sessuale. Alice spinge la lingua in basso, contro il filetto del grosso pene che sembra voglia penetrarla implacabilmente fino in gola, poi la piega e preme contro il forellino dell’uretra.
Adesso Jack geme davvero di piacere, e tenta di spingere il sesso più a fondo nella sua trachea. Se avesse le mani libere, Alice potrebbe estrarlo leggermente per evitare di rimanere soffocata, ma con i polsi legati dietro la schiena deve trovare un altro modo di trattenerlo. Porta di nuovo la lingua sotto il glande, la pelle tesa e durissima, per sollevarlo verso il palato, e nello stesso tempo incava le guance perché l’uomo senta la pressione ai due lati della bocca; si dedica a succhiarlo con tutta l’intensità possibile, gli occhi chiusi, il respiro affannoso a contatto dell’inguine.
Per qualche momento sembra che il sesso di Jack debba dilatarsi ulteriormente, fino al punto di lussarle la mandibola, poi l’uomo supera il punto di non ritorno. Geme senza controllo e porta entrambe le mani dietro la testa di Alice, ma lei non ha né il tempo né l’intenzione di ritrarsi. Un servizio da mille euro. L’orgasmo di Jack si sfoga nella sua bocca, un fiotto caldo e prepotente che schizza a onde insieme agli spasmi del suo sesso, sottolineato da rauchi lamenti di piacere. Alice deve chiudere la faringe per evitare che il getto di sperma le vada di traverso. Mentre respira veloce e attende con pazienza il suo sfogo completo, pensa che non si aspettava un orgasmo così intenso da un uomo della sua età.
Dopo la contrazione finale e le ultime gocce di seme, Alice solleva il busto e si ritira dal sesso nudo di Jack, attenta a non deglutire. Il seme caldo le riempie la bocca. Proprio in questo momento Cri esce dalla stanza e si sente sbattere la porta di casa con violenza. Alice solleva lo sguardo verso l’uomo in piedi di fronte a lei, Jack sembra avere perso buona parte delle proprie energie.
Alice cerca di rimettersi in piedi e Antonio fa il gesto di aiutarla, ma Jack lo respinge con la mano. Si ricompone senza fretta, infilando la camicia nei calzoni e allacciando la cintura, senza smettere di respirare veloce, poi la aiuta a rialzarsi e la conduce per la terza volta in bagno. Lei espelle lo sperma bianchiccio, lattiginoso, piegata in due sul lavello, poi evita di incontrare lo sguardo di Jack mentre le asciuga gocce del suo stesso seme dal mento e dalla gola. Bicchiere di collutorio, gargarismo, sciacquo. Soltanto a questo punto le fa segno di voltarsi e si degna di slegarla, quasi controvoglia.
Alice si massaggia i polsi, dove sono rimaste sottili linee rosse che non sembra abbiano rovinato la pelle. Prende la cinturina che le porge Jack e la getta con rabbia nel bidone della spazzatura, poi se ne va in camera da letto. Riempie due valigie con i libri e tutti i suoi vestiti, chiama un taxi e attende seduta davanti allo specchio, mentre la respirazione rallenta lentamente fino a tornare normale.
Quando il suo autista arriva, gli amici di Cri se ne sono già andati. Alice esce e chiude la porta. Non rientrerà mai più in questa casa, per il resto della sua vita.

Monday, November 8th 2010 - 11:21:04 AM
    
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Una storia di: GERONIMOSTOLTON

Mi sveglio stiracchiandomi e mi capotto giù dal letto con una fatica indicibile, emettendo un lungo grugnito.

La testa mi fa male come se una scure me l’avesse tagliata in due ed ho un saporaccio terribile in bocca.

Mi scappa una pisciata incontrollabile. E’ quella che mi ha indotto a svegliarmi, se no niente e nessuno mi avrebbe impedito di ronfare fino alle 3 o alle 4 di pomeriggio, visto che sono appena le 9 del mattino e sono rientrato verso le 7, ubriaco come una merda.

Troppa birra ieri sera. Davvero troppa. Sarò andato al bagno a scaricare almeno 10-15 volte, nelle ultime ore.

Mi trascino straccamente e goffamente per il corridoio, un ameba in mutande e canottiera che scruta all’intorno con gli occhi cisposi e addormentati.

Il pavimento di marmo è freddo ed il contatto coi miei piedi nudi mi ricorda che forse avrei fatto meglio ad inforcare le ciabatte, prima di avventurarmi per casa.

Troppo tardi, è uguale, mi scappa troppo e troppo forte per tornare indietro.

Transito davanti ad una stanza. Dentro c’è la donna delle pulizie, come ogni sabato mattina: la sento dai rumori che giungono da dietro la porta socchiusa. Vorrei dirle almeno buongiorno, ma la pisciata che ho in canna preme più che mai, quindi passo oltre, raggiungo il cesso e scarico per l’ennesima, lunghissima volta.

Gran figa, la mia donna delle pulizie, penso. Se non fossi tanto stremato, già che sono presso la tazza del cesso, le dedicherei pure una buona sega.

Fa niente, torno a letto senza sega, ma, oltre ad un conato di vomito, continua a tormentarmi questo altro conato, di buona educazione, assieme al desiderio di vederla, che è comunque sempre un piacere…… almeno buongiorno, checazzo, mi sembra giusto dirglielo, prima di rientrare in coma.

Ripasso dunque davanti alla stanza dove “lei” è al lavoro, apro la porta e tuffo la testa oltre gli stipiti, mugolandole un saluto….. sennonchè l’occhio mi cade di primo acchito sulla scena di lei che sembra frugare nei cassetti della stanza, traendone oggetti che poi infila furtiva in un sacco nero che sta ai suoi piedi, prima che il mio arrivo la faccia trasalire e voltare di scatto, tutta allarmata.

No. Non può essere. Sono ancora troppo ubriaco, non esiste che abbia visto ciò che credo di avere appena visto. Mi stropiccio gli occhi, incredulo.

-“Che…che stai facendo?” borbotto, facendomi avanti nonostante il mio aspetto miserevole ed il mio palese “non abbigliamento”, dopo un lunghissimo istante di vicendevole paralisi.

Lei china il capo e fa un passo indietro, mentre mi accosto ai cassetti, che sembrano essere inesplicabilmente vuoti.

Scuoto la testa, cogli occhi sbarrati dallo stupore. Perfino la sbornia che mi affligge sembra essersi notevolmente dissipata.

-“Ma..Ma…” tentenno, mentre gli occhi mi cadono sul sacco nero per terra, dal quale vedo spuntare senza dubbio alcuno collane di perle e cornici d’argento che prima stavano dentro o sopra il mobile davanti a me, ed ora non ci sono più.

Guardo la mia donna delle pulizie, che mi guarda di rimando con una espressione indefinibile, e non dice una parola.

La situazione è grottesca, incredibile. Il silenzio è opprimente, ma ne rompo all’improvviso la tomba urlando a gran voce:

-“Stavi rubando! Tu, proprio tu!!!!! Stavi rubando in casa mia! Non ci posso credere!!!!!”

Lei sembra tranquillissima, mi risponde: -“No, ti sbagli, non è come sembra…. “

-“NON E’ COME SEMBRAAAA????” sbraito, fuori di me. –“Ti ho visto coi miei occhi prendere questa roba e metterla in questo sacco! Non puoi negarlo!!!”.

Scuoto ancora la testa, incredulo. Poi –anche perché quella continua a fissarmi senza dire niente, con uno sguardo magnetico che, non lo nego, mi inquieta un pochetto- ritengo che la sciarada sia durata fin troppo e mi volto, afferrando un cordless che sta su di un altro mobile della stanza.

-“mi dispiace, ma devo chiamare la polizia!” sentenzio.

Mi accorgo troppo tardi che aver dato le spalle alla aspirante ladra non è stata poi stà grande idea.

Liberando nell’aria un turbinio di cocci aguzzi, un vaso che ella ha preso dal sacco della refurtiva si abbatte come un maglio sulla mia testa prima che io abbia il tempo di comporre anche un sol numero.

Il cordless mi cade di mano ed io crollo a mia volta al suolo di peso, come un sacco di letame.

Ben presto perdo i sensi e tutto diventa nero davanti ai miei occhi.


Il secondo risveglio nel giro di poco tempo. Ed è ancora peggio del primo.

Sbatto gli occhi velati di sonno e di dolore ed il caleidoscopio impazzito di colori che mi danza davanti si coagula finalmente nell’immagine definita del pavimento di parquet sul quale giaccio riverso a pancia in giù.

La testa mi fa ancora più male di prima. Sembra che qualcuno mi abbia appena fracassato un vaso sul coppino.

Come in effetti è…..ma al momento sono troppo stordito per rammentarlo.

Cerco di alzarmi, ma “qualcosa” mi tiene inesplicabilmente piantato dove mi trovo.

Tento di stendere le braccia, ma non riesco assurdamente a muoverle. E neppure i piedi, ora che ci penso. Che storia è questa?

Soltanto allora mi accorgo di avere le mani saldamente legate, incrociate dietro la schiena. Anche le mie caviglie sono legate strettamente fra loro, incrociate, e così pure le cosce, legate con corde quasi da marinaio, spesse e robuste e, a quanto pare, strette con una perizia pure marinara per quanto riguarda i nodi.

Dopo qualche breve istante nel quale acquisisco la consapevolezza e realizzo di essere legato come un salame, comincio ad agitarmi furiosamente, trascinandomi sul pavimento come un verme, dibattendomi e scalciando coi piedi nudi e legati, ma è tutto inutile…le corde che mi imprigionano sembrano indistruttibili.

Vorrei imprecare per questa situazione del tutto inaspettata, ma la mia bocca è stata sapientemente riempita con un fazzolettone enorme, tenuto fermo da parecchi giri di rotolo di nastro adesivo marrone, quello da pacchi, che mi imbavaglia per benino….quindi riesco ad emettere soltanto qualche afono mugolio di rabbia impotente.

Un soggetto incombe su di me. E’ una femmina. E’ la mia donna delle pulizie, quella che frequenta casa mia da quasi un anno, due volte a settimana; quella sulla cui specchiata onestà e serietà avrei scommesso qualsiasi cifra; colei che a tal punto si è guadagnata nel tempo la mia confidenza e la mia fiducia da farmi arrivare a darle una copia delle chiavi di casa, così che possa andare e venire quando e come vuole, soprattutto al sabato mattina, quando di solito sono talmente rintronato dagli eccessi della notte prima che non sentirei il campanello di casa neanche se me lo cementassero dentro le orecchie.

E’ stata lei a tramortirmi e poi a legarmi così, Perchè l’ho colta sul fatto mentre mi stava rapinando.

La situazione è talmente surreale e paradossale che stento a crederci, anche se la sto provando sulla mia stessa pelle, e nel vero senso della parola.

Vista da sotto sembra ancora più figa del solito. E’ stato anche per questo che non ho esitato un minuto ad assumerla, quando mesi fa mi fu presentata e mi disse che cercava lavoro come colf.

Algida, alta, ben piantata, con due gambe da urlo, due poppe da sturbo ed una bionda chioma vaporosa ad incorniciarle lo splendido ovale di un viso in cui spiccano due occhi azzurri che mi scrutano con uno sguardo malizioso e del tutto privo di pentimento.

Mirabilmente fasciata nel suo vestitino nero da colf sembra quasi una figura eterea, irreale.

Ma in questo momento la mia testa è occupata da tutt’altro che dalla contemplazione della bella figura che mi sta sopra. In questo momento sono disteso sul pavimento di casa mia, legato ed imbavagliato, e non mi pare vero. Manifesto il mio disappunto contorcendomi ancora e mugolando nel bavaglio, al che la mia donna delle pulizie mi sussurra, stuzzicandomi col tacco della scarpa e ridacchiando delle mie schivate di povero salame:

-“Mi dispiace, caro. Effettivamente sì, stavo rubando. Sai, ho contratto dei debiti, ultimamente. Debiti pesanti, e per poterli pagare ho dovuto ridurmi a questo…. Mi vergognavo troppo a chiederti un prestito, ed un aumento sarebbe stato fuori luogo ed insufficiente, così ho pensato di fare da me….. contavo sul fatto che, visto che sei un godereccio che il venerdì sera va sempre a fare bagordi, stamani dormissi, come fai ogni sabato mattina, fino a tardissimo, ed io potessi agire indisturbata…..A quanto pare mi sbagliavo……Scusami per la botta in testa, e scusami se ho dovuto impacchettarti così, ma non ho avuto scelta…..stavi per chiamare la pula e, sai com’è…..non ho voglia di finire in galera….. Ah, già che ci sono te lo dico subito molto chiaramente. Con oggi, ed ora a maggior ragione, il mio compito presso di te è terminato….. vendo la refurtiva, pago i debiti e sparisco nel nulla….mi sono trovata benissimo a lavorare per te, ma purtroppo è la vita……E tranquillizzati….Qualcuno prima o poi verrà a liberarti, altrimenti sei un giovanottone robusto…ti ci vorrà qualche ora di sforzi e di contorcimenti, ma magari riesci pure a slegarti da solo……ora però stattene lì buono buono mentre io pulisco –nel vero senso della parola- la tua bella casa……Per l’ultima volta!”.

E così dicendo, torna ad armeggiare intorno ai cassetti, incurante dei miei vani tentativi di liberarmi dai legacci e dei miei “Mmmmmmmm” di rabbia e frustrazione che esplodo attraverso il bavaglio che mi zittisce.

Tanto vale che obbedisca e mi goda la mia prigionia.

………Vuoi vedere che va a finire che mi piace pure???? (-:


Thursday, November 4th 2010 - 01:18:32 PM
    
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Una storia di: Dreamer69/Emilio Sognatore

Ciao a tutti!

E grazie a Miles per i preziosi consigli.

Ma veniamo alla storia che vi volevo raccontare oggi.
Per correttezza volevo avvertirvi che, essendo già stato postato su di un forum, non è un nuovo racconto. Mi scuso fin d'ora con tutti coloro che l'avessero già letto ma, purtroppo, il tempo è poco ed il lavoro incalza)...

...purtroppo!

Con il mio precedente racconto delle mie dis-avventure pre-adolescenziali, spero di avervi fatto riflettere sulla tremenda pericolosità delle cassette dell'acqua minerale!!

Ora, nel raccontarvi la mia seconda dis-avventura bondagesca, voglio mettervi sull'attenti su di un altro gravissimo pericolo, da sempre sottovalutato, ma che, nondimeno, incombe TERIBBBILE su tutti noi adepti del trinomio legacci-nodi-bavagli ...

Ma andiamo con ordine e partiamo da una domanda:
Cosa succede mettendo insieme un gruppetto di universitari a lavorare da stagionali in un ipermercato???

Scherzi!!!!!
Gavettoni... (banali! ) cartoni normalmente leggersissimi riempiti di pietre pesantissime, porte dei bagni bloccate, sigarette bucate, schiuma da barba nelle scarpe, irruzioni negli spogliatoi delle compagne conditi di schiaffazzi in faccia ... e conseguenti irruzioni in quegli degli uomini a base di scecchiate d'acqua e altrettanta ovvia, cattura di "terroriste" e loro conseguente punizione a base di docciazze gelate ...
... insomma tutta la serie di cazzate che un gruppo di ragassi e ragasse ventenni, non molto maturi e hormon-driven, combinano come reazione naturale allo stare insieme.

Ora... se ai reagenti chimici, suddetti, si aggiungono un ragasso timidone, ma segretamente appassionato di "legamenti", la disponibilità di mooolto scotch da pacchi (quello marrone) ed una collega che , dopo che l'hai rinchiusa in un cartone, spacca tutto e ti prende in giro perchè non riesci a fare neppure un pacchetto come si deve...

... e cosa dovrebbe succedere mai???

...che la collega si ritrovi gavettonata???
... le dovrei forse mettere la schiuma da barba giù per la schiena???
... oppure la scarabocchio tutta con il pennarellone???

... ???

Adesso che ci penso bene, avrei potuto farle tutto questo (accidenti!!) ... però sono stato banale!
...l'ho semplicemente legacchiata con lo scotch!!

le mani dietro alla schiena, e poi, visto che si ribellava e scalciava, le caviglie, e poi, visto che seguitava a ribellarsi, sopra e sotto alle ginocchia, braccia al busto sotto e sopra il seno, polsi bloccati alla vita e visto che quel pezzo d'anguilla malefica sgusciava ancora qua e la, una bella serie di giri di nastro tra caviglie e polsi, tra stinchi e coscie, prima di ri-metterla con cura in un bel scatolone pieno di mandorline di polistirolo (perchè, io, ci tengo alle cose preziose e fragili!)!
Devo dire che fin'ora ci eravamo divertiti davvero un mondo.
Lei, pur non essendo una bellezza esaltante, era comunque caruccia e nonostante fosse vestita in maniera tutt'altra che sexy (scarponcini anti-infortunistici, pantaloni da lavoro, "milletasche", calzettoni antistupro, body a maniche lunghe e collo alto (a mo' di armatura impenetrabile! ) e felpona cammuffaforme d'ordinanza, nonostante tutto questo ... sarà stato il suo dimenarsi divertito, il suo prendermi in giro, l'atmosfera scemotta giocosa e, perchè no, maliziosetta, che si era creata, stavamo divertendoci non poco ed il piccolo gruppetto iniziale di spettatori si era via via ingrossato... anche a rischio di farci dire qualcosa dai responsabili (un paio erano comunque già tra di noi e con occhio finto burbero se la ridevano sotto i baffi! ).

La disgraziata però (... ma come maaaai??? ) seguita a prendermi in giro con una vocina finto stridula ed antipaticissima ed allora, prima di fingere di chiudere il cartone per "spedirla in Cina" ...
idea ... cosa c'è di meglio di un bel paio di pezzettoni di nastro a sigillare la sua boccuccia???

... e fu allora che scoprii che, come per magia, un pezzo di nastro che si impigli in una ciocca di capelli di una donna, anche se solo per pochi centimetri...
...è in grado di arrestare immediatamente il più bello dei divertimenti!!!

Ma come maaaiiii!!!!
Uffa!! ...
Non ho ancora capito il perchè!!!

Sarà perchè era superappiccicoso e l'unico modo possibile per liberarla è stato quello di tagliarlene un paio di centimetri???
Sarà stato perchè la sua nuova capigliatura piacevolmente assimetrica le donava troppo???

Mha! ... le donne!!
Valle a capire!!!

Esseri misteriosi!

Sperando di avervi allevviato il peso dell'inizio della giornata ed augurandovi una tranquilla serata, resto in attesa di sapere se sono stato l'unico che ha combinato pasticci bondageschi o si è ritrovato invischiato in altre situazioni di "pupù" che dir si voglia.

perciò...
...bando alla timidezza e caciate fuori i vostri racconti dell'orrore!!!
(sono più che sicuro della loro esistenza!!)

In particolare sarebbe divertente ed interessante sentire il punto di vista anche di chi li ha vissuti da legato/a

Aspetto fiducioso perchè, a parte tutto,... c'è una cosa di cui sono CERTO...
... certe cose... specie a distanza di tempo... vanno prese sul ridere!!!

Wednesday, November 3rd 2010 - 04:00:22 PM
    
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Una storia di: Miles Hendon

Se Dio vuole la pagina dei commenti è stata sistemata.
Ho dovuto rimuovere la storia di Emilio Sognatore perché scritta in un formato non compatibile.

Ricordo a tutti ti evitare sempre l'uso delle parentesi angolari (i sengi di maggiore e minore) perché altrimenti lo scritto viene interpretato come codice html.

Inoltre si preferisce evitare l'uso di emoticon e quant'altro, sempre nell'idea che la narrativa sia fatta solo di parole. Se avete storie pubblicate altrove, prendetevi un minuto per adattarle a questo standard, grazie.

Complimenti per i nuovi racconti.

Wednesday, November 3rd 2010 - 01:18:29 PM
    
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Una storia di: soft.bondager

Ringrazio Scrittore Silenzioso e Bimbo Cattivo per i contributi gia' ansiosamente sollecitati. Le mie preferenze (senza offesa) vanno ai racconti dell'agriturismo, dove pero' io continuo a sperare che prima o poi Sandra abbia qualche brutta sorpresa :-) ..........

Saturday, October 30th 2010 - 09:44:17 PM
    
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Una storia di: Scano

Questo periodo sono mancato dal sito per motivi diciamo di tempo. Tra lavoro e spostamenti vari.
Così ho deciso di posticipare il seguito, o meglio, il terzo episodio di "Soci in sequestri" e di raccontare un'esperienza che ho vissuto realmente con la ragazza con la quale ero fidanzato fino a circa sei mesi fa. Spesso facevamo di questi giochetti bondage, ma ho deciso di raccontare un episodio in particolare, forse la volta più bella, forse perchè straordinariamente improvvistata e poi risultata così straordinariamente bella.

Si divincolava nel lettone. Le avevo legato i polsi dietro la schiena con un foulard e le caviglie unite con una striscia di stoffa bianca che avrei, altrimenti, destinato ad utilizzare come strofinaccio. L'avevo imbavagliata infilandole in bocca un suo stesso calzino appena sfilatole dal piede rimasto nudo in tutta la sua bellezza, e chiudendo il tutto con una striscia di stoffa bianca che tenevo appositamente come bavaglio. L'avevo stretto dietro la nuca, facendolo ben aderire sulla bocca. Si muoveva, voleva cercare di slegarsi. I nodi non erano così stretti, così la minacciai. Se si fosse slegata avrei rinforzato la legatura. E a perdere sarebbe stata solo lei. Mugolava dolcemente, la scena era eccitantissima, lei era molto bella. Mi avvicinai a lei e iniziai a baciarle quei due splendidi piedini. Saranno stati un 37/2 - 38. Aveva le caviglie fine, il collo del piede pronunciato, le dita minute arricchite da un eccitantissimo smalto rosso scuro sulle unghie, tagliate con precisione. Le baciai dolcemente dito per dito, poi tenendola per le caviglie, mi passai entrambe le piante dei piedi sulla faccia, quasi a volerci morire soffocato lì in mezzo. L'odore era quello di due piedi che durante il giorno sudano poco, di una persona che si lava regolarmente, ma emanavano un leggero profumino estremamente piacevole, quello di due piedi chiusi per qualche ora in una scarpa, rivestiti per giunta dai calzini. Iniziai teneramente a passarle la lingua tra le dita, poi a leccarle entrambe le piante, poi, a passarle la lingua sull'unghia dell'alluce, più grande delle altre, quasi come se la stessi smaltando, lasciandoci sopra quel finissimo strato di saliva. Le piaceva. Emetteva sospiri di piacere col naso, finendo con un leggero ma eccitantissimo mugolio. Dopo averle praticamente consumato i piedi con la lingua, passai alle mani. Aveva delle mani piccole, somiglianti alle estremità inferiori. Le dita di media lunghezza, unghie leggermente mangiate ma non rovinate, smaltate con lo stesso rosso scuro dei piedi. Il palmo era liscio e delicato. Iniziai a leccare da li, passando per le dita, consumandole di saliva anche le mani. Le stava piacendo.
Mi sdraiai affianco a lei, si era girata verso la parete, mi misi nella sua stessa posizione, su un lato, attaccato a lei. Rimanendo girata dall'altra parte, con le mani alla ceca iniziò a cercarmi il pene. Accettai più che volentieri l'invito, così le detti una mano. Tirai fuori il pene, e con quelle mani rese calde e umidiccie dalla mia lingua iniziò a stimolarmi. Per non stare con le mani in mano, passai il braccio destro sotto la sua testa, spingendo forte, con la mano destra, sul bavaglio, tappandole la bocca più di quanto non fosse già tappata; con la mano sinistra, tendendo il braccio, le presi i piedi, portandoli il più possibile vicino a me. Ovviamente non potevo leccarglieli vista la posizione, così iniziai a massaggiarli. Già solo toccarli mi eccitava.
Le manine calde e umidiccie, e, a mio parere, ancora più eccitanti, massaggiavano dolcemente il mio pene, la mia mano spingeva sempre di più sulla bocca già coperta dal bavaglio, l'altra accarezzava i suoi piedini attaccati dalla legatura alle caviglie l'uno all'altro. Lei mugolava dolcemente.
Dopo qualche minuto di grande godimento decisi di toglierle il bavaglio rimanendo sempre nella stessa identica posizione. Le abbassai la striscia di stoffa bianca che le tappava la bocca e le sfilai il calzino che la riempiva. Volevo avere più contatto diretto, così le tappai la bocca direttamente con la mano, spingendo forte. Nonostante spingessi lei riuscì a far uscire la lingua, e iniziò a leccarmi il palmo della mano che la stava imbavagliando.
Dopo qualche minuto abbandonai la posizione. Si girò per vedere i miei movimenti. Mi portai ai suoi piedi, sedendomi distendendo le gambe in avanti e le braccia all'indietro per reggermi in quella posizione. Rimasi col pene fuori dai pantaloni sbottonati. Anche lei si mise seduta a fatica su un cuscino, appoggiò la schiena alla spalliera e portò i piedi sul mio pene. Così vicino non sarebbe riuscita a masturbarmi, così le slegai le caviglie. Avevo bisogno però che qualcosa le circondasse, una legatura lenta. Tutto doveva essere perfetto in un momento così bello. Così le legai le caviglie separatamente, stringengole due calzettoni presi dal cassetto della biancheria. Uno al piede sinistro, l'altro al piede destro. Dopodichè presi un collant e lo legai ad entrambi i calzettoni, a mo di "catena". Prima di iniziare a masturbarmi distese le gambe verso la mia faccia, facendomi riassaporare quei due gioiellini ormai raffreddati. Li riconsumai più velocemente, così che toccandomi il pene risultassero, anche loro, caldi e umidicci. Lei aveva capito che la cosa mi eccitava. Iniziò così a masturbarmi. Fu straordinario. Ogni tanto, prima che venissi, mi riportava i piedi sulla faccia, me li rifaceva leccare, poi li poggiava saldamente sul mio petto nudo, per poi ricominciare col pene. Avrei voluto che quel momento durasse per sempre.

Friday, October 29th 2010 - 09:15:22 PM
    
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Una storia di: BIMBOCATTIVO

Salve a tutti!
A quanto pare la pagina dei commenti ha qualche problema di visualizzazione. Ho fatto un giro dei dreambooks che conosco: ce ne sono diversi con lo stesso problema. Immagino sia una disfunzione temporanea. Suggerisco di utilizzare provvisoriamente questa pagina anche per i commenti, così da non interrompere il dialogo fra i frequentatori. Mi piacerebbe leggere qualche vostro commento (e previsione) sul mio ultimo post, prima di pubblicare il seguito. Se non vi va di adoperare questa pagina, potete sempre scrivermi. Però fatevi sentire, altrimenti che gusto c'è a pubblicare racconti?
A presto!

Friday, October 29th 2010 - 11:42:23 AM
    
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Una storia di: Scrittore Silenzioso

La crisi ha colpito forte quest’anno e anche la mia azienda, prima la cassa integrazione poi il rientro con l’orario ridotto. La mia trasferta nel parmense cancellata. Ma Sandra mi mancava e tanto così una sera a casa mentre pensavo al mio futuro sempre più incerto e all’imminente sciopero dell’indomani ho ricevuto una telefonata.
- Mo ciao ragazzo mio, che fai?
- Niente ciao Sandra son qui che penso, domani facciamo sciopero ma è dura
- Eh lo so senti non vieni più a trovarmi?
- Non sono più in trasferta e con questi casini … non so neanche se ne ho voglia, se sto da te per un po’ non ce la faccio a ritornare qui.
- Mamma, ma sei proprio giù ma adesso ci penso io ti faccio una proposta
- Sentiamo
- Vieni a lavorare da me?
Rimango secco per la sorpresa.
- Come?
- Ma sì dai! Io ho bisogno di una mano qui all’agriturismo e tu hai bisogno di tornare da me e di lavorare, che fai lì da solo? Vieni da me: vitto, alloggio e corde tutto compreso.

Parliamo ancora un po’ poi riattacco. Che fare? Il giorno dopo sono in sciopero, protesto anch’io in azienda poi tornando a casa decido. Il giorno dopo do le mie dimissioni, irrevocabili, la faccia del mio capo non ha prezzo. Nel pomeriggio chiudo casa, salgo in macchina e punto verso Parma.
La sera sono da Sandra.
E’ autunno, fa freddo, l’odore delle foglie morte, l’orto è in abbandono. Ma in casa si sta bene. Indosso il mio solito pigiama di flanella con i calzettoni ai piedi e un paio di ciabatte di stoffa, Sandra è di la che sta facendo i conti e parla al telefono con qualcuno, io sono nella stanza adibita a lavanderia. Legato. Imbavagliato.
Sono in piedi con la schiena appoggiata al palo di metallo nell’angolo della stanza, le braccia dietro il palo, i polsi incrociati e avvolti nelle corde, ben stretti, corde ovunque, a legarmi i gomiti, le spalle, le braccia al busto. Corde attorno ai fianchi, che mi stringono contro il palo, corde a legare le cosce, le ginocchia, le caviglie e ancora le gambe al palo.
Non posso parlare. Un ora fa Sandra mi ha infilato in bocca fino a tapparla gonfiandomi le guance due fazzoletti suoi, ha legato un fazzoletto con un nodo al centro facendolo passare tra i denti e legandolo dietro la nuca e per essere sicura che non avrei disturbato i clienti dell’agriturismo ha aggiunto un foulard gigantesco legato sopra la bocca coprendo tutto da sotto al naso fin sotto al mento, passato due volte e sempre annodato dietro la nuca.
Aspetto non posso fare altro. Sandra riattacca il telefono, dopo un po’ viene da me, cammina con calma, sorridente. Si ferma davanti a me e con estenuante lentezza mette una mano dentro le mie mutande facendomi gemere.
- Due belle notizie caro. Ho fatto un accordo con una agenzia di viaggi, ci manderanno tanti turisti e dopodomani arriverà un po’ di gente, ci sarà da sistemare le camere e fare l’accoglienza.
Mugolo qualcosa ma lei non ci fa caso.
- La seconda bella notizia è che sei tornato, sarai il mio factotum, lavoreremo assieme, avevo proprio bisogno di un aiuto, arrivo alla sera sfinita, non ce la faccio più a gestire tutto, mi servi.
La sua mano continua ad accarezzarmi. Mugolo ancora forte, ma escono solo suoni soffocati.
- mmmm… sembri contento di essere qui .. da quel che sento ..
Continua ad accarezzarmi così dolcemente … mi mozza il respiro .. la guardo e lei mi sorride leccandosi le labbra.
- Sei assunto da domani .. da stasera invece ricominci la tua terapia giornaliera..

Si avvicina al mio orecchio e comincia a mordicchiarlo mandandomi in orbita.
- Bentornato a casa,

Thursday, October 28th 2010 - 08:55:25 PM
    
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Una storia di: Barone

non si visualizzano i commenti!!!

Miles HELP

Thursday, October 28th 2010 - 12:27:54 PM
    
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Una storia di: BIMBOCATTIVO

E’ sempre prudente assecondare i pazzi.

Questo è ciò che mi ripetevo, via via che ascoltavo quel che mio zio andava dicendomi. Sarà bene, ad ogni modo, raccontare le cose con ordine, partendo dalla notte in cui tutta la mia famiglia era stata imprigionata nella cantina degli zii. Mia madre era alfine riuscita a liberarsi le mani, restando tuttavia ancora legata abbastanza da far sì che i suoi movimenti fossero alquanto limitati. Per prima cosa, mi strappò il coltello dalle mani e si diede a ripetere sulle corde che mi serravano i polsi la stessa operazione che avevo appena concluso su di lei: quando anche le mie mani furono libere, potemmo cominciare a lavorare per slegarci del tutto. Ricordo distintamente con quale sollievo mi strappai il nastro adesivo dal viso, liberandomi la bocca dalle enormi mutande della Dott.ssa S.

Mamma mi ordinò di cominciare a slegare gli altri prigionieri, mentre lei sarebbe andata a procurarsi un altro coltello. Mi accostai alla coppia formata da mio padre e da mia zia, ritenendo prudente tenere la mamma e la zia separate il più a lungo possibile. Il vicequestore espresse con un mugolio la propria insoddisfazione per la scelta. Mia madre tornò pochi istanti dopo: mi sorprese il fatto che fosse ancora nuda! Occorse parecchio tempo per sciogliere i legacci che trattenevano le altre due coppie, ma alla fine fummo tutti liberi. Notai la stessa espressione di disgusto sul viso dei due uomini e delle donne, mentre ciascuno sputava il proprio bavaglio.

-Voi aspettate qui un momento!- Ordinò la mamma, lasciando la cantina, seguita dalle altre donne. Papà, lo zio ed io, rimanemmo seduti sul pavimento, incapaci di proferire parola. Solo mio padre, ad un certo punto, ruppe il silenzio per informarsi se stessi bene. Lo rassicurai. Poi tutti assieme ci alzammo per trasferirci di sopra. Trovammo le donne sedute in salotto: mia madre e mia zia in accappatoio, la dottoressa con un lenzuolo avvolto attorno al corpo (Un asciugamano sarebbe risultato insufficiente!). -Copritevi!- Mamma ci intimò. Nascondemmo le nostre nudità alla meno peggio e ci sedemmo vicino alle donne: era arrivato il momento di discutere. Guardai l’orologio appeso alla parete: era ormai mattino inoltrato. Mio padre chiese al vicequestore se desiderasse telefonare a suo marito. Fu così che apprendemmo come la Dott.ssa S. fosse divorziata e vivesse da sola. L’argomento della conversazione non avrebbe potuto essere più ovvio: avremmo dovuto denunciare alle autorità di pubblica sicurezza ciò che ci era accaduto? -Non potrei più presentarmi al lavoro, se si venisse a sapere come io sia stata denudata, legata come un salame, imbavagliata con le mutande di un uomo e lasciata in esposizione a beneficio vostro e dei teppistelli che ci hanno trovati. La storia farebbe il giro di tutti i commissariati d’Italia. Diverrei uno zimbello!- Così si era espressa l’autorità di pubblica sicurezza. La decisione fu presa di conseguenza. Convenimmo che avremmo denunciato esclusivamente il furto delle nostre automobili. Lo zio dovette rispondere ad alcune imbarazzanti domande circa l’armamentario custodito in cantina. Ammise di averlo predisposto per dilettarsi in giochi “particolari” con la zia ed altre persone. Naturalmente non fece alcun cenno alla partecipazione mia e della mamma.

Facemmo dei turni per usare i bagni e lavarci di dosso il sudore e la sporcizia della cantina, per poi, finalmente dopo un’intera nottata, indossare nuovamente degli abiti. Prima di lasciarci, il vicequestore ci disse che avrebbe provveduto, con discrezione, ad identificare i tre giovani teppisti. Avrebbe passato l’informazione a noi, perché ci regolassimo nel modo che avremmo ritenuto più opportuno. Mentre la guardavo scomparire oltre la porta, mi soffermai a pensare che stesse tornando a casa senza aver potuto indossare le mutande, visto che le avevo tenute in bocca io per tutta la notte!

Così giunse a conclusione la vicenda iniziata con la rapina nel nostro appartamento. La mamma ed io tornammo a vivere con Papà, i nostri contatti con gli zii furono da quel momento esclusivamente telefonici. Si sarebbe potuto credere che la nostra vita fosse tornata alla normalità, non fosse stato per l’atteggiamento di mia madre: perfettamente controllata in presenza del babbo, non mancava mai, ogniqualvolta ci ritrovavamo noi due soli, di farmi intendere come non avesse dimenticato.

Fu solo a primavera inoltrata che ricevetti, inatteso, un invito a pranzo dagli zii. Tornai nella loro casa dopo molti mesi e fu in quella circostanza che si svolse il dialogo cui ho accennato all’inizio di questo scritto. Il tono della conversazione, in realtà, era stato a lungo piuttosto leggero, nulla di diverso da quel che ci si attenderebbe da due anziani zii che intrattengano a pranzo un nipote adolescente.

A mutare brutalmente registro fu, d’improvviso, la zia. -Allora, come passa il tempo quella troia di tua madre?-
-Ti spiacerebbe- Le dissi. -Non parlare di lei in questo modo?-
-Perché?- Proseguì imperterrita. -Non è una troia? Sempre a farsi vedere nuda da suo figlio. Scommetto che le manca farsi legare assieme al suo tesoruccio!-
-Non si è mai mostrata nuda senza essere costretta!- Lanciai un’occhiata allo zio, che sorrideva. -E no, non le manca affatto!-
-Questo lo dici tu, che sei troppo giovane per capire le donne!- Insistette mia zia. -E comunque a te manca, non è vero? Povero caro! Abbiamo avuto il tempo di giocare una volta sola, prima che arrivassero quegli stronzi a rovinare tutto!- Fece una pausa. -Ma a te è piaciuto anche quello che ci hanno fatto loro, giusto? Guarda che me ne sono accorta che sei venuto quella notte! E deve essere piaciuto pure a tua madre: mugolava come una cagna in calore!-
-Zia, per favore, smettila!- C’è un limite a tutto.
-Andiamo!- Era proprio lanciata. -Ammettilo che finora ti sei sempre divertito!-
-D’accordo!- Era la verità e speravo che l’ammissione bastasse a placarla.
-Visto?- Ricominciò. -Invece di fare tanto l’offeso, dovresti essere felice che tua madre sia così puttana!-
-Basta!- Sbottai. -La mamma ha fatto quel che ha fatto perché obbligata, dai rapinatori o da voi! E comunque è tutto finito, quindi non parliamone più!- Sapevo quanto intenso fosse l’odio fra mia madre e mia zia. Speravo solo di convincere la zia a non sfogarsi in mia presenza. In realtà più che arrabbiato, ero imbarazzato: la mamma, gli zii ed io, avevamo fatto quelle cose, ma non ne avevamo mai parlato! Cominciai a sentirmi a disagio, intuendo come l’invito a pranzo avesse come scopo proprio quello di introdurre l’argomento. Ma cosa potevano volere gli zii da me?

-L’esperienza di quella notte…- Lo zio aveva preso la parola. -…è stata davvero interessante! Fino a quel momento non avevo capito cosa esattamente aveste provato tu e tua madre quando siete stati rapinati. Non c‘è paragone con il legare una donna consenziente!-
-La mamma non è mai stata consenziente!- Gli feci notare.
-Giusto! E’ soltanto puttana!- Intervenne carognescamente la zia.
Decisi di ignorarla per concentrarmi sulle parole dello zio.
-E’ irrilevante!- Disse. -Non c’è comunque paragone. I nostri giochi al confronto sono terribilmente noiosi. E’ per questo che ho deciso di organizzare una vera rapina!-
Credetti che stesse scherzando. Mi prestai al gioco. -E dove vorresti fare il colpo?-
-A casa tua!- Fu l’allucinante risposta. -Quando in casa ci siano altre persone, oltre te e i tuoi genitori!-
D’accordo, pensai, mio zio è diventato completamente pazzo! Provai a farlo ragionare senza contraddirlo direttamente. -Non pensi che il divertimento non valga gli anni che dovresti trascorrere in carcere?-
Liquidò agevolmente la mia obiezione. -Non ricordi cosa ha detto il vicequestore? Nessuna delle vittime del nostro rapinatore lo ha mai denunciato. Lo stesso trattamento sortirà sulle nostre vittime il medesimo risultato!-
-Quando dici nostre…- Gli chiesi. -…cosa intendi esattamente?-
-Mie e tue!- Rispose. -Ho bisogno della tua collaborazione!-
Dunque lo zio mi aveva invitato per coinvolgermi nel suo folle progetto. Ero deciso a chiamarmene fuori, prima di invischiarmi in guai troppo grossi per me. -Non credi che se facessimo irruzione in casa mia, Mamma e Papà ci riconoscerebbero?-
-Non saremo noi a farlo! Tu fingerai di essere una vittima, altri commetteranno la rapina!- Una risposta che mi confermò l’infermità mentale dello zio.
-Vorresti mandare degli sconosciuti a rapinare i miei genitori?- Ero inorridito.
-Non degli sconosciuti!- Si difese lo zio. -La Dott.ssa S. ha identificato i tre giovani gaudenti che ci hanno fatto visita quella notte. Ho incontrato la leader della banda: una ragazzina ingegnosa! Mi ha dato la sua disponibilità!-
-Sei sicuro di essere in te?- Non riuscii a trattenermi oltre.
Come se non avessi proferito parola, lo zio continuò. -E’ tutto molto semplice. Mi avviserai non appena avrai notizia della presenza di ospiti in casa tua. Il colpo deve essere eseguito di sera, per avere a disposizione tutta la notte. Va da sé che fra gli ospiti dovrà esserci almeno una donna. Sarebbe meglio se non avesse figli o babysitter ad attenderne il ritorno a casa. Sarà compito tuo far entrare i ragazzi in casa, dopodiché penseranno a tutto loro.-
-“Loro” saranno fatti persi e combineranno un casino!- Obiettai.
-Niente affatto! La ragazza si assicurerà che siano lucidi, che siano istruiti su cosa dire e come agire, nonché su cosa possano prelevare dal vostro appartamento.- Come a giustificarsi, aggiunse: -Hanno diritto ad un compenso per il lavoro!-
Compenso che avrebbe pagato la mia famiglia! Sorvolai sulla questione, poiché lo zio non aveva ancora finito di parlare.
-Dopo aver riscosso il dovuto se ne andranno, lasciandovi legati e imbavagliati! Verrò a liberarvi io il mattino seguente: ho una copia delle chiavi e non mi sarà difficile inventare una scusa per giustificare il mio provvidenziale arrivo!-
-Tutto molto interessante!- Azzardai. -Salvo che quei tre fattoni non saranno in grado di legarci abbastanza accuratamente da trattenerci per tutta la notte!-
-Di questo non devi preoccuparti!- Volle rassicurarmi lo zio. -Ho istruito la tua amichetta a dovere!-
-I suoi piedi hanno un sapore amaro, non trovi?- S’intromise la zia, rivolgendomi il più amabile dei sorrisi. Ebbi una precisa visione di come fossero trascorsi i mesi in cui ero stato assente da quella casa. Mi raffigurai lo zio mentre, in cantina, addestra la piccola teppista alle tecniche di costrizione, adoperando come cavia sua moglie e permettendo, per giunta, alla carognetta di costringere la zia a leccarle i piedi!

Dovetti riconoscere come il progetto di mio zio, per quanto folle, mi intrigasse. Inoltre, morivo dalla voglia di rivedere quella ragazza. Fu così che, perduto anch’io ogni barlume di lucidità, diedi il mio assenso.

L’occasione che attendevamo si presentò un paio di settimane più tardi, quando i miei genitori m’informarono di aver programmato di trascorrere una serata a teatro, in compagnia di una coppia di amici, i signori P. Più giovani dei miei genitori di qualche anno, non avevano figli. Sarebbero passati da casa nostra per un veloce aperitivo, prima di recarsi a teatro insieme a Mamma e Papà. Era perfetto! Avvisai immediatamente lo zio, che mi richiamò più tardi per fornirmi le istruzioni del caso. Da quel momento in poi, mi fu sempre più difficile nascondere l’esaltazione!

Mi sembrò che i giorni non passassero mai, finché, finalmente, giunse la serata fatidica. I miei genitori aspettavano gli ospiti abbigliati come si conviene per una soirée. La primavera, quell’anno, era stata piuttosto un’anticipazione dell’estate. Faceva già molto caldo, anche di sera, cosicché gli abiti che i miei genitori indossavano erano stati scelti di conseguenza. La mamma portava un vestito da sera nero, lungo, che lasciava scoperte le braccia, ma non le spalle. Indossava una collana di corallo rosso, con orecchini abbinati, regalo di Papà per il loro ultimo anniversario. I capelli argentei erano sciolti e pettinati in maniera da accentuarne il volume. Ai piedi calzava sandali neri con tacco medio. Si era laccata le unghie dei piedi di rosso, cosa piuttosto inusuale.

Il trillo del campanello annunciò l’arrivo degli ospiti, il signore e la signora P. Elegantissimi e sorridenti, furono accolti affettuosamente dai miei genitori, con i quali condividevano un’intimità di vecchia data.

La Sig.ra P. era un’autentica apparizione! Quarant’anni, poco più alta di mia madre, snella, i capelli biondi (Era il suo colore naturale? Giurerei di sì!) raccolti in un’elegante acconciatura dietro la nuca, gli occhi di un azzurro intenso, il naso lungo, affilato, aristocratico. Ogni suo sorriso accentuava le sottili rughe attorno agli occhi ed alla bocca, conferendole un fascino maturo che contrastava violentemente con il suo fisico giovanile. Sulla pelle di una tonalità rosa pallido, indossava un vestito da sera, nero e lucido, generosamente scollato, che le lasciava scoperte le spalle e l’intera schiena fin quasi al coccige. Lungo fino a terra, esibiva sul lato destro uno spacco che risaliva fino all’attaccatura della coscia. La foggia del vestito le aveva precluso di indossare il reggiseno. Ciononostante le tette, tutt’altro che di piccole dimensioni, non mostravano, al di sotto dell’abito, alcuna evidenza di cedimento. Il collo era circondato da un filo di perle, come perle erano quelle che le pendevano dai lobi. Un paio di sandali neri allacciati alla caviglia, altissimo tacco a spillo e pianta così sottile da risultare quasi invisibile, mettevano in mostra i piedi più belli che avessi mai visto. Le unghie, notevolmente sporgenti dalla punta delle dita, erano laccate di un lucente color perla. L’unghia dell’alluce, dalla foggia di triangolo con la punta mozzata, evocava l’immagine di una lama affilata. Al secondo dito del piede sinistro scintillava un anellino d’oro bianco con un piccolo brillante incastonato. Sognai ad occhi aperti di chiedere ala Sig.ra P. di sposarmi, infilandole l’anello di fidanzamento al piede!

Ci accomodammo in salotto, dove mia madre servì l’aperitivo. Risposi a tutte le domande che gli ospiti mi porsero, sulla scuola, gli amici, le ragazze, mentre dentro di me sentivo crescere l’ansia: che fine avevano fatto quei tre imbecilli? Finalmente il campanello suonò. Mi precipitai ad aprire la porta, con una fretta che avrebbe potuto tradirmi agli occhi dei miei genitori. Davanti a me si stagliarono tre figure, con indosso scarpe da tennis, tute e voluminosi giubbotti. I volti coperti da passamontagna che lasciavano liberi solo gli occhi, guanti in lattice alle mani. Provai una sensazione di sollievo: Mamma e Papà non avrebbero potuto riconoscerli! Io stesso non fui in grado di distinguere quale dei tre fosse la ragazza! Due di loro impugnavano (come da accordi presi con lo zio) riproduzioni di pistole, dalle quali erano stati asportati i contrassegni rossi che le indicassero come tali. Il terzo portava una grossa borsa sportiva, contenente, ne ero certo, l’occorrente per immobilizzarci.

Si precipitarono in casa come furie, intimando a tutti i presenti di non muoversi. I miei genitori e gli ospiti scattarono in piedi urlando, ma la vista delle pistole fece sì che la calma fosse rapidamente ristabilita. Temevo tuttavia che qualcuno dei nostri vicini avesse udito le urla. Il cuore mi martellava nel petto: se fosse stata una vera rapina, avrei avuto meno paura!

-Che cosa volete?- Chiese mio padre a bassa voce.
-Cosa credi che vogliamo?- Rispose uno di quelli che impugnavano la pistola.
-Non fiatate, fatte tutto quello che vi diciamo e non vi succederà niente di male!- Gli fece eco l’altro pistolero. -Se qualcuno dice una sola parola, a rimetterci saranno le belle signore!-
Nulla da eccepire: molto convincente! Lo zio aveva ragione a sostenere che sarebbero stati istruiti a dovere. Il merito doveva essere della ragazza. Era un autentico capo! A questo proposito: entrambi i pistoleri avevano parlato con voce maschile, dunque la ragazza doveva essere quella che portava la borsa. Non aveva ancora pronunciato una sola parola. Di lì a poco, mi sarei reso conto come intendesse attenersi scrupolosamente alla consegna del silenzio. Saggia precauzione. Probabilmente frutto di un suggerimento dello zio. Se i miei genitori si fossero avveduti della presenza di una donna nel terzetto, avrebbero potuto facilmente fare due più due. I tre si fecero consegnare portafogli, orologi e gioielli. Il momento era finalmente arrivato.

-Toglietevi i vestiti!- Berciò uno dei pistoleri.
-Perché?- proruppe coraggiosamente il Sig.P.
-Quale parte non hai capito?- Gli rispose il teppista. -Non fiatare o fare tutto quello che diciamo?-
-Non vogliamo fare male a nessuno!- L’altro teppista rassicurò a suo modo il Sig.P. -A meno che qualcuno che parla troppo e non obbedisce, non ci costringa!-
-Per favore!- Supplicò la Sig.ra P. -Io… Non porto il reggiseno…-
-Meglio!- Sghignazzò il pistolero. -Farai più in fretta! Tanto dovete tutti spogliarvi nudi!-
I begli occhi azzurri della Sig.ra P. si riempirono di lacrime. Come previsto dal teppista, lo spogliarello della signora fu davvero breve: sfilatasi il vestito, rimase con indosso solo i sandali ed un microscopico perizoma nero. In piedi, seminuda, ad un passo da me, mi permetteva di osservare alcuni dettagli che fino a quel momento erano rimasti nascosti alla mia vista. Le tette, contrariamente alla prima impressione che avevo avuto, erano leggermente appese. Complice il generale pallore della pelle, non presentavano alcuna differenza di tonalità con il resto del corpo. Persino le areole si distinguevano appena. I capezzoli invece, due piccoli bottoni carnosi di un rosa intenso, si ergevano evidentissimi. La pelle presentava numerose piccole imperfezioni, sulle tette e sul ventre, che risultava meno piatto di quanto mi fosse sembrato quando era coperto dal vestito. Ne fui compiaciuto: se una donna di quarant’anni fosse stata perfetta come mi era apparsa inizialmente la Sig.ra P., avrei dubitato della sua reale esistenza.

Volsi un momento lo sguardo verso mia madre: stava slacciandosi il reggipetto, nero come le mutande. Era la prima volta che le vedevo indosso biancheria di quel colore. Le due donne finirono di denudarsi: in evidente contrasto con l’abbondante peluria pubica della mamma, la Sig.ra P. esibiva una fica perfettamente depilata. Un’autentica novità, ai miei occhi! Uno dei pistoleri ordinò alla signora di togliersi anche i sandali: la vidi inginocchiarsi e slacciare, una alla volta, le calzature. La ragazzina notò in quel momento l’anello che la Sig.ra P., ormai scalza, portava al piede sinistro. A gesti, le intimò di consegnarglielo. La signora si sedette sul pavimento, con fatica sfilò l’anello dal dito del piede e lo porse alla ragazza. Uno dei complici le ordinò seccamente di rimettersi in piedi. Era davvero bellissima! Tremava e non aveva mai smesso di piangere. Fissò lo sguardo, colmo di vergogna, sulla mia erezione, di cui sapeva essere la causa.

Uno dei pistoleri era scomparso. Lo vidi sbucare dalla cucina, trascinando due sedie, che posizionò l’un addossata all’altra, schienale contro schienale. La ragazza tirò fuori dalla borsa delle fascette di plastica, usandole per assicurare insieme le due sedie. I pistoleri vi fecero accomodare mio padre ed il Sig. P. Legarono loro le braccia agli schienali delle sedie, applicando fascette di plastica ai polsi ed alle braccia. Costrinsero gli uomini a spalancare le gambe ed adoperarono altre fascette per legare le caviglie di ognuno alle gambe posteriori della rispettiva sedia, e le ginocchia a quelle anteriori. Mi augurai che non legassero anche me in quella posizione: sarebbe stato come organizzare un’esposizione pubblica della mia erezione! Comunque era una legatura estremamente efficace: Papà ed il Sig.P. non avrebbero potuto muovere un muscolo! Per buon peso, la ragazzina avvolse una corda attorno al torace e poi alle braccia di entrambi, legandoli saldamente l’uno all’altro.

Era giunto il turno delle donne: la ragazza le fece sedere sul pavimento, schiena contro schiena. Obbligò la Sig.ra P. a cingere con le braccia il corpo della mamma, poi, con un pezzo di corda, le legò i polsi, il più possibile vicini l’uno all’altro. Mia madre dovette fare la stessa cosa, cingendo però anche le braccia della signora. I polsi le furono legati allo stesso modo. La giovane teppista avvolse una corda intorno alla vita di ambedue, utilizzandola anche per immobilizzare ulteriormente i polsi. Non ancora paga, prese ad avvolgere una lunghissima corda attorno ai busti delle donne, facendola passare sopra e sotto le tette di entrambe, assicurandola infine alle braccia. Era come se ciascuna donna fosse legata ad una sedia, il cui schienale era rappresentato dal corpo dell’altra donna. Completò l’opera legando a tutte e due le caviglie e le gambe sopra le ginocchia. Le lezioni dello zio sembravano aver dato frutti ancora migliori di quanto avesse potuto sperare!

Quanto a me, la piccola carogna mi legò le braccia dietro la schiena, ai polsi e sopra i gomiti, assicurandole al busto mediante corde avvolte attorno alla vita ed al torace. Mi fece stendere prono sul pavimento e mi legò le gambe, alle caviglie e sopra le ginocchia. Infine adoperò un ultimo pezzo di corda per incaprettarmi!

L’operazione aveva richiesto parecchio tempo e non poca fatica, a giudicare dal sospiro che emise quando ebbe finito con me. Non si concesse comunque tempo per riposare: sfilò dalla borsa una sacca di tela e si allontanò, seguita da uno dei complici, mentre l’altro rimase a sorvegliarci, la pistola sempre minacciosamente esibita. Lo spauracchio rappresentato dall’arma non avrebbe potuto essere più efficace: nessuno di noi fece alcun tentativo di rivolgere la parola al nostro aggressore. La linea del mutismo e dell’acquiescenza ad ogni richiesta, nella speranza di evitare violenze peggiori, aveva prevalso. Il silenzio era rotto solo dai singhiozzi della Sig.ra P.

I tre pseudo-rapinatori (Voi come li avreste definiti?) si riunirono in salotto dopo circa mezz’ora. La sacca di tela appariva ora piena, a testimoniare inequivocabilmente il successo dell’impresa. Noi cinque li fissavamo senza fiatare, in attesa di conoscere il nostro destino. Uno dei tre ci mostrò una patente, proveniente dall’interno di uno dei nostri portafogli. -Sappiamo tutto di voi!- Ci minacciò. -Sappiamo dove trovarvi! Fareste meglio a non raccontare a nessuno quello che è successo! O la prossima volta torneremo per divertirci con le signore!- Recitò la parte in maniera impeccabile. Giurammo che non li avremmo denunciati.

Dalla sacca sbucarono fuori l’immancabile rotolo di nastro adesivo grigio e diverse grosse spugne da bagno: pochi istanti dopo eravamo tutti e cinque severamente imbavagliati!

Il piano dello zio sembrava essere riuscito perfettamente. I suoi tre giovani complici raccolsero la borsa con le corde e la sacca della refurtiva, e si dileguarono. Il rumore della porta richiusa, strappò un mugolio dalle labbra delle donne, non saprei dire se di sollievo, per la scomparsa della minaccia di violenza, o di disperazione, per lo stato nel quale eravamo stati abbandonati.

Come d’accordo, lo zio avrebbe fatto la sua comparsa il mattino seguente: ci attendeva una lunga notte…

Tuesday, October 26th 2010 - 01:53:11 AM
    
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Una storia di: Barone

LA VILLA CAP I

Questo è un racconto di fantasia che ha come protagoniste una serie di donne tutte realmente esistenti, che a turno saranno vittime del Barone. I rapporti di parentela o amicizia tra le protagoniste sono frutto di fantasia, così come il luogo dove si svolge il tutto : una villa enorme di tre piani, con tante camere da letto ( una per ognuna) e una serie di ambienti comuni, come cucine, saloni, e altro. Il racconto è complesso e quindi è un esperimento che farò.

Le donne , come detto, sono realmente esistenti e possono essere giovani o meno giovani, ci sono infatti sia ragazzine che donne anziane, alcune sono più belle altre meno. Come sapete per me il Bondage è un qualcosa che prescinde dal sesso, è un piacere, e un godimento come dimostrano le mie storie che mi sembra abbiano riscontrato un discreto gradimento. Di conseguenza sia le donne più piacenti che quelle meno possono essere oggetto di legature, così come anche le donne anziane potranno subire dei trattamenti. Può capitare che durante una rapina ci si trovi anche una donna più anziana, mica il Barone può essere sempre fortunato.

La storia avrà un certo filo conduttore e la villa sarà come un grosso condominio dove si svolge la vita di queste donne sole che saranno oggetto di attenzioni da parte del Barone. Ci saranno rapine, furti, rapimenti e la nuova caratteristica è che due donne saranno delle poliziotte che tenteranno di fermare l’indomito ladro.

Vi descriverò le donne di volta in volta, per non appesantire l’inizio con lunghe spiegazioni.

CAPITOLO I
Avendo notato che in una villa molto grande abitano diverse donne, il Barone è deciso ad approfondire la notizia. Dopo una serie di visite, informazioni ricevute e altre indagini ,riesco a sapere che è un condominio abitato da sole donne, almeno una decina. Vengo subito a conoscenza che in una di quelle case si trova una collezione di diamanti preziosi di enorme valore. I preziosi erano custoditi in un appartamento di questa villa. La proprietaria era un’anziana donna , Maria. Aveva circa 65 anni, non molto alta, ancora magra, ma soprattutto era una donna molto per bene, aveva, infatti, un aspetto distinto e signorile. Sempre sorridente e accogliente. Viveva sola, però nell’appartamento adiacente c’erano la figlia Nunzia e la nipote Francesca. Poi in altri due appartamenti c’erano le due nipoti , Laura e Carla.

Comincio a studiare i dettagli del colpo come mio solito. In quella villa lavora come cameriera Anna, una ragazza di circa 30 anni, abbastanza alta, formosa, e sorridente. Dalla signora Maria è lei che fa le pulizie. Ci va due mattine a settimana, il lunedì e il giovedì. Ho bisogno di qualche informazione in più e allora il lunedì mattina aspetto che la signora esca e poi con la scusa dell’operaio della luce, vado a bussare alla porta. Anna mi fa entrare, e mentre la distraggo facendola stare vicino al salva-vita, riesco a vedere che c’è una cassaforte.

Sono consapevole, quindi, di dover fare una rapina con la signora in casa, perché è necessario per la cassaforte. Decido di effettuarla un giorno che è in casa. Sarà lei ad inaugurare la mia attività in quella villa! Mi rendo però conto che il momento più semplice è quando c’è Anna in casa con lei. Questo perché la signora apre più facilmente la porta di casa, mentre se provassi ad entrare di sera, potrebbe insospettirsi. Decido quindi di agire di giovedì. Preparo le mie cose, pistola e passamontagna, ma soprattutto un bel rotolo di nastro adesivo argentato e parecchie matasse di corda. Arrivo alla villa , parcheggio e mi dirigo nel condominio, arrivato alla porta di casa, indosso il passamontagna , prendo la pistola e busso.

Viene ad aprirmi Anna. Aperta la porta vedendo la pistola rimane senza parole , allora faccio un passo dentro e chiudo la porta alle mie spalle, poi rivolto verso di lei “ Stai buona e non urlare, non voglio farvi del male. Dov’è la signora?”, allora lei “è nella sua stanza, sta vedendo la Tivù”, infatti si sente il volume alto. Probabilmente non mi ha neanche sentito entrare. Bene, penserò prima alla cameriera. La guardo un attimo : indossa una felpa scura, e jeans molto aderente che ne evidenzia le gambe carnose. Ha i capelli corti.

Le metto subito due strisce di nastro adesivo sulle labbra, per impedirle di gridare. La faccio sedere sulla sedia , le porto le braccia dietro la schiena, le incrocio i polsi e dopo aver fatto un paio di giri con una corda , chiudo il tutto con un bel nodo stretto. Passo poi a bloccarle le gambe. Le lego prima la caviglia destra al piede della sedia e poi la sinistra. E’ terrorizzata. Intanto nell’altra stanza sento sempre il volume della televisione. “Tu stai buona, capito!” La ragazza annuisce. Mi dirigo verso la camera da letto della signora Maria.

Apro la porta ed entro velocemente, “Signora non voglio farle del male, faccio ciò che le chiedo e tutto andrà per il verso giusto!”, la mia minaccia è ferma e decisa. La signora ha un attimo di disorientamento poi mi chiede “Anna, dove sta, cosa le hai fatto?” “Tranquilla signora è legata alla sedia nel salone, comunque se vuole andiamo di là così vede di persona che è ok” . La signora si alza e vuole verificare che sia tutto a posto. Andiamo nel salone e appena entrata Anna inizia a mugolare “MMpphhh”, la signora la tranquillizza e dopo aver alzato le mani mi dice “adesso ti do i soldi e tu ci lasci stare , ok!”, “Mi dispiace signora non sono i soldi che voglio bensì la collezione di preziosi che conserva” . La signora mi guarda sorpresa e perplessa. “Ma, non ho alcuna collezione di preziosi ribatte, però se vuoi i miei gioielli prendili sono nel cassetto.” Sorrido e continuo “Signora, so bene che possiede tale collezione quindi non faccia la furba. Andiamo nel salone e stia zitta”. Il mio tono perentorio convince la signora ad andare nel salone.

Arrivati le indico la cassaforte e le chiedo di aprirla. La signora rassegnata ubbidisce. Aperta la cassaforte, le passo un sacchetto “ avanti metta tutti i diamanti in questo sacchetto e faccia presto”. In pochi minuti la signora completa l’opera.

A quel punto la faccio tornare in camera da letto. Indossa una vestaglia. Adesso devo pensare ad immobilizzarla per impedirle di dare l’allarme. “Signora stesa a pancia sotto e mani dietro la schiena, per favore” le chiedo in maniera educata. La signora ubbidisce, poi dice “va bene, legami pure però non farmi del male.” La signora mi sembra tranquilla e devo dire che questa situazione mi ha creato un po’ di eccitazione. Inizio a pensare che se uso le matasse di corda le potrei fare male e lasciare i segni e questo mi dispiace. Allora apro un cassetto del comodino e trovo quello che cercavo : un paio di collant!! E’ sicuramente più morbido e non lascerà segni sulla pelle della signora e comunque sono resistenti. Divido in due il collant, ne prendo uno e le lego per bene i polsi. Poi passo alle caviglie, e noto che ha i piedi ben curati, si vede che è una donna molto per bene. Le faccio un bel nodo anche lì. Ora il bavaglio!! Il nastro non mi va di usarlo per lo stesso motivo, così prendo un foulard di seta che ha sul mobile. “signora, adesso apra bene la bocca” le chiedo dolcemente . Lei ubbidisce. Le infilo il foulard tra i denti e le faccio il nodo stretto dietro la nuca. La osservo per qualche istante. Sono proprio felice di averla rapinata.
Prima di uscire controllo che la cameriera sia ancora ben legata.
Vado via.


Il primo colpo nel nuovo condominio è fatto.

Friday, October 22nd 2010 - 04:05:33 PM
    
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Una storia di: moonbeam

scusate se ci ho messo tanto a scrivere la seconda parte della mia storia

Il giorno dopo in ufficio neanche una parola, solo una serie di avvenimenti che sono scivolati via nell’attesa della sera.
Una volta a casa, il dilemma , cosa metto? Autoreggenti sicuramente, ma poi che altro? Completo “La perla”, quello delle grandi occasioni, culotte e reggiseno a balconcino, no, meglio di no forse è troppo per la prima volta, allora semplice reggiseno e slip di cotone, no, troppo poco, ci sono, body sottogiacca col ricamo sul seno, e sopra una giacchetta e un pantalone, elegante ma intrigante come look.
Arrivo a casa sua con qualche minuto di anticipo, preferisco aspettare a suonare, non voglio dare l’impressione sbagliata.
Suono, lei mi apre, salgo, è al terzo piano, faccio le scale, vedo la sua porta, è aperta, guarda sta stronza, non mi aspetta neanche sulla porta, cominciamo male, non merito indifferenza.
Mi avvicino alla porta d’ingresso, non c’è davvero nessuno.
< È permesso? >
Entro, poi mi sento afferrare alle spalle, ed è l’ultima cosa che ricordo chiaramente prima di svegliarmi.
Mi sento intontita, credo di essere per terra nel suo salotto, ho un pò freddo, ci metto qualche secondo a capire come sono combinata, mi ha legata in maniera strana, il bavaglio è lo stesso di ieri, solo che sento in bocca qualcosa di diverso, non è carta, forse è spugna.
Sono nuda, indosso solo le calze e il body, mi ha legato le mani dietro la schiena in maniera molto massiccia, sono proprio bloccate, e fin qui va bene, ma le gambe sono bloccate in maniera inusuale, non sono unite, ha piegato le mie ginocchia e ha bloccato le mie gambe una per volta, non capisco.
Eccola li, seduta sul divano, anche lei indossa solo l’intimo, slip, reggiseno ed autoreggenti tutto in nero con dei bellissimi ricami a balze.
< Benvenuta, credo che ormai ti sia ripresa, se sei pronta possiamo cominciare. >
Spalanco gli occhi, ma come? Non abbiamo ancora cominciato? Si alza e si avvicina a me in modo che posso solo definire sensuale, si mette in ginocchio di fianco a me ed inizia ad accarezzarmi, prima in viso, poi scendendo giù sul collo, passando delicatamente sul seno, fino ad arrivare alla mia zona pubica, arrivata li comincia a massaggiarmi il clitoride.
< Non aver paura, goditi il momento, oggi ho deciso di farti assaggiare qualcosa.
Una piccola sorpresa all’inizio, addormentata, rapita, imbavagliata, e legata con cura. >
Sto per impazzire, non posso chiudere le gambe, lo ha fatto di proposito, mi ha fatta quasi venire in pochissimi secondi.
< Se mi va, dopo, mi lego e imbavaglio anch’io, cosi posso divertirmi con te, per ora goditela. E fai attenzione a ciò che faccio, impara perché una di queste volte farò condurre a te il gioco. Un ultima cosa, se c’è qualche problema, schiocca le dita, per il resto puoi mugolare quanto vuoi, ma cerca di non urlare, altrimenti ti imbavaglio ancora più strettamente. >
Detto questo sposta leggermente la mutandina del body e mi penetra con un dito, piano piano, con gradualità, sento come un’onda dentro di me.
Essere penetrata da una donna mi da una sensazione diversa, mi piace, mi sento posseduta ed esaltata, è fortissima come sensazione.
Ad un certo punto mi sbottona la mutandina del body ed oltre a penetrarmi, mi massaggia tutta la vagina, un movimento lento e quasi fantasioso senza nulla di ripetitivo, con l’altra mano, mi stuzzica i capezzoli.
Sono avvolta in tutta una serie di sensazioni, quando tutto precipita. Lei si stende sopra di me e comincia a strusciarsi, simula quasi l’amplesso sessuale.
< Mi piaci, mi ecciti, è stato così fin dal principio, ti ho osservata da subito, con le tue sempre presenti autoreggenti, col tuo profumo, con le tue labbra d imbavagliare, ho provato eccitazione ogni volta che hai provocato quel vecchio porco del colonnello, mi hai fatta bagnare come una ragazzina tutte le volte che ti sei messa a strofinare le calze tra loro. Per tanto tempo ho sognato di leccarti, e ora sei qui, mia. >
La guardo mentre mi parla, a volte l’eccitazione è così forte che devo per forza chiudere gli occhi, ma poi torno a guardarla.
Mi ha già fatta venire, stò per venire per la seconda volta quando si ferma, si allontana e mi guarda, mi sento disorientata e impotente più che mai. Senza dirmi nulla mi volta e mi mette facci in giù.
< Facciamo una prova, schiocca le dita, ricorda se c’è qualche problema non devi fare altro. >
Dopo un attimo di esitazione le schiocco un paio di volte, forse c’è qualche cosa che non va.
< Allora va tutto bene, ottimo, procediamo. >
Sento che si allontana, e mi lascia sola nella stanza per qualche istante. Quando torna non dice nulla, si avvicina dietro di me e comincia ad accarezzarmi di nuovo la vagina, mi rilasso. Poi all’improvviso, mi penetra con qualcosa di morbido, ma è impazzita?
< Calma, non è nulla. >
Sento come una sfera con la superficie irregolare, poi abbottona subito la mutandina del body per tenerla dentro.
Non mi fa male, ma è strana, sento un filo che esce fuori.
< Divertiti mentre mi preparo. >
Tocca qualcosa e ad un tratto sento la cosa nella mia vagina che si muove, un vibratore, mio dio come sono combinata, per un attimo mi vergogno, sono quasi nuda, indosso solo un body e le autoreggenti, sono legata e imbavagliata col nastro adesivo, ho un vibratore nella vagina, e sono in balia di un’altra donna che ha fatto di me il suo giocattolo erotico, e la cosa di cui un più mi vergogno è che mi piace, mi eccita, mette in crisi la mia sessualità, non credevo che mi potesse piacere una donna e ciò che mi fa.
Mi sto eccitando da morire, non mi conoscevo così, è la prima volta che sento un vibratore dentro di me, ammetto di essermi spesso toccata, ma mai avrei pensato di sentire un vibratore nella mia intimità.
Sento rumore di nastro adesivo, non vedo cosa fa, è nell’altra stanza, dopo un po’ arriva sinuosamente, mi sembra di impazzire, si è imbavagliata per bene con vari strati di nastro adesivo, e ha le mani dietro la schiena, arriva vicino a me, e si mette in ginocchio lentamente senza aiutarsi con le mani, forse se le è bloccate in qualche modo, si sdraia accanto a me, cerca di inarcare la schiena e tira indietro i piedi, poi sento come il rumore di una zip, cerco di vedere spinta dalla curiosità, e mi accorgo che ha una fascetta di plastica da elettricista attorno alle caviglie, comincia a strusciarsi su di me, col viso mi accarezza tutto il corpo, fino a scendere sul mio sedere, è bellissima come sensazione, sembra liberatorio, faccio ciò che voglio, con una donna nella condizione che voglio.
Una serata incredibile, lei si era ammanettata con le mani dietro la schiena, un self bondage veloce ma efficace, per un po’ ha giocato con me, col mio sedere, con la mia vagina, col mio seno, le mie gambe in autoreggenti, poi ad un tratto mette nelle mie mani qualcosa, sembra un taglierino, e dopo qualche istante, senza preavviso, mi sfila il vibratore.
Io sono sul fianco, sono sfinita, eccitata, stordita, mi sento svuotata.

Thursday, October 21st 2010 - 06:21:39 PM
    
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Una storia di: Pantokratryx

LADRA!

[Spiacente, niente bavaglio. Perlomeno, non di tessuto...]

Alice non ricorda come, mentre cercava di sfuggire alla noia che le si incollava addosso come un vasetto di miele, entrò nei grandi magazzini più eleganti della città sperando nel sollievo dell’aria condizionata.
Era il giugno afoso di due anni fa, quando si sentivo soffocata dal rapporto con Fiorenzo, di venti anni più vecchio di lei; la vita sembrava caderle addosso come una valanga di neve in alta montagna.
Girò da un piano all’altro del centro commerciale per almeno un’ora, in preda alla depressione; provò anche dei costumi da bagno che non avrebbe potuto usare perché Fiorenzo aveva progettato le vacanze estive in Islanda. Solo quando arrivò a casa si rese conto che le era scivolato nella borsa il reggiseno di un bikini giallo.
Non le passò neppure per la testa l’idea di tornare ai grandi magazzini per restituirlo. E poi come avrebbe fatto a spiegare la cosa? Preferì considerarlo quel fatto come un piccolo segno di buona fortuna.
Non fu così.
Qualche giorno dopo si trovava in un altro grande magazzino molto elegante a provare della biancheria intima da indossare al matrimonio della figlia di Fiorenzo: di nuovo non avrebbe saputo dire perché, ma quasi senza rendersene conto tornò a casa con un reggiseno carissimo, portato via senza pagare. Lo aveva indossato nel camerino di prova, poi si era limitata a abbottonare la camicetta e prendere la scala mobile per uscire dal centro commerciale.
Il giorno del matrimonio, Alice indossò come un trofeo il mio reggiseno rubato: quel furto provocava in lei una strana euforia, quasi significasse l’inizio della riscossa contro la noia e la convenzionalità della sua vita, che non vedevo possibilità di cambiare in meglio.
Da quel giorno Alice prese a rubare di tutto nei grandi magazzini e nei centri commerciali più eleganti; al reparto biancheria intima sceglieva mezza dozzina di completini, poi nei camerini di prova indossava gli slip e il reggiseno più cari, rimettendo a posto gli altri e passando con noncuranza davanti alle casse.
Quell’autunno, quando Fiorenzo era al lavoro spesso usciva di casa con un trench senza indossare la gonna; al reparto abbigliamento sceglievo una mini, in modo che non si notasse sotto l’orlo dello spolverino, e entrava nei camerini per indossarla. Si ero specializzata al punto da portare nella borsetta un coltellino per tagliare la lingua di plastica delle etichette. I centri commerciali eleganti che frequentava non usavano sistemi anti taccheggio come i dischi magnetici.
Trafugò persino un paio di décolleté a tacco alto di vernice rossa, lasciando le sue vecchie scarpe nel reparto calzature.
Ogni furto compiuto le dava una sorta di scossa, la ubriacava come un orgasmo. Fiorenzo naturalmente non sapeva nulla di ciò; Alice non avrebbe assolutamente saputo come spiegargli quel senso di trasgressione che la spingeva a portare via senza pagare ciò che avrebbe potuto benissimo permettersi di acquistare.
Rubava esclusivamente capi di vestiario, alcuni dei quali non li avrebbe mai indossati perché troppo audaci. Rubava per il gusto di rubare, perché si annoiava, per trovare un diversivo a quella vita così uniforme: Fiorenzo sempre al lavoro, lei sempre da sola a casa. Sceglieva quasi sempre capi provocanti: reggiseni a balconcino, calze a rete, minigonne, scarpe con il tacco, tutta roba che nascondeva accuratamente in fondo a un cassetto o nel ripostiglio.
Talvolta, quando Fiorenzo era fuori per lavoro, Alice indossava quelle gonne plissettate e cortissime, le calze autoreggenti a rete, i top attillati e si guardavo allo specchio, passeggiando per casa dopo essersi truccata e pettinata.
Ormai si sentiva imbattibile, per lei i grandi magazzini della città erano una sfida; si sentivo un agente segreto in gonnella.
Poi prese finalmente l’abitudine di vestirsi con i frutti della sua audacia: gonne corte, vestitini stretch, gioielli alle orecchie, al collo, ai polsi, scarpe con il tacco. Fiorenzo non aveva la minima idea di questa mia doppia vita, anche se a partire dalla seconda estate cominciò a indossare tutti i giorni parte della lingerie e l’orlo delle sue gonne salì di qualche centimetro: altrimenti non avrebbe saputo come giustificare così tanti indumenti nei cassetti.
Alice organizzava vere e proprie spedizioni che preparava accuratamente quando Fiorenzo si trovava fuori città per lavoro: il che accadeva quasi ogni sabato, quando nei centri commerciali c’era più confusione. Passava dal coiffeur, poi dall’estetista per il trucco, così che si creò uno stile: supponeva che gli addetti alla sicurezza rimanessero distratti a guardarle le gambe mentre lei colpiva con destrezza. Durante le spedizioni Alice aveva anche preso l’abitudine a uscire di casa senza biancheria intima per indossarla direttamente nei camerini se le capitava fra le mani qualche grazioso completino di lingerie.

* * *

Poi un giorno, due anni dopo l’inizio della sua carriera di ladra, Alice venne scoperta.
Era entrata in un grande centro commerciale alla periferia della città. Ogni volta che passava da quelle parti non riuscivo a rinunciare a qualche prodezza: la settimana prima aveva rubato un cardigan di mohair antracite, che indossava proprio in quel momento su una gonnellina a portafoglio, di parecchio più corta del ginocchio; sotto, come di consueto quando usciva per la mia “caccia”, non portavo lingerie.
Uscì dai camerini con indosso il frutto di pochi minuti di brivido e posò senza fretta la biancheria intima sulle grucce dove l’aveva trovata, poi si avviò tranquilla come sempre verso la scala mobile e l’uscita. Ma un attimo prima di posare il piede sul primo scalino, un uomo le artigliò un braccio, pregandomi di seguirlo. Aveva l’aria molto "convincente" di un buttafuori: completo antracite, occhiali da sole e un cravattino simile al laccio di un cavallerizzo al collo.
La condusse in un piccolo ufficio che dava sul viale, dove alcune impiegate stavano lavorando al computer.
— La prego, signorina, vuoti la borsa — la invitò l’uomo, facendo cenno di sedersi sulla sedia girevole accanto a una scrivania. Alice notò che aveva mani forti e curate, e sentì il suo profumo, le sembrò Joop pour homme.
— Non ci penso nemmeno — rispose sedendosi con aria offesa.
— Non mi costringa a chiamare la polizia — replicò sollevando la cornetta del telefono.
Le impiegate si erano fatte improvvisamente attente. L’uomo tese la mano: Alice gli consegnò la borsa, sentendo le gambe molli. Rovesciò il contenuto sulla scrivania, sollevando fra le dita un reggicalze di pizzo e un paio di calze autoreggenti.
— Sarei passata alla cassa per pagarle — balbettò Alice arrossendo.
L’uomo si tolse con pazienza gli occhiali, infilandoli nel taschino del vestito. Era un individuo sui trenta, con muscoli da palestra e una faccia da calendario per riviste femminili, un tipo con il quale Alice avrebbe ballato volentieri un merengue.
— Non dica fesserie — la ammonì, — so benissimo non è la prima volta che lei esce di qui con della merce: è da parecchio che cerchiamo di sorprenderla. Ci sono tutti gli estremi per una denuncia.
— Chiamo il commissario? — intervenne una delle impiegate.
Ma l’uomo la bloccò con un gesto. — Fra un momento. Voglio vedere se ha sottratto altro.
— Nient’altro — disse in fretta Alice, posando le mani sul ginocchio.
— La prego, mi lasci verificare — rispose lui con una punta di ironia malgrado il tono gentile.
Girò intorno alla sedia di Alice, guardandole con attenzione le gambe accavallate.
Alice arrossì, ma non cercò di coprirsi; non era la prima volta che usava la sua femminilità come arma ottenendo più di quanto sperasse. E aveva tutta l’intenzione di non essere denunciata.
Tornò alla refurtiva e prese in mano un reggicalze che Alice fissò dandosi della stolta, notando solo allora l’incongruenza di averlo rubato insieme a delle calze autoreggenti. Lo esaminò con aria volutamente puntigliosa.
— Raso colore champagne e pizzo ecru,— commentò — prezzo 189 euro. Non credo che potrebbe permettersi di comprarlo.
— Questo devo dirlo io — rispose Alice stizzita appoggiandosi allo schienale della sedia, con le gambe accavallate per notare come lui seguisse con attenzione il movimento.
“L’ho quasi in pugno,” pensò Alice. Benché sapesse che al commissariato tutto sarebbe probabilmente finito con una semplice reprimenda, si intestardì e decise di non dargliela vinta.
— Ora lei mi farà le sue scuse e mi lascerà andare — disse, forte della presenza delle impiegate che fingevano di continuare a lavorare mentre in realtà ascoltavano con le orecchie tese.
L’uomo della sicurezza perse la pazienza, ma si ricompose subito con un sorriso. — Allora, vediamo se ha trafugato altro. Vuole seguirmi?
Raccolse la sua borsa, e con un invito perentorio della mano la guidò lungo un corridoio stuccato, fino a quello che sembrava l’ufficio di un direttore.
— Come si chiama? — domandò accostando la porta alle nostre spalle.
— Può vederlo sui miei documenti — rispose Alice poco conciliante. Nell’ufficio c’erano poltrone di morbida pelle nera, alogene a stelo e veneziane verdi.
— Alice — lesse l’uomo sulla carta di identità, poi aggiunse: — Chi sarebbe Fiorenzo?
— Il mio compagno — risposi sorpresa. — Come fa a sapere il suo nome?
— Questo è il numero di cellulare del suo compagno, dunque?— disse sventolando il bigliettino di carta scivolato fuori dal mio documento.
Alice sentì un caldo improvviso al collo. Ci mancava altro che Fiorenzo sapesse di quella faccenda.
— Ascolti — disse con il battito del cuore accelerato. — Facciamo finta che io non sia mai venuta; mi lasci andare e non sentirà mai più parlare di me.
Così dicendo fece per uscire dall’ufficio, ma l’uomo tese minaccioso il dito.
— Non si muova!
Si arrestò con la mano a un palmo dalla maniglia della porta. Adesso l’uomo aveva la faccia congestionata dalla rabbia. Chiuse a chiave con un gesto secco la porta alle sue spalle, poi raggiunse la scrivania afferrando il cordless, sembrò ripensarci, allungò un dito per alzare il volume della musica diffusa che fino a quel momento era rimasta in sottofondo.
Alice non aveva molto tempo per riflettere: o rimaneva aspettando la sua mossa oppure giravo la chiave della porta per andarsene. Non avrebbe osato trattenerla fino all’arrivo della polizia. Ma il suo dito puntato per minacciarla era stato eloquente, e le aveva procurato un certo timore.
Posò il telefono. Si sciolse con rabbia il nodo del cravattino di corda e sfilandolo dal collo lo tese fra le mani mentre tornava da Alice.
— Ora metta le mani dietro la schiena — disse girando alle sue spalle.
Alice si voltò di scatto, tornando a guardarlo direttamente in viso.
— Come ha detto? — disse arretrando di un passo, dubitando di avere capito bene ma con una tachicardia improvvisa.
— Mi stai dando troppo fastidio, Alice, con tutti quei furti. Rischio il licenziamento, capisci? Metti le mani dietro la schiena!
Alice deglutì, pensandoci un attimo, ma il suo tono di voce non ammetteva opposizione. Guardò il laccio che teneva fra le mani: il fermaglio sembrava studiato apposta per bloccare gli estremi di un nodo, tipo un paio di manette ma di corda.
— Questo è sequestro di persona… — accennò.
— Inutile alzare la voce, non ti sentirebbe nessuno con la musica così alta — rispose facendole cenno con una mano di ruotare su me stessa in modo da dargli le spalle.
Alice sentiva il cuore battere accelerato sotto il cardigan, contro i polsi che stringeva ancora al petto. Poteva vedere i muscoli tesi sotto la giacca dell’uomo e sul collo, ora che la camicia era slacciata fino alla clavicola.
— Cosa ha intenzione di fare? — disse voltandosi lentamente, senza smettere di tenerlo d’occhio, fino a che si trovò di nuovo alle sue spalle.
Allora si avvicinò di un passo per ripeterli all’orecchio: — Metti le mani dietro la schiena.
Alice sentì il cuore che accelerava ancora, e si trovai sospesa in una percezione ovattata, come nei momenti che precedono l’orgasmo; passando la lingua sulle labbra, portò le braccia dietro la schiena per ubbidire, sperando di guadagnare tempo per pensare. Ma si sentiva distante.
— Senta, facciamo un patto… — accennò, ma non le diede tempo: le afferrò subito entrambi i polsi incrociandoli all’altezza della spina dorsale e stringendo.
— Non mi faccia male! — esclamò Alice cercando di allontanarsi, ma la tenne ferma. Sentì sulla pelle la corda del laccio che mordeva. Voltò il capo di sopra una spalla, vedendo che con una mano le teneva i polsi bloccati, mentre con l’altra li legava con un'abilità che faceva pensare che non fosse la prima volta.
— Aspetti! — esclamò sollevando un ginocchio — Possiamo parlare, prima. Prometto che pagherò il reggicalze, firmerò un assegno con la cifra che vuole!
Diede un altro giro intorno ai polsi uniti, poi separatamente, e Alice sentì stringere un nodo, quindi il freddo del fermaglio di metallo nel quale fece passare le estremità del laccio per bloccarle. Scrollò il capo, aveva i capelli negli occhi.
— Aspetti un attimo, mi lasci parlare!
La lasciò andare, allontanandosi di un passo. Alice tirò i polsi, erano saldamente legati.
La prese per un gomito allontanandola dalla porta. Alice aveva il batticuore e i capelli ancora negli occhi. Tenne il capo abbassato, avvilita dalla stretta del laccio sui polsi e dall’assurda sensazione di calore alle cosce e dietro le orecchie.
La condusse davanti all’alta finestra, tirando la cordicella della veneziana per chiudere fuori eventuali sguardi indiscreti dei palazzi di fronte.
La corda ai polsi era piuttosto stretta e cominciava a fermarle la circolazione sanguigna. L’uomo rimase in piedi di fronte a lei, accendendosi una sigaretta con i gesti precisi di un attore cinematografico. Alice sentì con fastidio i capezzoli che si inturgidivano leggermente.
— La prego, mi sleghi — disse senza convinzione. — Non è giusto.
Lui sospirò e con un movimento preciso allungò una mano verso la gola di Alice, slacciandole il primo bottone del cardigan.
Alice sussultò e si ritrasse con il cuore in gola, appoggiando le braccia legate alla finestra. Sui capezzoli aveva la stessa sensibilità dei polpastrelli.
— Ma che fa? — balbettò arrossendo, vergognandosi per il calore che sentiva diffondersi a livello del ventre.
Avanzò di un passo, bloccandola contro il vetro.
— Controllo il resto della refurtiva — disse sbottonando rapidamente il cardigan fino in fondo. Allargandolo con le mani verso le spalle di Alice, scoprì il ventre nudo e il reggiseno a balconcino.
— Cotone 100%, misura IV — commentò, evidentemente soddisfatto. — 99 euro.
Alice si sentiva tutta rossa in viso, e accaldata anche se nell’ufficio l’aria condizionata sembrava al massimo. Non le era mai accaduto di essere coinvolta in una situazione del genere, e mai avrebbe immaginato che la sua perizia nei grandi magazzini la portasse a questo. si sentivo impotente, sapeva che avrebbe anche dovuto sentirsi umiliata, ma il languore all’intestino e l’indesiderata sensibilità dei seni glielo impedivano.
Scrollò nuovamente la testa per levarsi i capelli dagli occhi.
— Senta — disse cercando una via di fuga, ma lui le era praticamente addosso. — Penso che possiamo arrivare a una soluzione.
— Ne sono convinto anch’io — rispose sibillino. — Preferisce che chiami il suo Fiorenzo o il commissario?
Alice provò il laccio che le teneva i polsi legati, stringendo i denti, ma era troppo resistente. Avrenne voluto riabbottonare il cardigan per non essere così esposta
— Mi sleghi, ha la mia parola che non me ne andrò fino all’arrivo della polizia.
Sorrise compiaciuto, poi si chinò appena verso di lei. Mentre mi domandavo cosa volesse fare, Alice sentì le sue mani fredde di aria condizionata sulla parte esterna della mie cosce. Trattenne il fiato, cercando di rimanere immobile.
Le sue mani risalirono appena infilandosi sotto la gonnellina; sentì i polpastrelli sulla parte alta delle cosce, e il fresco improvviso quando la mini si aprì a portafoglio. Rimase ancora immobile, gli occhi fissi nei suoi occhi a pochi centimetri di distanza: si sentiva ipnotizzata come un topolino dagli occhi del serpente.
Quando le sue dita arrivarono all’orlo degli slip, Alice sentì che si impadroniva dell’elastico con le unghie. Abbassandosi di tutta la testa davanti a lei, calò con un unico movimento discendente le mutandine fino alle ginocchia, poi si allontanò di un passo.
— Levali — ordinò.
Alice deglutì, e cercando di mantenere l’equilibrio appoggiò le mani legate a contatto del vetro. Sollevò un ginocchio, sfilandolo dallo slip, che scivolò in terra. Sollevò l’altro piede, e subito l’uomo si chinò a raccogliere l’indumento intimo.
— Perizoma di seta e cotone — commentò con il solito tono inquisitorio. — 69 euro.
Lei chiuse gli occhi, inspirando sino in fondo ai polmoni per calmare la tachicardia.
— Adesso la faccia finita — sussurrò. — Mi sleghi le mani. Chiami la polizia. Chiami anche mio padre, se vuole, tanto ho intenzione di denunciarla appena fuori da qui.
Provava un piacere scellerato a provocarlo a testa alta. La situazione di svantaggio le metteva adrenalina in circolazione.
— Lo sai che mi hanno minacciato di licenziamento? — disse duramente l’uomo. — Da più di un anno sto addosso alla ladra della biancheria intima. “La primula rossa della lingerie”, ti chiamano i colleghi, ma intanto io ci ho rimesso il premio di produzione.
Così dicendo allungò una mano verso il seno. Alice abbassò gli occhi seguendo il suo dito: quando raggiunse il reggiseno, visibile attraverso il cardigan sbottonato, ne seguì lìorlo lungo il fianco fino all'ascella, costringendola a scostare le spalle dal vetro, e slacciò il gancetto dietro la schiena.
Il reggiseno cadde in un fruscio ai suoi piedi. Rimase senza fiato, sbottonata e a seno nudo davanti a lui.
— Meriti una punizione esemplare — disse lui seguendo con i polpastrelli la curva dei seni. — Voglio farti passare la voglia di rubare. Inginocchiati.
— N... No! — balbettò Alice, sentendosi impallidire e poi arrossire. — Non è vero, io...
Le posò sulla spalla una mano pesante come un tronco; suo malgrado, piegò le gambe ritrovandosi con i ginocchi sulla moquette.
Prima che riuscisse a dire qualcosa, l’uomo si abbassò la zip dei calzoni, e aprì i boxer rivelando il sesso nudo all’altezza del suo viso. Sentì di nuovo il suo profumo maschile.
Si chinò a prenderli il mento con una mano per costringerla a guardarlo negli occhi.
— Scommetto che il tuo uomo adora questo — disse in tono prepotente.
Alice si sentì raggelare. Quell’argomento era motivo di continue discussioni con Fiorenzo, che insisteva con quella pratica che gli aveva sempre negato. Non poteva tollerare l’idea di toccare con la bocca il sesso di un uomo, fosse pure il suo uomo.
Improvvisamente, sentì gli occhi umidi e un groppo in gola. Sollevò leggermente i polsi legati lungo la spina dorsale, e aprì i ginocchi sulla moquette perché la posizione le dava fastidio alla schiena.
— Sono sicuro che da oggi in poi, ogni volta che proverai l’impulso di rubare ti verrà in mente questo — disse l’uomo passandole la mano dietro la nuca. Il suo sesso era pericolosamente vicino al viso di Alice.
Adesso il suo profumo era mischiato all’odore naturale di maschio. Alice cercò di scrollarsi, torcendo il busto, ma lui impugnò saldamente con la mano i capelli dietro la nuca, appoggiandole il sesso alle labbra.
Girò il capo, cercando di piegarsi di lato, ma la tenne ferma. Si accorse di tremare, ma temeva non fosse per la paura. Sentì un tepore carnale alle labbra, e un turgore traditore ai seni. Forse era la situazione di soggezione, che malgrado la sua volontà (e a propria giustificazione pensò alle mani legate dietro la schiena) la spingeva a quella pratica per lai fino allora inaudita: fatto sta che cedette alla prepotenza dischiudendo le labbra.
Lui premette in fondo alla bocca con il membro, irrigidito come un bastone, e appoggiò le ginocchia contro il suo seno nudo. Alice sentì i capezzoli duri e rigidi contro stoffa dei suoi calzoni.
— Dove è finita la tua lingua? — disse con la voce contratta. — Non hai smesso un momento di usarla fino adesso. Questo è il momento di tirarla fuori di nuovo…
Alice toccò appena la punta del glande con la lingua e lo sentì irrigidirsi ancora di più contro il palato. Allora lo sostenne con la sua stessa mano, agitandoglielo leggermente in bocca.
— Adesso leccalo — comandò.
Sentì i capezzoli irritati dalla stoffa del vestito di lui. Obbedì, chiudendo gli occhi e usando la lingua. Sentì per la prima volta quel sapore aspro e salato che le provocò unìondata nel basso ventre.
Aveva caldo, specialmente al collo. Il membro pulsava lentamente nella sua bocca, agitato senza fretta dalla mano dell’uomo. Tese le braccia dietro la schiena per spostare leggermente il baricentro del corpo, perché sentiva fastidio alle reni. Cominciò a succhiargli quel sesso caldo, nel quale sentiva la pulsazione a onde della sua circolazione sanguigna. Premette con forza con la lingua, stupita dalla stessa sua naturalezza, muovendo la bocca a stantuffo mentre lui la assecondava con la mano che stringeva i capelli.
L’uomo trattenne il fiato, irrigidendosi ancor di più nella sua bocca.
— Non essere avara, Alice: usa la lingua — disse muovendosi in uno stantuffo lento. — Questa è la tua piccola punizione privata. Così impari che non si ruba impunemente dove il capo della sicurezza sono io.
Lo sentì premere in fondo alla lingua, quasi come dovesse penetrarle in gola. Continuò a lavorargli il sesso con la lingua e le labbra, tremando di brividi per i seni gonfi, sentendosi umida all’inguine e aperta come se una sottile corrente d’aria soffiasse sotto la gonna. Non resistette che mezzo minuto circa: il movimento del suo bacino si interruppe al culmine di una penetrazione, e per un attimo le sembrò di vivere in un momento sospeso: il seno messo a nudo, le mani legate dietro la schiena, inginocchiata davanti a un uomo che fino a quindici minuti prima neppure conosceva, con la testa che mi girava mentre gli lavorava il sesso con la bocca…
… e poi il suo irrigidimento si tese in un affondo, e esplose contro il palato di Alice con un getto che la costrinse immediatamente a tossire e a ritrarre la testa cacciandolo fuori con la lingua. Ma la tenne ferma con la mano, gemendo di piacere con la schiena arcuata mentre le schizzava ondate di sperma in viso.
Non telefonò alla polizia. Dopo qualche minuto Alice era di nuovo libera, costretta a tornare a casa senza biancheria intima.
Alice non rubò mai più nei grandi magazzini, e non rivide più quell’uomo. Ma da quel giorno i suoi sogni non sono più gli stessi.

Monday, October 18th 2010 - 08:15:14 PM
    
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Una storia di: Miles Hendon

La pioggia aveva iniziato a cadere pochi minuti prima che raggiungessimo la sua macchina. L’intenzione era di farci un giro per la città e cercare un posto dove mangiare qualcosa, ma come al solito avevamo troppe cose da dirci, e una volta chiusi gli sportelli ci eravamo scambiati un sorriso complice. Eravamo entrambi ammaliati dall’atmosfera che si respirava in quell’abitacolo, mentre le gocce di pioggia scivolavano sul parabrezza. Era buio ormai da due ore, e di lì a poco lei sarebbe ripartita per tornare a casa. Probabilmente non ci saremmo rivisti mai più.
- Come stai? – mi chiese, alludendo ai miei sensi di colpa.
- Bene. Adesso bene. Non sto pensando a lei. Anche se…
- Anche se?
- Non posso fare a meno di pensare che la sto tradendo.
Lei alzò gli occhi al cielo, nella piacevole imitazione di una espressione spazientita: - Per piacere, non ricominciare, vuoi?
- Si da il caso che tu sia l’unica persona al mondo con cui possa parlare di…
- Senti, - iniziò, ma qualunque cosa volesse dire le morì in bocca. Scosse la testa sorridendo, poi si mise a guardare fuori, verso il parcheggio.
- Hai fame? – chiesi, tanto per dire qualcosa.
- No. Neanche un poco. Tu?
- Nemmeno io – Avevamo preso un mega gelato poche ore prima, ma non era stato solo quello a toglierci l’appetito. Era stato soprattutto quel cocktail di emozioni, vedersi di persona per la prima volta dopo sei mesi di chat e telefono. Non c’era stato alcun imbarazzo da parte di nessuno dei due, mentre passeggiavamo in un parco in periferia nel quale, speravo, sarebbe stato difficile incrociare qualche mio amico. Non avrei sopportato di dovermi giustificare, continuavo a vivere la mia storia virtuale con lei come uno sporco segreto, anche se era una delle cose più pure che mi fossero mai capitate.
Aveva tutte e due le mani sul volante e stava zitta. Ma non era arrabbiata. Si stava solo godendo il suono della pioggia, dentro il rifugio della sua automobile, in compagnia del ragazzo dei suoi sogni. Era fatta così: non pretendeva. Prendeva quel che c’era da prendere e ne godeva. Avrei voluto assomigliarle anche in quello.
- Sei capitata proprio male con me, - dissi alla fine.
- Ma no, scemo. – Disse lei. – Guarda che ti rispetto molto, per questa tua scelta.
- Mi rispetti?
- Mettiamola così… se tu provi per me quello che io provo per te, devi mettere in gioco una forza di volontà straordinaria per non saltarmi addosso. – disse, e si girò a guardarmi con quel suo sguardo sexy, uguale a quello catturato in una delle foto che mi aveva inviato mesi prima. Uno sguardo che adoravo. Le presi una mani e gliela baciai. Il massimo del contatto fisico che avevo deciso di concedere ad entrambi.
- Non guardarmi così, lo sai che potrei perdere il controllo, - scherzai.
- Non sarebbe male, se succedesse.
- Insomma, vuoi proprio distruggere la mia storia con lei?
- Falla finita, se fossi una che vuole distruggere le storie degli altri avrei già fatto il diavolo a quattro.
- Hai ragione, anche io ammiro molto te.
- Senti… - disse lei.
- Cosa?
- Ti va di vedere le manette?

L’avevo conosciuta in una chat sadomaso, ma sia io che lei eravamo fuori posto. A spingerci in quei luoghi virtuali era stata la nostra comune passione per il bondage, cosa di cui grazie ad internet, parlavamo volentieri entrambi. Io notai subito il suo nick perché era nuova della chat. Io la frequentavo ormai da un due settimane, e sebbene mi trovassi in mezzo a persone piuttosto simpatiche e competenti, non avevo ancora trovato nessuno, uomo o donna che fosse, che avesse una passione simile alla mia. Non mi riconoscevo in nessuno di quegli scenari sadomaso e in nessuno di quei ruoli. Non mi interessavano le fruste, sebbene mi eccitasse l’idea di una schiava che chiedesse d’essere punita.
Nella vita reale avevo una fidanzata che amavo moltissimo, ma per ragioni assurde non le avevo mai confidato nulla delle mie fantasie. Io stesso me ne vergognavo, non avrei mai avuto il coraggio di chiederle di lasciarsi legare. Non saprei dire perché questa semplice richiesta mi riuscisse così difficile. Avevo la certezza che una volta che le avessi confidato la natura delle mie fantasie più intime, qualcosa nel nostro rapporto sarebbe cambiato irrimediabilmente. In peggio, pensavo.
A questo bisogna aggiungere che io stesso non comprendevo a pieno tutte le sfumature di quel mio immaginario: grazie ad internet avevo scoperto di non essere l’unico al mondo con simili idee; ora mi serviva qualcuno con cui poterne parlare in totale franchezza, protetto dalla sicurezza del mio nickname.
E così, attraverso un lungo percorso di contatti, mi ero un giorno ritrovato in quella chat che mi era stata consigliata da una mia conoscenza di internet. Ed in modo del tutto fortuito, quella sera, si era presentata nella chat anche lei.
Era stato come riconoscersi in una folla. Poche parole, pochi messaggi, tra di noi era scoccata una scintilla di intesa abbagliante. Lei mi aveva chiamato in una stanza privata, e lì eravamo rimasti tutta la notte, a dialogare a colpi di tastiera a centinaia di chilometri di distanza.
All’alba, a causa si alcuni problemi di connessione, si offrì di salutarci a voce, mi chiese il numero e mi chiamò nascondendo, solo quella prima volta, il suo. Parlammo per quasi un ora, le nostre voci smisero di tremare di emozione, e un attimo dopo era come se non avessimo fatto altro che parlarci al telefono per tutta la nostra vita precedente.
Dormii fino a tardi, eccitato e spaventato. Avevo appena conosciuto una ragazza che sembrava essere stata creata apposta per me, avevo lasciato che tra di noi si instaurasse un piacevole flirt, avevo ascoltato alcune sue intime confidenze e ne aveva ascoltate di mie. Cosa ne sarebbe stato del mio fidanzamento? Avevo iniziato a tradire, avevo iniziato quel giorno, con quella prima telefonata. Giurai a me stesso che non l’avrei cercata mai più. In fondo cosa avevamo da dirci?
Quella stessa sera ci incontrammo di nuovo in chat, divertendoci a dialogare ancora, e concludendo ancora una volta a tarda notte, con una telefonata.
Lei era perfetta. L’immagine speculare di ogni mia fantasia. Le cose che le sentivo dire, i suoi sogni, i suoi desideri, le cose che la eccitavamo, le cose che avrebbe voluto che io le facessi e che lei avrebbe fatto a me, erano esattamente la copia conforme di tutto quello che io fino a quel momento avevo solo immaginato. Se avessi voluto creare un personaggio di fantasia rispondente alle mie esigenze più riposte, ai miei desideri più perversi, ai miei sogni più eroticamente sadici, l’avrei creata esattamente come lei.
Dall’intesa all’amore il passo fu breve; l’amore arrivò subdolo, una telefonata dopo l’altra, insinuandosi nelle righe delle nostre mail, nelle parole dei nostri sms scioccanti.
E mi sentivo in colpa, perché non avrei mai dovuto fare tutto questo alla mia ragazza, che mi amava e che io amavo più di me stesso. Mi rendevo conto di non averle mai dato la possibilità di conoscermi come mi stava conoscendo la mia nuova amica.
E sebbene ogni volta promettessi a me stesso che quella telefonata sarebbe stata l’ultima, continuavamo a sentirci ogni giorno, di nascosto, anche più volte al giorno. E lei mi confidava di amare il bavaglio, di eccitarsi all’idea di essere imbavagliata così efficacemente da non potersene liberare in alcun modo; a volte, diceva, avrebbe voluto avere le mani legate non già per il gusto in sé d’essere legata, quanto piuttosto per impedire a se stessa di potersi liberare del bavaglio.
Mi confidava di sognare legature scomode e strette, di eccitarsi al pensiero che il suo uomo la legasse nuda e la frugasse con le dita avide nell’intimità umida del suo sesso. Avrebbe voluto che fossi io quell’uomo, che disponessi amorevolmente stretti giri di corda sul suo torace, che la baciassi profondamente prima di imbavagliarla, e che poi facessi di lei ciò che desideravo. Ciò che desideravamo entrambi. Io costruivo per lei le fantasie più viziose e spinte, nelle nostre storie dialogate via chat, lei era una schiava venduta al mercato, una ragazza sequestrata in casa, una prigioniera incatenata nella stiva di una nave, in balia di loschi marinai. In ogni storia il suo corpo era oggetto di attenzioni respinte solo fino ad un certo punto; lei si dava tutta, nei nostri giochi, con una passione passiva da autentica schiava masochista e troia.
Si bagnava, leggendo ciò che le scrivevo, mi diceva che spesso non resisteva alla tentazione di masturbarsi davanti al computer, mentre io digitavo una scena in cui lei aveva legato me ma io riuscivo a liberarmi e un istante dopo, armato di corde e nastro adesivo, la stringevo all’angolo intenzionato a punirla, minacciando di legarla e lasciarla legata tutta la notte, scopandole il culo solo all’alba. E le sarei venuto in bocca, prima di imbavagliarla nuovamente e addormentarmi accanto al suo corpo imprigionato dalle corde.
Dopo sei mesi, lei si era offerta di venirmi a trovare. Sarebbe partita di mattina presto, avremmo trascorso la giornata insieme. Potevo stare tranquillo, mi diceva. Non avrebbe fatto nulla per indurmi in tentazione. Aveva solo il desiderio di vedermi di persona, e sapeva che avevo un desiderio identico. Ma sapeva anche che ormai avevo deciso di espiare la colpa di quel mio tradimento virtuale rinunciando completamente ad ogni contatto fisico con lei, per cui avrebbe fatto il possibile per rispettare quella mia decisione. Se le parti fossero state invertite, lei avrebbe voluto che io mi comportassi con uguale riguardo.
Io scelsi in giorno in cui la mia ragazza sarebbe stata lontana per lavoro, e finalmente, quella tiepida mattina di inizio primavera, lei mi aveva porto la sua mano in carne ed ossa, la sua mano bianca e dolce, guardandomi a stento negli occhi.
Dal vivo eravamo diversi dalle foto che ci eravamo mandati, ma nemmeno poi tanto diversi. Lei sembrava leggermente più piccola, ed io leggermente più tarchiato, ma era evidente che ci piacevamo molto e che sarebbe stato sufficiente tanto così per saltarsi addosso e divorarsi di baci. Da alcune settimane, ormai, ci piaceva ripeterci a vicenda che il nostro primo incontro sessuale, un incontro che tanto non ci sarebbe mai stato, ci avrebbe visti far l’amore, senza giochi, senza corde. Solo i nostri corpi nudi sotto le coperte. Era un pensiero dolcissimo che eccitava entrambi.

* * *

- Eccole qua – disse. Le aveva nascoste dentro il vano portaoggetti, accuratamente avvolte in una sciarpa rossa. Erano manette vere, che aveva avuto in regalo da un suo amico militare. Manette dall’aspetto cattivo e invincibile, con la catena cortissima e la sicura. Una volta chiuse, quelle manette, sarebbe stato impensabile liberarsene, senza chiave. Le manette, scure e pesanti, facevano uno strano effetto nella sua mano piccola e chiara. Le brillavano gli occhi. Io, lei, chiusi in una macchina, e fuori è buio e piove. E dentro la macchina, con noi, un paio di manette e chilometri di fantasie disegnate in ore interminabili di chat e telefono.
- Che te ne pare? – chiese.
- Hai ragione… hanno l’aspetto cattivo.
- Sì…
Ero eccitato. Cercai di accomodarmi sul sedile. Lei dovette notare il mio gesto, e l’occhio le cadde sul mio inguine irrigidito. Sorrise.
- Forse è meglio se le metti via. – dissi.
- Dici?
- Se me le tieni davanti alla faccia un altro secondo, potrebbe venirmi voglia di usarle…
- Su di me? – chiese, civettuola.
- Su chi, allora?
- Potrei usarle io su di te. – disse.
- Non esiste che io mi faccia legare da te, nella tua macchina. Saresti capace di rapirmi, partire per chissà dove, e magari ci ferma la polizia e io mi ritrovo domani su tutti i giornali.
- Magari invece non succede niente di tutto questo.
- Me le dai, per piacere? – dissi. Le presi in mano. Erano pesanti, piacevolmente pesanti. E fredde. Una parte di me avrebbe voluto saggiare la consistenza della loro invincibile resistenza, ma la parte più virile del mio essere rifiutava di mostrarsi legato al cospetto di una così bella ragazza. Ero pur sempre Miles Hendon, avevo una reputazione da difendere. Al massimo, se avessimo deciso di usarle, le avrei messe a lei.
- Mi piacerebbe mettertele. – Dissi, alla fini. Rosso in volto, probabilmente. Sembrava che la temperatura nell’abitacolo fosse salita di sette o otto gradi.
Lei avvampò. Era chiaro che non aveva desiderato altro che quello, ma all’improvviso, vedendosi così vicina alla realizzazione di quella sua fantasia, il coraggio la stava abbandonando.
- Sei… sei sicuro di volerlo fare?
- Bè, - dissi, stupidamente. Non ero affatto sicuro, sapevo solo di averne una gran voglia. E nello stesso tempo avevo paura anche io, paura di superare un tabù. L’eccitazione era già a livelli altissimi, sarei stato capace di controllarmi una volta che l’avessi legata? E poi perché controllarmi? Perché quella ipocrisia? Rifiutare ostinatamente di baciarle la bocca avrebbe forse ridotto l’entità della mia colpa? Stavo già tradendo la mia fidanzata, chiedete a qualunque ragazza e lei vi dirà che potrebbe arrivare a perdonarvi una scopata, una scappatella, ma non vi perdonerebbe mai un trasporto così intenso e duraturo con una sua rivale. Il nostri corpi erano stati obbligati ad una sciocca castità, ma i nostri cervelli facevano sesso da sei mesi, lei appariva in tutte le mie fantasie ed io nelle sue. Quante volte si era masturbata premendosi una mano sulla bocca e sognando che quella mano fosse la mia? Quante volte avevo penetrato al buio la mia ragazza, lasciando che il pensiero di quella mia nuova amica si intrufolasse tra di noi, lasciando che i volti si confondessero, rischiando persino a volte di sbagliare il nome nell’estasi del godimento.

- Metti le mani dietro la schiena, - ordinai. Lei ebbe un sussulto.
- Gesù, il cuore mi sta scoppiando, lo sai?
- Girati e metti le mani dietro la schiena.

Il parcheggio era deserto, ma il rischio che qualcuno potesse passare era un rischio concreto. Non mi preoccupavano i passanti. Il mio terrore era sentir bussare al finestrino la mano di un agente di polizia. Non ne sapevo molto, ma il possesso di manette come quelle non era legale, per due civili come noi.

Lei si girò verso il finestrino del guidatore, e sospirando mise i suoi polsi dietro la schiena, accostati, non incrociati. Guardai i suoi polsi, la sua schiena, la linea bianca del suo collo che sembrava scolpito dal Canova, circondato dai ciuffi leggeri che erano sfuggiti alla sua coda di cavallo. Le avrei baciato il collo, ma decisi di aspettare. Le manette scattarono ai suoi polsi, due suoni metallici e nitidi nel silenzio dell’abitacolo. Lei gonfiò il petto. Io allontanai le mani, le provò ad allargare le braccia. Le braccia incontrarono la resistenza gelida dei bracciali di ferro, la corta catena si tese, lei tornò ad accomodarsi sul sedile, i polsi schiacciati tra lo schienale e il suo corpo.

- Come stai? – le chiesi.
- Da Dio – mormorò ad occhi chiusi.
- Non farci l’abitudine – dissi, tanto per dir qualcosa.
Sorrise senza rispondere, continuando a tenere gli occhi chiusi.

- E’ strano, vero? – disse.
- Cosa?
- Quanto siamo… malati. Ho le braccia bloccate, tu hai le chiavi. In queste condizioni non posso fare niente, eppure…
- Eppure…?
- Non so come dirlo. Le mani dietro la schiena… è una posizione così innaturale, eppure così… così naturale. Non so se mi capisci.
- Ti capisco perfettamente.
- Non è normale eccitarsi per una cosa così. – disse. Era uno dei nostri tormentoni. Nessuno dei due, nonostante tutto, era riuscito a metabolizzare la cosa. Eravamo consapevoli della stranezza delle nostre fantasie: non ci sarebbe dovuto essere niente di piacevole nell’essere immobilizzati, o costretti al silenzio. Ma per me e per lei e per centinaia di migliaia di altre persone al mondo, le cose funzionavano in modo diverso.
- Mi piacerebbe lasciarti così fino a domani. – dissi.
- Non dirlo nemmeno per scherzo, ormai ho detto che sarei rientrata prima di mezzanotte.
- Potrei rapirti.
- Sarebbe bello, sì. Se lo facessi davvero… e dove mi porteresti?
- Intanto ti legherei anche i piedi, - dissi.
- Hum… e poi…?
- E naturalmente ti imbavaglierei. E ti imbavaglierei bene, perché potresti anche spaventarti e metterti ad urlare. Ti fascerei questa bella testa con il nastro adesivo, un sacco di giri strettissimi di nastro adesivo.
- Humm… - si dimenò languidamente sul sedile. Se fosse stata una gatta l’avrei sentita fare le fusa.
- Ti sposterei sul sedile posteriore, e forse nel bagagliaio. E guiderei, e tu non sapresti quando il viaggio finirà, né dove ti sto portando… né cosa ho intenzione di farti una volta arrivati a destinazione.
- Ti prego… - mormorò, rauca.
- Cosa?
- Lo sai…
Tornai coi piedi per terra. Che stupido. Non eravamo in chat, lei non era a centinaia di chilometri di distanza, non potevo giocare ad eccitarla così, standole tanto vicina e mormorandole quelle parole all’orecchio. Non con noi due chiusi in uno spazio ristretto, non con i suoi polsi bloccati dietro la schiena e le chiavi nel taschino della mia camicia. Era pur sempre un gioco, d’accordo, ma adesso stavamo giocando coi nostri corpi, non più coi nostri cervelli. Lei era davanti a me, viva, vivida, rossa in volto, eccitata; il suo petto si alzava e si abbassava ritmicamente.
Avrei dovuto toglierle le manette e porre fine a quel gioco crudele. Crudele per entrambi, ed in quella circostanza crudele soprattutto per lei.
Ma invece di pescare le chiavi dal taschino, presi dal cruscotto la sciarpa rossa di seta che lei aveva usato per avvolgere le manette. Le spinsi la testa in avanti e la imbavagliai, passandogliela tra i denti; riuscii a fare quasi tre giri prima di poter stringere un robusto nodo. I suoi zigomi infiammati erano due frutti maturi sopra la linea netta della seta rossa.
Un passante attraversò lo spazio del nostro parabrezza, lanciando una occhiata verso di noi, ma distogliendo lo sguardo indifferente. Era probabile che dall’esterno non si riuscisse a vedere dentro l’auto. Meglio così, pensai. E nelle mia mente, cavalcavano ansie improbabili ma verosimili, titoli di giornale che ci avrebbero sputtanato, oppure l’inevitabile confronto con la mia ragazza, che tra parentesi avrebbe potuto chiamare da un momento all’altro. E cosa le avrei detto? Con quale coraggio le avrei mentito, quando mi avesse domandato dove fossi?
La mia amica era bella. L’avevo trovata bella in foto, e molto più bella dal vivo. Ma coi gli occhi socchiusi e velati, con quel bavaglio stretto tra i denti bianchi, con la vulnerabilità del suo petto esposto al mio sguardo era più bella che mai.
Le misi una mano sulla bocca e premetti forte. Lei mugolò dolcemente, il suo alito passò attraverso la seta e scaldò il palmo. Avrei dovuto chiamare la mia ragazza, pensai. Telefonarle innanzitutto per scongiurare la minaccia di una sua telefonata nel momento meno opportuno. E in secondo luogo per dirle tutto, dire che l’amavo che ma amavo un’altra di una amore diverso. Le avrei spezzato il cuore, avrei spezzato anche il mio cuore, ma almeno avrei smesso di mentirle, la mia ragazza non meritava quelle bugie, quei sotterfugi, quelle scuse vigliacche sul perché facessi sempre così tardi la notte. No, non le avrei telefonato. Sarebbe rientrata il giorno dopo, e le avrei parlato di persona. Non potevo, dopo otto anni, piantarla al telefono in un momento così delicato per il suo lavoro.
Insinuai un dito dentro la sua bocca. La sua lingua fece un guizzo, limonò dolcemente la mia falange. Sciolsi il nodo dietro la sua nuca.
- Ti amo – le bisbigliai.
- Baciami – disse, e sottintendeva “ti prego”.
Un attimo dopo le nostre labbra erano dove avevano dovuto sempre stare, le una incollate alle altre, umide e calde di desiderio. Lei mi limonò dolcemente, lentamente, muovendo la lingua come se assaporasse la mia. Le presi il volto tra le mani, lei, ancora ammanettata, torse il corpo per accomodarsi meglio, sprofondavo nell’oblio dolce di quel bacio, nel deliquio del suo alito sensuale. Era una bacio che aveva aspettato troppo a lungo, quello. Un bacio maturato nella nostra mente notte dopo notte, per settimane e mesi. Un bacio che non avrebbe dovuto finire mai e che invece sarebbe finito come finiscono tutte le cose belle.
Colto da ispirazione improvvisa, le allacciai la cintura di scurezza, agendo poi sulla leva del suo sedile per sollevarlo e aumentare la trazione della cintura sul suo corpo. Inchiodata al sedile continuò a muovere delicatamente le spalle, per saggiare la resistenza di quelle poche ma efficaci costrizioni.
Le sbottonai la camicia, incapace di fermarmi, le succhiai i capezzoli, soppesai tra le mani ciascuno dei suoi piccoli seni chiari, infilai la mano nei suoi jeans, affondai nel suo sesso caldissimo. Mentre la accarezzavo mi chiese di baciarla ancora. Mi chiese di imbavagliarla ancora. Mormorò di voler godere mentre mi baciava, di voler godere con la bocca tappata; le tappai la bocca con un bacio, accarezzandola sempre più intensamente. E quando sentì il suo respiro cambiare, staccai le labbra e le tappai la bocca con la mano, premendo forte. Venne nelle mie mani, serrando gli occhi, mugolando forte, arcuando il busto contro la cintura di sicurezza. Avevo entrambe le mani umide di saliva ed umori, la costrinsi a leccare la mano umida di umori, poi tornai a baciarla e lei si lasciò baciare come se la sua bocca fosse una coppa di nettare ed io l’assetato, e la baciai ancora senza dire niente, chiedendomi cosa ne sarebbe stato di noi due.

M.H.

Monday, October 18th 2010 - 01:58:12 AM
    
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Una storia di: Barone racconta

Altra storia di Barbara pubblicata il 2 ottobre 2005 :

A proposito di mamme e giochi bondaggiosi.
Io ho una cugina che ha due figli, un maschio e una femmina, che si chiamano Fabio e Irene. Adesso hanno 16 e 15 anni, ma quando erano intorno ai 10/11 anni, capitava a volte che, per fare un favore a mia cugina, quando doveva uscire dopo cena con il marito, andassi da loro a fare la baby-sitter.
Erano ragazzini svegli ma naturalmente passavano molto tempo attaccati alla Play Station, e allora provavo ogni tanto a interessarli a qualcosa che li tenesse staccati per un pò dallo schermo del televisore.
Una volta avevo loro raccontato i giochi di quando io avevo la loro età, e passavo le estati in campagna, a giocare con gli amici nei prati. Quando avevo raccontato dei giochi dei cowboy e indiani e di come capitava che qualcuno venisse catturato e finiva legato mani e piedi in attesa di essere liberato si erano subito interessati alla questione. Volevano sapere se anch'io fossi stata catturata qualche volta e avevano voluto che raccontassi loro per bene come si svolgeva la cosa.
Così, una cosa tira l'altra, una volta aveva voluto fare in casa un gioco del genere. Io ero non so più quale eroina di un loro gioco della Play Station e loro erano i nemici che avrei dovuto combattere.
Erano andati a nascondersi e dopo due minuti dovevo andare a cercarli. Quando sono entrata nella camera da letto dei genitori mi hanno sorpreso alle spalle sbucando da dietro la porta e ...mi hanno catturata.
Mi hanno legata su una sedia del salotto, con le mani dietro lo schienale e le caviglie unite.
Non era un granchè come immobilizzazione ed ero riuscita a liberarmi abbastanza in fretta. Vedendo la facilità che avevo avuto a slegarmi ci erano rimasti un pò male e così avevo poi voluto che spiegassi come si fa a legare uno in modo che non possa scappare, e poi anche a imbavagliarlo, e devo dire che... avevano imparato in fretta.
Ricordo che dopo non molto tempo, una delle volte che ero stata di nuovo catturata, non ero più riuscita a liberarami, e mi avevano confessato tutti contenti che si erano allenati fra loro, e che avevano chiesto anche alla mamma di partecipare ma lei non aveva voluto.
Io invece non facevo difficoltà e avevano imparato molto bene come legarmi e imbavagliarmi in maniera abbastanza efficace, "proprio come si vede nei film" avevano detto. E devo dire che anch'io mi divertivo abbastanza. Mi pareva di essere tornata ai giochi di gioventù.

E adesso vengo al fatto che vi voglio raccontare.
Un pomeriggio che passavo vicino a casa di mia cugina, ero salita per salutarla e vedere come stavano i pargoli.

Arrivo e trovo a casa mia cugina da sola. I due frugoletti erano andati da un loro amichetto che abitava nella stessa casa, credo al piano di sopra. Ce la siamo contata un pò e ricordo che mi ha chiesto se per un certo giorno fossi disponibile per la mia opera di controllo serale. La cosa me ne ha fatto venire in mente un'altra che forse si poteva mettere in atto quel giorno stesso, per cui ho deciso di fermarmi fino a che i due non fossero tornati. Abbiamo chiaccherato un pò e verso le 5 o le 6, non ricordo bene, arrivano i due.
Ma che bello che sei venuta a trovarci ecc. ecc. dai fermati che giochiamo un pò.
Ho fatto finta di essere titubante ma hanno insistito, e mia cugina ha aggiunto che le avrei fatto molto piacere se mi fossi fermata anche a cena da loro, così ho accettato.
Immaginate dove volevo arrivare, no?
Non è che abbia dovuto fare troppa fatica. Eravamo in salotto e mia cugina era in cucina a fare non so bene che cosa. Dalle parole ai fatti il salto è stato brevissimo e a un certo punto Fabio ha proposto di fare un gioco semplicissimo: io dovevo stare in salotto a guardare la televisione e loro due erano i ladri che entravano in casa per rubare. Naturalmente la cosa doveva concludersi con me nella parte della prigioniera catturata dai ladri, allora io ho detto loro che forse sarebbe stato più bello se anche la mamma avesse partecipato.
Irene ha subito approvato e sono andati tutti contenti in cucina a chiamare la mamma. Ho sentito che lei ha fatto una certa resistenza ma alla fine ha ceduto ed è venuta anche lei in salotto.
Le hanno spiegato che cosa prevedeva il gioco e lei subito ha detto che non avrebbe assolutamente partecipato.
- Sentite, io ho da fare. Giocate con Barbara, su, da bravi, ma mi raccomando, eh, non fatele del male.
Ma io avevo altro in mente e così mi sono unita ai due cercando di convincerla a partecipare anche lei. Alla fine, un pò controvoglia, ha accettato.
Ci siamo sedute sul divano e abbiamo acceso la TV. Tempo due minuti sono arrivati i due con in mano le pistole giocattolo e una maschera di carnevale sulla faccia.
Ci hanno ordinato di alzare le mani e ci hanno fatto sedere su due sedie, una di fronte all'altra.
Praticamente ci hanno legate nello stesso modo.
Polsi incrociati dietro la schiena, corda attorno al busto e allo schienale, tirata per bene sopra e sotto il seno, le caviglie unite e tenute tirate indietro con una corda che le teneva legate alla traversa delle gambe della sedia.
Poi ci hanno imbavagliate tutt'e due con il sistema del fazzoletto, annodato al centro, spinto tra i denti e annodato ben stretto dietro la nuca.
Non molto efficace ma almeno coreografico. Ad ogni modo io volevo che facessero un lavoro migliore perchè sapevo che ne erano capaci, così ho incominciato a parlare in maniera abbastanza comprensibile attraverso il bavaglio. La cosa ha avuto pieno successo perchè Fabio è andato subito a prendere due cinture dagli accappatoi di spugna nel bagno e ha completato i nostri bavagli facendole girare tre volte e annodandole abbastanza strette.
A quel punto eravamo tutt'e due legate e imbavagliate in maniera molto efficace.

Mia cugina era proprio davanti a me ed era la prima volta che la vedevo immobilizzata a quel modo: faceva un certo effetto.
Quando i due ci hanno lasciate sole e sono andati in un'altra stanza, ho visto che lei provava con un certo impegno a liberarsi, ma naturalmente i due avevano imparato assai bene come fare, e quindi pareva proprio che non potesse riuscirci, comunque per farle vedere che anch'io non ero da meno, ho incominciato a contorcermi e mugolare nel bavaglio con buona lena.
Credo che se qualcuno avesse potuto vederci, gli avremmo offerto uno spettacolo niente male.
Dopo un pò eravamo tutt'e due un poco accaldate. Irene è venuta a controllare i nodi e mia cugina ha incominciato a fare un sacco di versi nel bavaglio cercando di farle capire che voleva essere liberata, ma l'altra ha fatto finta di niente ed è tornata di nuovo di là.
Lei ha cercato ancora di chiamarli per essere liberata, ma il bavaglio funzionava, e in ogni caso i due se ne sono stati tranquilli e beati in camera loro.
Bene, siamo rimaste lì, ben impacchettate e mugolanti fino a quando abbiamo sentito la chiave nella porta di casa ed è arrivato il marito di mia cugina dal lavoro.

Non vi dico la faccia che ha fatto quando ci ha viste lì. Pensate che sia corso a liberarci? Neanche per sogno. Ha fatto finta di niente ed e' andato di là dai bambini e scherzava con loro:
- Ehi, ma siete soli? Dov'è la mamma che non l'ho vista?
- La mamma? Non sappiamo, deve essere uscita con Barbara che è venuta a trovarci.
- Ah si? E' venuta Barbara? Peccato che siano uscite, l'avrei salutata volentieri.
E giù a ridere.
Noi facevamo abbastanza casino per farci sentire e farlo tornare a liberarci e loro .....niente, come se non sentissero assolutamente nulla.

Hanno parlato e scherzato e solo dopo un pò, ha fatto finta di trovarci.
- Ma cosa è successo? Chi vi ha legato così? Che siano venuti i ladri? Poverine, certo che avrete passato una brutta avventura...
E intanto ci guardava ma di liberarci ...niente.
Mia cugina gli faceva gli occhiacci e si contorceva come una matta facendo un sacco di versi, ed io, abbastanza divertita, cercavo di fare anch'io la mia parte.

Alla fine (ma proprio alla fine) ci ha slegate.
Prima me e poi sua moglie. Mentre mi slegava a un certo punto si è messo in mezzo tra me e mia cugina, in modo che lei non gli vedesse le mani, e per togliere la corda che mi legava il busto, le ha fatte scivolare con molta noncuranza ma con una certa lentezza a giusta pressione sul mio seno.
Sul momento sono rimasta abbastanza sorpresa e devo dire che, in seguito, ci ho pensato un sacco su, e ancora oggi sono quasi sicura che quel gesto non sia stato per nulla involontario. Comunque a me ha dato un certo brivido.
Non sto a dire le parolacce che gli ha detto alla fine mia cugina (quando finalmente è stata liberata anche dal bavaglio). E chissà cosa gli avrebbe detto se avvesse potuto vedere anche la manovra della mano morta. Certo che... gli uomini... mah!

Comunque la cosa è poi finita sul tono dello scherzo e ne abbiamo tutti riso, durante la cena, con grande allegria.

Ad ogni modo, se siete curiosi di conoscere qualche altra avventura bondaggiosa di quel periodo, con i miei cugini, ditemelo, e, quando avrò tempo, ve la racconterò.

Thursday, October 14th 2010 - 11:16:27 AM
    
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Una storia di: red draco

PARTE 2

Il viaggio era lungo. Io ero ancora legata rigorosamente hogtied, imbavagliata e incappucciata dentro la mia automobile. Non avevo capito dove stessimo andando. Ho pensato che stessimo andando all'appartamento di Sara ma ho realizzato che non sapevo dove viveva. Perchè non glielo avevo mai domandato? Ho realizzato che veramente non conoscevo questa ragazza. Era una amica di mio fratello e questo mi era bastato; ma ora non ero cosi sicura. E se non era uno scherzo? Se fosse stato vera quella ridicola storia del Sud America?
Finalmente, ho sentito l'automobile girare in un'autorimessa sotterranea; dobbiamo essere arrivati ho pensato. Dopo un attimo il portello dell'automobile si è aperto ed ho sentito dei passi avvicinarsi, ero veramente scomoda ed avevo caldo. Sara allungata dentro verso di me. "Stiamo andando a prendere l'ascensore. Fare un solo rumore e te lo rammaricherai." e mi ha colpito sulle tette. Ho sentito che mi infilava un sacco sopra le ginocchia e lo tirava su fino ad infilarmi dentro completamente. Mentre il sacchetto superava la mia testa ho provato a gridare fuori.
"Calma! Ho detto" Sara ha sibilato. Ha messo le mani intorno alla mia gola e ha stretto. "Se non stai buona dovrò renderti inoffensiva facendoti svenire, hai capito?" Tornai a respirare quando tolse le mani dal collo. Improvvisamente,capii che non era un gioco e cominciai a piangere.
Dopo che legò l'estremità del sacco, Sara se lo gettò sulle spalle ed entrò in un piccolo ascensore in cui mi posò sul pavimento. Salimmo alcuni piani prima che i portelli si aprissero e prima di tirarmi fuori controllò che il corridoio fosse libero. Questa volta non si è preoccupata di alzarmi delicatamente ma mi ha afferrato e tirato per terra. Ho sentito gli urti contro il pavimento poi ci arrestammo e sentii il rumore di chiavi. Un porta è stata aperta e il sacco è stato trascinato dentro. Ho studiato la possibilità di gridare ma ho pensato che non doveva esserci nessuno intorno che potesse sentire e non volevo avere altri problemi con Sara.
"Sei stata ragionevole" Sara ha detto mentre sentivo che stava spostando la mobilia intorno.
Ero ancora strettamente legata e coperto col nastro adesivo e stavo soffocando all'interno di questo sacchetto. Finalmente, Sara è venuta ed ha sciolto la parte superiore del sacco per estrarre la mia testa. Ha tenuto saldamente la mia testa stretta con le mani ed ha alzato il mio mento. "Stai calma!" ha detto. "Sarai fuori prima che te ne accorga. Non sono come te che godi ad essere legata, pervertita".
Sara era pronta per rifinire la preparazione, almeno però potevo respirare un poco di più, ora la mia testa era libera, anche se ancora potevo respirare solo dal piccolo spacco nel cappuccio. Ero stanca; era stata una giornata dura in ufficio e se Sara non fosse venuta probabilmente sarei andata subito a letto. Il calore nel sacco e la strettezza dei legami del mio bondage, unito alla mia stanchezza mi fecero addormentare.
Mi svegliai di soprassalto sentendo dei colpi alla porta. I miei sensi erano in allarme. Non sapevo esattamente dove Sara mi aveva messo e mi domandai se fossi visibile a chiunque. Mi sono sentita molto esposta.
"E' qui?" Era voce dell'uomo!
"Naturalmente, vi avevo detto che sarei stata qui nel giro di 1 ora" Sara rispose.
"Non posso vedere la sua faccia." ha detto.
"No, come le ho detto, deve aspettare dopo il trasporto. Ma è la stessa ragazza dell'immagine che le ho dato. C'è qualche problema? Adesso vorrei vedere i soldi."
Andarono in un'altra stanza e li ho sentiti parlare a voce bassa. Mi sono sforzata di sentire che cosa stavano dicendo ma non riuscii a farlo. Qualunque cosa stavano progettando, non lo volevano fare sapere a me. Questo situazione aveva preso improvvisamente un altra piega. Cosi Sara non aveva mantenuto la sua promessa di mantenere i nostri giochi fra noi stessi dopo tutto. Venni colpita da un altro pensiero; che cosa sarebbe successo se questo non fosse stato un gioco? Che cosa succederebbe se Sara realmente stesse vendendola come schiava? Per quanto l'idea sembri incredibile, stavo cominciando ad avere preoccupazioni serie. Per la prima volta, stavo cominciando ad essere veramente preoccupata."
Ho sentito la porta sbattere e Sara è venuta da me. "Sembra ci sia un problema con il vostro volo; Devo tenerti compagnia fino a domattina" ha detto. "Stando attenta a non danneggiare la merce, non c'è motivo per non passare una sera di divertimento."
Sara mi tirò fuori dal sacco. Lei sue mani si posarono al mio collo e premette ancora. "Ascolta bambina" ha detto "Più presto capirai la situazione meglio sarà per te".
Mi ha lasciato andare e sono crollata di nuovo sul pavimento. Ho sentito una sedia pesante che veniva trascinata verso di me. Sara è tornata ed ha tagliato il nastro fra i miei polsi e caviglie. Avevo le gambe distese dopo parecchio tempo.
Sara mi ha messo le mani sotto le spalle e mi ha alzato sulla sedia. Cosi mi sono lasciata posare sulla sedia senza lottare. Ha tagliato il nastro che univa le mie braccia al corpo e alzandole le a fatte passare dietro lo schienale della sedia. Poi col nastro a bloccato i miei polsi alle caviglie sotto la sedia.
Almeno ero seduta, Sara si è preparata da mangiare e si è seduta davanti alla TV. Se questo fosse stato un gioco; non era molto bello. Con tutte le forza che mi erano rimaste mi sono dibattuta nei miei legami, provando a gridare attraverso il bavaglio.
"Cosa succede" Sara a detto. "Vuoi giocare? Va bene, dammi un minuto".
Ho sentito un'altra sedia che veniva trascinata davanti a me. Il nastro che univa le miei caviglie ai polsi dietro la sedia è stata tagliata e i miei piedi sono stati spinti verso l'altra sedia. Sara ha tagliato il nastro che teneva le mie caviglie insieme. Poi ha legato ciascun piede ai piedi della sedia. Le mie ginocchia inoltre sono fissate alla parte posteriore della sedia e quindi ha tagliato il nastro sui miei polsi. Ho combattuto a questo punto ma con le mie mani ancora arrotolate nel nastro non c'era molto che potessi fare. Sara ha tirato in giù le mie mani verso la parte anteriore della sedia e li ha legati ai braccioli. Ora avevo mani e piedi legati alla sedia.
"Bene, dovresti vedere che bel lavoro ho fatto" Sara ha detto ed ho sentito il suono delle cinghie che venivano strette.
Erano le cinghie che fissavano un pene di gomma dentro il mio pussy. Ho pensato che resistendo all'intruso avrei subito delle conseguenza e allora non ho opposto resistenza. Poi a iniziato ha pompare il pene enorme dentro e fuori da me e malgrado le mie migliori intenzioni non ho resistito. Dopo poco stavo ansimando attraverso i fori di respirazione sopra il mio naso e stavo muovendo le anche a tempo con il movimento di Sara. Ebbi un orgasmo; mi agitai e gridai attraverso il bavaglio. Quindi Sara lo estrasse da me.
Poi sentii che lo infilava nel mio ano. No. Non avrei lasciato che questo accadesse. non l'avevo mai permesso a nessuno. Iniziai a combattere cercai di impedire che lo facesse ma sapevo che Sara sarebbe riuscita nel suo intento.
"Dovresti rilassarti, tesoro. O potresti fari molto male" ha detto.
Una volta che Sara riusci ad inserito l'intruso, ha cominciato a pompare dentro e fuori ed ho scoperto che il mio corpo rispondeva al movimento ed ho avuto un altro orgasmo, del tutto differente. Era una nuova esperienza per me.
Sara lo ha estratto da me ed ha detto, "Nessun piacere senza dolore". Non ho capito cosa volesse dire fino a quando non ha iniziato a colpirmi le parti intime con una cinghia.
Sono sicuro che stavo gridando. Finalmente, Sara ne ha avuto abbastanza e si fermò. Ha liberato i miei polsi e spingendoli indietro mi ha fatto sedere ancora sulla sedia iniziale. Mi ha rilegato ancora sulla prima sedia ma con le braccia legate ai braccioli. Con più giri di nastro mi ha saldato alla sedia; bloccando i polsi, i gomiti, le caviglie, ginocchia e sopra e sotto i miei seni. Non potevo andare in nessun posto; soltanto la mia testa era libera e quella era avvolta ancora da strati di nastro con appena un piccolo foro per il naso.
"Abbiamo giocato abbastanza, Andrea" Sara ha detto, "la vostra nuova vita comincia domattina. Per quel che vale, mi sono veramente divertita. è lavoro, niente di personale, spero capirai che ho goduto comunque per il tempo passato insieme. Ma spiacente, ho bisogno di soldi, buona notte". Con quella frase ha lasciato la stanza e mi ha lasciata sola.
Oddio e se fosse seria? Se fosse vero quello che mi stava accadendo?



CONTINUA....

Thursday, October 14th 2010 - 10:34:49 AM
    
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Una storia di: Dreamer69/Emilio

Ciao a tutti voi!
Compari (ma sopratutto Compare) di racconti e storie.

Oggi mi andava di raccontarvi un episodio del passato. Un di quei momenti li per li tragicamente imbarazzanti ma che ora, rivisti a distanza di tempo, mi fanno sorridere.


Si potrebbe intitolare ... "Occhio agli spigoli"!

Scantinati di un grosso condominio di città... un pomeriggio di una sonnacchiosa estate di mooolti anni fa!
Gioco tra bambinetti di dieci/dodici anni (che bei ricordi!!). Amichetta che, dopo essersi facilmente sciolta da una mia semplice legata di mani sul davanti, (come ero peeerfido!!) mi stuzzica e mi sfida sostenendo che lei è agilissima e riesce sempre a scappare da qualsiasi legatura (bersaglio cooolpitooo!!)
Ovviamente, la innocua cordicina che avevo usato prima "evapora" ed invece faccio "materializzare" una lunghissima matassona di corda raccattata a suo tempo tra i rimasugli di un cantiere edile (Dio benedica i muratori!!).
Per farla breve, poco dopo lei, me lo ricordo ancora come fosse ieri, in pantaloncini sportivi rossi, toppino giallo con le spalline, sandaletti bassi allacciati alla caviglia (un must degli anni80 che ha fatto da imprinting ad alcune mie "psicosi" attuali ) ed una coda di cavallo sbarazzina! ... si ritrova seduta per terra, rigorosamente scalza (si sa ... i lacci alle caviglie potevano darle fastidio ed intralciarla mentre cercava di liberarsi ... e così se ne stava pure più comoda) ... ammazza quanto ero perfido !!! (allora!! ) dicevo, ...con le braccia "bloccate" alla meno peggio al busto da alcuni giri di corda e scendendo, le mani legate incrociate davanti (dietro non si poteva perchè era troppo difficile e non valeva, come diceva lei! ) e bloccate da parecchi giri di corda alla vita ed alle coscie. Le gambe distese e con le caviglie accavallate (come tutt'ora adoro!! ) avvolte dalle caviglie fin sopra alle ginocchia da numerosissimi giri di corda.
insomma!!
mi si parava davanti una stupenda salamella e...
se all'inizio lei mi aveva osservato in modo via via sempre più preoccupato man mano che la avvolgevo nella lunga corda , ora, aveva ripreso a sfidarmi a parole e si stava dibattendo a più non posso ondeggiado pericolosamente qua e la con la parte alta del corpo.

E qui ho il colpo di genio!!!
Cosa penso???
Penso che se la faccio allungare per terra, lei non corre il rischio di cadere di lato andando a sbattere, MAGARI , contro le cassette dell'acqua minerale vuote impilate li a fianco (all'epoca esistevano ancora quei misteriosi oggetti che erano le bottiglie di vetro ... con il vuoto a rendere!! )
Perciò ... con grazia la afferro per le caviglie e la tiro in avanti e...
...ooooopssss...
...SBAMMMMM!!!!
.. nel mentre lei si dimena e ...
...in pratica le ho fatto battere la testa contro le ...
cassette dell'acqua minerale!!

a ben pensarci non era poi quella gran botta che poteva sembrare. Insonmma..
nulla di che però...

Effetto immediato
Mio imbarazzo totale!
E poi ... in rapida successione:
Lei che, dopo un primo, interminalbile momento, inizia a piangere disperata!!!
Io che mi preoccupo come un matto per la sua testolina "ammaccata".
Lei che urla in maniera isterica non appena cerco di avvicinarmi per capire come sta!
Io che inizio ad essere preoccupato di essere "sgamato" dai "grandi/adulti"!!!
Preso da momentaneo panico, la mia mente inizia a vagare libera e già fantastica di scenari sempre più terribili.
Io, bambinetto grande e grosso... che ha osato legare crudelmente una povera bambina innocente ed indifesa!!!
Già mi vedo scoperto ed additato al pubblico ludibrio preso a schiaffazzi e pedatone e consegnato ai genitori, miei e SUOI! per una punizione esemplare!!!
Addirittura arrivo a fantasticare in questi attimi lunghissimi di carabinieri e riformatorio.

E poi... poi, è andata a finire che, recuperato un attimo di lucidità, ho fatto a pezzi la lunga corda (sigh!! ) mentre venivo ricoperto di insulti da parte della mia amichetta, non già per averla "ammacata" ma, bensì, per essermi permesso di legarla in quel modo!!!
insomma ... tutto finì li... non ci furono altre consequenze se non che...
... la novella Houdinì non volle più saperne di provare a scappare dai miei legacci.

Avrei anche voluto raccontarvi della strana avversione che esiste tra i capelli femminili (specie se lunghi e curati) ed il nastro adesivo...


Ma, semòpre se vorrete, lo farò un'altra volta!!

Buona giornata a tutti!!!

Dreamer69/Emilio

Wednesday, October 13th 2010 - 09:17:53 AM
    
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Una storia di: Revenge

Parte II
Appoggio la mia ragazza delicatamente sul letto, poi provvedo a inchiavare la porta: se i suoi di fossero svegliati sarebbero stati cavoli amari. Mi giro verso di lei: mi guarda incuriosità ed eccitata, come testimoniano i capezzoli turgidi. Rimarrei a fissarla per ore, seminuda e con le mani legate. Inizio a spogliarmi, tolgo maglietta calzoni e boxer rimanendo completamente nudo. "Ora mi diverto io" le dico. Lei risponde che non vede l'ora. Mi avvicino al letto e le libero le mani dal foulard ma solo per legarle nuovamente alla spalliera del letto,sopra la testa, per farla stare piu comoda. Questa volta uso dei suoi collant presi da un cassetto. Lei lascia fare e segue attentamente le mie mosse: dalla faccia non potrebbe essere piu chiaro che le piace. "Ora a noi due". Mi siedo sul letto e le slaccio i jeans, dopodichè li sfilo, facendola rimanere in mutande. Mi sdraio accanto a lei e inizio a sfiorarle la vagina mentre la bacio appassionatamente. Appena sento che inizia a sospirare le tiro giù le mutande e le mie dita vanno a sfiorare e massaggiare il clitoride. Per un po continuo così, stimolandola con le dita mentre le bacio i seni prosperosi. Poi mi fermo all'improvviso, lei teme che voglia smettere ma si tranquillizza quando scendo con la testa fino all'altezza della sua fica, che presenta una corta peluria. Per un attimo rimango li, gustandomi quell'odore particolare del sesso di lei poi inizia il lavoro di lingua. Stando insieme ormai da mesi, so perfettamente quali sono i punti preferiti, così lecco, punzecchio e succhio dove so che la resistenza è minore. e dopo poco inzia a gemere e a sospirare tanto forte che temo possa svegliare i suoi. "Scusa ma non riesco a trattenermi" dice quando le espongo il rischio. Mi guardo intorno e l'occhio cade sul foulard usato prima e sulle mutandine. Un'altra folle idea: li prendo entrambi in mano e mi chino su di lei. "Amore che fai con quel.. mmmpfff" non finisce la frase che le infilo le mutande in bocca bloccandole poi con il foulard.
"Cosi non corriamo rischi". Lei mi guarda un po male all'inizio ma poi decide che in fondo non le dispiace fare la parte della prigioniera. Continuo quindi il lavoro di prima, allungando al contempo le mani oltre le gambe e titillando i suoi bellissimi capezzoli. Continuo a stimolarla fino a farle raggiungere l'orgasmo, reso silenzioso dal bavaglio. Mi alzo e le do un'occhiata: sdraiata sulla schiena, le mani legate sopra la testa, imbavagliata e completamente nuda che ansima per via dell'orgasmo. La vista mi fa impazzire e ho un'erezione da paura, non avevo mai visto il mio pene cosi duro che sembrava quasi scoppiare. Mi sdraio accanto a lei e la stringo a me, accarezzandole il seno e baciandola in fronte. Lei mugola, mi sta chiedendo qualcosa e manda lo sguardo verso il mio cazzo. Vuoi che ti liberi le mani?" chiedo io, pensando volesse farmi una sega. Lei scuote il capo e continua a mugolare. " Vuoi farmi un'altra pompa?" chiedo sorpreso: fino a quel giorno non era mai sembrata interessata. Lei esita poi annuisce. Io sono al settimo cielo e le rimuovo il bavaglio(ovviamente rimane legata). Lei respira profondamente e dice ridendo"E' solo operstasera, non farti venire strane idee: tu mi hai fatto divertire e ora è il mio turno" Ma sappiamo benissimo entrambi che in realtà le è piaciuto il lavoro di bocca che mi ha fatto prima. " si come no" rispondo fingendomi serio. Lei fa una linguaccia, dopodichè mi accovaccio di fianco alla sua testa e inizio a sfiorarle le labbra col pene duro. Fa alcuni tentativi vani di arrivarci con la lingua, dopodichè, gradualmente glielo metto in bocca, fino a farlo scomparire del tutto. Poi lo faccio uscire e ripeto il movimento. Continuo cosi per un po, finchè decido di chiudere in bellezza la serata. Dopo averle detto cosa voglio fare, la imbavaglio nuovamente; poi mi sdraio su di lei e le allargo le gambe. Con gentilezza e decisione inizio infine a penetrarla. La bacio sul collo mentre mugola di piacere attraverso il bavaglio, ignara che i suoi versi, uniti a al continuo sballonzolare delle tette, mi sta dando una scarica di eccitazione eccezionale. A un certo punto ha un altro orgasmo, talmente forte che devo tapparle il bavaglio con la mano per soffocarlo. Esco quindi dal suo corpo e vado in bagno a masturbarmi. Quando torno in camera, lei è esausta e tiene gli occhi socchiusi. Le libero le mani e la bocca, poi la traggo a me coccolandola. Rimaniamo cosi per diversi minuti, tutti nudi poi iniziamo a vestirci. Prima che io vada via ci diamo la buonanotte. "Grazie amore è stata la serata migliore della mia vita! Vorrei ripetere se sei d'accordo". A me ovviamente sembra di toccare il cielo con un dito " Quando vuoi piccola".

Sunday, October 10th 2010 - 07:10:25 PM
    
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Una storia di: Scano

SOCI IN SEQUESTRI - PARTE II
Motivi reali-Un colpo di scena

La notte era ancora lunga. Finimmo di cenare, Daniela iniziò a lavare i piatti, io offrii una sigaretta a Sonia. Era stanca, aveva passato una pessima giornata. Teneva la testa bassa, non mi guardava mai negli occhi. Le posai delicatamene le dita della mano sotto il mento, alzandole la testa. Si rigirò subito. Era ancora schiva e acerba nei nostri confronti.
La trovavo bellissima.

"Sei stanca, vuoi andare a dormire?"
Annuì. Decisi di accompagnarla in camera. Avvisai Daniela e mi spostai con Sonia nella camera da letto. Entrammo chiudendo la porta. Si girò verso di me, mi guardò negli occhi finalmente.
"Perchè proprio me? Mio padre è piuttosto ricco ma non può arricchirvi. E' un piccolo imprenditore."
"Non cerchiamo la ricchezza eterna, solo qualcosa che ci permetta di andare avanti con un certo lusso...fino al prossimo sequestro."
"Perchè sequestrate solo ragazze?...hai detto che sono la quinta."
"Solo BELLE ragazze, prego. E poi scusa chi dovremmo sequestrare? Ragazzoni? Dai su fatti una dormita, sdraiati con le braccia distese che così ti lego."
"No ti prego, non ho intenz...mmmmhp"
Il solito fazzoletto. Lo avevo preso senza farmi vedere da lei. Glie lo ficcai in bocca prendendola di sorpresa. Ci rimase piuttosto male, ma d'altra parte era pur sempre un rapimento, mica una vacanza lontana da casa.
Presi dal cassetto due foulard. In quella casa tutto era disposto per l'immobilizzazione della sequestrata di turno. Il comodino aveva tre cassetti. Il primo conteneva corde, il secondo collant e foulard, il terzo due paia di manette e qualche rotolo di nastro. Decisi di andarci piano e la legai alla spalliera del letto coi foulard stretti ai polsi, abbastanza da non farla slegare, giusti da farle circolare il sangue e da non lasciarle segni. Poi presi quello che io e Daniela chiamavamo "il bavaglio". Una striscia di stoffa bianca, il classico bavaglione tanto bello a vedersi quanto poco efficace. In realtà il pericolo che Sonia scappasse o urlasse non c'era. La imbavagliai coprendole la bocca e annodando stretto il bavaglio dietro la nuca.
"Ok, ora puoi dormire. Scusami ma sono precauzioni che devo prendere. E' il primo giorno, non possiamo fidarci di te. Se dimostrerai una buona condotta eviterai anche le legature."
Mi rispose mugolando. I miei occhi caddero sui suoi piedi. Indossava quelle ballerine nere che una volta tolte quando eravamo via, lei si era riinfilata. Incurante, ormai, della figura da maniaco che avrei fatto le sfilai le ballerine iniziando a massaggiarle i piedi. Si stranì inizialmente, poi si rassegnò, forse rilassandosi un pochino. Fu inevitabile, la mia lingua non resistette e si posò sulla pianta di uno dei suoi piedini. Iniziò a fissarmi, mugolando di tanto in tanto. Spuntò Daniela alle mie spalle.
"Ah, siamo alle solite eh?"
"Stai buona che tra un po' tocca a te."

Lasciammo Sonia nella sua stanzetta. Noi ci accontentammo del divano dove, trall'altro, potevamo controllare meglio la situazione. Quella sera ero arrapato. Sonia mi faceva impazzire, delle cinque sequestrate fin'ora era forse la migliore. Ma la mia eccitazione per Sonia doveva ripercuotersi su Daniela, la mia ragazza. Senza temporeggiare spinsi Dani sul divano. Prima che potesse fiatare le spinsi un paio di collant in bocca. Armato di tutto l'occorrente le spinsi le portai le braccia dietro la schiena e le ammanettai i polsi. Poi passai alle caviglie. Indossava i calzini. Glie li sfilai, e li sostituii ai collant all'interno della sua bocca. Iniziò a mugolare rumorosamente, sempre più forte. Era una macchina da bondage. Le legai le caviglie con i collant che prima le riempivano la bocca. Poi col nastro le immobilizzai le coscie e il busto. Si dimenava, sapeva che la cosa mi avrebbe eccitato di più. Per il bavaglio optai per una garza. Mi alzai dal divano per andare a prendere la cassetta delle medicazioni all'interno dell'armadietto. Daniela si agitava mugolando a più non posso. Chissà Sonia cosa avrà pensato. Tornai sul divano. Le attaccai prima un cerotto argento sulla bocca, poi coprii tutto con la lunga garza girando all'infinito attorno alla testa fino alla fine. Era la fine del mondo. Le sganciai il regiseno, facendola rimanere semi nuda. Iniziai dopo aver completato l'opera a leccare i piedi. Fu lì che mi venne un'idea grandiosa.

Mi alzai in piedi di scatto sorridendo. Daniela mi guardò stranita. La sollevai prendendola in braccio.
"Mmmmmh?"
"Ho avuto una grande idea."
Daniela capì e cominciò a scuotere la testa e a mugolare sempre più forte. Poteva opporsi quanto voleva, la situazione la manovravo IO.
Spalancai la porta della camera dov'era legata Sonia con Daniela in braccio legata e imbavagliata. Sonia rimase di stucco. Entrambe cominciarono a mugolare. Posai Daniela sul letto affianco alla sequestrata.
"Allora Sonia, è giunta l'ora di mettere le cose in chiaro. Io sono un patito di bondage. E' per questo che rapisco solo belle ragazze, per poterle legare e imbavagliare, per avere un pretesto valido per farlo. Come vedi la nostra Daniela che tanto fa la cattiva con te finisce come te legata come un salame e impossibilitata a parlare."
Dopo quella frase Daniela mi lanciò un'occhiata agghiacciante piena di odio. La cosa mi eccitò ulteriormente, e sapevo che l'indomani se ne sarebbe dimenticata. Tornai nuovamente a rivolgermi a Sonia.
"Ora, voglio precisare che non voglio avere rapporti sessuali con te, mi basta averti legata e imbavagliata. Poi se permetti, vorrei leccarti ancora quei bei piedini se non ti dispiace. Tu intanto puoi divertirti con la tua rapitrice a fare un concerto di M."
Le misi vicine, leccai per una mezz'ora abbondante quattro piedi di fila, tra i mugolii spinti e rumorosi di Daniela a quelli timidi e pacati di Sonia.
Dopo cinque rapimenti, fu la prima volta. Due splendide ragazze in bondage nelle mie mani. Era il paradiso.

Dopo una mezz'ora Sonia estenuata mi chiese con gli occhi di lasciarla dormire. Spinto da una sorta di gatitudine per la bella esperienza la slegai, lasciandole il bavaglio. Mi riportai Daniela sul divano, scopandola poi trai suoi straordinari mugolii.

Il mattino seguente fu Sonia a svegliarci. Ci eravamo addormentati sul divano, come la nottata prima. Daniela era ancora legata come un salame. In bocca aveva il paio di collant, la garza si era tolta trai ristretti movimenti sul divano e cadeva armoniosa attorno al collo di Dani. Rimanemmo sorpresi del fatto straordinario.
"Buongiorno. Ho preparato il caffè, se volete..."
Io e Daniela ci guardammo stupiti.
"Grazie... non mel'aspettavo. Ti dispiacerebbe slegare Daniela? Io dovrei andare un attimo al bagno."
Era incredibile. Mi chiusi in bagno a pensare come fosse possibile. Uscii dopo cinque minuti. Sonia e Daniela bevevano il caffè in cucina nel più totale silenzio. Entrai timidamente, cercando subito spiegazioni.
"Ti avevo slegata ieri notte, non so neanche perchè. Forse credevo che non avrei dormito facendo di guardia, ma mi sono addormentato. Sono un pessimo rapitore. Sta di fatto che potevi scappare. Perchè non l'hai fatto?"
"Perchè non ho nulla lì fuori. Mio padre se ne frega di me, pensa solo ai suoi interessi. Ho un lavoro che odio, vivo in una città che detesto, ho 23 anni e nulla della mia vita mi eccita. Tutto è monotono e noioso. Voglio unirmi a voi."
Io e Daniela spalancammo gli occhi increduli. Sonia riprese la parola.
"Quì posso trovare quell'eccitazione che da sempre cerco. Quello che è successo ieri sera mi è piaciuto. Anche a me piace il bondage e in più entrambi mi siete simpatici. Con il riscatto di mio padre che io stessa recitando farò alzare potremmo andarcene da quì e vivere tranquilli, non diventare ricchi, ma sicuramente stare bene per un bel periodo. Stanotte ci ho pensato bene. Sono sicura di quel che dico."

Avere due ragazze invece di una da legare e imbavagliare quando voglio, a mio piacimento. Sonia voleva farmi impazzire.

...CONTINUA

Saturday, October 9th 2010 - 04:32:54 PM

 

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